LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (VIII)



      

di Gualberto Alvino

 

 

Non è venuto. Almeno credo: sono completamente asciutta, la cinta del pigiama è annodata, non c’è nessun odore nella stanza e ho un vuoto qua sotto che mi affaccerei al balcone e inviterei su il primo che passa. Ho provato a chiamarlo per sapere che devo fare ma non risponde. Saranno arrivate le stoffe. Quando arrivano le stoffe stacca tutto, smette di vivere: chiude le saracinesche, spranga porte e finestre, via le scarpe e non si lascia avvicinare da nessuno, nemmeno dal figlio, per cui si farebbe ammazzare: anni fa l’ho visto massacrare con una mano tre balordi che s’erano permessi di storpiargli il nome (tutto in lui si misura in termini di potenza, ed è questo che mi attrae, forse perché identifico forza bruta e decisione, da sempre il mio miraggio). Comunque se mi vuole mi cerca. In fondo è meglio, molto meglio così, amore mio: più tempo per noi, finalmente. Ne sentivo il bisogno.

 

 

Due parole in gran fretta.

Sparito. Dissolto. Ogni settimana mi manda montagne di provviste e un abito da sera, ma di lui manco l’ombra. Viene mentre sono via, e non fa niente per nasconderlo: la stampante ha ripreso a funzionare, il tubo della lavastoviglie non perde più, il cavalletto poggia a terra senza zoppicare e l’appendiquadri del soggiorno regge un bisonte. Chi può essere stato? Il padrone di casa? Ha una copia delle chiavi ma non si farebbe vivo neanche se crollasse il palazzo (l’anno scorso è scoppiata la tubatura del gas, due morti, quattro famiglie sloggiate e lui s’è presentato dopo un mese col suo sorriso imbecille sul faccione da ghiro in letargo, posso fare qualcosa? Le donne stavano per farlo a pezzi). Io stessa senza accorgermene, viste le mie continue amnesie? No, è opera sua, sua: lo vedo dall’ordine, dalla pulizia: non una macchia, non un attrezzo fuori posto, e il profumo di gesso umido è inconfondibile, l’aria ne è satura.

Cibi prelibati, abiti di lusso. Forse hai ragione: in me non vede altro che un corpo da vestire, sostentare. Un corpo che sa di poter plasmare senza incontrare resistenza, come con la stoffa. Può essere. Guardando le cose dal tuo punto di vista riconosco che può essere.

(E se fosse il suo modo di riconciliarmi con la vita? Un modo spiccio, primitivo, lo ammetto, ma non senti la tenerezza?)

Sì, spesso mi colpisce così forte che perdo i sensi, e al risveglio mi trovo sola, al buio, stacca la corrente quando mi punisce, sarò morta, annaspo, le voci sorde della gente, sollevo le braccia per forzare il coperchio della bara, invece isso il tavolo e tutto mi crolla addosso. Lo fa senza cattiveria: dice che se dovesse accadermi qualcosa si sdraierebbe accanto a me, si farebbe mordere da un aspide «come quella regina» e darebbe fuoco alla casa. Ne sarebbe capace, lo conosco, perciò voglio trovare il modo d’accontentarlo.

A omeri e gomiti non riesco a pensare, scusa. Questo, adesso, è il mio unico assillo. La tavolozza mi fissa imbronciata, pennelli e spatole intonano nenie funebri, i solventi gorgogliano inquieti, e io non so cosa dire.

Prega per me, o almeno pensami forte, come faccio io quando non riesco ad alzare il coperchio.

Tua, fino all’ultimo fiotto di salute.

 

 

Fra poco scolerò la solita bottiglia d’acqua tiepida e andrò a correre finché le gambe reggeranno, sperando che il morso della fame si faccia sentire. Non è difficile, t’assicuro, anche se il primo scoglio è duro: lasciare il letto quando il mondo non è ancora pronto a riceverti fa un certo effetto, non lo nego, ma poi tutto fila liscio: i polmoni si abituano allo sforzo, i muscoli si allungano, il sudore che cola sulle tempie dà un senso d’eccezione, di vigore, e ti sembra d’aver corso di notte da prima di nascere. Se sapessi che incontri si fanno metteresti sùbito la sveglia. La gente è diversa a quell’ora: si sente nobile per il solo fatto d’esser viva, mentre il resto dell’umanità imputridisce sotto il peso della più pelosa ordinarietà (lo diceva 7 il maratoneta sputando in aria e alzando con sussiego il bavero della tuta mentre tu lo palpavi da capo a piedi fingendo di perquisirlo, chi mi ha rubato il bracciale?).

Lo crederesti? sono la gioia dei netturbini. Se tardo spengono i motori, scendono dal camion e siedono sul ciglio del marciapiede appoggiando il mento alle nocche, come la figlia del giornalaio; quando mi vedono scattano in piedi e corrono a versarmi il caffè in un bicchiere rosa antico, convinti sia il mio colore (non mi sogno neppure di contraddirli); annuso l’aroma, fingo di sorseggiare estasiata (non sanno che poco dopo lo butto tra i rovi), poi inizio a raccontare cose: vere, inventate, belle o banali, monche o compiute, che importa? Ascoltano con un’attenzione che. Vedo petti gonfiarsi, labbra pendere, piedi d’appoggio cambiare di continuo e mi viene quasi da piangere. In anni e anni di scuola mai un’emozione simile: le mie parole affondano radici nei loro spiriti, germogliano a vista d’occhio.

Uno mi chiede sempre di descrivergli accuratamente il mio ultimo quadro. È ingordo di particolari e mi bersaglia di domande: tela o tavola, olio o acrilico, a che distanza dal margine, blu notte o cobalto, netto o sfumato? Suo figlio muove solo le dita dei piedi, e con quelle dipinge le immagini che lui gli propone. La mattina dopo mi porta nel camion e scarta eccitato un piccolo capolavoro d’ingenuità e di purezza: la mia descrizione in corpore vivo. Distante mille miglia dal dipinto di partenza, ma intenso, carico di brio. E si fa spunto per un mio nuovo quadro.





Stefano Lanuzza, Arte della notte (041), 1999


Racconti di racconti. Sortilegi della parola.

E il tassista che proprio allora finisce il turno di notte? Si ferma davanti al distributore, nell’attesa schiaccia un sonnellino con lo stereo a palla, jazz freddo spruzzato di latino, fronte sullo sterzo come un morto ammazzato, e quando arrivo io si scuote, cala il finestrino sgranando un sorriso fulgido nonostante il nero dei denti, ingrana la prima e ci resta, seguendomi per tutta la corsa. Lui non chiede niente: parla e fuma, fuma e parla, senza requie. E intanto il pancione pulsa, vive di vita propria, sembra una vescica in procinto d’esplodere, un timpano di polpa molle e gioconda su cui vorrei saltare. Il rito è sempre lo stesso: comincia dagli incontri più frizzanti e bislacchi per saziare la mia voglia di storie altrui: una notte di nozze nel sedile posteriore fra strida e champagne; la modella che guarda piangendo il gelato al limone squagliarsi miseramente tra le dita; il lottatore mascherato che si trucca e si veste da sultana; per finire al suo tenentino, assediato da orde di femmine voraci, le metterei al rogo, come facevano i preti, non c’è verso di schiodargliele dal cervello; dimmi che devo fare, forargli le gomme non serve, trascuro moglie e figli, gli pago i debiti, ho svenduto la casa al mare, non gli manca niente, gira il mondo a mie spese, fumo paglia per risparmiare, sgobbo peggio di un negro, e quelle poche volte che ci vediamo fete di donna, non si lava la carogna, lo fa apposta, io non sono come te, dice, sono un uomo, ma quando gli entro dentro frigna, l’uomo; so che è pronto a pugnalarmi, però non lo cambierei con nessuno, a me piacciono bastardi: mentre gli frullo la lingua in bocca stringo il portafogli, e anche il cuore si stringe quando me lo sfila con una mano accarezzandomi con l’altra; a volte invece lo picchio in faccia con tutto l’anello finché non crolla svenuto, poi lo spoglio e mi ci sdraio su; se non chiama entro oggi ficco un tubo nella marmitta, copro tutto col telo e ti saluto; ma prima devono sfilarmi il chiodo dal piede che mi si è rotto per prenderlo a calci: non ho intenzione di crepare con un intruso in corpo.

Allora, metterai la sveglia?

 

 

Dicono che l’aria del mattino stimoli l’appetito, ma non è vero, perché ogni volta è come se la carne seccasse: la pelle diventa cartapecora, i fianchi tirano, lo stomaco arretra, preme contro le vertebre, si contrae, quasi volesse sparire. Tutto è superfluo, anche respirare, e la testa è ferma, vuota, senza desiderî.

Al ritorno cammino sull’acqua: una specie di vento mi spinge, cui è dolce non opporre resistenza. Ancor più dolce abbandonarsi alla voce cantilenante dell’ispettore che mi aspetta all’angolo del palazzo vestito di tutto punto, solo un po’ sporco: non si cura più da quando un professore è sparito, non si lucida neanche le scarpe, e per lui lucidarsi le scarpe è sempre stata la prima cosa: brillavano sotto i risvolti del calzone di flanella; una pagliuzza, uno schizzo di fango, e si chinava a sbarazzarsene stringendo il fazzoletto ricamato. Avvitato nel mondo e nella vita come nessuno. Mi prende sottobraccio e camminiamo a lungo tra i pioppi, finché, scoccate le sette, corre in provveditorato dimenticando di salutarmi. Ufficio procedimenti disciplinari, prima unità operativa: decennî a comminare sanzioni, e mai un dubbio, mai un’incertezza, dritto per la mia strada, sonni tranquilli, mica facile, sa? un giudice può contare su un’infinità di riscontri oggettivi, indagini preliminari, corpo del reato, prove a carico e a discarico, testimonianze, personalità dell’imputato, accertamenti documentali, ma io no, io devo fondarmi unicamente sul mio intùito e sulla segnalazione di un preside, dando per scontato che non si tratti di un pazzo, un mascalzone, un demente, ché se così fosse tutto crollerebbe, la credibilità dell’istituzione scolastica andrebbe in pezzi, e sarebbe il disordine, l’anarchia; non ho altro che la denuncia di un preside per formulare un giudizio; sì, posso escutere i testi che voglio, ma se la faccenda non è seria la consegna è credere al preside e infliggere una censura, al massimo una sospensione, i cui effetti possono esser cancellati dopo un biennio di condotta irreprensibile; sonni tranquilli, finché arrivò un pacchetto di carta da pane legato da un nastro nero: il suo diario; di lui niente notizie da mesi e la sorella mi spediva il diario senza una virgola di commento, ma a che sarebbe servito? in quelle pagine c’era tutta la mia vergogna; mai avrei pensato che una pena così lieve potesse scatenare un simile tormento nella vita d’un uomo: non aveva il coraggio d’opporsi a nessuno: gli studenti lo ingiuriavano e lui fingeva di non sentire, il preside lo vessava in ogni modo e lui abbassava la testa, la bidella entrava in classe senza bussare, un collega lo umiliava, e lui reprimeva lo sdegno, perché per due anni non aveva più alcun diritto, sarebbe bastato un urto da niente a macchiargli la reputazione; ho interrogato i suoi scolari, compresi i diplomati, li ho cercati casa per casa, e ho capito che le accuse erano prive d’ogni fondamento: lo amavano come un padre, tutti, fuorché un manipolo di canaglie manovrate da un preside falso e bugiardo; che posso fare adesso? crede mi basti girare ogni mese alla sorella metà del mio stipendio e spendere il resto in ricerche? dicono si sia ucciso, ma un uomo senza colpa non si uccide, un uomo senza colpa aspetta il riscatto; forse è qua sotto, in un androne della metropolitana, occhi fissi su un punto lontano, giacca unta, mano stesa, un flusso di petto gli spezza la voce; si contesta alla S.V. d’aver mostrato carenza d’equilibrio, quale si conviene a un educatore, e di rispetto dei primarî diritti dei discenti: di questo lo accusai con una formula pronta all’uso, e di questo erano gremite le ultime pagine del diario: decine e decine di volte aveva trascritto la mia sentenza cieca, arrogante, più tagliente d’una spada, e decine di volte l’ho riletta immaginando ogni stazione del suo calvario; potessi tornare indietro saprei io cosa fare, lo saprei.

 

 

Sbaglio o dovrebbe esser nato? I giornali in certe cose non sono mai precisi. Non mancare d’avvisarmi. Potrei fare un salto. O potreste venir voi. Tutti. Sarebbe una tempesta d’allegria. (Ho provato a chiamarti: perché non rispondi mai? Capisco gl’impegni, ma si tratta di me, ricordi?)

 

 

Una cosa terribile, non so se potrò continuare, la mano trema, non riesco a fermarla, sto imbrattando il foglio di sudore. Non appena il tassista se n’è andato ho visto alzarsi la saracinesca di un bar a pochi isolati da casa mia. È una bisca, denunce su denunce, nessuno interviene. Ne escono due uomini sconvolti, giacche strappate. Saltano su un’auto col motore acceso e partono a tutto gas. Uno era il sarto. Ecco il motivo dell’assenza: non era mai sparito così a lungo senza farsi vivo con un rigo, una telefonata. Mi sono nascosta tra i gelsi e ne ho visti altri sbucare da quella fogna: laceri, sanguinanti, mani nei capelli. Non c’è terrore più atroce di quello letto nello sguardo altrui. Un ragazzo è caduto sul marciapiede e non s’è mosso più finché l’ambulanza l’ha portato via. Gracile, ossuto, pelle vitrea. Vent’anni. Forse meno. Mentre lo mettevano sulla barella gli è scivolata una chiave che nessuno ha preso. Anche questo è morire.

Vittima o carnefice? Non riesco a pensare ad altro. Come ho potuto farmi ingannare così? Nemmeno per un momento ho sospettato la minima finzione: basti questo a darti la misura della mia idiozia. Debiti di gioco cui non riesce a far fronte? Angherie d’usurai? Allora perché è scappato per primo con un’auto pronta a partire? Perché tutto quel sangue? Vittima, voglio credere. E quand’anche, cambierebbe qualcosa? Vittima o carnefice, il solo fatto di doverlo associare a quella feccia mi toglie la pace.





Matteo Boato, dalla mostra Terra e Acqua, 2012


Stanotte è tornato.

M’ha incollato addosso due occhi allucinati e mi ha presa contro la parete dell’ingresso senza chiudere la porta. Gli ho messo una mano sulla bocca per non farlo urlare ma l’anfora è ruzzolata sulle scale e qualche uscio s’è schiuso. Sono andata a riprenderla e ho incontrato lo sguardo della maga: mi ha folgorata biascicando insulti che non merito, perché una volta l’ho salvata dai ladri proprio grazie agli arnesi che lei odia tanto: quasi morivo di paura ma ho aspettato che entrassero e ho legato la maniglia a quella dell’appartamento di fronte, poi ho avvertito la polizia. Spia e anche sgualdrina, le porte ci sono per essere chiuse. Non ho avuto il coraggio di rispondere: mi vibra tutto ogni volta che ci provo, pure le tonsille; non che la creda capace di far male: le hanno tolto un seno, non l’ha previsto in tempo, quando cammina ha il collo torto e i gomiti incollati ai fianchi, sembra impagliata. È lo sguardo a paralizzarmi: fosco, feroce, un trivello, dioneliberi. Meglio non mettere il naso fuori casa oggi. Per fortuna dimentica presto, macina qualsiasi cosa, specie se il flusso dei clienti si ingrossa e non sa a chi dare il resto: le brillano gli occhi, la fronte incipriata, l’incisivo d’oro. Non posso odiarla.

Ho messo l’anfora a posto e lui mi ha ripresa. Mai stato tanto furioso, neanche i primi tempi: scuoteva il bacino, quasi dovesse agganciare qualcosa qui dentro, qualcosa di vitale, prezioso, che gli apparteneva. L’ho lasciato fare. Avrei dovuto incatenarlo, prenderlo a botte, fargli sputare la verità, invece l’ho lasciato fare, l’ho lasciato fare fino in fondo, e frattanto nella testa ripetevo vittima o assassino? Non riesco a infierire se uno ha il mento che trema e i sopraccigli alzati. Bianca dice che è questa la mia rovina: delega, inazione, lasciar fare, io non sono come te, voglio dare le carte, voglio spremerla questa vita, e se dovrò scottarmi sarà col fuoco che io stessa avrò acceso. Ne ha appiccati di incendî, e non ho saputo far niente.

Perdeva l’equilibrio, ansimava, allora sono salita sulla specchiera e ho puntato i piedi contro il pilastro, premendogli il petto sul viso, spingendo la pancia, strusciandogli la lingua sul collo, negli orecchi: non c’è altro modo per farlo finire, e quando finisce mi piace da morire, non solo perché sembra un agnello ferito, perché perde corazze e durlindane e posso finalmente guardarlo dall’alto in basso mentre fino a un attimo prima troneggiava su di me, ma perché capisco d’essergli stata utile, anche se i capezzoli fanno sangue, un sangue denso, nero, e non posso orinare per qualche ora tanto mi brucia. Ma fossero queste le tragedie.

Ho tolto la mano per vendicarmi della maga che continuava a sbirciare. Lui ha intuito e ha gridato forte. Ci siamo sempre capiti al volo senza bisogno di parole, gli voglio bene per questo. Lei ha sbattuto tre volte la porta per farsi sentire e io ho sorriso. Anche lui. Poi è tornato serio, m’ha tirato su il pigiama e ha cominciato a cullarmi, frusciando una specie di nenia nella sua lingua. È bella la sua lingua: viene dal latino, come la nostra, ma è così diversa, incrostata di slavo, fu la prima cosa a catturarmi, dicessi l’unica sarei ingiusta, ché di ricordi dolci ne abbiamo noi due, ne abbiamo tanti. La sua sintesi ti manderebbe in estasi, dati gli sviluppi della tua scrittura: del carnevale si dice carnavàlului, pensa. Un torrente d’altura non sarebbe più allegro e frizzante. Meraviglie del declinare.

M’ha sporcata di pus, ne avevo l’ombelico pieno, la benda era zuppa, lavoro da dilettante. La cambio? È tardi, devo andare. Gli ho massaggiato la fronte per calmarlo e convincerlo a restare: ho preso un film francese, bianco e nero, spiagge candide, legionarî, sparatorie lungo viali di glicini, pochi dialoghi, cagne magre tra i rifiuti, ti piacciono tanto. C’è giù un amico, un’altra volta.

Quando ha smesso di cullarmi e ha chinato lo sguardo ho capito di che aveva bisogno: ho staccato un assegno e gliel’ho ficcato a forza nel taschino, anche lì sudicio e sangue rappreso. Me l’ha ridato. Ho insistito. L’ha piegato in quattro e se l’è messo in un calzino dicendo grazie a mezza bocca. Ce n’erano altri, vecchi, stinti, bagnati di sudore, tante girate, grafie infantili, i balordi non sanno scrivere, a che gli serve? Ci vediamo presto, ha detto. Ci vediamo, ho detto io. Non ti dispiace? Sì che mi dispiace, non sai quanto, però se devi andare non posso legarti, benché dovrei; va’ pure, io non mi muovo, il sonno è passato, metto un disco e t’aspetto, anche fino a tardi, l’ho preso insieme al film, nel negozio vicino alla bisca. Perché dovresti legarmi? Così, l’ho detto senza ragione, a volte si dice per dire. E intanto gli tenevo gli occhi addosso, non riuscivo a stornarli dai suoi, lo rivoltavo da cima a fondo, un bisturi sarebbe stato meno cattivo. Chissà se ha capito che volevo vedere com’era, com’è davvero. Ma alla fine ero più sbalestrata di prima.

Il suo amico lo aspettava fumando: un tipo alto, talmente muscoloso da sembrare grasso, peli ovunque, un ciuffo gli copriva il gozzo, altri spuntavano fitti da orecchie e narici, pupille mai ferme; mi ricordava mio padre quel suo stare sul chi vive guardandosi continuamente alle spalle e contraendo le dita come per un tic: sorvegliava cose e persone quasi stessero per imbrogliarlo da un momento all’altro. Quando l’ha visto si è voltato di scatto, ha schiacciato l’avana nel buco di un tronco e si è precipitato in macchina per non contrariarlo. Non credevo che il sarto godesse di tanto rispetto presso gli amici; voglio dire quel tipo di amici, perché il rispetto lo merita, eccome. Ho preso la telecamera e l’ho filmata mentre scivolava dietro l’acquedotto, luci spente, targa infangata, certo a bella posta: non piove da una vita, le strade puzzano d’immondizia ma fango.

Mi ha vista, ha tirato fuori una mano e l’ha scossa. Adagio, la debolezza. Anch’io l’ho salutato. Non tornerà più ho pensato.

L’ho sentito scolare lungo le gambe. Ho appallato una garza e l’ho spinta su per non farlo uscire. Il suo odore mi aiuterà a resistere. Basterà lavarsi dappertutto tranne lì. Ma credo che non mi laverò affatto. Credo che dormirò invece. Sì. Dormendo il tempo passa veloce, le ferite guariscono.




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