LUOGO COMUNE
FRANCESCO DALESSANDRO
Un poemetto
in movimento
nello spaziotempo
della città di Roma


      
“L’osservatorio” raccoglie i versi di un più che ventennale ‘work in progress’, oggi giunto a piena maturazione, ma suscettibile di ulteriori sviluppi. Si tratta di un testo di respiro poematico che guarda alla capitale a partire dal punto alto di osservazione astronomica di Monte Mario, per scendere nelle strade, nelle piazze, nei lungofiume seguendo gli itinerari obbligati del protagonista, uomo comune tra gente comune in giornate scandite da orari e doveri. E dove la persistente mutevolezza atmosferico-meteorologica riflette il continuo cangiare degli stati d’animo.
      



      

di Marco Caporali

 

 

Sono passati più di vent’anni dalla prima edizione de L’osservatorio di Francesco Dalessandro, uscito per i “tipi” del Labirinto (casa editrice della rivista “Arsenale” di cui Dalessandro era redattore) e presentato nella galleria romana La Nuova Pesa dal solo Gianfranco Palmery, in quanto   Attilio Bertolucci per un improvviso abbassamento di pressione non poté recarsi all’incontro, affidando all’autore una sua testimonianza scritta. Gli interventi dei due poeti figurano oggi a margine della nuova versione de L’osservatorio (Moretti&Vitali, Bergamo 2011, pp. 108, € 12,00), notevolmente ampliata rispetto alla prima e con alcune aggiunte e modifiche rispetto a una seconda apparsa presso “Caramanica” nel 1998. Si tratta dunque di un più che ventennale work in progress, oggi giunto a piena maturazione, anche se suscettibile di ulteriori sviluppi. Epicentro del poemetto (ormai prossimo al respiro del poema) è la città di Roma, vista dall’alto dell’osservatorio astronomico di Monte Mario. Da quel punto di osservazione privilegiato ci si sposta seguendo gli itinerari obbligati del protagonista, uomo comune tra gente comune in giornate scandite da orari e doveri. Simile agli altri, ogni giorno è “non atteso e non temuto”. Si può quindi parlare di un itinerante punto di vista, in cui i detriti della degradata realtà urbana ambiscono a un respiro epico. Stride il tono alto con l’umile materia che dal cielo dell’Osservatorio ci riporta a terra, impedendo di abbandonarci alla pienezza del canto. Nel susseguirsi delle strofe e dei capitoli (in cui ciascuna delle quattro sezioni è suddivisa), di volta in volta ci troviamo al di sopra o all’altezza della strada.





Lo sguardo del poeta varia continuamente, ora parte in causa ed ora spettatore della quotidiana vicenda della strada, del suo animarsi. Quella della città è una materia per eccellenza inquieta e il racconto di tale inquietudine è percorso da una dicotomia, da una costante lacerazione più che da compresenza di opposti. Palmery parlava di poesia classica e barocca a un tempo, laddove classica è  la precisione e barocchi sono lo sperpero, la dispersione, la sovrabbondanza. Nitida è l’immagine ed esatto il termine, in un procedere per accumulo e successive stratificazioni, in una tesa e mai appagata andatura ritmica, in cui ogni vuoto viene colmato ed esorcizzato. Da un lato l’aspirazione al canto, al riscatto, alla redenzione, dall’altro l’impedimento, la chiusura, la discesa agli inferi con l’incisiva immagine del traffico-Caronte traghettatore di anime, il buio e cieco contraltare dell’affresco, la negazione della bellezza intravista dall’alto. Da un lato capacità di ascoltare e vedere (e far vedere) quelle “immagini mobili, con suono e luce, mai tolte dal proiettore dell’anima” (parole di Bergman poste in esergo alla quarta parte dell’opera), e di comprenderle (e il work in progress è proprio un approfondirsi della capacità di comprendere queste immagini-suoni) e dall’altro la miopia e la sordità, l’abitudine che ottunde ed offusca i sensi e la capacità di discernere. Oltre che musicale (all’orchestrazione sinfonica giova una lettura ad alta voce) la poesia di Dalessandro è di qualità fortemente visiva e cinetica (non casuali sono le citazioni da Bergman e dall’Hitchcock di Una finestra sul cortile), atta a cogliere immagini e suoni in movimento. In uno dei momenti più alti dell’opera, l’ultimo canto della prima parte, è di natura cinematografica la simultaneità tra i movimenti della barca, del treno e degli uomini: “nel pallore tralucente / del primo mattino mentre un armo / sul Tevere putrido si allena solitario battendo / dolenti colpi perfetti cadenzati al consueto / passaggio del treno e al riaffiorare / sull’onda fremente sciamando come api / ai quattro sbocchi della piazza chi via / verso il lavoro chi al chiosco dei giornali / sostando nei bar per il rito del primo / caffè mattutino”.

 

I  chiaroscuri, su contrapposti di luci e di ombre, sono pittorici e musicali. Aspirazione al canto è aspirazione al fluire, di cui il fiume è metafora, col suo maestoso e inesorabile procedere, con le sue curve sinuose, il suo inarrestabile andare. Mentre il vero e proprio fiume assume talvolta sembianze infernali, all’immagine del fiume rimandano, oltre alla vita stessa, la strada che si dipana dall’altezza di Monte Mario verso il Tevere, il tronco dell’albero da cui si dipartono i rami come affluenti, le macchine che scorrono o stagnano nel traffico  (“Un fiume di luci cangianti dal bianco / al rosso defluente alle sette / serali d’una domenica d’ottobre”). Promettono altro dolore o felici abbandoni i fari come “bava / brillante di lumaca più che corso / di luminarie nella notte”. E lo sciogliersi, lo snodarsi dei versi l’uno nell’altro rimandano all’immagine del fiume, anch’essi inarrestabili e mossi dall’ansia (motore e cardine di questa poesia). L’enjambement, procedimento consueto in Dalessandro, si proietta sull’intero respiro strofico, diventa perno e configurazione del discorso. L’arco viene teso attraverso gli incisi e non ha risoluzione se non nel suo ulteriore tendersi. Lo stato di sospensione proprio dell’ansia è protratto dalle parentesi, senza mai il punto fermo di una tregua. L’intero edificio poggia sull’inarcamento e la sospensione, su di essi si impernia e struttura. Di qui anche le inversioni sintattiche, le lunghe parentesi tra soggetto e verbo, la predilezione per i modi indefiniti che non portano il discorso a compimento. L’ansia riafferra quando sembra placarsi alla fine del verso. Nel proiettarsi degli avvenimenti interiori sullo schermo della città, tutto concorre a protrarre lo stato di attesa, di tesa sospensione e di inappagamento. Nella sua lunga gestazione, L’osservatorio non presenta uno sviluppo diacronico ma riprese e approfondimenti, precisazioni di quanto viveva, almeno allo stato embrionale, nel nucleo originario.





Daniele Righi Ricco, Roma, 2011


È un ciclico ripresentarsi di motivi che ampliano la visione e la confermano, accrescendone la consapevolezza. A una natura ciclica pertengono le suddivisioni dei capitoli in dodici parti come i mesi dell’anno, i titoli e gli espliciti riferimenti alle stagioni. Lo stradario della città corrisponde a una topografia interiore, ai nodi del pensiero e agli snodi dei versi. Adibito all’osservazione a distanza (il contrario della miopia), l’osservatorio coglie del cielo il sublimante trascolorare e si volge al teatro di cui la strada è il proscenio. Oggetto di osservazione, la strada è anche il luogo da cui si osserva. E la città è corpo carnale che si dispone ad accogliere il giorno e metafora della mente, ora ascesa, risveglio e visione ed ora dolente discesa, faticosa e affaticata, della non vita quotidiana. Discesa nelle viscere e serale resurrezione. La città muta col variare della luce che dall’Osservatorio (“fermo / e fatidico emblema di sé”) viene colta con uno sguardo di pura contemplazione, oltre il tempo, ed è  uguale a se stessa nell’epopea delle esistenze umili che quotidianamente la percorrono e definiscono. Più che di natura panica, la pioggia che genera toni diversi a seconda delle foglie su cui cade è una pioggia di “derelizione”, parola chiave in questa epopea della vita ordinaria. Nelle pause domenicali, nel parco del Pineto o nelle gite fuori porta, al sole “di cui profittiamo / noi come tutti, animali e cose ,/ formiche agli ingressi dei vasti magazzini / già provvisti per l’inverno in cortei / laboriosi” torna una condivisione altrimenti negata. Quelle formiche che come in Bertolucci “profittano del sole che scalda i giorni di ottobre” hanno qui quel senso unanime (quell’“unanime lena”) che ce le fa assomigliare. Ma siamo in momenti di pausa, di vacanza dal tempo consueto in cui la laboriosità non avvicina ma allontana e separa. Nella comunità cittadina, nella comune fatica e nel comune dolore, la condivisione è solitudine,  la presenza è assenza, ciascuno vive nella sua separatezza, inassimilabile all’altro con cui pure spartisce il quotidiano calvario e la benedizione del sole. Se il tempo atmosferico è sinonimo di variazione, il tempo cronologico scandisce il ripetersi dei medesimi atti. Ed è nella vacanza, oltre “l’ultima curva” che “esclude” la città, che finalmente torniamo in possesso delle facoltà di decidere e variare: “in una gita con mete provvisorie che a nostro / capriccio cambieremo”. E quel capriccio rimanda ai capricci del vento che al pari del sole consente la visione, rende visibile il mutamento, sfronda la memoria e snebbia la mente, mulina foglie e ricordi. Il vento ravviva la natura e la memoria.

 

È il tempo atmosferico che introduce la nota del mutamento, della sorpresa, dell’imprevisto. Tempo della ripetizione è il tempo cronologico. Al contrario degli “immortali colli”, noi mortali, divisi dall’oggetto del desiderio, conduciamo esistenze temporali nell’ansia di ritrovare ciò da cui siamo stati divisi. Così l’essere umano in movimento nello spazio-tempo, trattenuto nel rovello della mente, non è riscattato dalla mutevolezza atmosferico-meteorologica che da questo tempo-spazio prescinde. Fintanto che la mente non si libera dal pensiero così come la città dalle sue ombre. Esala il pensiero, e con esso anche l’ansia sua consorella (l’“affanno della colpa del pensiero”), in grazia del sole, all’aperto, nei “chiari viali accecati di luce”. “Acerba luce che per gli occhi miopi è ventura veder maturare”; occhi che non colgono “il materno gesto della luce”, gestante che apre, dischiude le “stagioni del basso mondo”, condannato alla chiusura e alla ristrettezza, al limite dell’esistenza temporale. E la “ventura di veder maturare” è proprio la poesia, salvifica, che ci fa vedere il dischiudersi delle cose e ci dispone all’ascolto di quei suoni, nel rientro degli storni chiassosi dalla campagna (“tinnisce l’alberata” a sera, quando il traffico si attenua) che ci riscuotono dal torpore. La benedizione del sole fa aprire i semi e germogliare i versi (“testimoni amorosi”) del poeta giardiniere, in assonanza coi passi di colui che transita, col suo passaggio, il suo passare, anche se fermo al suo scrittoio, al suo punto d’osservazione nel chiuso di una stanza. La specularità tra interno ed esterno si rifrange di strofa in strofa, dalla stanza al giardino (insorgenza della campagna nella sua negazione), dalla mente alla città, dallo scrittoio all’osservatorio astronomico, dal girone infernale della metro (la dantesca “natural burella”, il carcere buio “nelle viscere / cieche della città dove la gente tanto / distratta s’interna e scompare all’aria / viva”) alla luce della strada, in cui i fenomeni atmosferici così insistentemente descritti corrispondono agli stati d’animo e li esemplificano.         

 

 

 

 

 

 

 

 

         

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006