LE VIE DEL RACCONTO
ALESSANDRA FAGIOLI
 

Gravitazione

 

Ma, a parte la forza di gravitazione,

cos’è che ci trattiene sulla terra?

Stanisław Lem 

 

L’ho capito ancora prima di prendere coscienza. Capita talvolta che si scopre di stare sognando, allora di colpo si diventa padroni di ciò che accade, riuscendo persino a rovesciare le sorti del sogno, ma dura poco, perché ormai il risveglio è imminente, pronto a vanificare in un soffio l’insperato riscatto. Eppure era accaduto e tanto bastava. Cercavo di sottrarmi a tutti i costi dai rancori dei miei stessi personaggi, che mi rinfacciavano di averli tirati in mezzo a una storia che non sapevo più come finire, inventando cose sempre più improbabili, in cui loro non ci si ritrovavano più, stanchi delle loro stesse identità, che avevo portato a tali estremi da esasperare ogni loro tolleranza, tanto da perseguitarmi ormai quasi ogni notte, apparendomi in incubi atroci, in cui mi sottoponevano a immonde torture nell’intento di essere liberati dai miei intrecci perversi, senza concedermi tregua, né possibilità di evasione. Ma quella volta era stato diverso, mi ero accorta di stare sognando e allora avevo preso in pugno la situazione, ora ero io a minacciarli di farli fuori senza pietà, qualora si fossero ribellati anche alle mie pretese più eccentriche, ma furono pochi istanti di imperiosa rivalsa, subito vanificati da un proditorio risveglio, sufficienti però a lasciarmi un’impronta addosso, quasi un contagio, come se quelle creature mi avessero trasmesso una visione del mondo che contemplavo solo nell’invenzione, e che ora invece mi appariva in tutta la sua concretezza.

Non ho fatto altro che passare la mia vita a riempirla di fantasmi, visioni, stranezze, alterità. Tutto per ingannare il vuoto che mi circondava. Non mi sono sposata, non ho avuto figli, i genitori li ho persi prestissimo, ho cambiato tante volte lavoro e non sono rimasta più di un paio d’anni nello stesso posto, ho avuto qualche amante, ma anche quelli a tempo determinato e con contratti sempre più saltuari, finché non ho iniziato a riempirmi di stimoli culturali, andando al cinema, al teatro, alle mostre, ai concerti, rigorosamente da sola, facendo il pieno di storie senza poterne parlare a nessuno, tanto da sognarmele persino di notte, dentro sogni che non erano miei, con gran disappunto perché non c’entravo nulla con quelle faccende e non capivo perché me le dovevo smaltire nel sonno solo perché non avevo nessuno con cui confrontarmi di giorno. Così come compagnia ho finito con l’inventarmi dei personaggi, almeno quelli li avevo sottomano e ci potevo fare quel che volevo, solo che ero sempre fissata con tipi ossessivi, maniacali, dominati da qualche paranoia o scollati del tutto dalla realtà, come se proprio nella loro incapacità di trovare una propria dimensione di esistenza si nascondesse la forza che li rendesse statuari, degni di grandezza letteraria e immuni da ogni mediocrità.

Per qualche volta è andata bene, ha pure funzionato, ho scritto storie di matti, visionari, sognatori, alle prese con situazioni assurde, grottesche, surreali che sono pure piaciute, hanno convinto critici e scrittori, poi però forse ho esagerato, mi sono spinta troppo oltre, ho voluto sperimentare altri virtuosismi e mi sono messa in testa di scrivere una storia senza trama, senza ambientazione, senza tempo, fatta di soli personaggi che come temi musicali intrecciavano le loro variazioni componendo una sorta di rapsodia. E questo è stato il risultato. Le mie creature, forgiate con tanto ingegno quasi fossero meccanismi a orologeria, sono diventati i miei persecutori. Forse non hanno retto le mie spericolatezze, si sono stressati per un gioco che si faceva troppo equivoco, hanno temuto di non uscirne più, sta il fatto che si sono ribellati, facendomi sentire tutto il peso della loro personalità, ormai indipendente dal mio arbitrio, anzi antagonista, al punto da mettermi di fronte a una realtà che sconfessava la mia stessa fantasia, imponendosi con una tale urgenza da tirarmi in ballo come fossi fatta della loro stessa pasta. Così al risveglio mi è stato tutto chiaro, non avrei più potuto concludere quella storia, come non avrei più potuto intraprenderne altre se non avessi trovato dentro me stessa quello che tanto cercavo nei miei personaggi, costringendoli a forzature intollerabili, solo per costruire teoremi astratti, contrasti innaturali, esperimenti narrativi su variazioni rapsodiche, quasi che la scrittura fosse un insieme di funzioni algebriche piuttosto che una materia per plasmare mondi immaginari.

Eppure avevo sempre disdegnato ogni tipo di realismo, non mi ero mai cimentata a scrivere storie di vita vissuta intorno a cose di tutti i giorni, il solo pensiero mi faceva venire l’orticaria, e poi io non ne sapevo niente, non avevo la più pallida idea di come andasse il mondo, mi ero sempre inventata tutto continuando a divorare storie altrui, tanto da non avere la pazienza di indugiare su infinitesimi dettagli o sfumature evanescenti, per me contavano solo le intuizioni folgoranti o le improvvise epifanie, la scrittura era sfida, agone, rischio, talvolta incognita o disfatta, mai comunque conforto o appagamento, detestavo ogni forma rassicurante o consolatoria, adoravo invece la cattiveria ingegnosa e la sofisticata perversione, insomma avevo fuggito come la peste ogni narrazione intimista, psicologistica, sentimentale, autobiografica… e ora proprio i miei personaggi saltavano fuori a dirmi che dovevo fare i conti con me stessa, guardarmi dentro, capire al fondo la mia indole, mettermi nei loro panni, lasciarli liberi di essere persone vere? Ma cosa si erano messi in testa? Che ero qui a raccontare fiabe per infanti o novelle per massaie? Anche a volerlo fare non ne sarei stata capace poi, mi mancava l’improntitudine, se non la svagatezza, io che costruivo sistemi contorti di mondi impossibili cosa avrei mai potuto raccontare alla gente comune, ovvero al mondo, ovvero a quella realtà da cui mi ero sempre sentita esclusa?

Ma non avevo scelta, ora era tutto diverso, non potevo ignorare quella messa sotto scacco, ne andava della mia stessa scrittura, orfana ormai delle proprie invenzioni, che si erano sottratte a ogni forma di arbitrio, senza concederle nulla, se non l’opportunità di rinnovarsi sotto altra forma. Ma quale forma? Mica potevo raccontare ciò che non sapevo, o che nemmeno immaginavo, o che non intendevo contemplare… non si può scrivere contro natura, è pernicioso e poco salutare… occorre almeno assecondare l’estro e andare incontro alle proprie inclinazioni, altrimenti si rischia di fare solo un grande tonfo, esponendosi al ridicolo o al dileggio, con conseguenze difficili da riparare… Solo allora mi vennero in mente i viaggi. Già, avevo sempre amato viaggiare, nel senso letterale del termine, adoravo percorrere distanze con tutti i mezzi, volare sopra ogni cosa e non di meno navigare. Ma le mete erano state quasi sempre città d’arte, avevo una morbosa predilezione per la metropoli in sé, in tutta la sua complessità, e alla fine quelle europee le avevo viste tutte, con un’attenzione quasi maniacale, soprattutto per la gente che ci viveva. Tanto da collezionare diari di viaggio che poi traducevo in apologhi, ritratti, memoriali, a seconda degli aspetti più insoliti e remoti che colpivano la mia famelica sensibilità. Quella in fondo poteva essere una buona materia per avere una presa sulla realtà, ma se andavo a rivedere i miei scritti erano tutte riflessioni filosofiche o digressioni umoristiche o invenzioni grottesche che poco avevano a che fare con l’esperienza di viaggio, vi si ispiravano vagamente per poi prendere quella tangente che mi aveva portato nel sogno a fare a cazzotti con i miei stessi personaggi.

Dovevo trovare qualcos’altro per esorcizzare quella sorta di deriva cui mi abbandonavo ogni volta che scrivevo, quasi fosse un fuoco sacro che mi sottraeva a ogni piano di realtà, ma avevo bisogno di uno spunto, una chiave per scuotermi da quell’ipnosi, non bastavano le rappresaglie delle mie creature, le loro rivendicazioni sui diritti umani e le relative minacce di sommossa. Poteva essere una presa di coscienza, ma non una soluzione letteraria, quella dovevo cercarla altrove, fuori di me e allo stesso tempo nel mio profondo. E nulla di più intimo poteva essere quell’errore stampato in tutte le mie cellule, almeno in quelle muscolari, che aveva demolito a poco a poco l’architettura delle mie forze, allentando le giunture e irrigidendo i legamenti, fino a rendermi incerto il passo, precario l’equilibrio, debole la spinta, aleatorio il movimento. Tanto che una figura canonica della mia vita era diventata la caduta. Crollavo di botto, come un burattino senza fili, per un semplice inciampo, o un passo falso, sentendo tutta la forza di gravità che mi tirava giù, senza poterle offrire alcuna resistenza. E proprio un’ennesima caduta, particolarmente rovinosa, mi fece pensare all’ineluttabile legge di gravitazione, che faceva precipitare ogni cosa verso il suolo e allo stesso tempo la teneva ancorata a terra, con una determinazione incontrastata, che rifletteva la caduta dei gravi, il moto degli astri, le orbite dei satelliti e tutte le interpretazioni poetiche, metaforiche, aforistiche che ne scaturivano, facendo della cosa più naturale del mondo un fascinoso elemento di interrogazione.

Tutto è allora partito da un errore di sistema, da cui è scaturita la caducità della salute, per poi arrivare all’intoppo, alla caduta, da cui il richiamo alla legge di natura, alla dimensione dell’ineluttabile, al particolare della gravitazione e all’universale del destino, dove l’accidente portava all’intuizione. E proprio da una caduta sarei dunque decollata, con l’idea che dopo una schiacciata c’è sempre un rimbalzo, e invece che dall’alto delle mie fantasmagorie avrei osservato le cose dal basso del mio crollo, cogliendo il dettaglio dell’impatto per raccontare l’anelito alla levità, la realtà della rovina per inventare una possibile riuscita. Tanto da non veder l’ora di riprendere sonno per andarlo a dire subito ai miei personaggi, mi immaginavo già le loro facce.

 




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Le vie del racconto

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