LETTURE
JEAN CLAIR
      

L’inverno della cultura

 

Skira, Milano 2011, pp. 112, € 16,00

    

      


di Bruno Conte

 

 

Un’amara riflessione sull’arte contemporanea

 

Uno smascheramento. Non è difficile da fare è sotto gli occhi. È la solita favola dei vestiti dell’imperatore. Se uno qualunque dice qualcosa contro la convenzione dominante viene subito sotterrato come antidiluviano, ovvero la sua voce neppure trova tono e spazio. Avendo l’autore un notevole prestigio (già conservatore del Centro Pompidou e direttore del Museo Picasso) il suo documento appena emerge, e tuttavia si attutisce sotto lo strato di interessi del potere.

La lettura sconfortante è confortante venendo alla luce. Sembra non essere soli.

Ci sarebbero da verificare le scelte estetiche dell’autore, come prova di contro proposta. Ma si viene ai fatti, ai processi di decomposizione, bene identificati nella loro storia.

Forse l’indagine tende a trovare le ragioni di un comportamento dandovi un significato più profondo del dovuto. Le masse che per turismo vanno al museo, l’anziano che ha sostituito la chiesa con il museo. Basterebbe in pratica, dalla divinità televisiva, dallo schermo della comunicazione globale, l’insinuarsi in un messaggio (come dire: è da fessi andare ai musei) e questa necessità di esserci, questa presunta spiritualità modificata, svanirebbero, e lo sciame cambierebbe direzione.

Così adoperare la psicanalisi per gli artisti stercorari, quando dovendo scegliere più in basso che si può naturalmente arrivano questi risultati.

È la facilità di inventare per finta, in una strategica sonnolenza di manierismo superficiale che divaga nella comoda ideologia del disimpegno, alimentata dalla spinta a produrre per il mercato, che crea lo stato di cose. La cuccagna di dare valore all’antivalore, nell’alibi dell’avanguardia, anche con un certo ritrovato impegno a dispetto, in apparati raccapriccianti o divertenti, smisurati ma comunque leggeri, spesso sminuiti nell’illustrazione, necessitando di un racconto a parte.

Si dividono quindi due razze. Di colui che inventa (inventava) la forma, rispondendo in apprensione tra sé e non sé, e di colui che ha predisposizione a vendere fumo, con qualche opportuna complicità, tutto dedito a illudere gli altri, ormai ben disposti a essere illusi, in un gioco dove appunto la facilità appaga, coinvolge al momento, e si sorride.

Si parla di riproduzione dell’opera, nei confronti dell’idolatria dell’originale. Si può fare la copia, specialmente se programmata. Ma in certi casi basta poco a cambiare fortuna.

Si parla per le opere dei loro luoghi d’origine, nostalgia di questi luoghi nei confronti di un annullamento nella disposizione estranea entro le sale dei musei. Ma certe opere, nella loro sostanza, hanno capacità di ricreare un proprio spazio.

Infine esce fuori anche la parola “bellezza”. Parola esausta nel suo concetto, che induce all’inverso, mimetizzata tra forma e pensiero. Si potrebbe soltanto dire: la bellezza non è mediocrità.

Così si chiude il libro:

“… Ma, nel frattempo, quanti artisti, nel secolo che si è concluso e in quello da poco iniziato, incomparabilmente più maltrattati dei loro compagni della fine dell’altro secolo che venivano chiamati ‘maledetti’, sono scomparsi, in realtà sacrificati, nell’indifferenza dei poteri che avrebbero invece dovuto aiutarli, morti senza essere stati riconosciuti, troppo spesso disperati per questo essere ignorati? È per loro che questo piccolo libro è stato scritto.”

                                                                                                             




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