LETTURE
MASSIMO PACETTI
      

Fuga da Firenze 

 

Lepisma Edizioni, Roma 2012, pp. 304,
€ 20,00

    

      


di Iolanda La Carrubba

 

 

Questo romanzo vissuto attraverso differenti punti di vista del protagonista, intelligente ed altruista, potrebbe essere definito un vero e proprio viaggio, un viaggio attraverso la fuga.

Fuga profondamente meditata in quegli specifici riferimenti politici ed eterogenei dove nulla è banalmente adattabile ad una conformazione socio-quotidiana. Luoghi dunque di preziosismi logici e sentimentali, che non si allontanano mai dalla riflessione del non-detto – dell’Es.

Nella turbolenta vicenda, si ha un continuo confronto con la coscienza, con questo stato interiore che spesso diviene uno stato collettivo, una rivelazione ambiziosa ma coerente della realtà disillusa.

La vera chiave di lettura per questa storia genuina, come l’olio d’alta montagna descritto durante il tragitto, è la neve, ovvero la necessità di ricercare candore, fin dal principio. Inevitabilmente ne consegue una vera e propria lotta di sopravvivenza per indagare forse, sulla genesi primigenia della perduta purezza.

In vetta si raggiunge il silenzio, indossando un sereno sorriso che può apparire sciocco, quasi ingenuo a chi lo vede, ma che in realtà per il protagonista (alter-ego dell’autore) rappresenta una parte dell’infanzia, quella spensierata, ritrovata dopo la consapevolezza acquisita durante gli anni trascorsi insaziabili, nella società.

Gli interrogativi di un quotidiano esistere, diventano punti d’ancoraggio durante la fuga razionale e ben pianificata che quasi fa pensare ad un – ritorno alle origini.  Infatti tra questi racconti sensibili, si assapora un vezzo di dialetto toscano (luogo che vede i natali dell’autore) che diviene una vera e propria voce fuori campo per quello che potrebbe essere definito, un film girato interamente sulla carta.

L’avventura e la turbolenza del metodo narrativo, impreziosiscono il naturale percorso di un romanzo intenso e ricco di enigmi.

Continua ed intravedersi qualche cenno cinematografico con prevalenza voyeuristico.  Quand’ecco leggersi uno dei nomi femminili che hanno consacrato il cinema italiano nella storia. Anita Ekberg come in La dolce vita di Fellini, appare menzionata in queste pagine, in senso ironico, ovvero non per la sua avvenente presenza scenica, ma come unità di paragone tra le sue forme e quelle di una giovinetta che si concede all’amore sotto un ponte del paese.

Sopraggiungono emozionanti ricordi in questa storia che è semplicemente alla ricerca della felicità, ecco un uomo mite, che non chiede altro se non una moneta per far mangiare il suo cane, che non chiede altro se non un angolino di mondo per essere se stesso.

Il ritmo torna ad incalzare là dove si analizza la storia dell’umanità, attraverso i soprusi e i disastri che la stessa ha procurato, e così, via via attraverso questi personaggi, il tema si fa sempre più contemporaneo quando tra i vari volti, anche quelli degli immigrati diventano narratori. L’interpretazione dei ruoli ormai duplicati, in qualche caso esasperati dal troppo fracasso del caso, diventa un punto di ritrovo di questa storia strana, che racconta un pezzetto del passato italiano in cerca di un futuro ormai in via d’estinzione.

Previsioni forse, o semplici acute osservazioni che mettono in risalto e al contempo in disappunto, fatti ed immaginazione?

Adesso, quindi, appare chiaro il nostalgico cercare in fuga la vana qualità dell’errore umano, quasi come una confessione laica a rapporto e confronto tra i peccati senza scopi apparenti ed il disprezzo per le meraviglie terrestri che solo uomini caparbi riescono a possedere.

Un viaggio dunque tra l’incanto di un mondo sano ed in qualche caso ferito, tra la purezza della montagna e la maestosità del mare, tra l’amore e la ragione dove si conclude la visione di un luogo incontaminato, il luogo della serenità.




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