LETTURE
SALVATORE ANZALONE
      

Parole mancine” (poesie dell’eros)

 

Edizioni Simple, Macerata 2012, pp. 72,
€ 12,00

    

      


di Antonio Spagnuolo 

 

 

Il limpido riflesso, che filtra pagina dopo pagina nella continua pronuncia dell’amore, si allarga a volte in un coro perfettamente rappresentato dalla voce scenica, che innesta il gioco delle luci nelle sequenze armoniose del canto. Spessore e significato dell’eterno rincorrere quell’astratto e pur carnale “Eros”, perfettamente tangibile nella speranza e nel desiderio, nel sogno e nel timido quotidiano. La tradizione tende a confermare il mito, per il quale ogni sospiro viene ammaliato dalle visioni musicali della figura muliebre, in tutte le sue variopinte tracce, richiamando chiaroscuri e luci, morbidezze e plasticità che ripercorrono istantanee e memorie.

 

                                                     “… sei lo specchio dell’anima di sera /

                                                     quando tutto sembra spegnersi lontano /

                                                     tu arrivi dentro la mia vita.”

 

Salvatore Anzalone struttura questa sua narrazione con una merlettatura tutta personale, nell’intercalare frasi a stringati ornamenti del linguaggio, si da dare ritmo e cadenza per una pluralità di figurazioni, sapientemente orchestrate nel personaggio chiave della sua illuminazione.

 

Uno sguardo posto nella circolarità della fascinazione femminile, con elementi che compongono una recitazione coerente e a volte deliziosa , quasi a rendere traboccante un temperamento che rincorre e aggancia la immaginosa avventura dei due sessi. Così il fruscio delle foglie primaverili o il più semplice battere delle ali di una farfalla sono stimolo palpitante per riaccendere fantasie e ricordi, per concedere nuovi brividi al poeta che accarezza profumi e materializza sussurri:

                                    

                                                 “Torni come le stagioni che si

                                               assiepano lungo i giardini

                                               con sciami di farfalle e bambini /

                                               tornano le tue stagioni / le nostalgie 

                                               i campi da gioco / le fantasie

                                               con l’erba a quadrifoglio / i rami fioriti…”

 

La vita ha un umore policromatico, se i pensieri che si snocciolano racchiudono il tesoro di minuti, di fulmini, di improvvisazioni che conducono ad imprevista felicità. Una realtà che essa stessa un punto di arrivo tra le braci assopite o le improvvise visitazioni.

                                               

Vero e proprio “canzoniere”, che sfoglia, con l’eleganza di un ricco corredo, le emozioni di chi cerca di fasciare delicatamente l’indeterminatezza degli atti d’amore, nel gusto manieristico dell’accostamento dei contrari o nella sospensione delle apparenze.

Alcuni paragoni si accendono nel barocco, nell’intento di una narrazione che produce metafore molto significative, quasi sempre nel candore di una ingenua sfumatura. Il verso compatto si snoda in immagini che tendono a ripetere l’incantesimo sempre presente, abbagliato tra le circonvoluzioni cerebrali del poeta.

 

La visione della donna, capelli lunghi sciolti in una cascata di colore, è un dipinto armonioso che trascina, il simbolo che apre gli spazi rivelando antiche ed al tempo stesso modernissime misure del ritmo, la certezza che qualcosa di palpabile possa rimanere a suggello del “momento”:

           

                                             “… Le tue carezze dovrebbero stare

                                               per sempre  nel museo della vita.”

                                              

Continuo montaggio che gioca con le possibili prospettive del filtro, che pronuncia meditazioni e divagazioni  fantasiose eppure sfuggenti, fluide fino al punto di coagulare la passione nascosta con l’illusione gustosamente iperbolica.                                                        

              

                                               “… Forse in un’altra vita saremo due aquile,

                                               per andare lontano ad ali spiegate nel cielo

                                               tra la terra e il mare, o forse lo siamo già.”

 

Il fuoco prometeico cede al gioco delle cadenze e rimbalza all’interno delle corrispondenze, quasi a suggerire uno sconvolgimento del presente per la sconfinata illusione di un futuro iperbolico.

 

                                               “… M’innamoro di te e mi arrendo

                                               all’infinita attrazione l’inquietudine muta,

                                               smussata dal gesto libero dei baci,

                                               l’orizzonte è perduto, sfumato

                                               dall’appagamento lascivo dei sensi

                                               la camera da letto è lo spogliatoio dell’anima.”

 

Il discorso poetico finisce con l’ebbrezza degli infingimenti e senza ambiguità la parola accetta sostanza e affermazioni ad indicare un preciso punto di arrivo un’assoluta conquista  del “possesso” , fra mente e sangue, fra corpo e anima.

L’entità femminile fisicamente si trova nel canale inquietante della valenza pittorica, è presente in ogni composizione ed è percepita nel messaggio come vivo miraggio.

 

                                             “… essenziale bellezza che si annusa

                                               dentro il cotone della tua maglietta.”

 

Il “continuum” della scrittura è operazione che ben si delinea in questi testi, ove l’incisione interviene a completare la frase, ove il significato si appoggia energicamente alla parola, ove i parametri tentano con semplicità il patrimonio memoriale, fuori dalla ridondanza e tenacemente vincolato al quotidiano, ed infine rigorosamente composito per un suo ordine architettonico.





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