LETTERATURE MONDO
JULIO CORTÁZAR -
CAROL DUNLOP
Viaggio al termine
di un terreno Graal

      
“Gli autonauti della cosmostrada” pubblicato da Einaudi, è l’affascinante diario-racconto di un percorso Parigi-Marsiglia effettuato su un pulmino Volkswagen nell’arco di trentatre giorni nel 1982, dal grande scrittore argentino e dalla moglie, autrice-fotografa americana. Il libro è come una jam session, un vagito o appendice di tarda derivazione ‘beat generation’. Il loro ‘on the road’ è una sorta di ultima esplorazione/barricata antimoderna nelle spiagge selvagge della coscienza. Una ‘Orsetta’ e un ‘Lupo’ appassionatamente insieme, a bordo di una (a)temporale macchina-drago, volano per il loro sublime gioco in itinere.
      




   

di Sarah Panatta





Dedicato a te “pallido” visitatore. Che leggi distratto, irritato, impaziente, rassegnato il vuoto (quasi) strutturato, il diaframma allentato e promiscuo della (tua) strada. Che computi l’hyperlik del prossimo itinerario – occupazione relazione ossessione – dalla fessura touch-screen del tuo Ego-estensione-palmare. Che detrai, automa sovrastimolato, un mondo sommerso e “prodigioso” dal “vero” concepibile già schedato. Nel flash meccanico dei post, nell’algida autoimpressione-pixel del tuo sguardo. A te che sei ovunque, per scoprire che potresti tornare “pieno”, senza “stare”, “da nessuna parte”.

Caronte a braccia conserte appena oltre le “Tenebre”. Giorni di resistenza liminale. La fragilità eccitata dell’illuminazione. Una carezza al cane-coccodrillo degli amici fidati. La desiderata solitudine dei sensi dentro una capsula priva di accessi. Eppure permeabile e minuziosamente attenta al crepitio del “vicinato”. Il rombo affettuoso del mitopoietico pulmino Fafner[1] che ravvisa e analizza il “crepuscolo” degli idoli/idioti. Habitat periscopico, compagno-custode, predatore-garante. Abitacolo invaso da libri, (c)arte, attrazzatura documentale, viveri scatolati e vino sacrale. Dadi da brodo e insalate di cipolle, prosciutto, nescafé, whisky, tributi di “austerità” avanguardista. Il singhiozzo della pompa dell’acqua ai blocchi/caselli di partenza. Il “titolo” ricucito nel confortevole ammassato antro su ruote, geloso drago-robivecchi, carro di Ermete doverosamente poliglotta, indomabile, frivolo, squilibrato. La truffa della fuga/assenza fuori-legge sigillata “dentro” l’autostrada. Il tuffo nella germinazione continua di approdi bucolici ai confini di guide cementate. La fonte e l’estuario, unico ri-flusso asfaltato, aggroviglato miracolo di ostacoli e di scadenze ibernate. La volonté de creer. Su un camion in sosta. Il languore dell’imprudenza. Sulla comicità ostentata di una sdraia imprevedibilmente kitsch. Orrore sublime. Di autogrill lillipuziani. Di tavoli radi, riuso campeggiato, astrazione solerte sul fiume fumoso del traffico “intorno”. Il terrorismo scampato di operai-spia. Kilometri lenti su zampe gommose, da un frame ucronico all’altro. Annuncio biondo, angeli infanti sull’orlo del primo gabinetto non domestico. Inglesi e belgi in fila caotica per pragmatici panini low budget. Lumaconi luminosi all’arrembaggio. Posteggiatori occasionali come sioux nella riserva circondata. L’ombra calda calma dell’albero discreto. La solitudine gradita, profumata ospite di inquietudine e curiosità. Pagine asciutte e generose per registrare la sosta nelle soste. Nell’area del riposo/tregua l’ora della “verità”.

Nella quale l’inibizione dell’“ordine” si scioglie, come il motore sgranchito di un autista già perso, da ere incalcolate, nella “sua” corsia.

Intermittenza panica. Camminare “all’indietro”. Provarsi capaci di astenersi dalla fine e dai fini di un’agenda alienata, riparando “precari” nella contrazione di una volontà misterica o salvifica. Sfidare la mobilità mortale con l’impassibile apparente tautologia di un viaggio-spirale immobile. Filare l’intima traccia/lascito di un itinerario nascosto, impossibile. Spedizione-meta “extraspaziale” nella “grande totalità impersonale”, divina, scientificamente semplificata dell’“istituzione autostrada”. Lupo e Orsetta, trentatre giorni, in vacanza dai “demoni” del menage civilizzato. Attraverso “Parkingland”, non luogo privato, neo-colonia da esorcizzare, rumorosa monotonia stretta da carreggiate-suture, parafrasi ottusa e serena di altre guerre (non a caso l’impresa del periplo inter-autostradale, già meditata nell’anno pregresso, è coeva al conflitto di “regimi” Argentina-Regno Unito per il possesso delle isole Malvine, dette nell’assimilazione anglofona Falkland, che Julio Cortázar e Carol Dunlop ascoltano dalla radio, unico tentacolo proteso attivamente fuori dal bozzolo della propria odissea di “solo” ritorno). Gli umori del mondo urbanizzato in sospensione nella provetta delle lacune peri-stradali, anse eteroclite per riappacificazoni sensoriali. Nicchie sedimentarie, archeo-memorie, occupate da scorie ex turistiche, bidoni allineati da tattiche subliminali, platee di bruchi pelosi ed eserciti di microtenaglie, sentieri rigogliosamente erbosi, deviazioni frugali, allacci umidi, furgoni imperiosi e automobili fuggiasche, camionisti libertari e statistiche straniere.





Julio Cortazar e Carol Dunlop durante il viaggio, in un'area di sosta


Diario di un “mese interiore” in nome dell’assoluto simbiotico e irripetibile di “un’armonia perfetta”. Gioco declinabile destinato alla nostalgica posterità del Sè, l’almanacco di Julio Cortázar e Carol Dunlop, Gli autonauti della cosmostrada. Ovvero un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia[2] romanzo on the road che sillaba tappa dopo tappa l’ancestrale rotta di due artisti presi nel reticolo autostradale Parigi-Marsiglia, per scommessa e per inganno (sulla malattia, propria e della società). Nato come dono reciproco, attestazione di coraggio e di devozione pura, progredisce nei giorni (scanditi dal diario stratigrafico, schede, disegni, sogni, quadri, scatti) e negli anni[3], manifesto collaterale di immaginazioni elettive. Julio (1914-1984) e Carol (1946-1982), lui scrittore vate  argentino e padre sperimentale, lei autrice-fotografa dallo sguardo raffinato e polemico, politicamente invischiati nelle lotte terzomondiste, separati da stagioni biologiche, sposati ufficialmente (formalmente nel 1978) dal fiato burrascoso e saggio di Fafner e dallo spettacolo artificiosamente naif dell’area di sosta di Orange-Le-Gres, metatesi paesaggistica e sociale di una dimensione nuova, “loro”.

Dissoluzione contaminata. Passaggio di lingua in lingue, per le quali “tutto è detto per sempre”. Il tempo del viaggio è il tempo del racconto. Sosta scritta, verbalizzata a due voci nel poliregistro ironico della confessione allucinazione mistificabile, nella sosta fisica di ripetibili diseguali all man’s land, “sesso sinuoso” e ventre raccolto, decomposta in multiple scene di distensione e agnizione. Vita dell’attesa, “crimine” della gravitazione inerte, intervallo vitale. Instant hipsters evasi dal collasso endogeno del consumismo guerrafondaio? Parassiti militanti di una contro epica beat? Zapateador armati di tastiere e mani frementi, avulsi da parate/paralisi lisergiche ma tesi allo sghignazzo, contro l’“obbligo” borghese? Amanti compenetrati nell’anabasi del Walhalla, confusi e appagati dall’ardore apatico del tempo “insieme”, esperito nella solidarietà della co-esistenza teneramente, caparbiamente abbandonica. A qualsiasi ipotesi-infrazione ecdotica del manoscritto, sensuale, estatico, ironico santuario-battesimo-commiato, rispondono, ancora candidamente paradossali,  dal trapassato presente del viaggio, i due pionieri per caso, cronisti veggenti dell’al di qua sfocato e riconquistabile del nostro “cosmo” troppo (poco) navigato. “Qualcuno volle sapere se avessimo messo in pratica una forma contemporanea di provocazione Zen, se questo andare controcorrente a volte esasperante... avesse come oggetto un incontro interiore, una liberazione dalle tensioni nell’ordine personale o addirittura storico... non avevamo mai concepito né... realizzato la spedizione con simili intenzioni. Era un gioco per un’Orsetta e un Lupo, e lo fu per trentatre meravigliosi giorni... Abbiamo capito che a modo nostro... avevamo individuato le cupole d’oro di Orplid... avevamo trovato noi stessi e questo era il nostro Graal sulla terra”.[4]

 

 

 



[1] Dalla mitologia nordica contestualizzata in opera da Wagner, Cortázar recupera Fafner come personalissimo Ronzinante da coppia, come alter-ego muto e affidabile di un viaggio contorto, ignoto e antropologicamente satirico. Ecco che il gigante Fafner, hybristes traditore della propria famiglia e accanito tesoriere dell’anello dei Nibelunghi, dunque totem e insieme villain indispensabile della celebre saga fondativa, si mimetizza nelle spoglie simboliche di un mezzo-per-una-generazione, alato rifugio per rivoluzioni mentali e sconfitte campali, fiero smussato difensore-nano di un ciclo che (non) cerca (anzi spera innocente e addolorato astenersi da) conclusioni.

[2] T.O. Los autonautas de la cosmopista o Un viaje atemporal Paris-Marsella, Einaudi Editore, Torino 2012, traduzione di Paola Tomasinelli, disegni di Stéphan Hébert, pp. 365, € 21,00.

[3] Prima edizione 1983.

[4] PP. 355-356, da Gli autonauti della cosmostrada, v. nota 1.





Un'altra immagine di Julio Cortazar e Carol Dunlop



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