LETTERATURE MONDO
LEOPOLDO BRIZUELA
Orrore
in Argentina:
cercando invano
la verità

      
“Una misma noche” è un vivido e dolente romanzo che scava nella memoria storica e collettiva e tenta di fare i conti con le atrocità commesse nel paese latino-americano durante l’ultima dittatura militare tra il 1976 e il 1983. Attraverso la narrazione del protagonista, Leonardo Bazan, le ‘madeleines’ dei ricordi fanno riaggallare le trame dei terribili crimini commessi dai generali, ma il libro rifiuta il tono consolatorio e finisce con una pagina nera che simboleggia anche lo scacco della scrittura.
      




   

di Marco Codebò

 

 

Romanzo della memoria e della responsabilità, Una misma noche (Doral, FL: Prisa, 2012, pp. 276) racconta la difficile resa dei conti, a trent’anni di distanza, con le atrocità commesse in Argentina durante l’ultima dittatura militare (1976-1983). Testo che cita Leonardo Sciascia fra i suoi ispiratori (p. 275), Una misma noche fa della ricerca della verità il movente della narrazione. Si tratta in realtà del racconto di una lotta, combattuta parola per parola, ricordo per ricordo, tra la scrittura che cerca il vero e la rimozione che gli fa da schermo. Durante l’intero romanzo, efficaci meccanismi di autoprotezione confinano le tracce memoriali all’interno delle zone più profonde del rimosso. È un processo che riguarda chiunque sia stato coinvolto, anche nella maniera più marginale, come semplice spettatore, nei delitti della dittatura. Come afferma il narratore in prima persona del romanzo, da quei crimini discende un angoscioso retaggio: “la colpa di sapere, di essere stato testimone” (p. 15).[1] Un intreccio di colpa e rimozione giace alla radice del blocco dello scrittore di cui soffre il narratore, nella finzione un romanziere già affermato, e determina l’andamento a singhiozzo del testo: una serie di tentativi di racconto che ogni volta raggiungono un punto morto per poi ripartire secondo una nuova prospettiva.

In Una misma noche, la memoria che non riesce a riportare alla luce il passato non è quella della nazione. Grazie prima all’azione delle associazioni dei parenti delle vittime e degli attivisti dei diritti umani e poi delle istituzioni, queste ultime soprattutto dopo l’elezione alla presidenza di Nestor Kirchner (2003), l’Argentina ha fatto i conti coi crimini della giunta militare, processato e condannato molti dei colpevoli e stabilito la verità storica sui fatti. Questi ultimi ci sono tutti nel romanzo di Brizuela: i sequestri, le torture ai figli come forma di pressione sui genitori, le esecuzioni, i corpi gettati in mare dagli aerei. Superata su questo livello dal movimento della storia, la rimozione agisce sulla psiche delle persone comuni; non riguarda il ruolo dei Videla o degli Astiz, ma la parte giocata da chi non partecipò direttamente alla repressione militare e tuttavia vi assistette in silenzio. Allo scopo di dare un’identità agli spettatori dei crimini della dittatura, Una misma noche ne racconta uno in particolare: il caso Papel Prensa, un’azienda produttrice di carta che i proprietari, una famiglia ebrea, i Gravier, furono costretti a vendere ad acquirenti (i giornali Clarín, La Nación e La Razón) favorevoli ai militari.





Raccontare la persecuzione di cui furono oggetto i Gravier, oltre a mettere in luce la componente antisemita della dittatura, consente al romanzo di concentrare la sua attenzione sulla storia di una famiglia di argentini qualsiasi, quella del narratore. Si tratta dei Bazán, padre, madre e il figlio tredicenne Leonardo, futuro narratore del romanzo, nonché omonimo di Sciascia, che vivono a La Plata, una trentina di chilometri a sud-est di Buenos Aires. Nella casa a fianco dei Bazán abitano le Kuperman, madre e due figlie, una delle quali, Diana, è la segretaria di  Jaime Goldemberg, l’uomo di fiducia dei Gravier. È per introdursi, dal retro, nella casa delle Kuperman, che la sera del 18 ottobre 1976 una squadra di militari in borghese irrompe dai Bazán. Quell’irruzione è il frammento del passato che la scrittura cerca di riportare alla luce, malgrado la feroce resistenza della rimozione e il debole aiuto di una memoria sempre incerta. Oggetto della contesa fra queste forze divergenti è il ruolo che nei fatti hanno giocato  sia Leonardo che il padre. Quest’ultimo, marinaio in pensione ed ex-allievo dell’ESMA (la scuola meccanica della marina che fu il principale centro di detenzione e tortura sotto la dittatura), capo famiglia violento e dispotico, collabora con i militari e li guida nella violazione del domicilio delle Kuperman. Cosa fa il figlio nel frattempo? Si rifugia in casa e suona il pianoforte. Non aver capito le ragioni del comportamento del padre, afferma Leonardo nel 2010,  lo ha portato  a seppellirne il ricordo per più di trent’anni e a proteggersene schierandosi dalla parte delle vittime (p. 130). Ma forse fare musica mentre fuori si consumava un delitto è stato solo la prima manifestazione di una fuga dalle proprie responsabilità che è poi proseguita “cambiando la tastiera del piano con quella della  macchina da scrivere e poi del computer” e rifugiandosi nell’arte di mentire mentre gli altri uccidevano (p. 163). L’ambiguità della scrittura si rapprende nella persona di Borges, che ha pranzato con Videla ed elogiato Pinochet, ma è anche l’unico che ha aperto a Leonardo Bazán la  possibilità di un destino diverso dall’essere “un padre, un medico della polizia, un poliziotto o un morto” (p. 163).

La natura conflittuale del romanzo si riverbera sulla sua struttura. Il testo è diviso in ventotto capitoli, tutti identificati da una lettera dell’alfabeto più una data (2010 oppure 1976 e dintorni) e raggruppati in quattro sezioni: Novela, Memoria, Historia e Sueño. Ad un capitolo iniziale ambientato nel presente della scrittura, ogni sezione ne fa seguire uno situato nel passato, per poi continuare con la medesima alternanza fino alla fine. Fa eccezione l’ultimo capitolo, in realtà una pagina completamente nera, alla Malevič, che è identificato dalla sola Z, senza alcuna indicazione di data.  Questa disposizione genera un racconto dall’andamento pendolare, fra il tempo del ricordare e dello scrivere da una parte, e quello della storia e del rimosso dall’altra. All’inizio la memoria scatta in maniera involontaria grazie ad una ripetizione, una seconda irruzione nella casa abitata un tempo dalle Kuperman, questa volta opera di criminali comuni. La rapina in villa di cui nel 2010 sono vittima i vicini di Leonardo Bazán, che con la madre rimasta vedova vive ancora nella medesima casa del 1976, è una sorta di madeleine che riporta alla luce l’altro crimine commesso trentaquattro anni prima. Ma attraversati come sono dalla colpa, i ricordi del narratore di Una misma noche procedono in maniera ancora più faticosa di quelli del narratore proustiano. La memoria involontaria da sola non ce la fa ad andare oltre la scoperta della ragnatela di coincidenze che sembra avvolgere le due irruzioni nella casa dei vicini. Così, perché la catena memoriale non si interrompa, è necessario l’intervento premeditato di Bazán, che attraverso una serie di madeleines, per così dire, volontarie, cerca di ricreare gli eventi del passato tramite un lavorio mimetico in cui riserva a se stesso la parte un tempo giocata dal padre. Tanta determinazione si spiega con la feroce sussistenza della colpa: per sua esplicita ammissione, ripensando a se stesso bambino, il narratore “ancora non [lo] perdona” (p. 113). È per il dovere morale di individuare l’origine della propria colpa che Bazán coglie nel fortuito incidente iniziale, la rapina dai vicini, l’occasione per iniziare un percorso di verità.

Il carattere imperativo che la ricerca del vero assume in Una misma noche agisce sulla superficie linguistica del racconto imprimendovi il segno del linguaggio giuridico. La prima fase del romanzo, “se mi avessero chiamato a testimoniare” [si me hubieran llamado a declarar], è in realtà una formula che riappare altre otto volte, in particolare come anafora in testa ad ogni tentativo del narratore di riprendere il filo dei ricordi. Al lessico della legge appartengono poi due dei verbi con maggiori ricorrenze testuali, il già citato declarar e l’affine denunciar, che compaiono, rispettivamente, ventisette e dodici volte. L’adozione del linguaggio giuridico come marca semantica del testo può apparire contraddittorio in un romanzo che si apre negando la possibilità stessa della testimonianza. L’incipit di Una misma noche, dopo “se mi avessero chiamato a testimoniare”, continua infatti con “ma questo è impossibile, forse è per questo che scrivo” (p. 13).  Ma all’impossibilità della testimonianza in senso legale la scrittura risponde adottando il discorso testimoniale, perché è del dovere di attestare la verità che si fa carico. 





Enrico Frattaroli, Senza titolo, 2001


A questo proposito, vale la pena di rifarsi a Giorgio Agamben, alla sua visione del testimone come di un’eccezione nel panorama delle pratiche discorsive, capace di svincolarsi dalle costrizioni dell’archivio per prendere la parola come soggetto autonomo.  Il doversi conformare all’eccezionale protocollo della testimonianza, quello ossessivamente richiamato dal linguaggio, rende la ricerca della verità un processo doloroso, che avanza tra inopinati arresti e rabbiose ripartenze. L’unicità della posizione di Leonardo Bazán si riflette nella sua assoluta solitudine. Personaggio che assomma in sé varie figure della diversità, in quanto omosessuale di ascendenza india e probabilmente afro-americana, Bazán appare escluso dalla socialità: non gli si conosce una vita sentimentale, ha due soli amici, con i quali però rompe proprio per ragioni legate alla sua imperativa ricerca della verità, e vive come una prigionia la convivenza con la madre ottantenne. Soprattutto, è la sua intransigenza in quanto testimone, la sua determinazione a star fuori dagli archivi, a costringerlo ad un rigoroso isolamento. Bazán non riesce infatti a riconoscersi in nessuna delle pratiche messe in opera dai suoi connazionali per fare i conti col trauma lasciato dalla dittatura: rifiuta sia l’identificazione con le vittime sia l’idealizzazione tragica dei militanti caduti. Neppure il processo istituzionale di accertamento delle responsabilità, concretizzatosi nei “Juicios por la Verdad”, lo sembra davvero soddisfare. Nel racconto di una di queste udienze, nel corso del quale viene ascoltata Diana Kuperman, si rimane con la sensazione che un’irrecuperabile distanza separi le procedure seguite dai giudici, nel pur lodevole tentativo di individuare i responsabili dei crimini commessi sotto la giunta, e la sostanza dei fatti. E anche figure come Nestor Kirchner e Cristina Fernandez, che hanno giocato un ruolo importante nel consentire all’Argentina di arrivare, almeno sul piano storico, ad una verità condivisa, sono considerate con una punta di diffidenza.

È inevitabile che un narratore tanto inflessibile e incapace di relazionarsi con i suoi simili risulti un personaggio antipatico, togliendo così al lettore la possibilità di avvicinarsi al testo per il tramite dell’empatia: qui, risiede, credo, il merito più significativo di Una misma noche. Il romanzo rigetta qualsiasi posizione anche solo vagamente consolatoria rispetto al passato traumatico dell’Argentina. È un racconto scomodo, che vuole disturbare; punta, riuscendoci perfettamente, ad inserire anche il lettore nel cerchio di corresponsabilità in cui sono rinchiusi tutti gli attori della storia. Non potrebbe, d’altra parte, essere altrimenti: di fronte ad offese contro l’umanità tanto gravi come quelle compiute in Argentina fra il 1976 e il 1983, come si può non essere tutti corresponsabili? È sufficiente esservi stati contemporanei.

È significativo, infine, in coerenza col progammatico disagio perseguito dal romanzo, che anche la ricerca del vero, che pure ne è la ragion d’essere, manchi il suo obiettivo. Plasmato dal linguaggio giuridico della testimonianza, Una misma noche è testimone del proprio scacco: il rettangolo nero che occupa il capitolo Z, la sua ultima pagina. Il vero su cui il testo depone è la totale disillusione: né verità né salvezza, per chi scrive come per chi legge.

 

 

 

 



[1] In questo articolo, le traduzioni dallo spagnolo sono mie.




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