FILOSOFIE DEL PRESENTE
SERGE LATOUCHE
Il vangelo dell’ecosocialismo


      
Nel suo ultimo libro “Per un’abbondanza frugale”, il pensatore francese si preoccupa di chiarire “Malintesi e controversie” che sono insorti sulla sua filosofia della decrescita. Che è una forma di utopia concreta vòlta ad una fuoriuscita dagli attuali paradigmi capitalistici basati sul consumismo onnivoro e su un’idea di crescita illimitata, insostenibile per il pianeta e per il nostro ambiente naturale. L’economista e filosofo d’oltralpe non predica un’austerità regressiva e ‘poveristica’, ma un rivoluzionamento dei nostri modelli di pensiero e di azione sociale per far sì che l’uomo e i suoi veri bisogni siano messi al centro della politica mondiale.
      



      


di Anna Dotti

 

 

Nel suo ultimo libro Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (Bollati Boringhieri, Torino 2012, pp. 150, € 15,00) Serge Latouche ripropone la filosofia della decrescita, di cui si può considerare uno dei massimi esponenti, cercando di esporne in modo esauriente i contenuti, i presupposti e le finalità, così da poter rispondere alle molteplici e diffuse perplessità e opposizioni al riguardo. Brevemente si può definire la decrescita come una corrente di pensiero politico, economico e sociale, che propone una riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, in modo da poter ristabilire una relazione di equilibrio ecologico durevole fra l’uomo e la natura, che si sposi ad un’equità fra gli esseri umani stessi. Il semplice fatto che l’economista e filosofo francese abbia sentito il bisogno di scrivere un testo ad hoc per far luce sugli aspetti controversi della sua visione, attesta la propagazione sempre maggiore di tale corrente concettuale[1] e la presa di coscienza della sua spinta rivoluzionaria. Del resto l’obiettivo proposto da Latouche può essere raggiunto solo attraverso la diffusione capillare del suo pensiero, ma non tollerando incomprensioni o deviazioni che vanificherebbero l’intero processo o, ancor peggio, potrebbero portare ad esiti decisamente negativi[2].

La sola vista della parola decrescita può destare meraviglia, se non suscitare reazioni peggiori, soprattutto nel momento storico attuale in cui l’imperativo di fondo è tornare a crescere, trovare una via che apra ad una nuova crescita, in cui sembra che tutto il male possibile si concentri in una situazione di stallo, di recessione, per l’appunto di decrescita. Una simile reazione, per quanto comprensibile, viene immediatamente superata una volta colta l’essenza della decrescita, che si pone su un piano assolutamente altro, e non può essere compresa, né ragionevolmente giudicata, se si resta all’interno dell’ottica dominante dello sviluppo capitalista. La situazione attuale di malessere sociale, psicologico e fisico, dettata dallo stato economico regnante, va vista non come un effetto della decrescita, quanto come l’attestazione dell’impossibilità di una crescita infinita. Come Latouche a ragione ripete più volte, non c’è nulla di peggio di una società della crescita senza crescita, ovvero esattamente ciò di cui adesso facciamo esperienza. L’unico aspetto positivo in una tale situazione si può vedere nella messa in discussione di questo sistema, riconosciutone il fallimento, sebbene questa non sia la strada intrapresa dalla politica attuale. Bisogna difatti fare attenzione a non confondere la società della decrescita, l’obiettivo della frugalità, con l’austerità[3] imposta dai governi dei paesi sviluppati in questo momento storico; una ragione fra tutte: la frugalità rappresenterebbe uno stato generalizzato di abbondanza, condivisa e consapevole, l’austerità è uno stato di miseria imposto a molti per permettere un’abbondanza becera a pochi. “Ripartire equamente le ricchezze materiali limitate non vuol dire l’austerità così come la intendono i governi, ma una frugalità che, se saremo capaci di uscire dalla logica consumista e di definire i nostri «veri» bisogni, non esclude l’abbondanza. Soprattutto, si tratta di concepire forme di ricchezza diverse da quella materiale”[4].





Quello che senza mezzi termini Latouche afferma è sostanzialmente che il nostro attuale stile di vita ci condanna all’infelicità e, successivamente, all’annientamento. Sembra impossibile condividere una tale presa di posizione, ma in realtà si fonda su un ragionamento semplicemente evidente: il collante che tiene insieme il nostro mondo (inteso come sviluppato e globalizzato[5]) è il consumo continuo e sempre maggiore di beni e servizi, la cui produzione continua e sempre maggiore non è compatibile con la finitezza del nostro pianeta. La questione è dunque estremamente semplice, non si può puntare ad uno sviluppo infinito con mezzi finiti in un ambiente finito. Mettiamo in risalto innanzitutto quello che ci riguarda egoisticamente più da vicino, ovvero noi stessi, per poi passare in rassegna quello che ci tocca una volta compiuto un piccolo sforzo d’astrazione, ovvero la salvaguardia dell’ecosistema, senza il quale chiaramente non ci sarebbe alcun ego di cui occuparsi, nessuna forma di vita. Dunque, volendo essere obiettivi, lo status sociale di un normale individuo in un paese sviluppato è quello del consumatore[6], e come tale all’interno di un sistema il cui scopo è la continua espansione, l’accumulazione di un profitto sempre maggiore, esso viene predisposto a soddisfare bisogni sempre maggiori attraverso la pressione persistente dei media. Il dato stesso che dei bisogni possano aumentare li rivela come fittizi, chiaramente in quanto esseri umani tutti abbiamo dei bisogni da soddisfare, gli stessi, fisici, stabili, il problema nasce dalla vastità di prodotti e servizi che continuamente ci vengono proposti come necessari e irrinunciabili. Di conseguenza un cittadino medio di un qualsiasi paese avanzato trova la sua ragion d’essere nel ricoprire un ruolo passivamente, in quanto tale ruolo gli è stato imposto e non coscientemente scelto, incentrato in tutto e per tutto sull’insoddisfazione, dal momento che una persona scoprendo continuamente nuovi bisogni da soddisfare, non sarà mai una persona soddisfatta, felice.

Quello a cui Latouche mira con la creazione di una società della decrescita è “la felicità dell’umanità attraverso l’autolimitazione, per realizzare l’abbondanza frugale”. Una visione che si sposa con la filosofia della scuola di Francoforte, della denuncia della razionalità strumentale, in particolare con quella di Fromm, dell’essere prima dell’avere, e in parte con lo stoicismo, della serenità interiore imperturbabile dall’esterno, come ci indica lo stesso autore: “Cosa può mancare all’uomo estraneo al desiderio di ogni cosa?”[7]. Ciò detto, c’è chiaramente chi potrebbe dissentire da questa lettura della realtà[8] e tenere in un buon conto la macchina sociale vigente, ma qui arriva il momento di ampliare un po’ lo sguardo e scoprire i costi del funzionamento di questa macchina. Infatti, anche se rigettata la sensazione di essere etichettati come pedine in un’enorme scacchiera, e la consapevolezza che il proprio stile di vita può essere tale a discapito della maggioranza della popolazione mondiale[9], si deve fare i conti con i disastri ecologici presenti e che verranno. I problemi creati dall’utilizzo dell’energia nucleare come dalla spropositata emissione di CO2 nell’atmosfera, per portare alla mente due casi eclatanti, sono da inscrivere nella stessa categoria, nell’ambito del sovraconsumo energetico. Rispetto al dato della popolazione mondiale che tende a stabilizzarsi nel tempo, il livello del consumo energetico cresce continuamente, decuplicandosi grosso modo ogni secolo, così che tra quattrocento anni il consumo energetico di cui avremo bisogno a questo ritmo equivarrà alla quantità d’energia solare che l’intero pianeta riceve[10]. Di fronte ad affermazioni di questo tipo non si dovrebbe rimanere indifferenti, dal momento che a queste seguono direttamente le ipotesi di una vita futura su un altro pianeta o sul fondo del oceano, e purtroppo queste sono affermazioni di uomini di scienza[11], non i soggetti di un qualche film fantascientifico.

Pur volendo ritenere realistici scenari fantascientifici, come l’istituzione di una società subacquea, resta il problema che in una situazione del genere avremmo già sfruttato fino all’osso il nostro ambiente naturale e la vita umana diventerebbe soggetta a un numero così elevato di fattori tecnici, da essere sinceramente non auspicabile e soprattutto solo in una minima misura attuabile. In altri termini un vivere in cui il progresso tecnico sopperisca ai problemi da esso stesso creati, costituendo una realtà fittizia sostitutiva di quella naturale, anche qualora realizzabile, sarebbe inevitabilmente così complesso e costoso, da essere accessibile solo per pochi, ovvero gli stessi maggiormente responsabili della necessità di un tale sistema. Di conseguenza quello che Latouche propone è un cambio di prospettiva, abbandonare questa fiducia a priori nelle cosiddette scienze prometeiche, e cercare una via d’uscita dalla situazione attuale che permetta alla popolazione esistente di vivere nel proprio ambiente naturale, serenamente. Si tratta di accettare un fallimento, di constatare che stiamo perdendo, troppo e rapidamente, abbiamo accumulato un debito talmente grande che non ha più alcun senso giocare d’azzardo e continuare a rilanciare, visto e considerato che la posta in gioco è la stessa possibilità di vita.

Cerchiamo ora di delineare quali sono le caratteristiche pratiche di un processo di decrescita. Si può riassumere la via della decrescita in otto «R»[12]: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Come si è visto Latouche sottolinea soprattutto sul piano ideologico il rivalutare, analizzando il nostro modo di pensare e soprattutto il prometeismo su cui si fonda (de-crescere come de-credere), per continuare il percorso fondamentalmente a livello pratico ridistribuendo beni e risorse, operazione a cui si affiancano le altre «R».





Serge Latouche


Innanzitutto, bisogna chiarire che la decrescita non si pone come movimento avverso alla tecnologia o alla tecnica in generale, ma semplicemente rifiuta la fede cieca nella tecnica in quanto tale, e perciò nella convinzione che qualsiasi innovazione porti un miglioramento, che vada riconosciuta come un bene in quanto tale. Inoltre la questione di fondo nel decrescere è prettamente sociale e non si può ragionevolmente pensare di risolverla sostituendo meccanicamente la mentalità odierna con un modo di pensare adeguato. Tuttavia ricoprono un ruolo importante all’interno di questa auspicata trasformazione le cosiddette scienze non prometeiche, nel senso di una trasformazione dei processi produttivi, di riscoprire un altro modo di lavorare (sia nella quantità che nella qualità). Ad esempio l’agrobiologia dovrebbe sostituirsi alla agricoltura produttivista attuale, la medicina ambientale all’universo dei farmaci sintetici, e così via fino a che in ogni ambito si siano sviluppate delle tecniche in grado di rendere ecosostenibili e più ecoefficienti i prodotti e gli strumenti utilizzati per produrli, creando posti di lavoro “a contenuto ecologico”[13]; nessun veto al progresso, semplicemente un diverso orientamento. Ad ogni modo, anche cambiando le tecniche di lavoro, resta la necessità di ridurre in assoluto la produttività globale, il che non avrà impatti negativi se si attuerà quanto sopra e si smaschereranno alcuni bisogni semplicemente come futili. Infine sarà importante, come vedremo, ricollocare la produzione in modo giusto, ponendo fine allo sfruttamento del lavoro del Sud del mondo.

Un altro errore comune è considerare la decrescita come un sistema sociale da imporre, a cui si debba assolutamente affiancare un governo totalitario, non democratico, considerato come l’unico possibile portatore e gestore di un tale cambiamento. Spesso si giudica la strada della decrescita come il tentativo di instaurare un nuovo comunismo, ed in effetti si può dire che il fattore fondante sia in entrambi i casi la volontà di restaurare l’eguaglianza sociale. D’altra parte si riscontrano sostanziali differenze, il sistema totalitario che caratterizza il comunismo non tiene conto della possibilità di raggiungere l’uguaglianza generale non eliminando delle diversità, di fede, etniche, culturali, che costituiscono forme di ricchezza da preservare nella decrescita. Inoltre il comunismo si basava sulla rivalsa del proletariato, il soggetto storico unico possibile portatore della rivoluzione, al contrario per raggiungere un’abbondanza frugale non si dà alcun soggetto specifico, si tratta di un movimento dal basso in cui ogni individuo deve attivamente partecipare alla trasformazione, se si vuole che questa riesca veramente. Pertanto la decrescita si può considerare tutt’al più come un ecosocialismo, dal momento che il cardine essenziale della teoria sta nella comprensione che “non c’è giustizia sociale senza giustizia ecologica”[14], il che rappresenta senza un dubbio un passo avanti dalla concezione comunista che non aveva alcuna coscienza ecologica e pur volendo abbattere il capitalismo rimaneva ben salda all’interno della logica della crescita continua. Ciò detto, la decrescita si pone come processo assolutamente democratico, come riscoperta dell’autentica democrazia, dal momento che pesa nel testo la critica all’attuale sistema, in quanto postdemocrazia o anche democrazia fittizia, per il legame a cui si accennava tra la gestione politica della società, il volere delle grandi lobby multinazionali e l’operare dei media.

Certo Latouche non sottovaluta la radicalità di un tale sistema, che suscita e susciterà sempre una qualche opposizione, ma si mostra ottimista sulla possibilità di riuscire a risvegliare lo spirito critico dei più, fiducioso nel fatto che una volta avviato il cambiamento i benefici saranno talmente evidenti da eliminare naturalmente la restante resistenza. Secondo l’autore una volta che i paesi industrializzati occidentali avranno avviato questo processo, potranno ritenersi portatori della nuova società come sono stati esportatori della cieca industrializzazione e della brama di profitto. In effetti attestatosi questo nuovo modello non ci sarebbe alcun motivo per i paesi in via di sviluppo di continuare con quella stessa politica che si è rilevata fallimentare, come non avrebbe senso per i paesi poveri compiere prima il passo verso l’industrializzazione capitalista per poi dover invertire la direzione; anzi i paesi più poveri sono i più avvantaggiati perché interrompendo questo processo all’origine non sono obbligati a svendere la propria cultura e le proprie tradizioni, e ad entrare in un rapporto di subalternità economica e culturale nei confronti dei paesi già sviluppati.

Infine si può ritenere la teoria di Latouche estremamente interessante e assolutamente degna di un approfondimento maggiore rispetto a questa generale introduzione, sempre che si sia pronti ad accettare “la scommessa della decrescita [ovvero] una scommessa sulla maturità dei nostri contemporanei, sulla loro capacità di scoprire che c’è un altro mondo dentro quello in cui viviamo: è una scommessa arrischiata ma necessaria, e che vale la pena di essere accettata”[15].

 

 

 

 



[1] Latouche ha pubblicato al riguardo già innumerevoli testi; si può dire che la sua assidua produzione si incentra particolarmente, da circa un decennio, sulla tematica della decrescita.

[2] Un’esempio potrebbe essere il fenomeno del cosiddetto “ecoterrorismo”, un’intransigenza violenta che non ha nulla a che fare con la decrescita.

[3] S. Latouche, Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, Bollati Boringhieri 2012, cfr. pag. 18-19

[4] S. Latouche, Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, cit., pag. 116; questa citazione mostra perfettamente come il pensiero di Latouche si sposi con la lotta per i beni  comuni, che in questo momento attraversa il nostro paese.

[5] Ad oggi si può ancora ritenere coincidente con l’Occidente, ma ben presto se non ci sarà alcuna “inversione di rotta” sarà da intendersi come entità realmente globale; ovviamente una tale situazione sarebbe ancora più drammatica di quella attuale.

[6] È ormai tristemente evidente che è l’economia a dirigere la nostra storia non tanto la politica, per cui paradossalmente si compiono scelte più rilevanti al supermercato che nella cabina elettorale.

[7] Citazione di Seneca con cui Latouche accompagna l’inizio del testo; S. Latouche, Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, cit., pag. 13

[8] Il che richiede un certo grado di miopia, dovuta alla completa assuefazione alla logica dominante, o di cupidigia, dovuta al ricoprire un ruolo di rilievo nel sistema dominante.

[9] È evidente che gli eccessi che contraddistinguono il Nord del mondo sono possibili pesando sul cosiddetto Sud, equilibrio di cui si darà esemplificazione pratica più avanti.

[10] S. Latouche, Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, cfr. pag. 40

[11] Ivi , cfr. pag. 41-42

[12] Ivi, cfr. pag. 85

[13] S. Latouche, Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, cit., pag. 68

[14] Ivi, cfr. pag. 80

[15] S. Latouche, Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, cit., pag.138




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Filosofie del Presente

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006