FILOSOFIE DEL PRESENTE
RIFLESSIONI
Il tempo come
struttura
‘strutturante’
di inizio e fine


      
Nelle storie raccontate nei Vangeli, sia canonici sia apocrifi, c’è una dimensione temporale umana che viene sovvertita dalle anticipazioni di Gesù, ad esempio verso le azioni di tradimento e di rinnegamento di Giuda e di Pietro. Come se il senso delle precognizioni di Cristo sia che ciò che deve accadere è, in verità, già accaduto. Allora solo nella terminale salvazione si dà l’evento gnostico di chi ‘ha vinto il mondo’ e la sua storia.
      



      


di Sergio Toscano

 

 

I.  I vangeli canonici e apocrifi, con riferimento alle narrazioni inerenti Giuda e Pietro, contengono utili elementi per comprendere la dimensione temporale umana nei discorsi di Gesù. A tal fine, è agevole mutuare dalla nozione di habitus elaborata da Pierre Bourdieu il concetto di «struttura strutturante».[1] Quando Gesù dice che qualcuno lo tradirà, fissa l’inizio di una storia che soltanto Giuda potrà strutturare; non si tratta qui di una pura predizione del futuro, ma di qualcosa di accaduto che la «struttura strutturante», nella persona di Giuda, struttura nel tempo umano.

Secondo queste indicazioni, il tempo può definirsi come «struttura strutturante di ciò che è strutturato».

La consegna di Gesù da parte di Giuda o il rinnegamento di Pietro prima che il gallo canti tre volte costituiscono la fine di storie la cui trama, strutturata da Giuda e da Pietro nella loro azione strutturante, conduce effettivamente a ciò che è già avvenuto: «Ciò che voi attendete è già venuto».[2]

 

 

II.  Nei vangeli sinottici o canonici, raramente Gesù interloquisce sul futuro di singoli uomini. In linea di massima le azioni si svolgono nel tempo presente o passato: è il caso delle frequenti guarigioni di persone ammalate, della resurrezione di Lazzaro, della cacciata dei mercanti dal tempio. Le narrazioni riguardanti Giuda e Pietro, invece, ci consegnano il ritratto di un Gesù onnisciente.

L’invito rivolto a Giuda «Sbrigati a fare ciò che stai per fare»[3] anticipa la sequenza delle azioni predefinite in una trama temporale che Giuda presentifica; ciò che già esiste ‒ il futuro ‒ viene presentificato dal soggetto con un’azione strutturante di ciò che è già strutturato.

Quando Gesù dice a Pietro «In questa notte, prima che il gallo canti, mi avrai rinnegato tre volte»[4] conferma che la qualità principale della dimensione temporale umana, il mutamento (inizio-fine di una storia), nasconde la dimensione statica del tempo.

«Gli alberi che non mutano né d’estate né d’inverno»[5] rimandano, infatti, a una dimensione temporale che non ha un principio né una fine: «Dove è il principio, lì sarà la fine».[6]

Sul punto Gesù afferma: «In verità vi dico: prima che Abramo fosse nato, “Io sono”».[7]





Aristarkh Chernyshev e Alexei Shulgin, Big Talking Cross, 2011


III.  L’ultimo degli apostoli, Giuda, simboleggia meglio di altri la necessità storica della dimensione temporale La sua figura racchiude alcuni fra i tratti comportamentali dell’essere umano considerati più spregevoli: l’avarizia e il tradimento; non a caso, Giuda era l’economo degli apostoli. Si potrebbe argomentare che se Giuda non fosse stato concupiscente di denaro non avrebbe tradito Gesù e, altrettanto, si potrebbe argomentare che se Giuda non avesse consegnato Gesù, il senso della storia umana sarebbe differente; ciò che si rileva, invece, è l’ineluttabilità della storia che Giuda è stato costretto a strutturare.

Nella narrativa, si trova un’analoga rappresentazione di tale condizione nel romanzo La vittima,[8] dove la vita dei suoi protagonisti scorre in un ineluttabile e impotente trascinamento verso il male.

In natura, la sopravvivenza dipende massimamente dalla soppressione di materia vivente; laddove il vegetariano mostra un’inversione rispetto al ciclo obbligatorio della dissipazione vitale, con il prediligere forme di produzione e consumo di alimenti di origine non animale, si trova costretto, come rileva Fortunato, a distruggere tanti insetti con l’aratro che smuove la terra del campo nel quale coltiva «i vegetali cui è deciso a limitare la sua dieta per evitare di uccidere per mangiare, che è come dire dell’uomo che, per porre le condizioni per nutrirsi senza dover uccidere, uccide».[9] Sembra, quindi, individuata una legge, di natura inspiegabile, del male predeterminato che obbliga la materia vivente a strutturarlo, suo malgrado.

 

 

IV.  La distruzione di templi da parte dell’uomo per indispettire la divinità, a causa del suo profondo malessere originato dallo stato degli enti e delle cose, non sortisce effetti. Un silenzio, si potrebbe dire cosmico, segue la protesta.

Non resta che aspettare la finale salvazione, la gnosi, cui accedere per il solo tramite di chi ha «vinto il mondo».[10] Nell’attesa si possono raccontare storie (come la presente) in ossequio al principio spinoziano «omnis determinatio est negatio»; storie come negazione dell’unità, come inizio e fine, per l’appunto, di una storia.

 

 

 

 



[1] La nozione di habitus è riprodotta in diversi testi di Bourdieu. Basti un esempio: «Struttura strutturante, che organizza le pratiche e la loro percezione, l’habitus è anche una struttura strutturata» (Pierre Bourdieu, La distinzione, Bologna, Il Mulino, 2001, p. 175).

[2] Il Vangelo di Tommaso, I Vangeli Apocrifi, a cura di Marcello Craveri, Torino, Einaudi, 2005, p. 494.

[3] GV (13, 27), ivi. p. 501.

[4] MT (26, 34), ivi, p. 229.

[5] Ivi, p. 488.

[6] Ibidem.

[7] GV (8, 59), ivi, p. 474.

[8] August Strindberg, La vittima, Milano, Sugarco, 1987.

[9] Marco Fortunato, Il mondo giudicato, Milano, Mimesis, 1998, p. 43.

[10] GV (16, 33), in I Vangeli, cit., p. 512.




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