SPAZIO LIBERO
GIORGIO CUTINI –
GABRIELE PERRETTA
“Stimmung/Roma”:
per una lettura
in chiave onirica
della capitale


      
Appare da Onyx Editrice, nella collana ‘Fotofonemi’, un libro che intreccia le immagini di un fotografo e gli scritti di un filosofo dei media. Si sviluppa, così, un doppio racconto per grafie, frammenti, segnali che sfocano, spiazzano il consueto e retorico sguardo sulla Città Eterna, come deposito di storia e museo, puntando a ri-emozionare la memoria, a ricercare le tante identità precarie che oggi si mostrano, attraversando la realtà in disgregazione dell’Urbe.
      



      

di Enzo Berardi

 

 

“Fotofonemi Eccipienti Creativi” è la collana, edita da Onyx Editrice, che ospita il libro Stimmung/Roma, nel quale sono raccolte le immagini di Giorgio Cutini e le timografie di Gabriele Perretta. La collana è uno degli ultimi regali che ci ha voluto fare Vito Riviello prima di morire, ideandola insieme alla fotografa Giuliana Laportella, alla quale è oggi affidata la direzione. I Fotofonemi sono il risultato di traduzioni contaminate di diverse forme espressive, che si dipanano lungo-dentro-attraverso un pretesto, “traducendolo” e quindi trasformandolo attraverso un gioco di affinità tra parola e immagine. Gioco che a sua volta, se ben giocato, trasforma e traduce, attraverso la ricerca e la scoperta di corrispondenze, gli stessi due linguaggi che possono anche scambiarsi la forma ispirati dallo stesso contenuto. Questo è un po’ quello che avviene in Stimmung/Roma. Ad una prima lettura, intendo la lettura delle due grafie, la sensazione che rimane è stimolata dalla capacità di questo libro di rendere tangibile la stratificazione storica culturale e sociale della città, mettendo a nudo la sua dimensione di non luogo, sia architettonico che sociale.

Siamo a Roma nella prima metà del terzo millennio. Ci troviamo in una città che sorge sulle stratificazioni di altre città sepolte, delle quali spuntano frammenti, segnali, testimonianze, architetture adagiate una sull’altra, l’una pellicola dell’altra più o meno trasparente a secondo della profondità, della consistenza del tempo della sua durata e della sua densità, della loro storia possiamo dire. Queste cose il libro non ce le racconta ma ce le mostra, ce le fa vivere, le sue stesse grafie sono stratificazioni di linguaggi, di punti di vista, sono frammenti che arrivano in superfice e che ci fanno indovinare un mondo sommerso. Soprattutto dal peso della sua stessa storia.

Le foto-grafie di Giorgio Cutini, ed insisto su questa questione della grafia, della scrittura, in questo caso per immagine, sono testimonianza, narrazione poetica, perdono il valore di momento della realtà immobilizzato in uno scatto, sia esso artistico, professionale oppure dilettantistico, incaricandosi di ri-emozionare la memoria. Il lavoro di Cutini, le sovraesposizioni o le sovrapposizioni o ancora le sfocature, non sono semplici giochi di abilità o meri tentativi di solleticare lo stupore di chi guarda. “Ciò che mi separava da molte di quelle fotografie era la Storia”[1]. Queste foto, nella loro predilezione del particolare o nella loro evanescenza, raccontano in maniera magistrale una città che è evanescente, che è lontana dalle necessità dalle aspettative e dagli immaginari del cittadino del terzo millennio, e già lo era per quello del secolo scorso, sopraffatta dalla tirannia della storia che sempre più la allontana dalle percezioni di chi la vive quotidianamente. Le foto-grafie di Cutini sfocano anche la Storia, quella di cui parla Barthes, offrendo in alcuni casi una chiave di lettura onirica, in altri decontestualizzando il particolare, delineano la percezione di una dimensione sopportabile della città. Indiscutibilmente Roma è una città museo, buona per gli sguardi, o meglio per gli obiettivi video-fotografici di turisti distratti e presciolosi. Noi che la abitiamo siamo ridotti ad annoiati guardiani di un museo a cielo aperto che il tempo, lo smog e l’incuria vanno lentamente sbriciolando, come bene ci racconta la foto a pagina tredici: dettaglio dei glutei scheggiati di una statua nemmeno antica, mi pare si tratti del particolare di una delle statue che circondano lo Stadio dei Marmi. Uno scatto, a mio modo di vedere drammatico ed ironico allo stesso tempo, che può essere preso ad esempio e che racconta come la pomposa opprimente e svenevole retorica della “Città Eterna” è smentita dalla decadenza dei sui stessi simboli.





Giorgio De Chirico, Le muse inquietanti, 1918


Di questo scrive Gabriele Perretta in “Quel dettaglio oltre”, testo di apertura del libro, nel quale lucidamente sono espresse alcune delle principali peculiarità di questa città. A partire dallo scempio dei piani regolatori edilizi sia degli anni Sessanta che dell’ultimo del Duemilaotto, attraverso i quali, per preservare la Storia e le sue vestigia, si sono creati degli immensi agglomerati dormitorio intorno ad essa, dando vita ad innumerevoli ghetti periferici che hanno contribuito a frantumare la già precaria identità di una città schiava del suo passato. Il testo ci fa capire come Roma è immobilizzata oltre che dal problema del rapporto con la Storia, anche dal malcostume e dalla corruzione della politica che da centoquarant’anni, per parlare solo della storia moderna, ne logora la vita sociale la cultura e l’etica. Ma il testo ci fa “vedere” anche la sua dimensione irreale rifacendosi ai paesaggi urbani di De Chirico: “L’enigmatica città di Roma, à travers la photographie, fa pensare ai paesaggi urbani di De Chirico, non solo per certi particolari a cui è possibile riferirsi (le torri quadrate, le statue, ne Le muse inquietanti), ma per il vuoto che circonda gli oggetti, lo spazio, l’aria, le piazze…” scrive Perretta. Per arrivare a rendere tangibile la sensazione che si prova oggi attraversando la città: “C’è chi ha difficoltà a sobbarcarsi il viaggio ‘Flauner/euristico’, perché ha bisogno di un confronto continuo con una dimensione di grigiore che non si spegne sui monumenti dipinti dagli effetti dello smog, ma che risale all’effetto di opacizzazione della realtà riconosciuta”[2]. A questo proposito, e tornando alla ri-emozione della memoria di cui ho scritto riferendomi alle immagini di Giorgio Cutini, devo dire che la sensazione che ho avuto la prima volta che le ho viste è stata di una travolgente emozione mista, ahimè, ad una accorata nostalgia. Quelle immagini sfocate, allontanate allo sguardo somigliano incredibilmente alle immagini del ricordo, sfocate e a volte pure sovrapposte, e come queste sono intangibili e nel contempo reali. Scrive ancora Roland Barthes: “Si direbbe che la Fotografia porti sempre il suo referente con sé, tutti e due contrassegnati dalla medesima immobilità amorosa o funebre, proprio in seno al mondo in movimento; essi sono appiccicati l’uno all’altra, membro per membro, come, in certi supplizi, il condannato incatenato al cadavere;…”[3]. Esattamente come le immagini del ricordo portano con sé il loro referente che però non è solo il soggetto dell’immagine ma anche, e soprattutto, il bagaglio di emozioni, sensazioni, pensieri, che essa rievoca nel momento che si proietta nel ricordo, provocando a volte nostalgia, che parafrasando Barthes, altro non è se non l’immagine e il suo referente raccolti in una rievocazione amorosa e funebre. Guardando le foto-grafie di Cutini sono tornato all’infanzia, infatti esse sono esattamente le immagini attraverso le quali percepivo la città di Roma da bambino. Il fatto è che sono nato in una borgata a nord est della città, costruita abusivamente da emigrati del sud e centro Italia e collegata ad essa in modo disagevole. Un po’ per il legame con la propria terra, un po’ perché le difficoltà di collegamento nell’immaginario la allontanavano ancor di più, a Fidene quando si andava in centro si diceva, e qualche persona anziana ancora lo dice, “vado a Roma”. Per noi bambini Roma era mitizzata dalla percezione della distanza che questo modo di dire alimentava. Distanza che poi ho imparato essere soprattutto culturale, dovuta alla difficoltà di comunicazione con la città e quindi alle scarse opportunità di inclusione offerte. Per me Roma era imponente, mi incuteva paura e rispetto, attraversandola guardavo in alto e rimanevo schiacciato da tanta monumentalità, ero piccolo e precario, ora sono adulto ma quel senso di precarietà identitaria con il luogo di nascita è rimasto. Non mi era possibile trattenere nella mente nitidi tutti gli “scatti” che gli occhi provavano ad immagazzinare, come se la mia testa fosse troppo piccola per accogliere tanta impressionante grandiosità. Roma non è una città che accoglie perché la sua vocazione è mostrarsi. Perciò chi vive, ma anche chi è nato a Roma non può considerarsi un abitante, ma anch’egli è un ospite.

“Non è Roma l’oggetto di questo libro, ma lo stato d’animo di colui che percepisce un attimo, uno scorcio, un frammento, un segmento della complessa realtà in disgregazione.”[4] Direi, e quanto ho scritto finora ne è la testimonianza, che questo libro è Roma ma non è solo Roma, ed è vero quello che scrive Mauro Ponzi perché il suo oggetto è anche la percezione di un segmento della complessa realtà in disgregazione. E i testi di Gabriele Perretta lo mostrano in modo evidente, anch’essi infatti sono frammenti, “digitali” nel senso che appaiono come un taglia e incolla, prodotto non attraverso lo strumento tecnologico, ma direttamente dalla conformazione del flusso mentale che li offre alla tastiera. Fedele alla sua vocazione di filosofo della comunicazione, alla sua storia di intellettuale che da venticinque anni riflette e scrive intorno alle relazioni tra tecnologie società e linguaggi, a partire dalla teorizzazione del Medialismo, Perretta ci fa percepire, anche attraverso la scrittura, la disgregazione di una realtà al collasso. Ancor più ci fa percepire una città frantumata e ingoiata dagli obiettivi di macchine di ripresa, e ancora porta alla luce la frantumazione sociale ed individuale dell’uomo schiavizzato dagli strumenti, che a lungo andare lo abituano a relazionarsi con il mondo attraverso la loro mediazione, infine ci mostra la loro tirannia: dal loro sfuggire al controllo al loro asfissiante progresso tecnologico che, oltre a rendere obsolete le macchine in tempi sempre più brevi, ingrossa sempre più le fila degli emarginati e dei disadattati informatici. La presenza di Benjamin in questi testi è importante e ce lo testimonia anche l’autore, ma alcuni dei testi mi hanno riportato alla mente altre analogie. Il protagonista di “… vedere”, questo fotografo armato di una “IXUS 1000 Hs, dotata di zoom ottico 10x per superare ogni confine…”[5] e alle prese con una crisi relazionale con la realtà e con la mediazione imposta dallo strumento fotografico, potrebbe essere il figlio di Antonino Paraggi, il protagonista di L’avventura di un fotografo di Italo Calvino[6]. Il racconto è ambientato nei primi anni del boom dei “fotografi domenicali”, come li definisce Calvino, e Antonino è uno scettico anche un po’ pedante, che critica i suoi amici che “escono la domenica con l’astuccio a tracolla”, come racconta ancora lo scrittore. Inevitabilmente con il tempo la fotografia diventa per lui un’ossessione che si conclude con la certezza del protagonista che l’unica via per dare un senso alla fotografia era fotografare fotografie composte su fogli di giornale. Unico modo per far entrare in una fotografia le immagini private sullo sfondo delle immagini del quotidiano collettivo, per riprodurre il privato nel suo ambiente sociale: “ Forse la vera fotografia totale – pensò – è un mucchio di frammenti d’immagini private, sullo sfondo sgualcito delle stragi e delle incoronazioni”.[7] Il figlio di Antonino, a differenza del padre con scarso talento filosofico, forse perché cresciuto in un’epoca in cui la filosofia è stata emarginata dalla prepotenza dell’easy e dell’intrattenimento, si ritrova a vagare per Roma con il suo attrezzo tecnologicamente avanzato e a fare i conti con tutti gli anni vissuti a relazionarsi con la realtà attraverso la mediazione delle macchine, prima tra tutte quella fotografica. “… non si era mai sentito così solo, la realtà lo stava schiacciando (…) Infine cercò di liberarsi della macchinetta fotografica. All’improvviso quel mondo sfocato che aveva intorno gli parve diverso da sempre, ma assolutamente reale.”[8] Liberatosi della macchina fotografica è arrivato, completando il giro a trecentosessanta gradi intrapreso da Antonino, al punto da cui quest’ultimo era partito. Ma ci è arrivato con consapevolezza a differenza del padre che, correndo dietro al proprio filosofeggiare, si era lasciato fagocitare dallo strumento. La parabola dell’insostenibilità delle condizioni di vita prodotte dalla follia del capitalismo: “Forse tutto quanto non doveva per forza essere un male, ma un nuovo modo di vedere il mondo.”[9]





Ma il testo sul quale vorrei soffermarmi è “Fotografia a buon rendere”, nel quale si sintetizzano un po’ tutte le riflessioni che attraversano il libro: l’identità, l’impatto sul mondo del lavoro e nelle dinamiche sociali dell’aggressività tecnologica, la solitudine che essa impone, il rapporto tra realtà e mediazione tecnologica, le nuove categorie deboli rappresentate dai disadatti informatici di seconda generazione. La storia è quella di un riparatore di apparecchi fotografici analogici che per migliorare le sue prestazioni lavorative intraprende una guerra contro il sonno, ricorrendo anche all’uso di droghe. L’avvento del digitale lo lascia senza lavoro e qui per il nostro inizia un periodo nero e, per vivere, si dà allo spaccio con conseguente arresto. Uscito di galera egli si immerge in un periodo di riflessione dal quale prende spunto l’idea di costruire macchine fotografiche analogiche… in questo racconto, ancor più che in altri, Perretta sperimenta un’idea di letteratura che va studiando da anni, proponendo una scrittura che ibrida la saggistica e la narrazione, dando vita ad una letteratura di divulgazione “alta”, di riflessioni teoriche che solitamente si leggono appunto nei trattati e nei saggi. L’operazione, ben lungi dall’essere pedagogica e pedante, apre una nuova possibilità di narrazione in un periodo in cui la scrittura letteraria ristagna tra furbate editoriali, rinascite intimistiche, sensazionalismi riconducibili all’esoterismo e alla libera interpretazione della storia e quindi alla sua mistificazione. Infatti essa, in un periodo di crisi e di precarietà continua nel quale abbiamo cacciato il mondo, si propone di scandagliare le cause, di ripercorrere le tappe che hanno determinato il nostro contemporaneo, usando gli strumenti propri dell’intellettuale: la produzione di pensiero supportata dallo studio, dalla riflessione, dalla capacità di sintesi e di proporre chiavi di lettura dell’attuale articolate e fondate sulla conoscenza. Non si tratta semplicemente del racconto scritto da un intellettuale, non sarebbe il primo basta pensare, uno per tutti, ad Umberto Eco, ma del tentativo di trovare una nuova dimensione alla scrittura che include sia la forma narrativa che quella saggistica, proponendo un contenuto denso e allo stesso tempo una lettura accessibile, con spunti e citazioni che, per chi ha curiosità e voglia di capire, sono stimoli importanti per approfondire. È evidente che una scrittura di questo genere necessità di una profonda sedimentazione di conoscenze scientifiche, filosofiche, sociologiche, storiche, di una capacità di attenzione alle dinamiche che producono il contemporaneo, insomma essa mette in crisi la letteratura di intrattenimento dal momento che richiede scrittori disposti a produrre pensiero piuttosto che storie, e lettori disposti a non lasciarsi intrattenere e a faticare un po’ agevolando curiosità e senso critico.

Devo confessare di aver letto questo racconto almeno dieci volte affascinato dalla sua atmosfera assolutamente beckettiana, direi che lo continuo a leggere come un’evoluzione nel contemporaneo di Krapp. Certo siamo lontani dai toni nichilisti dello scrittore irlandese, e siamo lontani anche dalla sua comicità surreale e disperante, ma quel Krapp che ascolta ossessivamente dei nastri legati ad un passato che più nulla ha che fare con il suo presente rinchiuso nella sua tana, così l’autore definisce l’ambiente scenico[10], continuando a mangiare banane, somiglia molto al nostro riparatore rinchiuso nel suo sottoscala prima a riparare e poi a costruire le sue macchine fotografiche analogiche, metafora di un passato che nulla ha a che vedere con il presente, assumendo droghe piuttosto che mangiando banane. La differenza è che Krapp è disilluso, trascorre la sua vita continuando a far girare gli stessi nastri e a mangiare banane, il nostro è meno disilluso ed è capace di trasformare la sua espulsione dalle dinamiche produttive e sociali in un ritorno economico che dovrebbe testimoniare la sua rivincita, ma che in realtà sancisce la sua inadeguatezza al contemporaneo, che è la stessa che immobilizza Krapp. È la stessa per la quale in questi giorni è fallita la mitica Kodak.

Concludo con una citazione di “I linguaggi delle visioni” testo con il quale Mauro Ponzi chiude il libro[11] e che ne sintetizza bene il senso riassumendo quanto scritto finora: “… la possibilità di conferire un senso (artistico e gnoseologico) agli “stati d’animo” di fronte alle immagini della città di Roma è dato dalla capacità degli artisti (in questo caso Perretta e Cutini) di inventare un linguaggio per esprimere nel contempo lo spaesamento, lo straniamento di chi è costretto a muoversi tra i detriti, e tuttavia “significare” la volontà di andare oltre l’apparenza, oltre il fenomeno della fine di un’epoca.”

 

 

 

 



[1]  “La camera chiara” Roland Barthes, G. Einaudi editore, Torino 2003, pag. 66

[2]  “Stimmung/Roma” G. Cutini, G. Perretta, Onix Editrice, Roma 2011, pag. 14

[3]  op. cit., pag. 7

[4]  Mauro Ponzi, op. cit., pag. 106

[5]  op. cit., pag. 44

[6]  “I Meridiani”, Italo Calvino, Romanzi e Racconti Vol. 2°, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2004, pag. 1096

[7]  op. cit., pag. 1109

[8]  op. cit., pag. 46

[9]  op. cit., pag. 48

[10] “Teatro di Samuel Beckett”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1971, pag. 175

[11] op. cit., pag. 114




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