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PAGLIARANI – 3
Il realismo, l’emozione e l’etica secondo Elio


      
L’autore di “La ragazza Carla” e di “Lezione di fisica” ha segnato in modo determinante la scena poetica della seconda metà del XX secolo e rimane un maestro per come ha saputo restituire la realtà dentro la sua poesia-racconto senza mai cedere alla facile fruizione e invece puntando su una molteplicità dialogica dei linguaggi. Così come il dato emotivo passa in lui attraverso un montaggio dissonante, anche rabbioso, mai indulgente o banalmente sentimentale. Altresì il suo impegno annodava continuamente la sapienza tecnico-letteraria con una sensibilità socio-politica sempre contestativa, onestamente combattiva.
      



      


di Francesco Muzzioli

 

 

Quando scompare un autore, per giunta un grande autore, e per di più un amico, si vorrebbe fare di tutto per trattenerlo con noi. La commozione riporta a galla i ricordi, gli episodi, i casi vissuti e certamente, mai come quando scompare, l’autore è più importante della sua opera. E a maggior ragione questo vale per Elio Pagliarani; il suo lato umano, nello stesso tempo ruvido e profondo, rimarrà a lungo impresso, la sua voce così particolare (e antigraziosa) e i suoi gesti li sentiremo e li vedremo ancora quando ne rileggeremo i testi. Ci sarà tempo per i ricordi, come pure per determinare la sua importanza in quel secondo Novecento che lo ha visto protagonista “novissimo”. In questo momento, piuttosto che cercare di rievocare il passato, preferisco provare un’altra prospettiva, cioè quella di continuare a sentirlo vivo, e di domandarmi allora, che cosa Pagliarani ha da insegnarci (lui che è stato un vero maestro, totalmente privo di spocchie accademiche) riguardo ai problemi che ci stringono nell’oggi. E ha da insegnarci davvero molto, se pensiamo soltanto a queste tre questioni all’ordine del giorno: il realismo, l’emozione e l’etica.

Il realismo. Sembra diventato la grande bandiera, dalla filosofia alla letteratura (e tralascio il “realismo” politico), per l’uscita dalla età delle illusioni e degli scetticismi, e però il consenso generale induce in sospetto. In fondo era più o meno la stessa bandiera con cui Pagliarani si è trovato a fare i conti all’inizio della sua attività di scrittore. Nella Ragazza Carla accettò questa scommessa da par suo, e cioè: inserì il realismo in poesia, precisamente là dove non era da attenderlo; rinunciò a mitizzare il proletariato, cioè lo strato più basso vittima del sistema iniquo, scoprendo così che il sistema non è iniquo solo nella disuguaglianza gerarchica, ma anche nel modo di vita, nell’aria che fa respirare a tutti, in ragione del mantenimento di quella disuguaglianza – sicché il perno della sua poesia-racconto è la segretaria, un anello intermedio della macchina industriale. Inoltre, non gli bastava il personaggio (il che significa anche: non gli bastava la narrativa), e quindi la facile fruizione identificativa, ma il suo realismo era anche un realismo del linguaggio, della pluralità dialogica dei linguaggi che circolano tra i soggetti e che ne costituiscono insieme l’alienazione e la risposta all’alienazione, sicché ogni linguaggio e ogni personaggio particolari devono essere chiamati a raccolta, perché tutti sono ugualmente da un lato sintomi del malessere sociale, dall’altro modalità di un tentativo di vita che merita adempimento. Soprattutto gli anonimi e gli apparentemente minuscoli, non già i detestabili maiuscoli o dominanti. Infine, l’orizzonte sociale del suo realismo non contempla steccati identitari di classe o altro, ma è attraversato da una posizione politica libertaria ed anarchica.





Gaetano Zampogna, A caval donato non si guarda in carta (Ritratto di Elio Pagliarani), 2009


L’emozione. È un altro termine oggi diffusissimo e corrivo, soprattutto nei confronti di ciò che resta dell’esperienza della poesia. E anche qui Pagliarani ha da insegnarci molto. Perché certamente la sua scrittura è mossa da un impulso non trattenuto che la sua voce e la sua mimica nella lettura rendevano davvero esaltante. Tuttavia, c’è emozione ed emozione. Pagliarani, anche là dove si avvicina al grumo dell’affettività, non cade mai in alcuna indulgenza. Grazie ad un ritmo decisamente dissonante, fatto di scarti, riprese, pause, inserti, tagli, esplosioni e quant’altro, dando una forte incombenza al montaggio, la materia del vissuto è sempre tenuta in movimento e confrontata con l’altro-da-sé. C’è emozione ed emozione, ripeto. «Bile e umori», dice Lezione di fisica. Perché emozione non è soltanto l’atmosfera evocativa e sognante o il misticismo di un senso superiore che scaturisce da parole gonfie (il sublime, l’anima, e via dicendo); l’emozione è anche la rabbia, anzi la rabbia è proprio la forza “contundente” che trascina il linguaggio poetico “fuori di sé”, lo strappa al ristagno nel raccoglimento interiore, lo proietta verso i riceventi con una ricerca di impatto. E in questo sta senza dubbio la comunanza di Pagliarani con l’avanguardia, e lo resterà per quanti sforzi si potranno fare per separarlo da quella tendenza nel nome di una generica nozione di poesia. I tracciati dell’impulso, comunque configurati nel privato o nel pubblico, costruiscono le spinte decisive di questo verso lungo a scalare che ha costretto così spesso gli editori di Pagliarani a stamparlo in verticale, e il lettore a tenere il libro girato di 90 gradi per poterlo leggere.  

L’etica. Anche questo è un tema dei nostri tempi, angustiati dalla “questione morale”. Ora, l’etica certamente accompagna la scrittura di Pagliarani, segna il suo impegno e determina la sua rabbia. Ma, anche, qui: quale etica? Non si tratta affatto di un ritorno ai grandi Valori indiscutibili. L’etica per Pagliarani è anzitutto una autodisciplina che deve impedire tutte le scorciatoie illusorie. È davvero un “principio di realtà” che prima di tutto esclude la panacee compensatorie e le facili consolazioni. Una educazione alla durezza della vita. Che comporta una pietà, però anch’essa “oggettiva”. Come ciò sia lontano da tanto “buonismo” odierno salta subito agli occhi. Valga per ogni altra citazione quel passo della Ragazza Carla dove il cielo di Milano è detto “morale” perché non “finge Eden” (è grigio e quindi a sua volta d’“acciaio”). Il cielo che non fornisce scampo, sta a negare posto alla stessa poesia, contestandole l’evasione verso l’alto, il moto elato e sublimante. Una poesia senza cielo di sorta sarà dunque l’unica a soddisfare le esigenze di una siffatta etica e si mescolerà per inserti e contaminazioni con ogni altro discorso per quanto “basso”, economico, storico, scientifico o esperienziale che sia.

Per questa via chiudiamo il cerchio: l’etica senza comodi infingimenti, l’emotività come avversione contestativa, quindi un “realismo combattivo” (come proponeva Brecht, un autore caro a Pagliarani) e non quel realismo – che oggi vediamo dilagare – della emotività vittimistica, della merce-vittimismo e della merce-emozione. Fin da subito, da quando l’ho letto per la prima volta nella antologia dei “Novissimi”, un po’ prima di conoscerlo di persona nella casa di via Margutta, quello che mi parve subito chiaro era la possibilità – che Pagliarani mi esemplificava più d’ogni altro – di tenere insieme in un unico nodo l’impegno sul versante tecnico-letterario specifico e l’impegno sul versante sociale del comportamento politico e dei significati della lingua comune. Come modello di un autore doppiamente impegnato Pagliarani continuerà ad aiutarci a “provare ancora col testo” e perciò continuerà a stare con noi ancora a lungo nei difficili periodi che ci attendono.




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