PRIMO PIANO
ELIO PAGLIARANI - 2
Inventario privato
e pubblico stridore


      
Un ricordo mai luttuoso, ma sempre ‘in brindisi’ per la vita e per l’opera del poeta di Viserba. Un burbero benefico che ha attraversato tre quarti del Novecento ed oltre, attingendo alle fonti del neorealismo, per poi mescidarle dentro un dettato sperimentale di narratività in versi che attraversa tutte le anse e le ansie del territorio paludoso del Moderno, che fa criticamente i conti con le sue trappole consumistiche o tecnologiche, con il suo metafisico, perverso paradosso di Mercato e col cinismo del Capitale. Fino a secernere una visione poetica di ampio respiro e intessuta di ‘pietà oggettiva’.
      



      


di Plinio Perilli   

 

 

a Cetta e Liarosa, con tantissimo affetto:

                                                  

non c’è risoluzione nel conflitto

storia esistenza fuori dell’amare

E.P.

 

   La borbottante dolcezza di Elio Pagliarani (Viserba, Rimini, 1927 – Roma, 2012) ci mancherà a lungo – burbero benefico che ha attraversato tre quarti interi di Novecento (e oltre), dalle sorgenti ancora entusiaste del neorealismo, fresche e petrose, su nell’appassionata montagna della giovinezza, quasi ormai esauste di visi e promesse, parole amare ma ancora ardenti di speranza, torrenziali d’impegno quotidiano – e poi giù, in fertile fluviale discesa ad anse (ansie) nella pianura paludosa del Moderno: con tutti i suoi dubbi, le sue trappole consumistiche o tecnologiche, il suo metafisico, perverso paradosso di Mercato e cinismo del Capitale…

   Nessun poeta della sua generazione, forse più di Elio, ha goduto e scontato sul pelle del proprio stile, della sua stessa opera, tanto e tale travaglio dentro e contro il benessere – vuota Realtà spartita tra economisti e politici, e sottratta, derubricata (attenti, inopinatamente!), proprio all’Umano che le pertiene, ed annettendosi, ahinoi, sembra inficiare…

   In tempi di trionfante, consolidato post-ermetismo, Elio giovane insisteva coi suoi componimenti, il suo Inventario privato fatto di immagini abrase e seppiate, di un bianco e nero turgido come i primi film di Fellini (o di Antonioni), e prima ancora Rossellini, Visconti, Germi, De Sica…

 

   In casa, adesso, faccio la sarta

   perché a Milano bisogna lavorare

   – il tram, se no, chi ce lo manda avanti? –

   e gli occhi rossi sono più lucenti

   ma da grande farò la cantante,

   perché a un certo punto bisogna

   calmare le vene che fanno crescere il collo,

   poi viene la tiroide e gli occhi grossi,

   e poi è la mia grande passione

   e poi voglio dormire la notte

   di colpo, e parleremo di cose pulite

   e sarà un pezzo che ho finito di tremare

   se un uomo in tram mi fruga, con le mani rozze,

   e saprò bene dove porta un bacio.

 

   Lo so, dobbiamo stare molto attente

   che non ci venga una pancia grossa.

 

                                                  (1952)

 

   Sul piano personale, il dono che volle darmi fu di concedermi una sincera, estroversa amicizia, di dialogare in libertà e anche gustosità trans-generazionale, infine di potergli curare due libri importanti – e per opposte ragioni: il primo, Poesie d’amore e disamore (Carlo Mancosu Editore, Roma, 1994), quale recupero del suo essenziale, fervoroso e un po’ anarchico periodo giovanile (altalenato fra l’Emilia-Romagna e la sua Milano d’adozione, poi una Roma sapidamente memorabile di luoghi, persone ed eventi, una Dolce Vita forse assai meno dolce del facile mito, ma certo vitalissima). Un libro “nuovo” e insieme riepilogativo, che includeva due raccolte ormai introvabili (Cronache e altre poesie, Schwarz, Milano, 1954; e il quasi mitico Inventario privato dato invece alle stampe, sempre nella “capitale del Nord” nel ’59, per gli inopinati tipi di… Veronelli, l’illustre enologo e direi anzi filosofo del bere). Ma la cosa a questo punto più gustosa diventava l’Appendice, dedicata ad un suo poemetto disperso, “Poème antipoème”, cui Elio teneva molto, e giustamente:

 

   ………………

   Scappa Mamsell, che il mio amore non ti uguagli

                                 le mie pallide figure

   Se io ti prendo anch’io ti sono vita

                          certo, ma con mani pesanti

   Scappa Mamsell, l’amore fa più ricchi

   solo i poveri:

                             nemmeno io lo sono.

   ………………

 

   Il secondo, ben più vasto e decisivo, laborioso incontro amicale, fu la curatela de La pietà oggettiva (Fondazione Piazzolla, Roma, 1997), antologia sino allora completa (e ragionata) di tutte le sue opere svariate, appunto, dal 1947 al 1997.

   Inventario privato e Pietà oggettiva… Privato/oggettiva… In quest’ossimoro più emotivo, introiettato, che concettuale, ferve e risiede tutto l’intero senso della sua opera, lì in qualche modo riassunta, incorniciata, testimoniata…

 

   Come offende d’inverno incontrare le notti alla stazione del verziere

   gli addormentati sul lastrico, da sentire il bisogno

   d’affrettare il passo spazzolare il cappotto chiedere

   perché non mi assaltano?

 

   Non è lo stesso? Ho scantonato? Dovrei insistere

   coi trofei di Lucia irridenti nel mio bagno?

   Meglio sciupare la composizione

   con un brutto commiato. Certo

   qui non si salva la tua né la mia faccia

   vorrei vedere che non fosse così

   che si compisse nei versi la catarsi che bastasse

   questa pietà oggettiva che ci agghiaccia.

 

   Il libro vinse poi il Premio Mondello di quell’anno, ma soprattutto diede corpo integrale alla sua opera, una delle più variegate e rigorose del nostro Secondo Novecento, tra le poche capaci, con ardua e macerata passione, di proseguire ed operare “la definitiva sliricizzazione della lingua poetica” (Guglielmino), e soprattutto una sorta di vivacissima oscillazione “fra racconto, lirica, epica” – Giulio Ferroni ci sta parlando de La ragazza Carla – sì da “operare un essenziale turbamento dei rapporti tra i ‘generi’: e nella poesia successiva, prendendo più risolutamente la strada dell’avanguardia, Pagliarani ha cercato nuovi modi di intersezione tra i generi, privilegiando la forma da lui stesso definita lettera-recitativo” (e qui il riferimento princeps è ovviamente alla raccolta Lezione di fisica e Fecaloro, edita oltretutto nel cruciale e vivacemente anarchico ’68)…





Elio Pagliarani con la sua immancabile pipa


   L’avventura stessa editoriale fu fascinosa. Questi versi lunghi che schizzavano da tutte le parti, incontenibili e insieme inesorabili come una narrazione, un lirismo stesso della (in)coscienza… Ricordo con una vera e propria felicità fantasiosa il disappunto, l’incredulità dei tipografi, alle prese con questo magma che non sopportava né pretendeva argini… Dunque alcune sezioni dell’antologia, alcune opere (in ispecie Lezione di fisica e Fecaloro, 1964 e 1968), ribaltate in uno stranissimo verticale orizzontalato… perché i lunghi polimetri, le dense lasse lirico-narrative degli interminabili versi (“i lunghi versi del rabdomante”, li disse in una recensione del ’68 su “L’Espresso” Giovanni Giudici), potessero trovarsi, come i fiumi, un letto giusto per scorrere ed anche appartarsi, riposare!

 

   Che sappiamo noi oggi della morte

   nostra, privata, poeta?

                                      Poeta è una parola che non uso

   di solito, ma occorre questa volta perché

   respinti tutti i tipi di preti a consolarci non è ai poeti che tocca dichiararsi

   sulla nostra morte, ora, della morte illuminarci?

                                                                                Tu

   corrispondesti quando dissi con dei versi

   che ho sofferto e avuto vertigine orgogliosa, temendo adolescente

   di non poter morire. O credendo.

 

 

   Vorrei brevemente però ricordare altre rare doti di Elio Pagliarani. L’attenzione, soprattutto, ai più giovani, una sincera adesione istintiva, esistenziale – e per ciò stesso, etica, epocale… Elio sapeva, voleva ascoltare, condividere discorsi, minime o reboanti esperienze, e grumi di saggezza… Con un’umiltà, una semplicità e una schiettezza che viceversa non ricordo affatto in tanti altri (immeritevoli, leziosi o ipocriti, superfetati, anche) Soloni della Poesia… Una poesia che per lui era sempre stata elettrocardiogramma di vita, chiacchiera culta ma anche brontolìo quotidiano, discettante e illuministico estro da caffè, ammazzatempo da trattoria – sulla scena contemporanea e quella sì, perennemente, pervicacemente sperimentale (e sperimentata), di un continuum da Futuro in atto…

   Elio ascoltava, profetava, ammoniva di continuo, inesorabilmente, quell’Ubu Roi (ma anche Ubu enchaîné, “Ubu incatenato”, patafisico e drammatico assieme – dixit Alfred Jarry) esilarante e terrifico del Futuro, mentre ciacolava amori e altri fervori, cosicché mentre placidamente leggeva il giornale del nostro scontento, e registrava a nome proprio e altrui il perfetto, inesorabile smarrimento dei cuori.

 

                Ho fumato duecento sigarette

   per non amarla, in dodici ore accanto

   il volto nel calore

   le si apriva in dolcezza lievitata

   ma da me è travasata soltanto

   la malafede degli intestini

                                                in bile e escremento

   e il panico poi, e l’attrazione della clinica.                          

 

   Ma smarrimento – sia ben chiaro – non vuol dire rinuncia… Solo un’ardente, lucidappassionata consapevolezza… Anche, un appuntamento continuo, inderogabile, con le ragioni (e le pulsioni) dell’Etica, non meno pubblica che privata: 

 

                                            Da tempo io non mi esalto

   più delle avventure dello spirito, da tempo ciò che brucia

   mi devasta soltanto e non posso continuare

   a far versi sulla mia pelle, a sublimare

   le mie sconfitte, a presumere significativi

   me e lei e le penultime esplosioni

                                                         a trarre una morale

   di morte universale a consolarci della nostra.

 

   Ma se avessi soltanto bestemmiato

   allora Brecht ai vostri figli ha già lasciato detto

   perdonateci a noi per il nostro tempo.

 

   E poi lo stile, deciso quasi dalla vita  - dalle circostanze, prima che dalle mere architetture o strategie vorticose della mente… Quei versi che da tossicchianti o liriche, sussurranti sequele di sfibrate elegie, si fanno loici lampeggiamenti narrativi, schegge involontarie di romanzo, ostinazione innamorata e insieme delusa dello sguardo… Il trionfo e il coraggio de La ragazza Carla (1960):

 

   Carla Dondi fu Ambrogio di anni

   diciassette primo impiego stenodattilo

   all’ombra del Duomo

 

          Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro

          sia svelta, sorrida e impari le lingue

          le lingue qui dentro le lingue oggigiorno

   capisce dove si trova? TRANSOCEAN LIMITED

   qui tutto il mondo…

                                   è certo che sarà orgogliosa.

 

   Signorina, noi siamo abbonati

   alle Pulizie Generali, due volte

   la settimana, ma il Signor Praték è molto

   esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente – così

   nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino

   sarà sua prima cura la mattina.

 

 

   Ma sono poi le opere successive che – personalmente – ancor più mi rapiscono, provvidenzialmente anzi m’inquietano, col loro uso (e forse anche abuso) della Scienza quale illusoria, complicata salvazione dei nostri problemi… La Lezione di fisica, uscita nel ’64, fu un testo davvero nuovo, importante, totale come ben pochi in Europa e nel mondo se ne stavano facendo (certo al livello delle migliori esperienze coeve nell’America frikkettona ma fin troppo saggia dei Corso e dei Ginsberg, insomma della beat generation – e un posto a parte lo riserberei oltretutto ad un classico “moderno” come William Carlos Williams – così come nell’Europa piccoloborghese e benestante ma severamente incazzata, eppure autoironica, dei Peter Handke, H.M. Enzensberger, Thom Gunn, Ted Hughes & Company (per i quali in qualche modo si poté usare la fiera e bizzarra formula della poesia come “tecnica di comprensione”)…

 

   Immortali per le strade non ce n’è

   ci avevano detto che gli uomini, non un uomo, sopravvivono

   che a noi tocca la stessa immortalità come alle belve

   nell’amore che genera, e sapessi o no che era

   il solo atto consentito oltre il limite di uno

   l’ossequio necessario alle consuetudini della specie

   anch’io mi sono sentito in gran ritmo naturale

   sopra una donna e ci guardava un mare

   come avessimo avuto un senso, o guardavamo un mare

   come avesse avuto un senso.

 

 

   E il borbottìo sapienziale, il burbero discettare e porsi problemi (come si usava dire una volta: oso anzi qui oggi scrivere proprio in senso gramsciano, e mi spiace se qualche giovane delle ultime leve si scoraggia o si annoia a seguirci…). Per Gramsci, ecco, la letteratura dovrebbe essere popolare e mai più accademica (nel senso deteriore), mai più confinata nel ghetto dorato della “cifra” né dell’affettazione elitaria, della nicchia aulica che si redime insomma ogni colpa, finanche potenziale, virtuale, nel gioco d’un recitato autodafé da teatranti del comprendonio…

   Elio, anche in questo, era rimasto verace. Poeta in fondo da osteria, da amori popolari alla stazione, corteggiamenti sui pullman o sui treni (non le odierne e velocissime freccerosse,) ma i lenti, sferraglianti e stancanti “locali” o “regionali” d’una volta, “accelerati” solo per modo di dire, per squisito contrappasso mentale:

 

  

   Tu accavalli i ginocchi come me

   io muovevo lo specchio delle allodole

   – una Morris sorrisi e la mia faccia –

   studioso e malsicuro della logica

   animale,

                   rifugiata al finestrino

   guardavi in basso (le città di mare),

   chiusa, distolta, e non vedevi nulla,

   io sì: il petto, e la camicia corta

   e il bottone spezzato – ch’eri sporca

   in viso, e rigata, me ne accorsi dopo

   quando scappò la lacrima tenuta

   con ogni sforzo e senza fazzoletto.

  

                                                    (1948/1949)





   Viaggiatore non cerimonioso (al contrario di un altro grande dissonante, pizzicato e lancinante come Caproni – ed uso appositamente un lessico e le precipue categorie musicali), mai si congedava dalla Vita che invece continuava giustamente ad inseguire, desiare, addirittura palpeggiare come un’amica/amante di generosa e un po’ ingenua avvenenza… Una “Gradisca” paradossale e fulgida, candida e arrapante, d’ingenua felliniana Fantasia Universale…

 

   Canto d’amore

 

   Avevi gambe da cavalla pregna

   e capelli di stoppa, le tue forme

   fatte da un falegname ho combattuto

   sicuro di rifare, immaginando

   se tiravo coi denti i tuoi capezzoli

   una turgida ricchezza. Stavi bene

   vestita da marinaio, bianco e blu.

 

   Sulla sabbia ho lottato per aprirti

   e scioglierti d’un dubbio, sottoveste

   da treni popolari.

                                  Sa Dio cosa

   credevo di vedere, nei suoi mobili

   occhi.

   ………………………………

                                                              (1949)

 

 

   La poesia di Elio palpeggia e litiga, si prende i suoi leciti o illeciti “passaggi” carnali e chiede alla Ragione di smettere di pontificare, arzigogolare per gli azzeccagarbugli dell’Intelletto (ahinoi, non più d’Amore!), e scendere e andar infra la gente (supremo contro-petrarchismo ufficiale e insieme ufficioso): a meritare e sopportare insieme i gangli sottili, le forzature perigliose, la liquidatoria presunzione della Modernità, inesorabile e troppo spesso anche truffaldina – come i suoi politici italioti democraticamente tirannici, i suoi banchieri europei scientificamente corrotti, certi suoi pavidi, ipocriti intellettuali (mai e poi mai Elio!, bruniamente fastidito di ogni Academia…) impegnati solo a fare casta, a costruire, ardire e ordire linguaggi che allontanino invece le masse, per strano e feroce paradosso, sia dall’Arte umilmente sublimata che dalla schietta, nuda e cruda Realtà, superfetata invece ad hoc di sogni e bisogni indotti, profezie di mercato, strategie del consenso, ahinoi, perfino impegno teleguidato… Per mass-mediatico oltraggio del famoso, pervicace Sviluppo Senza Progresso (come ben lo additavano il pathos e l’instancabile J’Accuse di Pasolini)...

 

                     (Però guarda come al lamento

   il verso si fa compiacente, niente è più facile di questo ma io lo spezzo.)

 

   meglio se non c’è più bisogna di eroismo, certo

   ma c’è in giro una puzza di fascismo

                                                              classico degli industrialotti

   ma c’è in giro anche a sinistra un qualunquismo

                                                                                che entra nel brodo.

 

   Fa fino dire che ha ragione Mao

             e dalle sue parti avrà ragione Mao

             che differenza fa il tipo di morte

             a chi la deve scegliere ogni giorno?

 

 

   E la vita, la poesia, la sua eterna mai spenta bohème?!…

   Nulla in Pagliarani era virtuale, sperimentale se non prima sperimentato… Per questo anche la Neoavanguardia letteraria fiorita a inizio anni ’60, e ben calibrata, ben temprata poi – con alterne, briose o anche aspre vicissitudini – in mezzo secolo e passa di gesta successive, equivoci accadimenti e malversi eventi avvenuti o a venire – trova in lui forse il testimone più coraggioso e insieme attendibile, il campione più nudo ma invece corazzato… Novissimo, Elio, lo è rimasto sempre, rinnovato ogni giorno – e borbottante in dolcezza, strepitanti bizze affettuose da burbero benefico (innamorato domestico e perenne della sua Cetta, e della loro figliola adorata, Liarosa), ma anche indignato, adirato d’esperienza planetaria, Nèmesi terracquea ed Epokè

 

   È difficile amare in primavere

   come questa che a Brera i contatori

   Geiger denunciano carica di pioggia

   radioattiva perché le hacca esplodono

   nel Nevada in Siberia sul Pacifico

   e angoscia collettiva sulla terra

   non esplode in giustizia.

                                             Potrò amarti

   dell’amore virile che mi tocca, e riempirti

   se minaccia l’uomo

   sé nel suo genere?

 

   O trasferisco in pubblico stridore

   che è solo nostro, anzi tuo e mio?

 

   L’avvicinava al suo sguardo, la Realtà, e questo sguardo quasi appoggiato alla pagina, miopissimo e assorbente (come gli occorreva fare, per lo scarso e malandato visus oculare), all’inchiostrato purgatorio redatto dai giornali… Ma ogni visita dal giornalaio – io lo ricordo, nel nostro romano e agrodolce quartiere “Trionfale”, in perfetta distanza ed equilibrio, Elio ne riderebbe, fra il Cuppolone michelangiolesco del Vaticano, le vestigia barocche-berniniane di piazza San Pietro, e l’Osservatorio, il telescopio astronomico e laico del Monte Mario (“che poi non è un monte,” scriveva Luigi Malerba in un suo indimenticabile romanzo “ma una collina”!) – era una festa, un rito contingente e smozzicato: perché egli capiva, come ogni vero artista, che la poesia non sta nei convegni, nei riti avulsi, vanagloriosi e sterili degli Accademici, nelle teorizzazioni a tavolino, ma fra le notiziole o le notiziacce dei Corrieri della Sera e delle Gazzette del Mattino, le foto assolutamente contemporanee dei magazine patinati: e magari anche le belle forme, tette al vento ed i sorrisi (quelli sì, già epocali), o la modernità ultra-sociologicamente liquida (Zygmunt Bauman non c’entra più) delle attricette di turno…

 

   Ma ciò che distingue l’uomo è la scommessa

   ecco una frase inventata dalle élites, in ogni modo è vero che qualcuno

   scommette di non morire.

                                            Ci  vuole orgoglio: credere

   che il proprio lavoro la pena non se stessi ma il proprio modello sia utile

   agli altri; la fiducia: che la storia

   paghi il sabato; eccetera: e il bello è che di questa scommessa

   l’unico a non avere le prove se l’opera gli sopravviva

   magari di una sola luna

   è chi ha scommesso, che muore.

 

 

   Una fede inderogabile e immarcescibile nella Lingua, nella parola in fieri  e in progress, ripetiamo, lo connotava e ritemprava all’unìsono. E fin dal resto dagli anni giovanili, poi cementati da un lungo corso di sperimentazioni… Pensiamo ad un testo fragrante e cadenzato, sinuoso e al contempo ritmato (“Ritmica” fu una sua importante rivista, animata intorno agli anni ’80; e nel decennio prima, Elio fondò e diresse “Periodo ipotetico”) fra l’affabulante e lo smascherato, come Rosso corpo lingua oro pope-papa scienza. Doppio trittico di Nandi (1977), strepitoso nel giocare anche acremente con il linguaggio, o meglio la polifonia linguistica (ma anche sulla tessitura preminente dei significati), divinando collages, combinazioni, montaggi di forme o deformazioni lessicali  e stereotipi i più banali, madornali o invece incalzanti… 

 

   ……………

   lingua: lingua di rosso sul rosso del corpo, lingua rosso canale sul corpo fra essere e avere, lingua per Nandi

   lingua rossa del corpo del rosso, lingua del cerchio creato da lingua e da lingua spezzato

   mistica lingua del rosso mistica lingua del corpo mistica lingua del cazzo

   (se è mistica è del privato, Nandi non sa che farsene,

   se nel codice è già incastrata, Nandi ti abbiamo fregato)

                                                                                           ma la tua lingua rossa

                    del tuo corpo

 

 

   Ecco il vero e proprio manifesto o proclama ritmico, l’arringa lirico-gestuale, teatralizzata ad libitum, sperimentalissimamente, vero e inusitato dramma con brio, moderno autodafè tragicomico, paradosso e parodia intellettualistica da cadenzato Living Theatre della pagina, di “proviamo ancora col rosso” (ora ne La ballata di Rudi)…  

 

   “I singoli componimenti (indirizzati spesso come ‘lettere’ a precisi destinatari)” – Giulio Ferroni ama riferirsi ancora al testo cardine della Lezione di fisica e Fecaloro – “arrivano così ad essere ‘contenitori’ delle voci più diverse, di materiali verbali che si scontrano l’uno con l’altro, e insieme ‘recitativi’, in cui si snoda una singolare passione vocale, che trascina tutti quei materiali in un ritmo libero e rischioso, spesso verso un potente scatto finale (di questa passione vocale, Pagliarani ha dato prova anche in alcuni testi teatrali). È come se i linguaggi esterni, inseriti entro la partitura del recitativo, arrivassero ad esplodere entro la voce e la passione del poeta che li raccoglie: la poesia è la forma di un’ostinazione personale a conoscere e capire, di un concreto materialismo, che si appoggia su una biologia personale, su una ‘pellaccia’ che cerca ostinatamente amore, ma è costretta continuamente a confrontarsi con il ‘non amore’. In questo percorso si attraversano figure e simboli della vita sociale contemporanea, affiorano molteplici segni della violenza che domina il mondo. La parola si svolge in un ingorgo di contrasti, urta entro un orizzonte dominato dal denaro, da un nesso perverso tra sesso, denaro, escrementi: prigioniera della propria ostinazione, essa si fa strada nella costipazione dei linguaggi, cerca una liberazione che è anche evacuazione (così si conclude il Dittico della merce, del 1965: ‘cavalieri con macchia e paura cavalieri di mezzo ideale / un’impronta affidata a un giornale, mio cuore / di merda e sbocco finale’).”





   Dopo gli affascinanti, estratti e ritagli gnomici degli Esercizi platonici (1985) ed i rivisitati borborigmi etici, le bisettrici e i predicozzi gnostici del Savonarola (Epigrammi ferraresi, 1987), Elio Pagliarani tornò al coinvolgente e cronachistico romanzo in versi: La ballata di Rudi (1995). Lui che per decenni aveva reinventato la critica teatrale, metteva ora in scena la perfidia, la banale e scaltra vigliaccaggine della vita. Il suo contro-eroe è dunque il Rudi: “… È bello / come un uomo sobrio, di modo che quando per la Festa dei pazzi si traveste da donna / non lo prendono per pederasta ma lo sfottono con più gusto. / È servizievole: porta pacchetti a tutte le capitane, ci gioca coi loro bimbi / approva i primi discorsi di Borsa dei padri. Ama / con tatto, organizza ‘Una notte a Capri’ le figlie del macellaio / ci vennero con quattro corvi. Care ragazze, me le ricordo nel ’46 / chiedersi al Teatro del Popolo se Emanuele Kant / era più Cristo di Cristo.”…

   E giustamente è proprio il Rudi, per chi sa leggerlo e capirlo, che con Elio ci fa (e gli fa) da guida, Duca, Virgilio pseudo-dantesco nell’ulteriore discesa ad inferos (risalita inclusa, come a “GardaLand”) del Terzo Millennio, cioè del Moderno e delle sue sarcastiche delizie in progress

 

   Rudi e Aldo l’estate del ’49 fecero lo stesso mestiere l’animatore

   di balli sull’Adriatico, Aldo in un Grand Hotel rifatto a mezzo e già sull’orlo

   del fallimento, che fallì in agosto sul più bello, lui forse non sa nemmeno ballare

   aveva successo il locale di fronte al suo, Miramare.

                                                                                     Rudi su un’altra spiaggia popolare

   dà inizio alla ballata.

                                    È bello? Può  essere bello in Romagna chi bacia la mano

   L’anno dopo del ’48, attacca bottone con gli ambulanti di bomboloni e

   gli intellettuali indigeni meno indigenti, non lascia

   senza sorriso carezza o pacca ogni ragazza per strada

   conforme ai gusti di quella? ………………..

 

 

   Se finale dev’esserci, anche qui, non sia lutto ma brindisi, un conscio ed affettuoso libiàm libiàm  per la vita e per l’opera di Elio Pagliarani. “Non ci resta, non ci lascia un vuoto ma semmai un pieno” – d’intelligenza, d’affetto, di cultura e d’amore, ha amato ricordarlo l’amatissima (e amabilissima) figlia Liarosa, tra le pieghe di una commemoratio cristiana che era insieme funzione pubblica e privata, sacra e civile, oltranzista e umanistica, bighellonante e inginocchiata insieme. Come la sua poesia che celebra insieme l’Inventario Privato e la Pietà Oggettiva, le amicizie pigre, sensuali e virili da vitelloni felliniani e i grandi interrogativi dell’esistenza e di un pianeta Terra ormai e sempre più schiavo dell’atomo, del capitale, della merce, delle paure (consce o inconsce che siano), dell’inflazione, del fecaloro borsistico, degli eterni ricatti della finanza, delle speculazioni commerciali, della corruzione manifesta o peggio invisibile…

 

   Quanto di morte noi circonda e quanto

   tocca mutarne in vita per esistere

   è diamante sul vetro, svolgimento

   concreto d’uomo in storia che resiste

   solo vivo scarnendosi al suo tempo

   quando ristagna il ritmo e quando investe

   lo stesso corpo umano a mutamento.

 

   Elio nello stagno immenso, putrido o magniloquente della Storia salvava sempre e comunque il diamante della coscienza, lo sguardo vero, accigliato o ironico, mai comunque inumano dell’uomo. Non aveva più né il piglio né le illusioni neo-platoniche, rinascimentali, di scriverlo con la maiuscola. Eppure come Ungaretti s’è affratellato ad ogni povero ricco di libertà, a ogni misero soldato del vivere, a ogni anima (o banale travet!) che crede e crederà sempre la poesia un diritto, e poi ancora un dovere in ogni “vita d’un uomo” – e non il lezio educato di chi inganna anzitutto gli altri, e poi anche il proprio specchio edulcorato, artefatto, svergognato di sé.

 

   Ma non basta comprendere per dare

   empito al volto e farsene diritto:

   non c’è risoluzione nel conflitto

   storia esistenza fuori dell’amare

   altri, anche se amore importi amare

   lacrime, se precipiti in errore

   o bruci in folle o guasti nel convitto

   la vivanda, o sradichi dal fitto

   pietà di noi e orgoglio con dolore

 

   Per questo certi suoi versi rimangono, e ci sorprendono, come candide, schiaffeggianti leggi non scritte, rimedi insieme dell’Amore e del Disamore (Inventario privato e Pietà oggettiva): che come lui ben sapeva, da qui all’eternità, viaggiano sempre, unicamente e amabilmente accoppiati, fidanzati ed abbracciati alla Vita – nostra pupilla ultima e prima, la morosa che c’incarna l’anima, inturgida l’Idea.

 

 

(marzo 2012)

 

         




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