PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (23)
La democrazia declinante
e le eccezioni possibili


      
Note random sulla deriva tanto ‘indignata’ quanto realmente impotente verso le dinamiche attuali del finanz-capitalismo e le gerontocrazie che dominano in Occidente. Però, il Valle Occupato dopo nove mesi assomiglia ad un soviet democratico, maturato dentro un’esperienza almeno soggettivamente rivoluzionaria per i partecipanti. Ancora obliqui sguardi su una illuminante mostra artistica a Firenze e su due recenti spettacoli teatrali di Pippo Di Marca e Lucia Calamaro. Un flash in chiusura per il decennale della morte di un genio italiano: Carmelo Bene.
      



      


di Marco Palladini

 

 

Indignazioni poetiche   Lo sappiamo, già circa 20 secoli or sono, Decimo Giunio Giovenale ci avvisava: “indignatio facit versus”. L’indignazione spinge a poetare. Ma serve a fare politica? Sinceramente ne dubito. L’indignazione può essere una premessa del far politica, ma di per sé resta un sentimento che può essere tanto nobile e giustificato quanto sul piano concreto sterile e, anche, retorico. Come asserivo nel mio precedente diario “Di motivi per essere indignati ce ne sono al mondo non mille, ma un milione. Ma il problema è come cambiare, come volgere l’iniziale indignazione in una strategia di trasformazione, che indichi soluzioni politico-economiche plausibili, che impatti con l’orizzonte del finanz-capitalismo oggi dominante”. Hic Rhodus hic salta. Di fronte alla gestione della crisi globale da parte delle attuali gerarchie politico-economiche, l’azione dei movimenti è stata nell’ultimo anno in sostanza ineffettuale. La protesta non genera proposte. O, meglio, genera proposte particolari, liminari, settoriali, anche suggestive (vedi la “decrescita felice” di Serge Latouche), ma comunque incapaci di delineare una reale e generale alternativa al dissesto dell’attuale sistema. Anche un movimento ricco di slancio e rettamente impostato come “Occupy Wall Street”, non mi sembra in grado di essere all’altezza della corrente sfida epocale.

Così, non ci resta che fare versi, intignare indignati a fare poesia sulle abissali contraddizioni del mondo:

 

Default Street

 

We’re out of our head

running behind the spread

If we’re now in default

Don’t bother people,

it’s not our fault.

 

Class struggle in Default Street

Burning down the money fleet

If what you get is only a spin-off

Global wealth is all sold off

 

Mind the gap between one percent

And all the the rest, ninety-nine percent

Mind control it’s not one word

Now that will do, occupy the world

 

We’re out of our head

running behind the spread

If we’re now in default

Don’t bother people,

it’s not our fault.

 

Look after friends in Default Street

Break on through the greedy Wall Street

Stock exchange has ruined your life

In a jiffy you have to hide

 

Know your limits and plan the rising

Revolt and riots are not surprising

Financial times are a real desperation

But we don’t have a good solution

 

We’re out of our head

running behind the spread

If we’re now in default

Don’t bother people,

it’s not our fault.

 

 

Gerontocrazie   Se i giovani e i loro movimenti non brillano o sono a corto di idee, è inevitabile che il governo dei vecchi dorma sonni, più o meno, tranquilli. Le gerontocrazie, peraltro, ci sono ovunque. Non soltanto in Italia dove, come rileva sul Corsera Ernesto Galli della Loggia, l’intero quadro dirigente politico, burocratico e amministrativo è dominato da maschi dai 50 ai 70 anni (ma non di rado anche 80). Un vertice gerontocratico e ferocemente maschilistico che si autoperpetua da un’epoca all’altra, da un governo all’altro. Anche il presente sedicente governo tecnico del prof. Monti, a parte qualche femminile (ma non anagrafica) eccezione, è lo specchio di questa situazione blindata e inamovibile. E che spiega, almeno in parte, le ragioni di fondo del declino italiano: una casta di vecchi senza più energie e ideali, protesi soltanto alla propria sopravvivenza e al mantenimento dei loro remuneratissimi stipendi e privilegi.

Ma pure in America non c’è male. All’interno dell’Academy Award che assegna i premi Oscar, apprendo che tra i circa 6mila membri, la grande maggioranza è composta di maschi, bianchi, ultrasessantenni. Ciò forse spiega il trionfo all’ultima edizione di The Artist (film largamente sopravvalutato, sono d’accordo con Nanni Moretti), una pellicola perfetta per stimolare struggimenti nostalgici e di restaurazione per la Hollywood che fu, fra i gerontocrati dell’Oscar.

Ora, a me pare, che il punto non sia quello dei vecchi maschi che (ovviamente) da soli non si faranno mai da parte, ma della ‘disappetenza’ dei giovani, ossia delle debolezza (o incapacità o impotenza) delle giovani generazioni a voler consumare quello che Freud definiva il ‘pasto totemico’, ossia la mitica uccisione del padre e il mangiarne le spoglie per acquisire la sua forza. È vero che il parricidio, notava Freud, genera poi nei figli un senso di colpa, e dunque nel prosieguo della civiltà l’abbattimento del totem-padre diventa un tabù. Nondimeno, in termini psicosimbolici, questo parricidio è necessario per liberare nuove energie, per rinnovare il vertice di una società, per segnare una soluzione di continuità. Altrimenti ai giovani cosa resta? Di aspettare di diventare ex giovani, pure loro terza età per prendere il potere? È questo l’inevitabile corso delle democrazie declinanti dell’Occidente?





Democracia, Ser y Durar, 2011, video still (ph. Ximo Michavila)


Decling Democracy    Ho visto lo scorso autunno, alla Strozzina a Firenze, una interessantisima mostra intitolata appunto Decling Democracy, quasi a voler sottolineare che è questo il ‘tema’ patente che di fronte alle società occidentali: il declino della forma politica democratica, a vantaggio di un combinato tecnocratico-finanziario che ormai detta la linea ai governi, stabilisce (vedi la Grecia) la dure condizioni dell’esistenza stessa delle nazioni, sempre più spesso (come in Italia) bypassa lo screditato ceto politico e impone i suoi rappresentanti direttamente al timone dei paesi. Forse non è un caso che sia una mostra a lanciare un segnale di acuto allarme al riguardo. Perché se cinema, teatro, letteratura sembrano vivere una fase di stanca, di annebbiamento, di rimasticature, di déjà vu e déjà entendu, l’arte visiva mi sembra assai più viva e stimolante. Perché è una scena internazionale, cosmopolita, dove ci sono ancora persone (giovani) che rischiano sul piano del linguaggio, che mischiano appunto i linguaggi, che sperimentano, che anche confusamente, talora anche sbagliando, comunque non si accontentano di ripetere il passato. È soprattutto una scena che, ad onta dei nostalgici e delle vedove del ‘bello’, ha davvero fatta piazza pulita delle distinzioni tra avanguardia e retroguardia, tra alto e basso, tra colto e incolto, tra comunicazione ed espressione, tra forma e contenuto: tutte quisquilie e pinzillacchere del secolo scorso. Qui oggi c’è un mashup globale o glocale, dove ciò che conta non è l’ideologia della segnaletica critica, ma la capacità elettrica (ed elettrizzante) di dire, di farsi segno che colpisce, che contunde, che stimola, fa pensare e anche divertire, in una furiosa e vorace propensione ad avvolgere e fluire con tutto l’illimite, l’ápeiron del reale.

La mostra fiorentina recava come sottotitolo “Ripensare la democrazia tra utopia e partecipazione”. Un crinale neo-utopico e partecipativo elaborato dai dodici artisti invitati all’esposizione nei modi più diversi e spiazzanti. A me è piaciuto molto il video del collettivo spagnolo Democracia Ser y Durar (2011), in cui si vede una banda di cinque incappucciati nelle felpe rosse praticare il parkour in un cimitero. Per chi non lo sapesse il parkour, nato quasi trent’anni fa in Francia, è una sorta di ‘filosofia’ fisico-ginnastica metropolitana che si impone di superare gli ostacoli di un percorso con le proprie risorse corporee e acrobatiche. Ciò assume nel video di Democracia, nel salto dei muri e delle tombe, nelle capriole aeree sui sarcofaghi, nelle evoluzioni sui cippi funarari, la forma di un balletto, di una coreografia selvaggia, di un assalto sfrontato, simil-teppistico che rimette in connessione o in confricazione la vita e la morte, l’essere e la memoria, devozione e dissacrazione. La violazione psico-simbolica della terra dei morti è una sfida nel tempo e al tempo dell’esserci che richiama, come avrebbe detto Emilio Villa, il nostro andare “dal nulla al nulla”.

Un’assai ingegnosa installazione era quella di Michael Bielicky & Kamila B. Richter Garden of Error and Decay (2010) dove su uno schermo lungo tutta una parete, scorrevano in ‘loop’ e secondo in un videogame una moltitudine di grafosimboli politici, bellici, economici e sociali, la cui onda entropica era direttamente interfacciata con le parole di minuto in minuto più cliccate su Twitter. Un colonnino joystick al centro della sala consentiva ai visitatori di sparare e colpire questi videosimboli, così da modificare la metanarrazione del fluxus visivo. Grandi e piccini facevano la coda per partecipare a questo ‘data-drive-narrative-drama’ come videogioco dell’errore e dello sfacelo, ciascuno convinto di poter singolarmente cambiare il corso della storia simbolizzata, mentre è invece palese che il potere trionfa sulla sua stessa decadenza, il suo imputridire non si fa vulnerare dai colpi virtuali del popolo che spara, ma che forse non spera più.

Un altro video del belga Francis Alÿs, When Faith Moves Mountains, illustrava un’azione collettiva in Perù (2002), dove cinquecento persone con pale e vanghe spostavano di dieci centimetri una montagna di sabbia larga duecento metri. Un’azione celibe e perfettamente ineffettuale soltanto per mostrare la forza inumana della fede: anche l’impossibile diventa possibile se lo facciamo tutti insieme.  Un percorso strettamente personale era invece quello del tedesco Thomas Hirschhorn che con l’installazione Where do I stand? Where do I want? (2007) squardernava le pagine di otto notebook come magazzino e patchwork di appunti, aforismi, slogan, disegni, collage, foto, immagini varie, titoli di giornale, come un diario privato-pubblico del proprio guazzabuglio mentale nel vortice dei giorni, bombardati dall’informazione-deformazione che fa di noi animali sociali alla perenne ricerca di un senso, di un ‘ubi consistam’.

Una videoinstallazione multipla era quella di Artur Żmijewski Democracies (2009) in cui scorrevano riprese di scontri di Black Bloc, tripudi calcistici, feste in America Latina, manifestazioni sindacali e dimostrazioni varie un po’ da tutto il mondo. Più di tutto mi ha colpito, però, il video dei funerali di Jörg Haider nel 2008 in Austria. Le esequie del leader di estrema destra della Carinzia furono un’impressionante cerimonia in puro stile hitleriano, con masse di militanti e di cittadini paludati nei costumi tradizionali locali. Una mascherata rituale di una massa orgogliosamente ‘ariana pura’ che irresistibilmente mi richiamava le invettive di Thomas Bernhard contro i suoi connazionali, per lui tutti, più o meno indistintamente, “maiali nazisti”.

Di ben diverso tenore il ‘messaggio’ di Thomas Kilpper che in A Lighthouse for Lampedusa, documentava il suo progetto intrapreso nel 2008, vòlto ad erigere un faro sull’isola siciliana, costruito con i frantumi e i pezzi di imbarcazioni ivi arrivate o spiaggiate, cariche di profughi. Un’azione concreta, anche ‘utile’, e insieme un monito di memoria per le migliaia e migliaia di immigrati annegati nel Mediterraneo, nel tentativo di navigare dall’Africa all’Europa in cerca di un po’ di speranza e di futuro.

Quanta distanza da quei bianchi e sazi europei, ritratti in una galleria fotografica, che si travestono di tutto punto da vecchi combattenti per reinterpretare le battaglie della Seconda guerra mondiale, ricostruite filologicamente, fin negli armamenti, con i fucili e i cannoni e i carri armati, con le jeep e le autombulanze e i finti feriti e le crocerossine e quant’altro, per un sinistro (e dispendioso) giocare alla guerra più che ludico, demenziale. Soprattutto pensando ai tanti rifugiati africani che scappano da feroci e sanguinose guerre vere. E se mandassimo questi prodi soldatini per finta, democratici immaginari, in Siria o in Libia, in Tunisia o in Irak o in Afghanistan a morire sul serio sul campo?

 

Celentanate    Una riprova del declino della democrazia aut telecrazia, sono state le prediche sanremesi di Adriano Celentano. Le ‘celentanate’ in tivvù avvengono da oltre vent’anni, non sono una novità. Ma ogni volta il meccanismo ‘merdiatico’ si rimette in moto regalando a un cantante “travestito da sociologo” (come ebbe a dire il compianto Lucio Dalla, persona ben più seria e artisticamente credibile) l’audience di 15-16 milioni di persone, ipnotizzate ad ascoltare le prediche del se-dicente ‘re degli ignoranti’ senza possibilità di replica (già negli anni’60 Pasolini accusava la tivù di comunicazione unidirezionale, intrinsecamente fascista). Il fu Molleggiato, da ex ragazzo d’oratorio, cela in sé un prete mancato e usa il pulpito televisivo per propinare sciocchezze e banalità buonistico-religiose (peraltro, in sostanza, non molto diverse da quelle ottimistico-edoniste del ‘piazzista’ politico Berlusconi). Certo, in questo momento il populismo come regno degli incompetenti è arginato dal ‘governo dei professori’, che competenti lo sono per definizione e, appunto, professione. Ma sono le due facce della medesima medaglia e questa discrasia segnala la mera e  complessiva perdita di senso della democrazia politica. Il finanz-capitalismo, del resto, lo osservano in molti in Occidente, concepisce la democrazia come un impaccio, un ostacolo di cui sbarazzarsi. E, a tal fine, allora anche i telepredicatori stolti come Celentano figurano come gli ‘utili idioti’ che possono servire alla causa neo-autoritaria.  

    

Okkupazione per il ‘comune’    Qualche segnale in controtendenza, pur tuttavia c’è. Per esempio, il Valle Occupato. Ho partecipato di recente ad un laboratorio-assemblea interna e mi sono ritrovato ‘a casa’. In oltre nove mesi di occupazione il gruppo che ha promosso e gestito l’azione si è autoselezionato, ma soprattutto ha maturato una potente domanda politica di cambiamento generale, che va molto oltre la questione, pur importante, della destinazione d’uso del Valle come ‘bene comune’ della cultura. È come se in meno di un anno questo gruppo, peraltro eteroclito, di lavoratori dello spettacolo avesse praticato un corso accelerato di alfabetizzazione politica. Di fatto, quella del Valle Occupato la riconosco, sotto il profilo della coscienza, come un’esperienza soggettivamente rivoluzionaria. Persone di varie provenienze che hanno trasceso le proprie singole attitudini e provenienze per forgiare un fronte unito di esigenza di radicale trasformazione. Il Valle Occupato come una sorta di consiglio rivoluzionario, di soviet democratico per un’alternativa politica e culturale.

Ne traggo una lezione preziosa. Anche in tempi complessivamente controrivoluzionari e di democrazia declinante, si possono accendere fuochi di libertà e di antagonismo generale. Le speranze non sono mai morte del tutto. Resistere non è mai vano. Esistere e basta non vale, se non ci impegna in una nuova definizione del ‘comune’, se non ci spinge verso un nuovo orizzonte comunitario.

 

Comunisti e no    Nelle more della grave crisi economica del quotidiano comunista il manifesto, ha fatto scalpore la dichiarazione  della capostipite, Rossana Rossanda, che ha scritto: “Credo che, almeno nei tempi brevi, non si possa più dirsi comunisti”. Colpisce che nell’aggrovigliato dibattito sul futuro possibile del giornale, l’intervento più lucido e spregiudicato sia quello di una signora di ottantotto anni. O forse no, è soltanto la conferma che Rossanda è stata da sempre, intellettualmente e politicamente, molto al di sopra dei suoi compagni. Il cervello più acuto e analiticamente capace di ragionare sul movimento reale delle cose e di illuminare sullo stato reale della propria comunità politica. Che ha reagito, mi sembra, quasi tutta negativamente, facendo del feticcio identitario l’ultima bandiera, il residuo, postremo filo rosso per affermare un senso di sé e del proprio fare. Eppure è propria qua che la Rossanda, mi pare, affonda il colpo: a che continuare a dirsi comunisti, se non più capaci di essere comunisti? Ovvero di elaborare un progetto politico credibile di trasformazione in senso comunista della società? La Rossanda sa che il crollo del 1989 ha determinato nel campo comunista italiano una doppia risposta: quella di mera liquidazione e di rapida rimozione da parte dello stato maggiore dell’allora Pci; e di contro l’abbarbicamento identitario-nominalistico in una frangia assai minoritaria, in parte rappresentata dal manifesto. In ambedue i casi una nolontà di fare i conti seriamente e radicalmente con la storia e, di più, con la propria storia, infine così traducendo il comunismo in una faccenda di fede para-religiosa, giusto mentre i segnali oggidiani di crisi globale ed epocale del sistema capitalistico si moltiplicano a livello planetario.

Ma, ripeto, “dirsi” senza senza più realmente “essere”, ha ragione la Rossanda, serve a nulla politicamente, diventa un puro mantra autoconsolatorio.    





Officina   Trovato in una libreria di volumi usati (ancora, per fortuna, esistono), recupero un libro di Francesco Leonetti uscito da Einaudi nel 1979: In uno scacco. Un prosimetro scritto l’anno prima nel Montefeltro, dove lo scrittore si stava riprendendo da un infarto, in cui mescolando “racconti corsivi” ed elaborati versi, rifletteva in tempo reale sul senso di disfatta che circolava nel movimento politico della sinistra estrema degli anni ’70, all’altezza dell’assassinio di Aldo Moro. Depurato dai datati e circostanziali riferimenti d’epoca, il volume presenta dei nodi concettuali tuttora non sciolti e, soprattutto, mi appare un esemplare documento di poesia post-brechtiana, etico-politica.

E mi viene da pensare che su questo crinale di poesia-ragionamento, di poesia-meditazione intellettual-civile e culturale, il gruppo di “Officina” (Pasolini, Fortini, Leonetti, Roversi e Scalia) abbia attinto livelli formali e di auto-consapevolezza ed esiti artistici mai più in seguito raggiunti. E, dopo mezzo secolo, forse oggi si può dubitare che la sperimentazione linguistica dei Novissimi sia stata più importante della ricerca poetico-noetica svolta dagli ‘officinanti’. Credo sia venuto il tempo che certe gerarchie storico-letterarie canonizzate vengano, almeno in parte, riviste. Nuova critica cercasi.     

 

Elio ed Hélios    Ai funerali di Elio Pagliarani ci siamo ritrovati, veramente, in tanti. Ed è stato bello che tutte le anime della poesia italiana si radunassero attorno al feretro del poeta della Ragazza Carla. Sul suo nome anche poeti che si detestano e nemmeno si salutano, concordano e si inchinano, certi di una gloria letteraria che durerà nel tempo, di una semenza di scrittura che continuerà a fruttificare. Era poi, sabato 10 marzo a Roma, una splendente giornata di sole, quasi simbolicamente in onore di Hélios, il suo nome. Quindi verso l’ora di pranzo, si è tutto rannuvolato: ho pensato che a quell’ora Pagliarani era probabilmente stato tumulato e quel tempo improvvisamente ingrigito aveva voluto ricordarcelo.      

 

L’anatra e lo stile    Parlando evidentemente in modo traslato di sé, Raffaele La Capria in un recente elzeviro, cita lo “stile dell’anatra”, la quale “nuota leggera in superficie, ma… ottiene questa leggerezza faticando assiduamente sott’acqua con la zampette palmate”. Applicato alla letteratura, fa capire La Capria, questo stile si traduce in “un lavoro e una fatica che non si vedono, che lo scrittore non deve fare mai apparire”. Parafrasando Kundera, l’insostenibile leggerezza dello scrivere o dell’essere scrittori. Mi pare di poter concordare con questo ‘stile di lavoro’. Ma poi c’è la questione dell’esito stilistico (ossia linguistico) di questo lavoro o metodo di lavoro ‘in levare’. Che è, si licet, tutt’altra faccenda.   

 

Eccezioni teatrali    Difficile oggi essere motivati nell’andare a teatro. C’è complessivamente una fase di appannamento creativo, prevale il mestiere, il mero intrattenimento, arduo individuare vere urgenze espressive. Anche qui, però, ci sono le eccezioni. È per esempio ammirevole la ‘tenuta’ artistica di un regista-autore come Pippo Di Marca, uno degli ultimi rappresentanti dell’avanguardia degli anni ’70, che ha inscenato di recente La parte di Bolaño: il quinto cavaliere, un eccellente spettacolo di quasi due ore ispirato “all’opera/vita” di Roberto Bolaño. Lo scrittore cileno morto nove anni or sono a soli 50 anni è stato un narratore assai prolifico che un’abile operazione di marketing internazionale ha trasformato post-mortem in un autentico mito, ciò che secondo varî critici eccede di molto il reale valore della sua opera. Fatto sta che quella mescolanza di alto e di basso, di letteratura di genere e di orizzonte poetico elevato, di narratività quasi pulp e pop e di citazioni colte, ha incontrato il favore di tanti lettori sia di qua che di là dell’Atlantico. Di Marca, traendo linfa da cinque testi dello scrittore, ci dà il ‘suo’ Bolaño, ovvero una proiezione fantastica che intreccia liberamente, paratatticamente le traiettorie di sette personaggi nel nome della ricerca di una poesia assoluta, tra Rimbaud e Neruda, Baudelaire e Durrell. Ricerca che, poi, si rovescia nel sottofinale in una sarcastica concione sulla natura omosessuale della poesia, una ‘sparata’ di impronta, dice Di Marca, ‘genetiana’ con i poeti classificati e suddivisi in “froci, frocioni, frocetti, frocini etc.”. Bolaño, peraltro, era nato poeta, e con questo suo caustico sbeffeggiamento voleva per l’appunto dissacrare la seriosità retorica, il paludamento accademico di tanta poesia incontrata e nello spettacolo ‘incarnata’ dalla figura di Encarnacion Vertiz, una poetessa messicana fondatrice di un movimento d’avanguardia, sparita a vivere nel deserto, misteriosa come Pynchon, epperciò mitologizzata da frotte di seguaci, salvo poi scoprire la modestia imbarazzante della sua ‘opera’. Come se Bolaño avesse voluto con preveggenza smitizzare e decostruire avant-lettre il suo stesso futuro essere tramutato in ‘mito’ da parte di un’industria culturale che imbelletta cadaveri e fantasmi per aumentare il proprio fatturato. 





Federica Santoro e Daria Deflorian in L'origine del mondo (2012) di Lucia Calamaro
(ph. Alessandro Carpentieri)


Altra eccezione di rilievo nello stagnante panorama teatrale attuale, il ciclo drammaturgico in quattro tappe di Lucia Calamaro L’origine del mondo. Titolo ripreso dal celeberrimo quadro di Gustave Courbet che è una perfetta sineddoche: una vagina ritratta in primo piano per significare che è la donna-mater la generatrice della specie umana (resta, certo, poi impregiudicata la questione di chi abbia generato la prima donna-mater, faccenda che attiene alla fede ‘creazionista’ ovvero alla teoria evoluzionista darwiniana). Ad ogni modo, la quadrilogia della Calamaro è un poderoso tentativo di radiografare il ‘femminile’, anzi la crisi contemporanea del ‘femminile’ attraverso la figura di una donna di mezz’età (la bravissima Daria Deflorian) nel suo interno/inferno domestico attraversato dalle figure della figlia (Federica Santoro) e della propria madre (la stessa Calamaro). Non ho visto l’intero ciclo. Il secondo spettacolo 02. Figuranti del dolore – Al Lavatoio non mi aveva convinto: c’era nella prima parte un accumulo di mimetismo e di troppi luoghi comuni (la genitrice autoritaria e impicciona, la cameriera invadente e dispotica) per tratteggiare la depressione di una donna in preda a nevrosi, fobie e ossessioni di ogni tipo, incapace di sintonizzare il suo sentire generazionale sia con la madre che con la figlia, il tutto mentre è in azione una lavatrice e a un certo punto viene aperto lo sportellino dell’elettrodomestico e la schiuma del detersivo fuoriesce inondando la scena (ma una cosa analoga l’aveva già fatta Babilonia Teatri in Pornobboy, con ben altra potenza di soffice annichilimento visivo).

Mi ha invece conquistato l’ultimo spettacolo 04. Il silenzio dell’analista, dove la scrittura della Calamaro fa un salto di stile combinando il parlato comune, il dialogo quotidiano con un piano concettuale alto, con mai gratuite citazioni colte, facendo emergere il vero sostrato psico-filosofico della crisi depressiva di Daria. Così, il rapporto continuamente differito, sviato, fallito con la psicoterapeuta diventa esemplarmente esilarante, un pezzo di nevroticità moderna condotto sul crinale del manque (vedi Lacan), dell’atto mancato come rivelazione dell’essere del soggetto. E qui la recitazione frammentata, spezzata, avvitata di Daria Deflorian diventa puro Woody Allen in gonnella, un gioco comico-satirico raffinato e vincente. Salvo, poi, planare in un finale aperto, sospeso ancora sul filo di schermaglie e di non-detti tra madre e figlia, mentre in cucina lavano e asciugano pentole, stoviglie e posate. Una non chiusura che, forse, rinvia ad una futura continuazione della ‘storia di Daria’.

 

C. B.    Il 16 marzo di dieci anni fa moriva Carmelo Bene. C. B. la macchina attoriale cessava di ‘funzionare’. Ma non di fungere da stella polare per chi nel teatro e nella cultura nazionale serba ancora un’idea di alterità, di eccellenza, di vera ‘dignitas’, senza possedere la quale come dice il filosofo Mario Perniola non si può neppure essere ‘indignati’. Su C. B. si allunga la già nutrita bibliografia. Ultimi volumi che mi sono pervenuti: l’originale studio Il Salento metafisico di Carmelo Bene di Lorena Liberatore, con un saggio introduttivo di Carlo Coppola (F.A.L. Vision Editore, 2012); e il Quaderno della Cineteca Nazionale curato da Fulvio Baglivi e Maria Coletti Carmelo Bene. Il cinema, oppure no (Centro Sperimentale di Cinematografia, 2012). C. B. con le sue profonde, mai rinnegate, anzi esaltate radici nell’humus metafisico e voluttoso del barocco salentino. C. B. come assoluto genio italiano del ’900. Talmente e lucidamente autocosciente da dichiarare: “Un genio è soprattutto colui che eccede le sue opere… L’artefice non è mai autore di una propria opera, è di per sé, semmai, un capolavoro vivente”.

Un capolavoro, aggiungo, che continua ad essere vivente, anche se da una decade non è più tra noi (nel libro-intervista del 1998 di Giancarlo Dotto, con prolettico sarcasmo chiosava: “Non siete voi che mi cacciate, sono io che vi condanno a rimanere”). Carmelo Bene ‘comune’?       

 

 

Marzo 2012

 

 

         

 

 

 




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