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ANTOLOGIE
Un canzoniere dell’amor di patria


      
“Risorgimento a memoria”, pubblicato da Donzelli, è un denso ed articolato libro scritto da Amedeo Quondam, docente di Letteratura italiana alla Sapienza di Roma, che indaga e spiega ai lettori di oggi il ruolo significativo che la poesia ha avuto nel processo di unificazione dell’Italia. Uno slancio esortativo rivolto al ‘destarsi’ (così come scrissero Mameli, Rossetti ed altri), affinché lo straniero potesse essere sconfitto, e gli italiani, cantando quei versi, diventare finalmente italiani, riconoscersi cittadini e ‘fratelli’ in una nazione e in un territorio ampiamente condivisi.
      



      


di Domenico Donatone

 

 

Mentre in Italia gli italiani fanno sempre più fatica a riconoscersi come tali, ma soprattutto a conoscere cos’è che li rende e li ha resi concretamente cittadini, popolo, nazione, paese delle meraviglie, (come la cantilena del Bel Paese costantemente recita, senza che si faccia davvero qualcosa per valorizzare le bellezze dell’Italia), dalle pagine di un libro scritto da Amedeo Quondam dal titolo Risorgimento a memoria (le poesie degli italiani) (Donzelli, Roma 2011, pp. 335, € 18,50), tutto il clima attuale di tiepido festeggiamento per il centocinquantenario dell’Unità viene contraddetto nella maniera più degna che si possa teorizzare. Questo libro antologico desidera condurre il lettore in un tempo ampiamente dimenticato, in cui degli uomini, dalla diversa sensibilità e dalla diversa cultura, hanno posto le basi affinché altri potessero senza retorica sentirsi pervasi da un sentimento di unità, di patriottismo e di italianità.

L’obiettivo del libro è, dunque, superare il finto patriottismo, il finto nazionalismo, superare anche le logiche che tengono in piedi le varie manifestazioni per celebrare quanto accaduto nel 1861 in Italia, e indicare finalmente il vero punto centrale dell’Unità: la lingua italiana che come tale è lingua letteraria, ma soprattutto le poesie scritte da una serie di poeti, scrittori, patrioti, giacobini, garibaldini e rivoluzionari, per rendere omaggio al percorso politico e culturale avvenuto durante un periodo di riferimento storico che va oltre la semplice data di unificazione dell’Italia. Il periodo in cui si anima questo percorso inderogabile, noto come Risorgimento, che si estese dalla Sicilia fino a Milano, passando per Teano, come la storia ci ricorda, va dal cosiddetto “triennio giacobino” (1796-99), ai moti insurrezionali degli anni successivi (1820-21, 1830-31), alle Cinque giornate di Milano del 1848, dalla difesa del Vascello a Roma repubblicana nel 1849 alla presa di San Martino nel 1859, dallo sbarco dei Mille a Marsala nel 1860 alla breccia di Porta Pia nel 1870.

Un periodo storico ricco e carico di una serie stratificata di entusiasmi, di idee, di prospettive, di azioni e di reazioni, fino ad esplodere in un unico inno (al di là di quello che scrisse compiutamente Goffredo Mameli) in cui Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini edificano un vero e proprio “sentimento” nazionale, del paese-Italia, al motto di “tutti per uno, uno per tutti”. A ben guardare le azioni, gli scontri, le difficoltà, i conflitti, la povertà imperante e la cultura al tempo stesso viva, vitale, energica, dei nobili quanto del popolo dell’epoca, molta di quella storia oggi può apparire desueta se non addirittura inconcepibile, per gli slanci mutati e le controversie nuovamente attive nella politica post-unitaria.

Infatti, per capire bene quanto accaduto, non solo occorre un libro di storia accanto, ma occorre immergersi necessariamente in un altro tempo, e in particolar modo iniziare a ragionare, a “vedere” le cose così come le hanno viste quegli uomini e quelle donne. E sì, perché il cammino a ritroso che Amedeo Quondam fa compiere al lettore in un tempo che non sarà mai più presente, è fatto non solo di uomini ma anche di donne, di poetesse, che hanno a loro volta interpretato e assimilato il senso dell’unità nazionale sentendolo al pari di un atto d’amore che genera un figlio. Il tema è la poesia: i versi scritti per essere cantati e recitati ad alta voce da scrittori patrioti, rivoluzionari, dell’Italia unita. La madre è il popolo, il figlio è l’Italia. Il tema è capire come quei versi abbiano potuto influenzare, favorire e poi definitivamente cristallizzare il fenomeno del Risorgimento, la sua attualità storico-politica e soprattutto culturale.





Il vento che soffia nelle pagine del libro di Amedeo Quondam è universalmente condivisibile per l’eccezionalità storica che ha condotto ad una svolta, per cui oggi si può non riconoscere il metodo e il processo, ma non la funzione, il percorso e il traguardo raggiunto da azioni condivise intese come atti non soli fisici ma culturali. L’occasione offertasi a quegli uomini fu di ampio ragguaglio storico-sociale fino ad una estensione del gesto di unificazione dentro testi, volantini, inni, cori, che col tempo sono stati raccolti in antologie che hanno definitivamente testimoniato l’eccezionalità, quanto la naturalezza, di quel sentirsi proto-italiani, uomini che “risorgono”, anzi che si “destano”, come si vedrà a breve, e che acquisiscono tutti i diritti della loro storia. Il libro mette il lettore dinanzi ad un vero e proprio «canone risorgimentale», cioè ad uno stile preciso che non si è ripetuto più in letteratura. Il senso dell’identificazione metrico-stilistica, profondamente semantica e lessicale, esortativa ed encomiastica, di gran parte dei testi giuntici in raccolta, è quella di individuare uno specimen che ha modulato i ritmi e le intenzioni di un popolo. Quondam scrive:

 

«Il canzoniere è “risorgimentale” perché raccoglie poesie di militanza politica e patriottica, con parole d’ordine che vengono da non troppo lontano, dal crogiolo rivoluzionario del 1796-99 che le ha forgiate nel loro rinnovato senso: “popolo”, “nazione”, “cittadino”, “libertà”, “patria”, “giuramento”, “tiranno”, “rigenerazione” eccetera. Parole elementari per una grammatica di base, in grado di connotare il cittadino […] che volle farsi consapevolmente “italiano” contro le divisioni degli antichi Stati rinnovate dal Congresso di Vienna. Questo canzoniere risorgimentale non diventa mai un “libro” in senso materiale (e tipografico), come libro di un solo “autore” o di più “autori” in raccolta o in antologia […]. La sua caratteristica fondamentale è invece quella di essere e restare, nel tempo dell’azione (tra il 1820 e il 1861: con qualche antenato illustre, da esibire ed esibito), un libro “virtuale” […]. Un corpus aperto di testi, molto ampio e vario, per quantità e qualità dei suoi soggetti (i poeti) e oggetti (le poesie), che viaggiarono nel tempo e nello spazio non solo in forma di libro tipografico. O, per dirla in modo solo apparentemente più complicato, la sua caratteristica fondamentale è quella di essere e restare un “metacanzoniere”, che si forma e si disfa attraverso i libri di poesia di tanti poeti e poetesse, per accumulo o sottrazione […]. Il canzoniere risorgimentale sembra proprio (come oggi si dice, anzi si fa) una compilation aperta di poesie e poeti che piacciono e hanno successo […].»[1]

 

Certamente il “successo” di questi testi, di cui Quondam ci svela l’entità e la portata politica e letteraria, fu solo del loro tempo, perché oggi tutte le poesie del canzoniere risorgimentale sono di per sé illeggibili, pompose, anacronistiche, non allineabili a degli universali che la poesia di per sé ingloba e assume come termine di reale confronto. Qui ci si “confronta” sulla base di un’emozione che rievoca una storia, anzi la storia d’Italia, e in quel frangente ciò che chiamiamo poesia (in gran parte costituita da inni, cori, canzoni, quindi testi di specifica forma e intensità) è il risultato di un procedimento compositivo d’occasione, di un hic et nuc cogente, non allineabile, senza il quale tutto sarebbe vano, aleatorio e vezzeggiativo. Non si parla di poesia come atto comunicativo compiuto, bensì di poesia come elemento di strascico, di euforia e di orgoglio emotivo, perché la poesia che ci si mostra sta tutta intessuta dentro una fitta trama di avvenimenti che scuotono in primis gli animi delle persone, ovvero del popolo che diventando protagonista della storia moltiplica la sua esperienza attraverso la scrittura. In un secondo momento sollecita gli storiografi e i critici a capire quanto sia accaduto all’interno della letteratura, come il suo volto si sia arricchito di sentimenti e di idee in stretta relazione con il battere a terra del piede dell’uomo. Così diventa poesia ogni cosa di quella specifica storia, nel senso che ogni minima cosa ricondotta ad un avvenimento testimonia la sua veridicità, la sua intensità, inoltre ampiamente riconosciuta per come viene assimilata nella coscienza dei contemporanei.

Per questo non ci può essere poesia risorgimentale a prescindere, ma piuttosto un canone di riferimento, dentro il quale il patriottismo è stato calato come termine primigenio di catalizzazione, coabitante con la cultura dei suoi contemporanei. L’impatto emotivo è, dunque, più forte di quello letterario: ciò che consente una identificazione tra poesia e azione, tra canto e storia, sta nella stretta osservazione delle procedure di componimento che rievocano le fasi caldissime della lotta, che sollecitano una diversa sensibilità politica, unanimemente assorbite come forme identitarie di un patriottismo fino ad allora sconosciuto. Per cui non è poesia di tradizione quella che abita il canzoniere risorgimentale, non è un canzoniere filologico e di genere che mostra l’ingegno evolutosi da Dante e Petrarca in poi, ma è un’antologia che raccoglie canzoni (nel senso che furono testi scritti per coro, per essere cantati, per essere accompagnati dalla voce, da un gruppo in adunata, tutti assieme pronti a combattere o a rievocare una battaglia).

Questo canzoniere risorgimentale offre dei testi che non costruiscono una biblioteca universale, senza la consultazione della quale viene meno il senso della storia della letteratura, ma unicamente offre dei testi pronti a rievocare un tempo storico ben preciso: un tempo che senza questi testi, trascorrendo, avrebbe condizionato riflessi patriottici deteriori che solo questi componimenti sono stati in grado di presentare integralmente alla storia nella loro univocità di sostanza e di genere. Ecco perché, come spiega Quondam, non furono solo canzonette! Perché al di là della loro origine d’occasione e di relatività, queste poesie hanno composto la colonna sonora del Risorgimento presso il popolo, presso la gente, costruita grazie all’esplosione di un genere specifico di poesia cantata, come il melodramma e la lirica, capace di contagiare in maniera esaustiva tutte quelle richieste di elementi di patria, di popolo, di lotta, di conquista, di tragedia, di sacrificio e anche di amore, ben più ampio di quello carnale, che altrove erano assenti.

Quella avviata da Dante e da Petrarca, infatti, non è mai stata una poesia d’occasione, intesa come ragionamento su un singolo fattore di identità. L’amore è questione universale, la rivoluzione è questione d’occasione momentanea, identitaria, che si raggiunge solo per unificazione di ideali e di territorio. La carta geopolitica ed ecoletteraria di questo Risorgimento è un territorio fittissimo di componimenti, di azioni, di posizioni, di epicità quanto di esternazioni, per cui assimilarla totalmente è impossibile. L’unica cosa da fare è rimandarla a memoria, cioè impararla bene, studiandola nella sua complessità, nella sua strategia comunicativa, non senza avvertire il peso di ciò che si compie. Infatti, oltre ad essere patriottica, celebrativa, tragica, storica, encomiastica, il senso della poesia come entusiasmo, come ragionamento intenso, non necessariamente interiore, per noi contemporanei è del tutto assente: ci disorienta! Questi testi si leggono con freddezza perché quel calore che li ha animati è spento: sono dei referti storici, su cui si è stilato il significato di un percorso ben preciso. L’azione critica diventa nobile ed esaustiva, come questa di Quondam (temuto docente universitario!), perché indispensabile a capire un altro aspetto non solo della storia del Risorgimento, ma anche della storia della letteratura. «Le poesie del canzoniere risorgimentale» ‒ scrive l’autore ‒ «sono, insomma, voci dal denso crogiolo della nuova modernità, e non solo le poesie: è il Risorgimento stesso, nelle sue varie e contraddittorie componenti e storie, a sperimentare continuamente le dinamiche velleitarie, molto spesso, del rapporto tra pensiero (politico) e azione (politica), tra poesia e vita.»

Il fronte interno del libro che evidenzia i protagonisti letterari del Risorgimento è assai denso di nomi. Tant’è che in molti casi Quondam stesso è costretto a saltare le singole individualità per stilare un elenco, non dissimile da quello ferroviario, in cui gli orari delle partenze e degli arrivi qui coincidono con le date di nascita e di morte: poeti minori, decisamente minori, nati e morti, partiti e ritornati in questo specifico senso. Nient’altro! Elenco che è, quindi, di caduti. Così come Giorgio Bocca e Primo Levi hanno ricordato la Resistenza e i campi di concentramento, i caduti di guerre decisamente dissennate, i nostri annali poetici in forma di antologia risorgimentale ricordano le vittime della loro impresa, perché quei poeti furono testimoni: testimoni di quanto essa stessa costò in termini di vite umane, oltre che letterarie. La vastità dei protagonisti individua non tanto una complessità testuale, che pure sussiste, bensì una ragnatela fitta di relazioni così evidente che chiunque è costretto in un’antologia a fare delle selezioni: per cui ci sono alcuni presenti, ed altri che sono assenti.





Fabrice Denola, Fratelli d'Italia, 2011


L’elenco che individua filologicamente lo scenario di un filone patriottico torna indietro fino ai nomi di Dante Alighieri e di Francesco Petrarca, con le grandi canzoni dedicate all’Italia. Se questo elenco è però celebrativo, di omaggio anche a scrittori che hanno guardato all’Italia prima ancora che nascesse sotto il profilo politico-istituzionale di paese unito e poi di Repubblica (contesto in cui il poeta si fa “vate”), quello riassuntivo è decisamente oneroso: è dispendioso di energia e di ricostruzione. Per cui i poeti presenti in quest’antologia sono in equilibrio con gli assenti: non tutti potevano essere inclusi. Mancano le donne, ad esempio. In quest’antologia al lettore non è dato leggere un solo testo di rappresentanza patriottica femminile, non per preconcetto dell’autore, ma per inadempienza filologica. Così i poeti indicano le sonorità più o meno elevate del Risorgimento italiano, e l’obiettivo stesso di essere “obiettivi” viene meno anche perché i documenti si perdono. «Una sola assenza mi pesa», asserisce l’autore. «Quella degli Amori garibaldini di Ippolito Nievo […]. Questo suo libbrettolo, come Nievo stesso lo definisce, o “diario in versi” di un anno memorabile (a ridosso della spedizione dei Mille), come è stato definito da Ermanno Paccagnini, avrebbe potuto rafforzare la schiera dei nostri giovani poeti e ribadire le funzioni della loro scrittura in tempo reale, che fissa passioni ed emozioni anche effimere, e non solo politiche e militari. Con quell’Ave Maria del volontario, con quel ritratto di Garibaldi (Il Generale), con quella foto di gruppo dei Cacciatori a cavallo, con quell’esortazione A cavallo!, con quell’Ultimo inno. Ma anche questi Amori garibaldini, con quanto Ippolito Nievo avrebbe potuto dare e dire, sono naufragati nella drammatica notte tra il 3 e il 4 marzo 1861, con il vapore Ercole che s’inabissa sulla rotta tra Palermo e Napoli.[2]»

Gli assenti, quindi, possono contare più dei presenti, ma la falce della storia non si può cancellare! Così l’elenco inteso come decisivo appello tra coloro che hanno detto scritto e agito, e tra coloro che pur avendo detto scritto e agito non sono riusciti a rientrare nel canone risorgimentale post-unitario, che fino alla prima guerra mondiale è riecheggiato come tradizione fondativa del sentimento patriottico dell’Italia e degli italiani (tant’è che Carducci, Pascoli e D’Annunzio si mossero seguendo anche queste orme lasciate da scrittori decisamente minori, ma indispensabili al canto futuro della patria), è tutto inserito dentro un codice netto di identificazione tra poesia e popolo, tra politica e azione. Si dà qui un ragguaglio per indicare non solo l’ottimo lavoro di silloge e di critica compiuto da Amedeo Quondam, ma anche per evidenziare come i protagonisti stessi della poesia risorgimentale siano divisi in precisi ordini di appartenenza storica:

 

«poeti che nascono prima della Rivoluzione e attraversano solo l’età napoleonica e l’avvio della Restaurazione (Monti: 1754-1828; Foscolo 1778-1827); poeti che nascono prima della Rivoluzione e sono protagonisti o di parte o di tutto, o quasi, del processo unitario (Niccolini: 1782-1861; Berchet: 1783-1851; Rossetti:1783-1854; Manzoni:1785-1873); poeti che nascono dopo la Rivoluzione e assistono ai primi moti insurrezionali (Leopardi:1798-1837); poeti che nascono nel nuovo secolo e sono presto, troppo presto, martiri (Poerio:1802-1848; Mameli:1827-1849), o attraversano tutto il Risorgimento (Fusinato:1817-1888; Mercantini:1821-1872). Come, del resto Carlo Cattaneo (1801-1869) e Giuseppe Mazzini (1805-1872).[3]»

 

Dentro questo elenco è presente altrettanto una fase storica di distinzione, di periodizzazione, di cui l’elenco è parte integrante, inscindibile:

 

«quella dell’età della Rivoluzione e di Napoleone; quella dei primi moti cospirativi e insurrezionali propriamente risorgimentali, tra il 1821 e il 1848; quella della conquista dell’unità nella libertà, tra il 1848 e il 1861; fino al condensarsi, dopo il 1861, di uno stabile paradigma che provvede a sistemare in senso nazionale (di una nazione realizzata, seppure tra le tante difficoltà e contraddizioni che permangono irrisolte) le diverse tensioni che hanno alimentato e connotato quel crogiuolo, e quindi provvede a renderlo particolarmente attivo nel sistema scolastico della nuova Italia.»

 

Queste poesie sono, dunque, lo specchio di un tempo storico a cui si legano inesorabilmente. Non c’è nessun tentativo di superare la storia, ma di confermarla, di farle da testimone. Poesie (e il termine rimane generico per far meglio comprendere l’inevitabile stratificazione dei vari componimenti) che vengono scritte per “sfondare” il cuore degli italiani, per dare loro quel nutrimento necessario affinché potessero sentirsi compiutamente italiani. In che modo? Adoperando un lessico che riuscisse ad essere essenziale, basico, quasi elementare, costituito di termini con i quali relazionarsi sarebbe diventato il pane del domani. Un lessico famigliare, scrive Quondam, fatto unicamente di parole d’ordine proprie di quella specifica militanza politica. Un vocabolario della patria costituito solo (o quasi) di slogan, in senso propriamente tecnico-comunicativo, per proselitismo e propaganda.

«Parole d’ordine e slogan che innervano un macrodiscorso fatto di elementi semplici e chiari, e per questo efficacissimo e coinvolgente, anche emotivamente, tanto più per il suo essere marcato da un’intertestualità diffusa, che rende arduo distinguervi le singole personalità degli autori [...]». Così queste parole-mattone, utili alla costruzione della nuova Italia, sono un unicum semantico a cui in maniera più o meno responsabile tutti gli scrittori attingono per esorcizzare la presenza dell’invasore, del nemico straniero, spesso descritto come un vero e proprio mostro. Ma non solo esorcizzare, soprattutto edificare il sentimento e il significato civile dell’Italia, a volte precisando in maniera apodittica la storia, l’accaduto, a volte pompando elementi di retorica che nell’arte della guerra, nell’orgoglio e nel coraggio di usare le armi, trovano una inevitabile procedura di narcisismo e di ecolalia. “Libertà”, “unità”, “popolo”, “nazione”, “patria”, “gloria”, “sangue”, “forte”, “noi/loro” (come inevitabile opposizione di schieramento tra l’italiano e lo straniero), “fratelli”, sono alcune della parole-simbolo adoperate in questi canti, in queste poesie pronte subito all’uso, per intonare e cantare ad alta voce la necessità di rendere libero il territorio italiano. Altri termini, come “serva”, “schiava”, “ferita”, indicano una responsabilità politica nei testi di questi poeti-guerrieri, liberatori, cantori del sentimento di patria, soprattutto perché il sentimento stesso della sottomissione è il presupposto da cui far deflagrare la necessità della lotta, della libertà, della riconquista. In sostanza, del risorgere: Risorgimento, appunto!





Alfredo Pirri: progetto di installazione per il Liceo Tasso, Roma 2011


Prima di lasciare al lettore la possibilità (arbitraria) di addentrarsi in questo universo patriottico di testi poetici, si dà qui un’ultima informazione che rivela in qualche modo la sostanza definitiva del sentimento di patria italiano. Quondam ci comunica che tutto “l’amor di patria”, il senso delle “itale glorie”, sono il frutto di una trasmigrazione storica di analisi compiuta sull’Italia dai francesi. In particolare di un francese, di origine italiana, Jean-Charles-Léonard Sismondi de Sismondi, che scrisse «Histoire des républiques italiennes du Moyen Áge», opera in sedici volumi, pubblicata tra il 1807 e il 1818. Un libro di storia, ma di storia dell’Italia, che più di ogni altro ha contribuito alla fondazione del mito identitario nazionale. Opera che affonda il suo metro di giudizio e d’indagine sulle repubbliche italiane, sui comuni lombardi contro il Barbarossa, è fondamentale punto di partenza di ogni discorso di patria e di orgoglio nazionale, perché «fornisce un’interpretazione generale dell’intera storia italiana semplice e chiara; una forte e coerente filosofia della sua storia. Non solo perché elimina la tradizionale sua partenza dalle antiche popolazioni italiche e dai Romani (come fa, ad esempio, ancora Balbo), ma perché fissa nel medioevo la sua origine non tanto cronologica quanto propriamente identitaria: e il senso pieno di questa impronta genetica sono le repubbliche comunali, le loro libertà istituzionali. Questa prospettiva rovescia immediatamente ogni discorso sul progresso delle nazioni e mette in crisi (consapevolmente) la gloria del Rinascimento: consente e legittima l’invenzione di Dante, in un rinnovato duello divisivo con Petrarca.[4]»

In questo modo si comprende che mentre i poeti del Risorgimento (Foscolo, Berchet, Poerio ed altri) pensano a far “bella” l’Italia, a definirla “giardino” di meraviglie, nel senso più compiuto in cui la poesia agisce da poesia, uno storico francese conferisce agli italiani l’orgoglio di patria guardando alla forza dei comuni, al fulgore del Medioevo. Il problema di fondo è che mentre la Francia include dentro la sua storia nazionale anche la caduta dell’Antico regime, la decapitazione del re e della regina e ad una parte cospicua dell’aristocrazia, in Italia si escludono parti di storia, si mettono ai margini pezzi di storiografia, si combatte (tutt’ora) contro la questione cattolica in quanto questione romana e si fa fatica, in senso pragmatico, ad includere la storia alla storia, a connettere l’Antico regime aristocratico ed ecclesiastico con il popolo, con la nazione più ampiamente intesa. Si può, dunque, condividere quello che Quondam scrive in conclusione del suo libro:

 

«Personalmente ritengo che sia proprio qui l’impronta genetica della fragilità del nostro discorso nazionale (pure nei suoi rami collaterali relativi al carattere degli italiani e all’amore di patria), di quella fragilità che ha impegnato e continua a impegnare la riflessione di eccellenti storici: una volta che abbiamo riconosciuto l’epos del nostro mito nei confini di un improbabile e ambiguo medioevo (peraltro finito male), una volta che abbiamo liquidato con sdegno sia l’eredità classica sia il suo umanesimo e Rinascimento e classicismo, una volta che abbiamo disegnato il profilo di una storia lacerata e divisiva, spregiata e vergognosa, fatta di servi imbelli e di cortigiani “vil razza dannata” e di “mascherata malizia chercuta”, cosa può mai restare nell’immaginario simbolico della nostra identità, retaggio di valori e di sensi? E come si può compiere il miracolo di renderlo oggetto e soggetto attivo di palpiti identitari condivisi? Cosa ci resta? Solo esili fantasmi, del tutto inadeguati a costruire una solida identità nazionale e un robusto amore di patria, tanto più se escludono dall’appartenenza porzioni cospicue del passato, per una sorta di coazione divisiva.[5]»

 

Tutto il lessico adoperato dai nostri poeti risorgimentali assume un connotato specificatamente metaforico, di allusione ad altro, in modo tale da restituire oltre la sostanza storica, soprattutto un’urgenza di comunicazione, di discussione, di argomentazione su più fronti della stessa scrittura poetica. Il Risorgimento italiano è, dunque, un invito a destarsi, a svegliarsi («l’Italia s’è desta», recita Mameli, oppure Rossetti che ricorda «la bellica tromba | che dal sonno l’Italia svegliò»), non un vero e proprio risorgere come ad impatto sembrerebbe indicare il senso stesso della storia di quel periodo (il che assumerebbe una dimensione metareligiosa inadeguata ed evocativa di una specificità semantica astratta), ma ad una vera e propria scossa, ad un alzarsi in piedi, ad un sollevarsi moralmente e fisicamente. Questo è il fulcro letterario che sta dentro l’ampio quadro di unità nazionale.

Ben altra è oggi la storia, nuovamente intessuta di drammi e di divisioni, per cui l’Italia ancora una volta dovrebbe svegliarsi, ridestarsi da un sonno più feroce che l’attanaglia: la crisi finanziaria del nuovo millennio. Chissà, se così come ci sono stati poeti capaci di indicare il lungo e laborioso processo di unificazione, ci saranno poeti in grado di descrivere, narrare ed argomentare, una storia decisamente nuova, fatta di default e di disoccupazione? Questo libro di Quondam, così specifico, in qualche modo, anche se non è questo il suo compito, spinge ad una rivisitazione storica e ad un’empatia, in maniera così energica ed esaustiva che in qualche modo un’antologia di scrittori contemporanei, capaci di incanalare denunce e proteste sociali, si augura nasca a futura memoria di noi italiani.

 

 

 

 



[1] Risorgimento a memoria, di A. Quondam, p. XI-XII, Donzelli, 2011.

[2] Risorgimento a memoria, di A. Quondam, p. 65, Donzelli, 2011.

[3] Risorgimento a memoria, di A. Quondam, p. 64, Donzelli, 2011.

[4] Risorgimento a memoria, di A. Quondam, p. 100, Donzelli, 2011.

[5] Risorgimento a memoria, di A. Quondam, p. 101, Donzelli, 2011.




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