LUOGO COMUNE
“ADDIO ALLE ARMI”
Multiple tracce
là dove l’occhio
è fulmineo


      
Attraverso il recupero di un poemetto in prosa per il pittore e scrittore Enrico Lombardi un vertiginoso giro d’orizzonte tra letteratura e arte, melodramma e cinema. Inseguendo le piste di Morgante e di Klee, di Šostakovich e di Lucio Fontana, di Busoni e di Bernstein, di Alban Berg e di Cecil De Mille. E poi una fluida ‘rêverie’ tra le ombre di Firenze e di Venezia, in onirico pellegrinaggio tra vicoli e calli, tra luoghi di mercatanzie varie e magazzini di tutti i dischi mai pubblicati, sapendo che si ‘lascia ogni speranza’ se poi si entra.
      



      

di Marzio Pieri

 

I

LA PITTURA

 

 

Non sono mai riuscito ad essere un letterato ‘puro’. Ora il corpo è vecchio, il ricordare è di vecchiaia il segno. Rubo il verso, e il pensiero, all’Ungaretti del Monologhetto. Come fai a non credere nel paradosso? Questo poema di un par di centinaia di versi, fatto precipitare da un invito della RAI di allora (quella, per intenderci, che pure avaramente dava spazio alla vita dell’Approdo [1952-1977] di Seroni Piccioni Angioletti, e di Carlo Betocchi, di cui non so rileggere senza una trafittura di lagrime l’altro bellissimo, fra i ‘poemetti’ italiani, in chiusura della gloriosa rivista [ma chi ne avesse appena sentito vagamente fare il nome, e volesse saperne di più, raccomando il libro ricco di materiali e documenti di due amazzoni fiorentine, Anna Dolfi e Maria Carla Papini, L’Approdo. Storia di una avventura mediatica, edito da Bulzoni e che avrebbe meritato sorte migliore]), di un poeta che con dugento versi aveva composto il primo dei suoi libri, scavati nella memoria. Alla mia età si vive sereni (le circostanze esterne paiono, anche le più dolorose e sfavorevoli, come distanziate un sommesso che conta, un siparietto di garza) e vagamente allarmati, ogni colpo di clacson giù dalla finestra può essere quello buono, l’invito a scendere dove il carretto del purgatorio aspetta. Mai visto il bellissimo western ‘autunnale’, o fanta-western, Purgatory? Il regista è quello dello Zoo di Berlino. Questi registi sembrano tutti listati a lutto, ma chi saprebbe fargliene carico? Diventano cult, mentre la critica tace o stronca. Mi regalarono “il morandini” ed è pari ai cartelli che leggevo sulla porta di chiesa: Biancaneve e i sette nani. “Adulti con riserva”. Alcuni anni fa, un pittore che mi piace, in una sua cifra certo manierata, vagamente letteraria, che serve a rendermelo ancora più vicino (non sono mai riuscito ad essere un intendente di pittura ‘puro’, se anche credo nei valori tattili di quell’Ezra Pound dei Tatti che non è mai sceso nella mia considerazione) e che mi aveva consentito di ornare una mia edizionaccia del Petrarca che osava mettersi a gara con le ‘edizioni critiche’ della Bettarini e del Sàvoca, l’una armata contro l’altra e l’una e l’altra armate contro il Petrarca con una riproduzione (riuscita male) di un suo dipinto, mi onorò, a sorpresa, dell’invito a scrivere un saggio prefativo per una sua mostra importante. Ma il saggio non piacque. Dice che si frappose il gallerista. Lo spedii dunque a due amici pugliesi, che fanno una rivista dai colori festevoli, Tracce. Lo lodarono a cielo ma non conobbe mai gli onori delle loro stampe. Una scusa tira l’altra e ormai gli sta bene perfino Ligabue. Lo confesso a mia vergogna: non amo le cartoline dei pittori naïfs, il loro primitivismo falso anche quando la mattia è vera, lo sfruttamento intensivo fattone dai nipotini dello Zavattinismo. Rimasto così orfanello senza lume né traccia, il mio poemetto in prosa per Enrico Lombardi, oso qui riprodurlo, a mio disdoro. Ho in mente di mettere in catena, finché Dedalo mi terrà nella rete (così Pinocchio il Pescatore verde), alcune cose mie non letterarie, di mettere a sgrondare all’ultima aria i frutti rinsecchiti delle mie passioni non scritturali. Ora le arti visive (i pittori di cui non so fare a meno? Piero della Francesca, Bartolomeo Schedoni e Paul Klee), più avanti il canto operistico (come Joyce, ebbi voce di tenore, non vigorosa ma franca; come Montale mi resi favola al volgo perché tutte le occasioni eran buone per intonare per strada o dalla cattedra o fra amici la mia letizia infondere, l’anima ho stanca o inghirlandata di violette m’appariste ieri ad una sosta) e, da ultimo, il cinematografo, l’Opera del Novecento.





Enrico Lombardi, L'opera del margine, 2009, cm 100x80, acrilico su tela


CAVERIA, OH VIA          

                                                             

                                                                                                         “E di Caveria un feroce amostante”

 

Sto allestendo, (ho finalmente allestito) un Morgante [ora è uscito, in due tomi, con La morte di Orlando separata, come dev’essere, da El famoso Morgante, nella versione di Modena, e con la giunta del Cyriffo Calvaneo della stimata e fallita Ditta Flli Pulci, per l’Archivio Medievale della Finestra di Marco Albertazzi, anno 2009]. Non si trova questa città, Caveria (xx 80-1) su atlanti o dizionarî. Nella Bibbia non c’è (ho appena risolto un altro caso, Mezza, che forse è Mesa, il principe ribelle dei Moabiti [era un omaggio a Giuliano Mesa, mai avrei pensato che mi sarebbe premorto]). Dovrei guardare il Milione. Sono andato a letto. Quando Lombardi mi telefonò ‒ era la prima volta ‒ per chiedermi accompagnare di qualche candito o lapillo, grandissimo onore per me, questa sua nuova esposizione di oggi pittore-faro, stavo già find’allora allestendo il Morgante. Lentissimo... Sempre, nella mia personale vicenda, il ‘tempo’ è stato quello dei libri: ci fu Il tempo d’Adone, in coda ci fu quello di Endimione. Il poeta era un ragazzo Giovanni Argoli figliuolo del maggiore astronomo & astrologo dei suoi tempi barocchi. E più astrologo che astronomo, avverso a Galileo che (anche lui) con Magìa Non Scherzava. Fu il suo Tempo d’Adone, di quel figlio... d’un astrologo. Imitò il poema del Marino con un altro poemone sciamannato, a specchio se non a calco, fatto di sgrammaticature e di genialità. Non è la prima volta che il genio è ‘a tempo’. Il poema dell’Endimione non ebbe successo che nella cerchia dei clienti del padre e il ragazzaccio prese il cappello a rota si fece notaio. Ritrovai quel poema ‒ e mi sedusse ‒ durante le ricerche sulla mia tesi, che fu sull’Adone. Ero nella stanzuccia fra la distribuzione e la maestosa sala di lettura alla Marucelliana, sembrava ti dettasse ‒ leggere al mondo è un’altra cosa; accanto a me un piccolo uomo nero, dall’aria sporca, frugava cataloghi annosi in cerca dei segreti collegamenti del mondo. Caverìa? Seppi dopo che era Tartaglia. Anche la sua stagione era stata a tempo, è quella che rievoca Giulio Cattaneo nell’amoroso libretto da lui offerto allo Spretato della Novità. Tartaglia: “il nome agì”. Ci fu, per me, il Tempo del Verga, del Petrarca; l’uno impostomi (una commissione esterna che accettai come una sinecura e diventò la guerra dei cent’anni, per un Verga ‘diverso’), l’altro cercato per compensazione. Il libro uscì con riprodotta ‒ male ‒ in copertina, (colpa una scelta taccagna ultimativa di cartoncino autarchico da parte d’editore), una delle visioni, di Lombardi, più silenti e sigillari. Lì si strinse la nostra amicizia. Era un tempo inatteso, del resto, e forse tardivo, quello del Petrarca, per me. Adone, il poema della novità, deferiva al poeta avignonese su base armonica, o al petrarchismo ma internazionale ‒ c’è nell’Adone più arrosto che scasso, più gola dei tempi cancellati del glorioso Leon decimo che di quelli intristiti spigolistri calati come nuvoleto dalle uggiose montagne di Trento ‒ lo seppelliva sotto una caduta di enciclopedismo e visioni, lapidarî e bestiarî ‘viventi’ ‒ dall’Ovidio ‘dei pittori’ ‒ la Bibbia dei Pittori, le Metamorfosi, per tutto quello che, con rimozione, si chiamò medio evo ‒ a Dante a Morgante a Polifilo. Marino li faceva rimare affettuosamente, i primi due, con pedante; e pedante vuol dire, in quelle intenzioni, barocco. Come quando una mamma carezza i riccioli sporchi del suo figliuolo e lo chiama birbante, e lo chiama brigante, e lo chiama demonio o fottivento. O buggerone ‒ parola ormai disarmata ‒ o (perché l’ho sentito) canaglietta. Scoprii Lombardi, al tempo (per me) del Petrarca, su Tracce. Tracce è un nome che piace alle riviste. La stessa insegna fu scelta per la rivista ‘internazionale’ di Comunione & liberazione ‒ diociscampi da queste liberazioni da queste combutte da queste ‘internazionali’. Valse anche per un trimestrale ‘di cultura del territorio’ varesino. Io amo molto Tracce che mi viene da Ruvo di Puglia, ma sono inondato di riviste di scritti di mail di cartoncini d’inviti e son come il coniglio d’alice. Tardi è già stato. Le mie conoscenze son fatte di colpi d’occhio. Bisogno Fa Trottare La Vecchia. Ci fu per me (per noi, per mia moglie e per me) un Tempo di Klee. Non ha smesso ancora sedurmi il suo mondo alternativo, immensamente diversamente figurativo. Nessuno crede ormai, voglio sperare, più alla opposizione primaria (la ‘scena primaria’ degli psicanalisti) fra astrazione e figura, ossia natura. In quel caso si pensa a un sistema bipolare: o la terra o la musica. O la Borsa o la Vita. È una convinzione neoclassica. L’oggetto ‘reale’ o l’oggetto ‘mentale’, le matematiche tristi e solenni; in Klee si tratta di geroglifici, lui ch’era violinista lo sapeva come tendere fisicamente un’onda, una inarcata ‘vela’ di Calatrava (onorano la mia Reggio, da pochi anni) fra le cose ‒ e che cosa saranno ‒, la loro ombra colorata il loro suono lontano Der ferne Klang ‒, e i significati-tentacoli. Sarebbe il regno della fantasticheria (rêverie, nessuno la vuole, delegatala ai cantautori di successo) non ci fosse che Klee ha costruito Klee prima con lo scrupolo dei Diarii, poi con l’applicazione delle lezioni al Bauhaus. Klee (che dapprincipio recalcitrava a spiegarsi), Ejzenstejn, Brecht, nelle loro monumentali pedagogìe, ci valgono gli Aristotele e i Quintiliano degli antichi.

Solo, per me, ora non torna (non torna più; a lungo ne fui, invece, persuaso) che ‘per guardare un dipinto ci vuole una sedia’, come diceva. Valeva per lui lo sguardo in moviola degli analisti del cinema, dei lettori di partiture; ti siedi e il quadro si scioglie in romanzo in una scena di teatro in un quartetto in un libretto d’opera; in kinéma, in paràola. Quasi una predella: “je n’avais pas cessé en dormant de faire des réflexions sur ce que je venais de lire, mais ces réflexions avaient pris un tour un peu particulier; il me semblait que j’étais moi-même ce dont parlait l’ouvrage: une eglise, un quatuor, la rivalité des François Ier et de Charles-Quint”. Lombardi en dormant; e: le letture di Lombardi, primitivo coltissimo in una età che ripiega. Questo va bene ‒ La sedia di Klee ‒ e si deve insegnare in assenza dell’Occhio. L’Occhio è fulmineo. Ricordo le due grandi mostre di una Firenze anni 60 che non esiste più. Né esisterà più. Tornerà per me il Tempo, stato per me soltanto puerile, ‘del Manzoni’? In fondo Alessandro Manzoni è quasi un hegeliano, tranne che la sua teologia è calvinista anziché luterana. Provvidenza è quello che accade: è positivo. Non vuol dire che ‘tutto è bene quel che finisce bene’ (più modesta devozione cattolica). Mi ha traversato l’idea che l’Alluvione (quella fiorentina del 66) volesse essere un atto di misericordia, Firenze spariva in abisso o in flutti di fiamme come Atlantide o Sodoma & Gomorra. La morte è venuta dopo, per infiltrazioni scalcagnate. Nella Firenze appena precedente alle furie scornate dell’Arno ci furono due eventi (oggi si dice così) ch’ebbero, per noi murati all’università nel longhismo ‒ e nelle botteghe d’arte nel manierismo rosaiano nell’accademismo annigonesco ‒ nella catacomba fiorita (per gli ‘aggiornati’, gl’imperiti!) dell’astrattismo alla Soldati alla Licini alla Magnelli, oh bravissima tutta gente! i tedòfori i portatori del Verbo ‒ ch’ebbero, quegli eventi, il senso catastrofico ‒ ribaltamento e ribalta novissima ‒ del Vaticano II per la religione cattolica.

La prima, il primo di questi eventi, fu la mostra sull’Espressionismo europeo; una idea venuta al guinzaglio di una iniziativa musicale, voluta da Roman Vlad, per uno degli ultimi ‘Maggi fiorentini’ degni davvero delle ambizioni di un festival internazionale, da incacarne Bayreuth e Salisburgo, del resto originariamente voluto da Mario José di Savoia e da Alessandro Pavolini (sic). Musicalmente fu un successo, valse ai fiorentini, notoriamente pigri e superciliosi (per questo a trent’anni, con la famigliuola sbigottita al séguito, presi il primo treno che passava e non son più voluto rientrare, ma non ho mai chiesto a nessuno di portare un bacione a Firenze), la scoperta tardiva del Wozzeck, la scoperta aggiornata del Naso (Šostakovich), l’ascolto del Pierrot lunaire accanto alle Tre liriche giapponesi di Stravinsky, anche più gelosamente incandescenti (icy fire), la bocciatura appenata del Doktor Faust di Busoni (e la colpa non era di Busoni, la sua opera incompiuta è oggi uno dei termini non esorbitanti di riferimento per un teatro in musica nuovo, con la Lulu e la Lady Macbeth del Distretto di Mtsensk, con Nixon in China e Saint François d’Assise, e sempre, naturalmente, con l’Incoronazione di Poppea il Don Giovanni & Mass di Lennie Bernstein, ma colpa di una lettura musicale timida con scene e costumi anche più arcaici, quelli di Sironi per il Maggio del 42, anno di guerra ormai quasi che persa ‒ nel luglio la battaglia di El Alamein, dall’agosto l’attacco a Stalingrado dove ‘Time is Blood’). Ma il cambio decisivo lo portò proprio la Mostra espressionista a Palazzo Strozzi; espressionismo in senso molto lato, così con gli espressionisti tedeschi vedemmo finalmente non sulle riproduzioni a colori di qualche libro o dei Fratelli Fabbri, i Kandinsky ed i Klee, i Modigliani e i Chirico, i Fautrier ed i Fontana; se la memoria non mi si fa omerica. Certo vidi Fontana, allora straparlatissimo (era l’epoca fresca in cui la prima traduzione italiana dell’Ulysses, opera di un musicofilo fiorentino, aveva scatenato i rotocalchi retrivi dello stesso gruppo editoriale, su “Epoca” su “Grazia”... si rideva di quei fessi che avevano bruciato, ai primi soli d’estate, 4 mila lire d’allora per il più grande romanzo del secolo e s’erano poi precipitati, con le lacrime agli occhi, in libreria a chiederne il cambio con un Bacchelli, un Marino Moretti, una Alba de Céspedes d’avanzo, o un Buzzati ‘del Corriere’); Vidi Fontana. Lo scudo atzeco o incasso smagava alla fine d’un corridoio. Scudo e galassia, la prosa tecnico-imaginosa di Argan ci aveva solo preparati al colpo. Prima anche di sapere che era Lui, ero idealmente in ginocchio. Così ci sta anche la rima: seppi di averci l’Occhio, che le lezioni longhiane avevano un poco paradossalmente ottuso. L’occhio si vendica, viene meno quando uno comincia a vedere solo quello che vuole vedere. Un tratto che, in quell’illustre seminario, accennai il nome di De Chirico, alle volte mi smembrano come toccò ad Orfeo vedovo e omòfilo con le allupate di Tracia; e correva fra i banchi, gelido e soddisfatto, il calembour: “Imbegillo dorfles”.





Giorgio De Chirico


Di Dorfles avevo il libretto economico Feltrinelli, intrepidamente catalogico. Mi chiedo a volte: se dopo Vittorio Veneto la Germania ‘teneva’, ci saremmo poi risparmiati Hitler e il Falloppio di Predappio? Che c’entra. M’è balenato (Dorfles è triestino) che al principio del secolo i triestini intellettuali affollavano Firenze, a miracol cercare; se le cose andavano diverse, i fiorentini degli anni Sessanta avrebbero potuto risalire in disordine (all’incontrario) la costiera adriatica e affollarsi a Trieste, per imparare. Non fu, comunque, Dorfles a dare, allora, il tracollo; fu Ragghianti, che sulla scìa dell’Espressionismo vincente (quello, diciamo, del Sì; e dei nuovi classici novecenteschi) inventò una provocazione ai limiti della querela (da dargli): l’esposizione del 67, arte moderna in italia | 1915-1935, sempre a Palazzo Strozzi. Mi meraviglio, ora, riaprendo il catalogo che riuscii a procurarmi d’occasione vent’anni dopo (giovane padre, marito e professore di scuola non avevo una lira, in quei primi anni; né molte ne ho avute poi mai), che fosse già il 67; la memoria omerica, cecildemilliana, avrebbe anticipato di qualche anno. E forse, qua e là, confondo le due occasioni. La prima volta che assaggiai il prosciutto cotto fu una sera del 46 o del 47, venivo sulla canna della bicicletta su cui mio padre ardito pedalava, dalla piazza Beccaria ‒ lavorava in quei pressi, in una villetta borghese trasformata in rivendita di stoffe ‘da esportazione’ ‒ all’ultimo ponte alle Cascine d’allora. Ma, fra la piazza e il prosciutto, ci furono le due ore incantate, per me, della visione de La conquista del West, o Una avventura di Buffalo Bill, ch’era insomma The Plainsman (1936) di De Mille, con Gary Cooper e Jean Arthur (Wild Bill Hitchcock e Calamity Jane, mitici). In quelle due ore De Mille stringe gli eventi dalla morte di Lincoln a quella di Wild Bill; e furono undici anni, quanti ne sarebbero occorsi dalla fattura del film (tutto ‘in interni’, anche le battaglie) alla sua visione in Italia. Sono i diritti del poeta epico e i ‘falsi tempi’ delle belligeranze. Differenti i doveri del cronista. ‘Chi c’era’, ‘chi contava’,  quando si fece la Mostra. Saragat presidente della repubblica; nel comitato d’onore Gronchi, Merzagora ‒ quello che viaggiava con le dimissioni nel portafoglio finché una volta non lo accontentarono e sparì ‒, Moro presidente del consiglio, gui (non il grande vittorio!) della pubblica istruzione, andreotti dell’industria e commercio, corona ‒ quel della legge” ‒ del turismo e dello spettacolo che affossò, tristano codignola al parlamento giangualberto archi rettore magnifico dell’università di Firenze; oggimai una Redipuglia pressoché al completo. Sindaco era Bargellini, un uomo d’onore; nel comitato artistico e operativo della mostra Ragghianti era affiancato da Roberto Salvini (con cui si laureò, su Klee, mia moglie,), Luciano Alberti storico della scenografia, scrittori come Bonsanti (rondaiuolo e futuro sindaco) e Giuseppe Raimondi, il critico Pampaloni, il grande poeta e storico dell’arte Sandro Parronchi. Erano fuori i longheschi e non fu solo una vendetta politica o universitaria; Longhi fidava sulla qualità, Ragghianti puntò tutto sulla quantità. Non per nulla il suo maestro lontano era stato il grande Alöysius Riegl, il marcopolo di tutte le sterminate decadenze. Bruno Furlotti o Orneore Metelli, il visionario Nathan, morto in un lager nazista, o Guido Peyron, Savinio (non ancora di moda) o Sbisà, il Francalancia o la Filli Levasti (l’uno assisiate, lei ‘di casa’), oppi usellini o fausto pirandello, chi ce ne avrebbe parlato? o, anche ad averne sentito parlare (come di pirandello, o di de chirico, o di campigli) quante loro cose saremmo poi riusciti, i più di noi, chi non faceva il mestiere dello storico d’arte o del gallerista o del turista di lusso, saremmo poi riusciti a vederle?

Si adorava Morandi, col Maestro di Piazza San Marco, (non Venezia: Firenze) ma s’era anche un po’ stufi, sia detto con decenza, di quel monachesimo. Si adorava Saba, con altri maestri, ma l’occhio, l’occhio sgusciava ormai dietro Laborintus, dietro Spàtola od Arbasino. Il denaro ci fece la guerra: salii le scale di Palazzo Strozzi, con mia moglie, appena due volte, ma forse fu un bene. L’avidità rende l’Occhio più pronto, spesso guardavo come se fosse per essere l’ultima visione prima delle fiamme. Modigliani non tirava solo, a vederselo ‘vero’ di fronte, coi suoi colli di giraffa al Parmigianino, dichiarava nelle sue teste, che c’era passato il Cubismo. Fontana era insieme Francis Bacon (nativo di Dublino) e Ruggiero o Francesco Bacone, aveva del Varèse e intanto anche del Villa Lobos. Ci doveva, però, esser passato anche Ungaretti, con Anabase e con Páu Brasil, passato forse anche Sinisgalli, Furor mathematicus. Un mondo che sorge, non fu solo un surplus dell’acqua alta. La stampa fu in genere ostile, mi ricordo una colonnina beffarda dell’“Espresso”. Ma lì si era fondato un immaginario neo-italiano, come non era stato più possibile dai tempi dello Studiolo di Francesco de’ Medici, e debbo, per onestà e gratitudine, dire che allo Studiolo, didentro alle squadre del Longhi ci aveva avviato una maestra dell’arte barocca, Mina Gregori, stata anche a quei tempi vicina alle prove lombarde di Testori. Non tutto sùbito mi si fuse dentro, ma il passo era stato fatto; era un passo neomedievale e dovrò ripensarci. Ma era un passo romantico. La molteplicità riazzerava i valori, esaltava quelli veri e dialettizzava quelli non dico falsi ma arbitrariamente estrapolati. Noi volevamo ‘tutto’.

 

 

Il Tempo delle Ombre Alluminate...

 

                                                                                                              Time is Nick Shadow...

 

                                                                                                              Che Alluminare chiamata è in Parisi...

                                                                         

                                                                                                             

Sulla prima mattina sono rientrato in un sogno che da tanto tempo ritorna, ha le varianti, com’è debito, e una insistenza ossessiva, per cui dormendo sto male angosciato e sepolto. A svegliarmi ritrovo non le stelle ma l’aria sbarrata, il respiro soppresso. È un sogno di smarrimento e di deprivazione. Mi sembra di partire da un luogo noto, sono convinto che vado alla vetrina di una bottega di dischi di Parma ‒ ormai mestamente chiusa da più di un decennio; l’abitudine, per me, di passeggiare fino alle vetrine dei discaiuoli, a lungo inaccessibili, dove come gli scudi di Fontana erano i primi, rari microsolco a ‘tenere lo spazio’ e a sfrenare la mia brama di mondi musicali inesperiti, forse per sempre, sempre inesperibili, era nata con la mia prima adolescenza fiorentina. Andavo in pellegrinaggio dalle parti del Ponte vecchio. Vado avanti e m’inoltro in un ginepraio di vicoli, di mura ostili (sironiane ?), finché scopro un immenso magazzino ‒ che prima non c’era  ‒ di tutti i dischi mai pubblicati. Dentro dev’essere come le gallerie, come i sottopassaggi o certi sfoci di metropolitana; vetrine e vetrine. Gelerìa, (?), gelo. C’è poco da comprare e ci son dure, alte porte ma queste come le uscite secondarie dei cinema di un tempo, dei garage, dei supermercati. Dentro mi sento spiato, mal tollerato. L’ebreo negro di Spàtola. Cosa ci sono venuto a fare. All’aperto (senza ripresa di luce, né di respiro) ci dev’essere (stato) un momento in cui cambio strada (ora la strada è più festosa, carica, propriamente, di festoni, di robe di frutta, botteghe illuminate senza sbaraglio, una allegria sparagnina; ancora forse sarà Firenze, in certe sue vie segrete, corrono accosto a quelle dai nomi illustri e frequentatissime e solo i nativi impecuniosi o i meteci arzigogoli le praticano; vi si stringono cinema sospetti, porticciuole indecorose, piccoli rivenduglioli, agli angoli caffeucci; un tempo, i casini; a volte son dovuto, nel sogno, entrare in un cinema, cosa che non faccio da trent’anni, e poi è l’entrata mera, ‘entra l’entrata’, passo duro e puro: il cinema dentro non c’è; l’opportunità si scancella ‒ tacet ‒ senza che io sappia di avere toccato alcun tasto o manopola) del resto qui penso di essere invece a Venezia, ma lontanissimo da quella zona San Marco ‒ immortale come una cartolina ‒ nella quale più o meno riuscirei ancora magari a ritrovarmi, ma poi di Venezia non c’è nulla che io (ri)conosca se non la convinzione di essere purtroppo anzi a Venezia, e anche ritrovare un imbarcadero che mi riporti al centro (che appare lontano, emarginato, insula natalizia, inorpellato cemeterium di lumini, dilà da una laguna di pece) non è cosa conclusiva. Tornerò altre volte al fondaco di tutti i dischi e nelle visite successive ci sarà sempre meno, sempre meno da potersi eventualmente appropriare. V’è la fase dei soli dischi di musica pop, | o rock, | o rap, | o hip-hop, | o g-rap, universi dai quali so d’essere escluso dagli astri ab origine. Poi il fondaco svuotato. Chiedo. Il negro che spazza l’impiancito, in fondo alla galleria gelata, non capisce la lingua e chiede la mancia. Un filo di pena e nuovi smarrimenti, imbarcaderi che mutano sempre luogo. Nel salone della Marucelliana si stava come varcato l’ammonimento: Lasciate ogni speranza. Si brucavano pagine finché durava la penombra reale; stento degli occhi ma infuso della mente che misurava il nulla possedibile e si adeguava. Quel nero si accendeva di scintille immaginarie, fino allo scatto brutale che inondava di luce artificiale il luogo e disinnescava i duri inganni, i disameni inganni. Torno sempre da capo o me ne allontano, un sogno a puntate che faccio e rifaccio, che mi disfa e mi fa, da tanti mai anni. Forse così le anime dei morti batteranno alla porta che non li vuole. “La notte è coperta di nuvoli e afosa” (Stephan George, musicato da Schoenberg).





Cinzia Colombo, Naturalmente Pina..., 2010


Caveria....

                                                                         

                                                               Fu caduta di fogli mazzocchi

                                                              

                                                               fluorescenza di campànule

                                                               balenga oh intravia di minareti

                                                               da lapazî o da lazzule sombreri

                                                              

                                                               a levitare o casine di pongo...

 

                                                               Primum, la materia, certi della sua esistenza

                                                               che è la inesistenza stessa

                                                               ma di questo calemburio, ch’è non è

 

                                                               mero di mere parole gioco

                                                              

                                                               o ventriloquio s’imprime ‘color ricordo’

                                                               il poco vento

                                                               sensibile

                                                               la cadenza geniale il ‘rallentando’

 

                                                               cromatico in esterni o in soggettiva

                                                               ignoro, ignoreremo...

                                                               L’albero del mondo scuote

                                                               dalle sue vette pidocchietti

                                                              

                                                               infolliti in planare allucinògeno

                                                               di una bellezza che non è chirurgo

                                                               di un sapere che non si fa potenza

                                                              

                                                               di un deliro

                                                               indelirio          turbato non turba

                                                               una mors victa ai bordi da cap-a-pè

                                                              

                                                               Lombardi la giornata è un non finito (ieri)

 

 

 

Precìpite toboga mai, mai! L’altalena, la berceuse, la melopèa stregata del nastro che si riavvolge in certezza. Questo onirista pensile, Lombardi ‒ s’è or’or citato il George di Das Buch der hängenden Gärten, sigillo della tratta Pisanello-Marino (Giambattista): “l’urto ch’io diedi col naso ne’ piedi d’un impiccato, che standosene ciondoloni in un arbore faceva di se stesso una grottesca in campo azurro” ‒ se nel sogno lo ritrovi è congruo, quando fosse anche evitabile. Parli, d’altri Lombardi (in uno tre) la Competenza: ‒ lo studio, l’analisi. V’è un secondo Lombardi che scruta i pensieri dell’arte, scrivendone con tatto; lo si può, dunque lo si deve leggere. E, meno noto ai più, un Lombardi efferato, autodafè scorbutico e lazzaronesco; un... pacciani diomarònna ! tanto da poterci imbastire il profilo di un ‘maudit d’autore’ ennesimo ma non precisamente catalogabile. Dei gettoni per chi volesse provarcisi: ‒ il lirico il teorico l’anatomista; in sede i precordii | la testa | la panciera. Fra le retoriche («Triplex est stylus») lo stylus simplex, il sublimis, il mediocris, per difficile riesca articolarlo in concreto ai tre-Lombardi in uno. Per me, certo osando, propongo: semplice o umile è il terzo Lombardi, cristiano, creaturale; sublime il frammentista, coi germani romantici in ascendente: mediocris il visionario. Perché mediocre è la lingua di chi sbroglia il narrabile e perché in medio stat umbra. Le cose vere accadono con estrema lentezza, noi siamo attrezzati solo per vederne le conclusioni. Ejaculatio precox, giavell(otto) prec(8). Anche la luce bagnò dopo una attesa di secoli. Ieri. Un retroverso Whitman, un Dante retrocedente dalla Visione alla Selva. Ma senza impazienze (anche Dante era un sensuale). Ora non c’è Virgilio che lo incalzi, Beatrice che lo informi. Stanotte, in televisione, affabile compagna degli insonni, proietteranno un film con due attori a me sconosciuti, uno si chiama Railsback e l’altro ‒ omina nominaGreenswood. Giuro.

 

È un horror e c’è un sacco di tempo.

 

                                                              

                                                                                                                           [novembre 17, 2008]

 

 

 

                                                                         

                                                              

                                                              

                                                              

                                                              




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