LUOGO COMUNE
MARIA LEONARDI -
MARIA BIUSO
Donne in poesia
su e giù i tornanti
dell’amore


      
Presentate a Roma due plaquette in versi, nella collana che Elisa Davoglio dirige presso la Libraria Padovana Editrice. In “C’è qualcosa nel dolore degli altri” prende corpo una poetica di taciturna compassione, di quotidianità immersa nel lutto che si riscatta in una sublimità amorosa che vibra nei ‘suoni del pensiero’. In “Come sono messe le lampade” la seconda autrice apre lo sguardo su un mondo al femminile percorso da erotici sensi e con ironia e precisione si fa specchio dell’egoismo malato e ciclico degli uomini, intesi come genere maschile.
      



      

di Enrico Pietrangeli

 

 

Lo scorso 16 marzo a Roma, presso la Libreria e Caffetteria Frane Letterarie, sono state presentate due plaquette poetiche numerate che, per l’occasione, hanno una distribuzione in omaggio. Si tratta di C’è qualcosa nel dolore degli altri di Maria Leonardi e Come sono messe le lampade di Maria Biuso, due “chicche” della collana “Donne in Poesia” diretta da Elisa Davoglio che riportano la dicitura “edizione unica” e pubblicate dalla Libraria Padovana Editrice in cooperazione con la Chelsea Editions di New York. Oltre alla direttrice della collana, che ha introdotto l’evento, erano presenti Giampietro Tonon di Literary.it e Antonella Zagaroli.

 

Quella di Maria Leonardi è una poetica determinata negli esiti. Quindici pagine percorrono un iter d’indagine e considerazioni su un dolore che trova i suoi risvolti a partire dal titolo, quale specchio di ricerca volto agli altri non tanto nella stretta di esperienze correlate quanto nella coesione circostanziale del “qualcosa” che permane, perentorio nonostante la sua vaghezza e altrettanto attinente al tutto che ci circonda, a partire dalla quotidianità e i ritmi di una natura che l’assecondano. Ritmi che tornano fulgidi, mai in secondo piano in quella che è la stessa valenza del dolore attraversato dalla consapevolezza dell’amore. C’è una sorta di soffusa e scandita immersione filosofica che scava e si stratifica nei frammenti poetici dell’autrice, frammenti senza titolo e volutamente velati di un distrattamente lasciarsi andare alla pulsione poetica, che di fatto e assai bene dà dimensione del tutto. Un tutto che è ciò che accade in una precisa identità oggetto d’esplorazione al di fuori della pertinenza del momento e, nondimeno, in sintonia con l’istante stesso, che è connessione mai forzata e ancor meglio evidenziata dall’opportuna assenza di titoli demandata a quel solo “qualcosa”, perno e al contempo frutto dell’intera ricerca nella sintesi di questa breve ed altrettanto efficace silloge poetica.

Un “qualcosa nel dolore degli altri” che va oltre il dolore vissuto in prima persona e senza del quale appare, sin dall’incipit, impossibile intraprendere ulteriori strade, perché è da lì che si sradica quel “ciuffo d’erba” che è anche “mio giardino”. E da lì pure si svela, senza sotterfugi, quella chiave di lettura di una taciturna, autentica compassione, sommessa e mai omessa, concretamente efficace nel suo fluire tra l’anima e il mondo esterno attraverso lo sguardo dell’interiore. La “polaroid” ne diviene simbolo e anima, prima ancora che sinonimo d’istantanea, quel “qualcosa” che è il di più oltre ogni clonante digitale, che resta per elevarsi alla diversità dell’unità partendo dalla “forma tradizionale” guénoniana. Un istante, dunque, che perdura dosato in versi colloquiali su decise pennellate, che si determina laddove il cielo è “un po’ nuvole e un po’ blu”, un cielo che “ha visto te e hai visto tu” rendendo perfetta simmetria di un medesimo attimo, unico e irripetibile. Il “qualcosa” che ci “accompagna nelle camere / a spalancare appena le pareti”, capace di produrre quelle indispensabili discrepanze tra le mura, le sole in grado di fornire un punto di luce focale, essenza stessa della proiezione di un asse spazio-tempo impresso su pellicola che poi, in questo caso, è quella stessa stampa che fuoriesce da una portatile camera oscura, quella della polaroid, con tutti i limiti di una definizione sulla saturazione della luce capace di rendere l’aura al di là dell’artifizio dei giochi di luce.





Fantasie: la Valentina di Guido Crepax fotografa una 'plastica bruciata' di Alberto Burri


Qui prende dimensione una quotidianità strozzata dal lutto, “partitura” della “tua morte, con i suoi per sempre”, di quanto gettato a mare senza un perché e una coscienza del peso delle parole. “Mare” che, nel “marasma”, “tutto sbatacchia”. Resta allora “il battito della coda d’un pesce”, lo “stupore nuovo” del mondo oltre le acque della placenta garante di un legame al “sempre”. Allora si diviene “formica”, “che misura le cose / con il metro più corto” ma, “quando l’aquila compie il suo volo / il tempo resta fermo a bocca aperta”. Allora il tempo, un tempo di darwiniana memoria ma che sa trascendere, renderà il pesce prima anfibio e infine volatile, potrà far sì che la coscienza trovi ancora dimora nelle altitudini dell’amore, un cielo da condividere solo ed esclusivamente con un proprio simile da poter finalmente scegliere e non subire, un “qualcosa” da riconoscere e attendere da “sempre”. È tempo che tutto ricostituisce ed evolve rendendo “sfondo opaco / del ricordo”, “tranne trovarti pungente briciola / in qualche angolo della mia pelle”. E quest’ultimo residuo, oltre a incontrare una delle immagini più belle della poetica dell’autrice, devolve anche il fine ultimo dell’amore, mai dimentico non dell’oggetto stesso dell’amore bensì del dettaglio, di quel pungolo a ritrovarsi, sia pure in altre forme e dimensioni, dove il passato possa assumere quel suo perché da erogare al presente, all’attesa mai dimentica del qui ed ora per un altrove, che è passato e futuro da incarnare in un disanimato verbo. E, se “tutto passa”, anche “il passare è infinito”. Ed allora ecco che, il “non mi reggo più in piedi”, il sentirsi “disossata” diviene benedizione per un mondo che ci consegna in ulteriori, più grandi disegni. L’amore, che è il sublime, si santifica e riemerge di più impersonale forma, dove il “te” affonda oltre ogni tempo di un’identità che diviene sostanza in attesa di forma: “senza te al mondo / il mondo è insostenibile / neanche una vertebra / che regga tale insensatezza”. L’amore che è “tutto vibrante / ai suoni del pensiero”, “oltre ogni limite bello”. E il “bello”, oltre ogni “insensatezza”, sa attendere e tornare concludendo questa tanto semplice quanto profonda poetica riflessione dell’autrice.

 

Con Marta Biuso quel che di più colpisce è la notevole capacità di devolvere uno spaccato di un mondo al femminile spoglio di orpelli e che, nella sintesi stessa del verso, fuoriesce nitido, fintanto da coinvolgere adeguata attenzione e riflessione in un percorso che ci dona per intero e senza riserve squarci di amorosi sensi che poco hanno di sdolcinato e molto di vissuto in contenuti che, purtroppo, spesso neppure sfiorano nella media un corrispondente al maschile. Corrispettivo che qui, più che condannato, emerge infine in un pacificato essere messo a nudo. “Che fare di questi dieci anni” è la domanda indiretta di apertura che la Biuso colloca in un ottimo incipit, capace di un ponderato e razionale speculare tra vive emozioni sin dalle prima battute date in risposta. Anni che, dalla “cantina”, richiameranno comunque l’attenzione di un qualche “feticista”, di quelli che comprano purché “incellophanato”. Un’ironia composta scorre e trabocca dal personale per attraversare un’intera società irrisolta, orba di futuro. Una cultura per cui è meglio lasciare “riposare in frigo” ciò che verrà pur di non assumere dirette responsabilità col presente. Tra un tempo senza tempo si lasciano fluttuare “tacchi” che ne scandiscono cadenze su “vetrine” allestite per ricoprire le nudità di fondo. Un tempo dove, secco e tagliente, implode un ossimoro dialettico e assai intenso del verso illuminando una consueta glacialità che filma il tutto: “Tu mi manchi. Non sei una persona sei un mostro. Sei un mostro e sei divino”.





Flavia Fasano, Vestito blu, 2011


Un tempo condiviso in anonimi luoghi senza più un’anima, che vengono ben messi a fuoco a partire dallo stesso stile intessuto dall’autrice oltre agli inequivocabili simboli introdotti. Il “supermercato” diviene così quel punto evocativo del nulla, “dove potrei vederlo tra chi spinge carrelli di scatole / tra chi scompare nei magazzini”, un luogo senza cielo e senza luna per cui l’origine non sarà mai riscatto di un eterno sotteso e anelato. Con “Il tuo medico” prende forma anche la parodia più intelligente, quella di essere specchio di malattie verso un mittente maschile: “Il tuo medico può aiutarti a smettere / di stare a un passo dietro / di dare un controtempo inutile al rumore delle foglie”, perché il suono della natura delle cose non necessita alcun alibi e, tantomeno, un contrappunto. Una natura che ritorna, catartica, per chi ancora ne ha coscienza. Proporzioni e ritmi, pertanto, giungono come una cascola programmata: “ti lascerò andare a primavera / quando i fiori non ce la faranno più”. Natura che, nondimeno, appare dissestata da contaminazioni e bizzarrie nella rottura dei cicli che tutt’intorno imperversa: “neanche l’amore tra un uomo e una donna segue più il ciclo delle cose” è l’amara constatazione a cui si perviene. Un ciclo che, tuttavia, svolge sempre la sua nemesi per cui “un giorno” “dovrai gettare la tua altezza in basso”, “sbatterai sul letto come se qualcuno ti sparasse” fino a “bestemmiare il tuo io” e il suo egoismo “immenso nel peccato”. Ma tutto questo non sarà rancore, bensì misericordia, perché solo così “dentro il mio corpo trasparente / vedrai le parole che cerchi”. Natura che non è duplicante ma generante, dove “la copia non è concessa”. “Come sono messe le lampade” è il dettaglio da cui non si sfugge, “Vita o tormento”. Per concludere l’autrice riprende quel lungo verso colloquiale, che deborda incidendo, un cesello testimonianza di pensiero e ricerca: “perché anche se l’amore è sparso perché proprio perché l’amore è sparso / continua a defluire come aver trovato il giacimento / e quindi c’è”. Resta quindi la ricchezza per quanto scoperto e introiettato, la catarsi di una chiusa degna della dimensione più alta dell’amore: “profondamente prego che tu sia / profondamente libero e felice”. 

 

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006