LUOGO COMUNE
MARCELLO CARLINO
La “Poetica” come guida conoscitiva alla macchina
del testo


      
Un’analisi delle principali linee tematiche dell’ultimo saggio dello studioso ciociaro, approfondendo quelle che uniscono, nel segno delle poetiche ‘cognitive’, i diversi fronti dello ‘sperimentalismo’ critico italiano. Dall’epos come ricettacolo di forti ‘accordature’ linguistiche e di saperi ‘allotrî’ al poema filosofico-allegorico suggerito dal trascurato ‘canone dantesco’, al romanzo storico-allegorico come genere della più ardita modernità contemporanea, seminato nel climax controriformista attraverso le intuizioni e le opere di Tasso e Cervantes. Con un finale passaggio sugli spunti pasoliniani circa la cristiana ‘sacralità del tempo lineare’ da riverberare sopra gli esiti più affilati d’una critica d’avanguardia odierna.
      



      

di Paolo Borzi

 

 

1-   Preambolo di giudizio storico e prospettico

 

Si dice che i filosofi, affrontando argomenti estetici, abbelliscano il loro stile. Forse è l’argomento che “tira”; forse la nostalgia per una modalità di scrittura abbandonata in gioventù, a favore di glossari e prontuari della logica più (o meno) formale. Forse – senza meno Hegel, tra i maggiori –  erano poeti da ragazzi… come tutta l’umanità quand’era ragazza, secondo hanno argomentato per tre secoli (saldamente infiltrati nel quarto) gli autori d’uno sterminato paradigma idealistico-romantico (drasticamente opposto al paradigma dell’Avanguardia, presentata dall’Autore nel suo stampo di marxismo critico), assai poco fiducioso circa le risorse conoscitive dell’opera letteraria e artistica in genere: da Vico, a Rousseau, passando per una fronte delle due di Kant (l’altra è ottimamente “dellavolpiana”), per il citato Hegel, fino finalmente a Benedetto Croce e una egemonia tutt’ora forte d’un suo notevole radicamento nel senso comune. Riguardo l’altro filone più recente di questo paradigma, quello attualista, più orientato all’eteronomia dell’arte, esso si è infilato e obliato tra le pieghe più atroci della prima metà del secolo passato.

 

Avendo per caso in mano una preziosa pubblicazione di Aldo Mattera (Il Giudizio e la Prassi,Studi sulla teoria del Giudizio da Benedetto Croce a Raffaello Franchini”, Rubbettino, 1998), aggiungerò alla mia valutazione complessiva sul libro di Marcello Carlino Poetica, Guida Editore, Napoli 2011, dalle “Voci della Filosofia”, pp. 118. € 10,00 – anche un “giudizio prospettico” sul 2013, anno di fin troppo intuibili, soprattutto in questi ambiti, celebrazioni cinquantenarie. Un giudizio prospettico incorpora in buona sostanza la prassi nella teoria secondo un’ottica di “crocianesimo critico” che non mi ha mai suggestionato e formato, ma la cui esistenza lascia intravvedere – appunto prospetticamente – moti centripeti rispetto a un demanio culturale comune, il cui rafforzamento è un altro dei temi forti del trattato in oggetto.

 

2-   Disperata urgenza delle tematiche politiche e testuali

 

Parlare di contestualità organica (nella Società e nelle sue Opere), di terzietà (come legalità giuridica e legittimità – e affilatezza – della Critica in generale), di “Pubblico Demanio” della cultura, significa porre la questione delle opere letterarie, e generalmente artistiche, al centro delle problematiche sulla salvazione – anche solo laicamente – morale (e dunque tout court) di questo paese. Siamo già nel cuore del libro di Carlino. Il mio personale giudizio prospettico mi spinge a suggerire una realizzazione opposta, ma anche superficialmente speculare a quella che rappresenta l’attuale tentativo “ecumenico” di “salvazione” finanziaria… il quale, tralasciando i nodi specifici e temo catastrofici della questione, ci offre almeno un simulacro di respiro, forse l’ultimo nel passaggio dalla malattia terminale alla morte, ma sul quale, proprio in questo “precolombiano” 2012 e nelle imminenze del “postpalermitano” (o “postleccese”) 2013, è  urgentissimo avventarsi per una  pur disperata addizione d’ossigeno.  

 

Prima (e/o durante e/o dopo, i termini non si elidono) del presente  “conflitto” mondiale, ove le virgolette attestano modalità non sempre classiche ma tuttavia globali e spietatissime, e nel corso di altre mutazioni antropologiche, cui altre non potrebbero seguire se non post mortem o se non all’indietro, è forse indispensabile pensare per l’anno prossimo a una “costituente” ecumenica (senza edulcorazioni), in relazione a un nuovo edificando “Parlamento Demaniale delle Lettere”.

 

I motivi sono principalmente due: di urgenza proprio “demaniale” (poetiche suppostamente “acognitive” e dunque sovente tacciate di untuose connivenze, perché emotive ed “evasive”, sono ormai, nelle forme più autentiche e meno cortigiane, beni “rivoluzionari” e a rischio di estinzione, sovente percorsi da vitali fermenti a loro modo dialettici, che sarebbe utile indagare anziché tranciare); di avvicinamento, proprio al “demanio”,  delle poetiche cognitive presentate e difese nel libro di Carlino, perché esse restituiscono una dignità fortissima all’atto poetico ed estetico in generale, una dignità, come stiamo per vedere, rarissimamente concessa in questi termini nella speculazione passata, con l’immissione nella temperie avanguardista dei perché e dei percome della grandezza dei capolavori del passato; perché e percome che sarebbero gli stessi (polisensi, allegorie, eteronomie, ricchezza di funzioni linguistiche, debordamenti di genere) per ipotetici capolavori del presente e del futuro (con gli indispensabili adattamenti alle peculiarità della Storia). Un Demanio siffatto, in cui le poetiche d’ Avanguardia dialogassero coi “sopravvissuti” tra gli appassionati veraci in generale, si articolerebbe “gramscianamente” in una dimensione non solo sociale ma anche –compatibilmente – popolare.





Harold's Auto Center (ph. Margolies)


3-   Aristotele, Tasso, Cervantes: il travaso dell’Epos nel romanzo storico (trattino) allegorico moderno.

 

Dunque, storicità (socialità, politicità) della poetica, e sua COGNITIVITà (come causa e conseguenza delle prime). Strano, in fondo un senso comune pur fatalmente “crociano” d’un semplice liceale, che però abbia magari letto qualche rigo di De Sanctis, se non del (qui citatissimo) Binni, troverebbe naturalissime e lievi queste istanze; invero preziose e pesanti come l’oro zecchino.

 

Da Aristotele a Galvano della Volpe, o se vogliamo alla triade  esemplare composta da quest’ultimo, Adorno e Benjamin, la storia qui brevemente tracciata ci parla d’un vuoto – sempre in riferimento alla stringenza dei termini a capo capitolo – segnato da prontuari poco stimolanti, sebbene taluni di segno aristotelico; di approvazioni dei canoni petrarchisti (Bembo) “contro” Dante; di un’epoca Barocca non – sul momento – speculativamente all’altezza delle sue elaborazioni (perché coeve a un climax controriformista che pure ha condizionato, mediante il Tasso, una importante ricalibratura del Poema Cavalleresco, che vedremo); di una terna secolare (18-19-20) che tra proto storicismo (Vico), Giusnaturalismo moderno ampiamente inteso (Rousseau) e “finalmente” idealismo romantico (saltando al momento il “bifronte” Kant) ha relegato “trionfalmente” la poetica in una marginalità autonomistica, a una totale ancillarità rispetto all’Estetica, a una sacrale nicchia di innocenza perduta, a una eteronomia sbilanciata quando, come nel caso dell’idealismo magico, si fa di quella stessa innocenza l’organo d’un invasamento tutt’affatto iniziatico ed esoterico, e dunque inondato da diversa-complementare ineffabilità.

 

Riferisce Carlino a proposito di Aristotele: A questa, la poesia, si confà inoltre una vocazione all’universalità (che assieme alla possibilità confluisce nel verismile come eikòs, cioè icona, immagine) da cui quella, la storia, non sembra toccata; questa, la storia, essendo orientata verso il particolare dell’accaduto, quella, la poesia, verso la generalità del possibile supportato dalla coerenza della ragione (…) Non sembra esclusa, dalle annotazioni aristoteliche, la rivendicazione morale del valore dell’utopia, ovvero della schiusa dell’immagine di un possibile mondo a venire, come potenziale e come risorsa del testo di scrittura letteraria (pagg. 9,10).

 

Da qui partendo Galvano della Volpe, e lo stesso Carlino, cito nuovamente il secondo in relazione alla teorizzazione del “polisenso” ad opera del primo, con speciale attenzione alle sei funzioni del linguaggio computate dallo Jakobson (emotiva, fàtica, conativa, poetica, metalinguistica, referenziale): L’insieme di queste funzioni si compatta nella contestualità organica che distingue il processo di conoscenza realizzato dalla letteratura: ma queste funzioni, orientate concordemente ad una deliberazione comunicativa, sono tutte parti in causa nel discorso letterario. Il polisenso si edifica sulla loro correlazione operativa (pag.80).

 

Come dire: quando poetiamo non facciamo altro che accordare lo strumento della lingua comune, facendone un concerto anziché pizzicarlo, o massacrarlo, per le ordinarie bisogne. Il passaggio al “poiéin” come “poematica” ci porta dritti al problema della poesia epica, ovvero – tra i generi tradizionali – il più ampio ricettacolo delle funzioni jakobsoniane; e al miraggio che essa non possa più sussistere anche perché in poesia occorrerebbe il “levare” piuttosto che “il mettere”; laddove invece sembrerebbe più veracemente ovvio sostenere che chi scrive – e fa benissimo – m’illumino d’immenso, solo mette; mentre chi fa un poema epico, non fa altro che togliere. Ogni poesia, di qualsiasi dimensione, è di una sinteticità che può essere messa in relazione solo alla sua più stringente versione in prosa. Il “levare” come impicciolimento, destrutturazione, è una ossessione di certo senso comune di certo orientamento, che nel testo di Carlino è molto citato e contrastato. Un abbaglio che può diventare una autentica truffa, come quando si vuol far passare l’haiku per forma suprema di poesia proprio in virtù delle sue sole diciassette sillabe. Insomma, se non se ne occupa altro Modernismo, il (ri)passaggio dai modi ai mondi della poesia (fatta salva la sopravvivenza d’ogni bottega d’arte, ognuno come intende coltivarla) spetta proprio all’Avanguardia, grazie a quanto stiamo argomentando,  non foss’altro per cessione di territorio.

 

Tralasciando le motivazioni espresse per cui Aristotele attribuiva una priorità alla Tragedia rispetto all’Epica, e alludendo a una motivazione inespressa che con azzardosa autoironia definirei “classista”, direi di trovare più affine al polisenso dell’aristotelico della Volpe proprio l’epica, in particolare più l’Odissea rispetto l’Iliade, e, nella rinascita cavalleresca, più il Ciclo Bretone rispetto il Carolingio (più gravidi i primi di informazioni socio culturali, di psiconti – neologismo che allude a grandi nuclei narrativi corredati di un archetipo e una perigliosa vicenda esistenziale annessa – di avventurose ricognizioni territoriali, di cambi di registro, di “città” da fondare, rifondare, utopizzare etc...).

 

Nodale in questo senso il nesso tra le radici greche ma anche sanscrite del poiéin (fare, artigianalmente, ma anche “pu”, sanscrito, come generare, pro-creare, e i relativi “purana”, testi che organizzano il sapere sacro, e ancora dal greco pòa, pòia, cioè “erba”) e il momento “storicamente forte” dell’excursus millenario illustrato nel libro di Carlino, l’unico che precede nell’era moderna il felice passaggio kantiano, quello relativo proprio a una rinascita dell’epica “seriosa” – in senso anche a suo modo cognitivista – attraverso il poema del Tasso (senza nulla togliere a quello “allegro” dell’Ariosto).

 

Il collegamento consiste nella stesura d’una poematica programmaticamente “fondativa” (una specie di “purana” moderno) su una precisa base ideologico-religiosa. Il risultato di “aristotelismo celebrativo”, nel senso di “storia verisimile” con accezione di leggenda regolativa e imbalsamata (e per di più, crociata), è assolutamente secondario rispetto ai modernissimi sbreghi di questa stessa realizzazione: ad esempio rispetto alle fratture tra lirismo e macro struttura, tra cortigianeria e “scompostezze” varie, tra mestizia ambientale e precisione potente (sia audiovisiva che nell’esposizione di tattiche e costumanze specifiche), tra monumentalità nei movimenti di massa e languori nei destini dei singoli, tra alleanze “diaboliche” degli “infedeli” e le loro nondimeno vigorose stature umane ed esistenziali; e secondario anche rispetto alla molta consapevolezza teoretica, visto che il Tasso stesso ci dice:

 

Diversissime sono… queste due nature, il meraviglioso e ’l verisimile; ed in guisa diverse, che sono quasi contrarie tra loro; nondimeno l’una e l’altra nel poema è necessaria; ma fa mestieri che arte di eccellente poeta sia quella che insieme le accoppi; il che, se ben’è stato sin’ora fatto da molti, nissuno è (ch’io mi sappia) il quale insegni come si faccia; anzi, alcuni uomini di somma dottrina, veggendo la ripugnanza di queste due nature, hanno giudicato quella parte ch’è verisimile ne’ poemi non essere meravigliosa, né quella ch’è meravigliosa, verisimile; ma che nondimeno, essendo ambedue necessarie, si debba or seguire il verisimile, ora il meraviglioso, di maniera che l’una a l’altra non ceda, ma l’una da l’altra sia temperata. Io, per me, questa opiniorie non approvo, che parte alcuna debba nel poema ritrovarsi, che verisimile non sia: e la ragione che mi muove a cosí credere, è tale. La poesia non è in sua natura altro che imitazione; e questo non si può richiamare in dubbio: e l’imitazione non può essere discompagnata dal verisimile, però che tanto significa imitare, quanto far simile; non può dunque parte alcuna di poesia esser separata dal verisimile (…) 1° discorso dell’Arte Poetica.

 

Dunque, meraviglioso e storico-leggendario sono entrambi verisimili. E non si sa chi dei due di grado più forte. Forse il primo, se di certo di Giardini d’Armida si ha più esperienza che di Buglioni, ben convinto che anche il Tasso fosse dell’avviso. La Crociata, dunque, fu un pretesto,  ma in un senso rovesciato rispetto l’apologetico che normalmente si crede: un pretesto per i Giardini d’Armida nella Liberata; per la sperimentazione d’un rigore e una affilatezza mai visti (specie in un genere “popolare”), nella Conquistata. Il bilobato capolavoro del Tasso è doppiamente moderno per cognitività polisensuale; e poi per precisione strutturale, ideologica ed audiovisiva. Il nesso tra “ucronìa cronistorica” (termini e interpretazioni miei) e utopia,  passando a Cervantes (opposto e gemellare al Tasso, un po’ come il Riso e il Pianto rituali) ha poi ulteriormente inseminato il più prezioso prontuario di stimoli per la grandissima letteratura moderna; il cui “dispositivo monster” è – ritengo – la fusione, travasando dall’epica, di romanzo storico e allegorico.





Gerardo Wuthier, Per amor o de la funesta ira di messer Riccardo Remor di Maduerì (1993-1994), cm 125x160, collage e tecnica mista su compensato con carrucole, filo da pesca e manico di legno, specchio sintetico etc.


Dico Tasso e Cervantes paritariamente perché personalmente non ci sto a collocare il poeta sorrentino in una sorta di ombrosa medietà o addirittura mediocrità, tra il “ridente e arioso” Ariosto, e lo scaltro, già modernissimo, sublimemente picaresco Cervantes. Se quest’ultimo infatti ha avuto il merito immenso della demitizzazione e della ri-traduzione in prosa dell’epica cavalleresca (ove comunque figura peggiore del Visionario fanno le cose che un utopismo più avveduto dovrebbe comunque  ben ribaltare), il poeta italiano ha fornito con la Gerusalemme, alla modernità, altrettante frugifere contraddizioni, e un preciso ordigno poematico, concettuale e audiovisivo, che sia nel frammento (l’ottava piena di enjambements che rendono preziosa la loro assenza, a seconda che “imploda” liricamente o “tambureggi” eroicamente) sia nelle più ampie aggregazioni, presenta giochi di scorci e di luce, di relativismi prospettici (cfr. Edizione “La Scuola”, 1960, a cura di Getto-Sanguineti), di primi piani e panoramiche, di nozioni e visioni, che anticipano profeticamente la natura barocca e “cinematografica” del più inquietante – e quasi unico – romanzo storico-allegorico (che l’Autore infatti chiama anche Poema) della nostra recente modernità, cioè Petrolio di Pasolini.

 

Essendo l’ucronìa cronistorica  una “assenza di tempo” (o irruzione di più tempi) dentro un tempo determinato (che può essere la Guerra di Troia come la Prima Crociata), essa è quel “meraviglioso” accostato al (più) verisimile, che nel travaso prosastico moderno è visionarietà accostata alla storia. Tale visionarietà, anche come allegoresi, dunque più vera e cognitiva del verisimile, da una parte media l’abominio – non dialettizzabile – e come ucronìa determinabile nel “non ancora”, “sveglia” all’orientamento utopistico. Un simile mostruoso dispositivo non sarebbe dunque confondibile con un romanzo storico, in cui storia e finzione coabitino naturalmente, anche perché il “travaso dall’epica” impone un uso fortissimo di tutte le funzioni di cui sopra, poetica emotiva e referenziale in primis (una triade superiore?); potendo inoltre sviscerare, per deduzione, indagine conoscitiva o invenzione, il bestiario delle specie sconfitte della storia, tenendo conto che le ali non trasformate in artigli d’un esemplare estinto possono essere vincenti in una prospettiva utopistica; come potrebbe, immaginando le cose meno credibili ma comunque aristotelicamente “verisimili”, dare dei contributi attivi alle discipline cognitive in senso più stretto, come la storiografia comune, quella dal passato meno prossimo a oltre (per la contemporaneità stringente la cosa è più ovvia), e l’archeologia.

 

Sarebbe, quest’ultima suggestione, un curioso “di più”, ma l’esempio che porto è molto congruo per essermene occupato, onorato in ciò da una collaborazione proprio dell’Autore di questa Poetica: parlo del Ciclo Bretone, un immane dispositivo folklorico, non a caso alle radici delle nostre radici (come europei moderni), secondo me tutt’ora ben lungi dal trovare una letteratura scritta – direttamente o meno ispirata – adeguata all’intuibile originario “humus” orale. La domanda che mi sono posto scrivendone, è stata: se una genia di estinguenti celtico-romani, abbandonati dall’Impero e sul punto di essere massacrati dagli anglosassoni, avesse davvero voluto istituire un Tavolo ispirato agli Apostoli di Cristo, traducendo dunque in una “nazione” il comunismo-comunitarismo primitivo così come è negli “Atti” evangelici, come avrebbero agito, cosa avrebbero detto? Ovviamente di risposte “poetiche” ho dovuto darmene, per fare il mio onesto poema; non certo per sfornare obbligate rispondenze con le cose,  però rischiando di suggerirne, non per rabdomanzia ma magari per essermi posto domande di senso, fra le tante possibili e dovute quando ci si accosta all’elaborazione d’un opera letteraria che si sforzi di essere “cognitiva” secondo quanto definito nell’indispensabile trattato carliniano. E detto di straforo, visto l’argomento, la faccenda dei miti fascistoidi, impugnati o stigmatizzati come tali già nelle origini antropologiche, le semiosi ermetiche che riempiono tutto di tutto, e quelle scettiche che svuotano tutto, siano finalmente smascherate nelle loro speculari e ormai noiosissime incongruenze, in un supposto prossimo venturo “parlamento demaniale delle Lettere”.

 

 Cito in coda a questa lunga digressione  a cavallo tra i sec. 16°-17° e 20°-21°, il passo di Carlino che l’ha stimolata: il Lettore giudicherà se a ragione o meno:

 

…. Proprio perché preso nel vortice delle questioni storico politiche del tempo, e per un suo profilo inquadrato di riflesso nella cultura della Controriforma, subisce un trattamento non dissimile (n.b.: alla Commedia dantesca, come perpetuo sprone ed elaborazioni critiche) il romanzo-poema cavalleresco, sulle cui fattezze, sulle cui proprietà, sulle cui prospettive di apertura e di sviluppo si discute traendo impulso dal corpo del testo e dalla sua specifica fattura (il rapporto tra verità e storia e finzione e la modulazione delle unità, quella di azione specialmente, tornano sullo sfondo delle considerazioni effettuate). Un dibattito di tale fatta migra da Italia a Spagna e torna da Spagna a Italia a cavaliere tra secolo sedicesimo e secolo diciassettesimo; lo si può dire in una certa misura responsabile della precipitazione di quella humus letteraria e culturale su cui si impianta, per la cura di Cervantes, lo straordinario primo romanzo della modernità, il capostipite riconosciuto. (pagg. 26, 27)

 

Dunque, eteronomia – della Poetica – verso la Storia e la Speculazione Fantastica (inevitabilmente dialettica, se in compagnia della Prima); e come prontuario enciclopedico di saperi allotrî. Il Ganglio tra l’Epos di domani… a quello di ieri a quello di sempre.

 

4-   Kant, Dante e Pasolini: il Cristianesimo nella poetica “dei terzi”; ovvero della “sacralità” non aurorale.

 

Molto citati i primi due, per niente il terzo (per sane congruenze strutturali del trattato in questione), del grande Autore della Critica del Giudizio, ma anche della “Religione nei limiti della sola Ragione”, pur rappresentando il ganglio aureo tra Aristotele e la critica dellavolpiana, si può solo citare brevemente la strutturazione del concetto di Bello all’interno della mente umana (lato critico), ma al contempo certi innatismo,  autonomia a auto-finalità che butterebbero, persino con fondativa incisività, dall’altra parte. C’è da dire che la strana combutta tra quanto gli offriva – a Kant – l’Età dei Lumi (empirismo e scienza newtoniana) e il suo credo religioso positivo (ossessionato sul lato del Peccato Originale), non poteva che menarlo a reperire il Valore, qualsiasi valore, solo nell’intimo, e a sdegnare altresì il mito di qualsiasi età “innocente” che fosse stata comunque “storica” (o anche protostorica o preistorica in virtù del Male Radicale come deturpazione antropologica): una condizione assai feconda per le considerazioni di Carlino, ma anche per le ulteriori che – pur necessariamente limitandomi – sto per fare io stesso.

 

Pasolini allungò la dimensione “aurorale” e innocente nella storicamente perenne – finché la storia c’è, prima dell’utopia realizzata o dell’Apocalisse – dimensione del sottoproletariato: legato, in quanto mondo contadino, inurbato o immodernato che fosse, al “tempo sacro” (ovvero circolare, rituale), assorbe il Cristianesimo nell’ambito di questa modalità, che costituisce i “numeri forti” delle adesioni, fino alle soglie della Modernità attuale. Veniente ahinoi la coeva Postmodernità attuale, il poeta strigliava i cattolici del dissenso perché stringessero a loro volta verso un indirizzo, sociale e teologico, che (ri)fondasse il Cristianesimo secondo una delle sue principali essenze: la sacralizzazione del tempo lineare (altrimenti profano e dunque radicalmente opposto, che trascinerebbe inesorabilmente a sé le vie credute mediane). Ben sapendo che lo Spirito è unità vivificante delle comunità, e non un elargitore di regalie ultramondane se sei buono (ohibò), Egli dialogava con dette comunità, anche per rinserrare il fronte antifascista post-bellico e “disinnescare” l’ingrediente clerico-fascistoide all’interno di esso, la cui gran ripresa di quota fa di molto rimpiangere dialogatori di siffatto acume, ecumenismo e tempra.

 

Passando dalle Lettere guarda caso Luterane, alle terzine delle “Ceneri” e agli inferni di Canterbury, Salò e Petrolio, tanto per innestare un ganglio forzato – non più di tanto – fra questi tre grandissimi autori, provo ad unirli, azzardando ulteriormente, porgendo loro una richiesta di parere sulla seguente asserzione, la maggiormente ripudiabile da parte di una poetica “cognitivista”, così come è delineata nello scritto di Carlino: l’arte serve ad emozionare, narcotizzare ed evadere. Esperti il filosofo e il poeta moderno di dialettica, ma anche il Vate di quella della sua epoca, pongo tre risposte all’unisono: non d’accordo se la cosa si asserisce dogmaticamente; d’accordo se si nega determinatamente (dialetticamente); in totale disaccordo se si nega assolutamente. Tutti e tre sono immersi in un elemento “antico” – ma in verità totalmente espiantato solo da chirurgia futuristoide di ambo le direzioni politiche – secondo cui l’arte ha un certo collegamento col sogno, non tanto per dinamiche surrealiste o per l’incubazione esercitata dai miei amati dipintori del Tre-Quattrocento; ma perché noi si evade e ci si “narcotizza” anche per rigenerarci. E l’arte era – è, può riessere – il luogo in cui viene incubato il sapere, come lascito e come seme, ficcato nel nucleo vivo, dell’essere umano e della civiltà che deve impiantare e custodire. È certo dunque cognitiva ma, ancor di più, vitale… cognivitale, per inventarne un’altra. Lo riferisce Tasso, programmaticamente, ma solo per ribadire un principio in crisi, da sostenere nell’intento proprio di ripresentare dopo secoli un poema – a suo modo – spiccatamente cognitivista (e dal dispositivo modernissimo, e dagli svisamenti ideologici dati proprio per l’incontenibile fabbrica di polisensi che offre un simile macchinario cognitivista, storico, metastorico, narrativo e visionario).

 

 Tornando alle funzioni di Jakobson, il “segreto” di questa terza via, che abbiamo definito della “sacralità non aurorale”, è il potenziamento scambievole, direttamente e non inversamente proporzionale, di funzione emotiva e referenziale. I due poeti, accomunati anche da una certa “terzietà” tra religione positiva e laicità (e anche Kant, che nell’altra opera citata in cima “spalma” ecumenicamente comunità laica ed ecclesiologica “secondo Ragione”, prospettando anche un suo europeismo insieme illuminista e spirituale), sentivano di dover fare un prontuario dei saperi migliori del loro tempo, per incubarli nel “sentimento cognitivo”, ponendosi come intellettuali organici nel senso più totale e stretto, lacerandosi alla morte nel lavorio di agganciare le accademie al popolo, rubando i filosofemi da una parte e la lingua e il folklore dall’altra. Probabile che con questa “terza via”, torni dalla finestra una certa sacralità, un pelo d’evidenza e perfino di genialità, che può essere laicamente tradotta come talentuosità, diciamo, estremamente specifica. Del resto, nel Pubblico Demanio planetario, i beni sono tutelati dall’Unesco anche in base a una loro certa evidente bellezza, che poi è la base del turismo globale condiviso (la Bellezza, contrariamente ad alcune datate esternazioni sanguinetiane, unisce molto più di dividere, non foss’altro perché galleggiamo tutti in un Pianeta, matrigno e fetentone che sia, assai “bello”). Evidenza che si spera s’accompagni sempre alla più raffinata certificazione critica, nella stesura delle prossime produzioni, che in un libro come questo di Carlino possono trovare un insostituibile prontuario di suggerimenti e motivazioni.





Lorenzo Lotto, L'Annunciazione, 1534 ca.


Pasolini non si spese a comporre un “poema sacro” per l’oltre modernità, per lo meno in una singola opera o un singolo genere: egli infatti spostò altrove la sua vocazione “epica” (forse in poesia non ne aveva tutta la stoffa, o magari solo la voglia), nel cinema e in parte nella narrativa. Tra i problemi di cui si occupano i membri della sua scalcinata diaspora di orfani, quelli inconsolabili e un po’ fossilizzati, quando per ventura si incontrano, c’è roba tipo “completare Petrolio” (peggio che ricostruire la decima di Mahler)  o ricontrarre in poesia quello che Pierpaolo ha fatto e detto al di fuori. Tutto ciò è patetico, ma meno patetica sarebbe la condizione d’un qualsiasi poeta cristiano che condividesse politicamente il “demanio” del cognitivismo critico qui trattato, se il Pasolini “luterano” dei primi mesi del 1975 avesse dato fiore e frutto, dal fango dell’Idroscalo o da esiti e sviluppi d’un destino meno letale per la vita del Poeta.

   

La questione si affronta punto o di rado, perché il poeta cristiano è di fatto spesso “laico” rispetto la propria fede, condotta da un clero che Paolo VI stesso giudicò (in buona sostanza) “impoetico” in uno storico quanto misconosciuto “mea culpa agli artisti”, proferito sulla fine degli anni ’60 al cospetto, fra gli altri, di Pasolini. L’attività poetica, se non è un complemento alla preghiera o il cimento in un “sottogenere” di misticismo regolato, o di agiografia ipostatica ed elogiativa, è sentita o volutamente fatta sentire come un’attività spuria e dalla dubbia opportunità (quando avanzasse pretese identificanti e solutive). Molti cristiani vi esprimono un rimosso di tipo misterico, o un lirismo fresco e incantato, finendo a tutte zampe al di là dello steccato issato dalla attrezzatissima critica dei compagni laici. Infiltrati dall’altra parte per un robusto afflato comunitario e sociale, assai connaturato alla loro fede, vengono tollerati dai più astuti e argomentativi marxisti, amicizie sincere a parte, (quadretto molto romano, questo…), subissati nondimeno a latere da asserzioni sul tramonto e l’insussistenza delle loro ragioni, e sulla perdurante e imbarazzante professione reazionaria (senza entrare in meriti ed eccezioni) della Gerarchia ecclesiastica.

 

Ecco allora che il cognitivismo (e l’allegorismo) del Padre Dante può mettere ancora una volta tutti d’accordo; e la coltivazione d’una robusta poematica anche da parte dei credenti (impossibile finché non ci si pone neppure come battibile la prospettiva), può far circolare dentro di essa, oggi come allora, tutti i rimossi folklorici e le adiacenze meno allineate, coi loro sempre attualissimi svisamenti, vitalizzanti senza trite procedure di dissacrazione.

Scrisse Pasolini: … uno dei luoghi  comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e de-sentimentalizzare. Ciò si spiega col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti (…) ma oggi il nuovo potere… è il primo a volersene liberare (13 marzo 1975)…

Salvo ormai le più ripugnanti e ridicole strumentalizzazioni, verrebbe voglia di interpolare, in questo passaggio dal male cronico al male terminale, dal basso al putrefatto Impero,  dopo 37 anni,  di cui 18 attraversati come sappiamo, e a 19 da celebrazioni trentennali (63-93) in cui la più affilata intelligenza critica, dopo quasi vent’anni in perfetta forma (come attesta anche la pubblicazione qui trattata), chiudeva o comunque non apriva su molte delle problematiche qui abbozzate (tra le quali ribadisco meglio il folklore e lo spappolamento proprio dell’emotività “naturale”, il cui recupero anche mediante la riflessione e la produzione poetica, assume giorno dopo giorno un significato diverso, da cui non si può prescindere, e forse sempre più importante); e chiudeva giustamente perché ognuno fa la sua parte; una parte che ora ritengo urgentissimo fare tutti insieme.

 

5-   Conclusione anche poetica sulla Poetica di Marcello Carlino.

 

Credo sarebbe un crimine recensire questo libro senza sottolinearne, a matite di tutti i colori, l’ingentissimo peso specifico, che il suo aspetto da planning turchese, alto e stretto, dalla grossa titolatura verticale (che quasi ti aspetteresti, come in certe atipiche pubblicazioni prossime al gusto dell’Autore, di dover aprirlo appunto come un planning per poterlo leggere) nasconde e minimizza; o assottiglia evocando usi calendariali, per informazioni consumabili nella scadenza x y – un esame, una tesi di laurea – ricordata a pag. tot; o per una procrastinabilità senza limiti, buono quando tornerà buono. Chissà quanti altri, dopo averlo letto, avranno invece avuto una sensazione simile alla mia (e mi si tacci della peggiore retorica o piaggeria, ma così è stato), cioè d’un potente dispositivo biodinamico da piazzare nella “Palus Putredinis” intesa come plaga lunare, capace di fissare attorno a sé le sostanze e le vite buone per la fioritura d’una nuova e mai vista barriera corallina. Un’altra immagine è quella del cassetto d’una piccola arnia, da aprire per ammirare lo spaccato delle cellette, gravide d’un miele che scintilla di tutti i viaggi e i ritorni di alcuni “terribili” sessantenni, senza i quali – come dico e scrivo da molto tempo – siamo tutti fottuti, ché il loro vero “68” è ora.

 

Circa un ancor più vivo e vero “63” (e non voglio dire che sia facile, per carità), per il cinquantenario del prossimo anno, proporrei, per quanto concerne la parte mia e di alcuni amici “pasoliniani” (immagino si prospettino più convegni), di far leva sulla brama di “modernariato”  –assai significativa ma eludo le mie interpretazioni – che sento molto vissuta e dibattuta (e appagata con trasmissioni vitalmente “retrò”) nelle reti radiofoniche di Pubblica Utilità, dove ancora si conserva quel “demanio culturale” sfuggito e perso in una televisione che 50 anni fa (anzi, 51) tanto seppe fare per i “Nuovissimi”; e che la Rete non può offrire, restando insostituibile per promuovere incontri reali attraverso la dimensione virtuale (assai meglio che viceversa). Per come la vedo, in una specie d’allegoria prospettica di quanto vorrei fosse, si può far presente a svariate redazioni, radiofoniche,  giornalistiche e partitiche, di quanto andremmo a dire e registrare. È la “favola” dei Briganti che provano a fondare (l’idea non basta più) una città migliore; di inguaribili “trasgressori” del verbo (umanamente letterario), che lo rinnovano guarendolo alla radice, onde preservarla. Tutto ciò merita questo, e infinito altro.

 




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