LE VIE DEL RACCONTO
MARCO BUZZI MARESCA
 


NULLA SI SA

 

 

Quanto.

Quanto un essere.

Non può. No. Quanto…

può un essere.  Oramai che… Quanto. Durava dall’infinito. Il laser. Lo ricomponeva. Era. Inderogabilmente. Continuava. Lui. Quello. Circoscrizioni di DNA riattivanti

concrescite cellulari di memorie embriogenetiche. Memorie locali. Ormai…  Ma. Fuori. Spazi. Pulsazione irripetibile del ripetersi. Spazi. Rinascita. Denti. Capelli. Pelle. L’orologio tra venti e venticinque. Sequestri ciclici desiderati del potere. Poi… poi riapparire. Ma… Soltanto. Quello soltanto, identico, a dismisura crescente. Zeppo nei circuiti. Se avessero… Se avessero sbagliato. Lancinante infinito dell’immagine. La pelle del cervello tesa. Deflagrazione. Angoscia di seta striscia nell’immaginazione. Troppo tardi. Anche lui. Là. Prima del laser. Esposto al massacro. Troppi. L’aveva visto sul video. Massacro. Poi. Vicini sempre diversi. Forti dunque. Astuti. Vincitori. L’aveva visto. Il timbro. Bastava un timbro per quella salvezza reclusa. Nessuno sapeva. Tutti sapevano. Un timbro. Una macchina può sbagliare.  Può?  Dei numeri. Le prestazioni del cervello. Reggevano finché l’equazione durava. Finché l’inceppo.

Il lutto che trabocca sulla datità efficiente dell’esperienza.

Intelligenza e potere.

Quanto. Quanta la somma prima che trabocchi? Ancora gioia di spazio. Spazi risaputi e amori, in sintesi crescenti. Dati. Elementi preziosi all’insieme. Dunque. Ancora. Ancora lì.

Ma si ricordava lo sguardo di lei smarrito di sospetti. Lui. Il suo. Occhi sovraccarichi di memoria. Memoria ginnica. Tecnica dell’emozione. Pasti rutinari di emozioni. Lui lì. Il fato ridotto a tecnica di stato. Gli spazi. Amministrazione spaziale dello spazio vitale. Fato di stato. Astratta necessità d’intelligenza. Cupio dissolvi in corpi perfetti, rigenerati, pesanti, crescenti di originalità ineludibile, timbrica dei dati in sintesi non sostituibile. Insostituibile peso di memorie, soft, software, abito leggero a prigione dell’intercambio. Intercambio continuo, ciclico, dei tessuti. Resurrezione ciclica guidata della sinfonia tissutale nella sua stagione germinale. Identici a vita. Perfetti. Sinfonia DNA tra i venti e i venticinque. L’eterno ritorno, finché durava. Coiti mirifici. Scambi di sentimenti. Lavoro sul lavoro del lavoro delle macchine. Per conservare e migliorare il ciclo. Più conservare che migliorare, l’occhio fisso al cosmo per possibilità di dilatazione del numero, incombendo il fato astratto, un errore del timbro, la saturazione luttuale della memoria, un tilt di misura sul concorrente.

L’estromissione sabbatica, mannaia di stato, incombente, instradazione burocratica alla strada sanguinaria. Per dieci giorni. Ogni quattro anni. Spazi di violenza programmata. Trappole. Poi. Spazio. Spazi. Silenzio. Cibo. Canti d’uccelli. Sinfonie d’incontri. Quattro anni. All’infinito. Quattro. Spazi.

Coiti. Sempre meno di carne. Sempre più d’immagine. La modulazione centrale resisteva all’artificio. La programmazione del seme calava, e con essa i meccanismi fisiopropulsivi del piacere, definalizzati al coito, innecessitato dal sorpasso tecno-DNA, ben più preciso. Calavano i contatti.

Crescevano il lutto memoriale di contatti antichi, il terrore dei contatti instanti. Persino camminare era un faticoso contatto.

A questo lui serviva ancora. Era un archeologo del movimento. Un tempo aveva amato molto il corpo e le emozioni. Ora viveva come tutti, d’immagini e luce, della modulazione dello spazio in estensione sguardica.

Insegnava tecnica di avvicinamento al cibo, elioterapia cinetica, danza dello sguardo, maieutica dell’immaginario. Talvolta si giungeva con lui, ancora, al coito, con le dovute precauzioni io-igieniche.

 

I bambini diminuivano. Spesso li si provettava direttamente alla fase tardoadolescenziale, per evitare complicazioni anamnopsichiche.

Diminuivano per partenogenesi esponenziale dell’anoressia coitale. E tuttavia erano troppi. I sabba necessitavano ancora, per la divaricazione crescente tra tolleranza prossemica e spazi disponibili. Pochi ormai reggevano distanze di meno di venti metri, e la deambulazione pubblica continuava a complicarsi in turnazioni, specie laddove la riforma architettonica permanente non aveva ancora risolto il problema delle strettoie comunitarie: scale, ascensori, marciapiedi comuni, autobus, stanze pubbliche, e quant’altro.

Fato di stato, sabbatica ciclica del crimine eugenico. Ne era stato uno dei lontani promotori. Si sperava un giorno di raggiungere l’equilibrio perpetuo. Zero nati. Zero morti. Proporzione tra tolleranza prossemica e densità di popolazione. Equilibratura tra saturazioni esperienziali e funzioni richieste dall’ecosistema sociale, macchinino ed emotivo sopravvivenziale. Stabilizzazione su una costante media della convinzione vitale e delle funzioni di piacere. Intanto.

Era terribile.

Un istante, in fondo.

Interminabile, ma un istante.

Le porte che sbattevano, cigolavano, frusciavano. Passi furtivi, poi precipiti. Stop.

Fonìa della strategia d’accesso stradale al terribile in stato di sanità conservata. Ruspii alla sua porta. Esplorazioni di possibile preda nascosta. Silenzi di dubbio. Resistere.

Quando il silenzio si era fatto lungo. Resistere all’irrefrenabile pulsante idea di aprire per vedere che era finito.  Che erano in strada. Idea foriera di morti atroci, di agguati urlanti.

Quante volte s’era acceso quello scannatoio ingenuo, nei vani contigui, nei vani superiori, inferiori, nella vanità di quella curiosità di potenza, di quella prescia di sentirsi sopravvissuti, alti sul tumulo di cadaveri per un altro infinito, un altro breve intermine infinito. Invece. Lo sapeva.

Tecnico sofferto della precisione d’attesa, lobotomico anestesista dei suoi palpiti neuronali, memorie di memorie di memorie di spontanei microeccitati traumi emotivi. Coitus reservatus videaticus.

Bastava.

Bastava aprire l’occhio sul video, premere il pulsante, per coitare con l’orrore, in lutulenti brividi sadico distanzianti. Le telecamere allora invadevano ogni spazio pubblico, riportandolo in video, per certificare l’aristocrazia neuronale nel suo impeto raggelato d’adesione al sistema. Poi, mentre già il video lo irrorava di luce, si stendeva, lui che ancora conosceva, tra stenti, l’arte del contatto, supino sul divano, col fallo crescente tra le mani, e cibo. Poi, mentre il video lo irrorava di luce, rumori delle forze dell’ordine segnalavano esproprio alla pace di pochi imboscati, scacciati dalle tane, strappati, mentre l’emozione tecnico immaginaria legava la sua psiche, in crescendo, al fallo, isola isolata nell’isolamento isocrono di tutti i salvati, palpito neuroperistaltico inguinale di egosintonica chiusa latitanza sopravvivenziale, in gioia psicodigestiva clonata efficientemente, con parco sacrificio, e lutto strisciante, ma dominabile infine, dominabile, mentre il terrore, convertito in eros gastrico, strisciava di brivido e tepore il suo corpo amorfo.

Duravano a cicli pulsanti, il rumore allontanato, gli schizzi di sangue sul video, dove la gente si squartava con latebre di gioia terribile, selvaggia, sfondata in ghigni di emozione terrorizzata, attenta a trascinare la preda per i piedi lontano da altri,  per non perire nella distrazione intenta del dare la morte, nell’oblio gioioso del sentirsi vivi sull’altro morto. Fino a che poche belve sparivano furtive, con moto centrifugo, rapido, contrattile, dal tappeto degli stesi a terra, preparandosi ai più duri pericoli notturni, quando l’obbligo non era di stare tutti in piazza, ma erano consentiti vicoli, scale, cantine.

 

Un istante infinito si moltiplicava sul video in silenzio, mentre talora passavano volti di gente non ignota, vivi o straziati. Talora condomini, allievi, bimbi, talora donne del condiviso scambio coitale, o di raffiche emotive, dopo lungo privilegiato training. Sue creature, volti distanti, astratti bottoni di sedie silenti, da poltrona. Materia di futuro ulteriore cumulo esperienziale. C’era sempre da imparare. Sul piano cinetico. I gesti della fuga e dell’emozione. Gli scatenamenti dovuti al forzato contatto omicida, necessario contatto, contatto omicida e d’esproprio del corpo. Tutti erano obbligati ad indossare referti d’identità, chiavi d’accesso ai beni, eredità dei sopravvissuti e degli scannatori.

Ulteriore cumulo d’esperienze di lutto decodificato, disinnescato, e studio di mosse possibili. Anche dove il timbro fosse calato, era possibile, si poteva. Anche per uno o due turni. Quattro, otto anni. Si poteva scamparla. Poi. Era da vedere. Non si sa. L’equilibrio. Non si sa. Del resto. Non si sa se voleva.

Nulla si sa.

L’istante terribile lo irrorava di luce, ogni quattro anni, per dieci giorni, lungamente, col fallo in mano.

 

(1995)

 




Scarica in formato pdf  


 
Sommario
Le vie del racconto

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006