LETTURE
OSCAR IARUSSI
      

C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita

 

Bologna, il Mulino, 2011, pp. 147, € 14,00

    

      


di Sergio D’Amaro

 

 

A forza di sognare l’Italia è diventata un Real Italy Show

 

Sta facendo molto e giustamente discutere il libro di Oscar Iarussi C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita. È un libro molto informato e argomentato, come attesta il lungo elenco bibliografico in appendice, con cui l’autore ha puntellato il suo racconto con puntuali rimandi. Sembra più che un semplice saggio, un pamphlet uscito dalla penna tutto d’un fiato, vista la passione civile da cui è sostenuto e dall’ansia morale che vi è sottesa. Nell’opera, Iarussi (caporedattore della pagina culturale de “La Gazzetta del Mezzogiorno”) è aiutato dal suo mestiere di critico cinematografico e dall’occasione di due anniversari molto sintomatici, come il 90mo compleanno di Fellini e il cinquantesimo dell’uscita del suo capolavoro La Dolce Vita. Facendo perno proprio su questo film e appoggiandosi ai suoi fotogrammi, ai suoi personaggi, al suo denso simbolismo, l’autore scopre una straordinaria continuità tra l’Italia di ieri e l’Italia di oggi. Il film di Fellini gli appare profetico giacché nella Dolce Vita pullula un paese tutto proiettato nella modernità, ma anche molto condizionato da zone d’ombra, da ritardi e da contraddizioni.

  

Sintomatica la figura del protagonista Marcello, interpretato da Mastroianni. Il suo comportamento è apparentabile a quello dell’Oblomov di Gonciarov e ha qualcosa di meno nobilmente amletico nella incapacità di scegliere, nella sua inazione, nella sua fondamentale inettitudine. L’apparizione di Sylvia, il bagno notturno nella Fontana di Trevi potrebbe significare il battesimo di una svolta, l’inizio esaltante di una resurrezione. È una scena lasciata guardare in disparte da un garzone, da un’Italia minore e modesta, quella degli anni Cinquanta. Un paese guarda il futuro di se stesso, ma vi si riconosce?

  

Iarussi è costruttivamente pessimista. È che l’Italia è diventata, suo malgrado, “felliniana”, ha scambiato un palcoscenico per la realtà, ha smarrito il progetto della sua modernità. Innestando il nuovo sul vecchio, un neocapitalismo pervasivo sul corpo appesantito e anacronistico di una chiesa in attesa del Concilio giovanneo, l’Italia compie una sua controversa rivoluzione fatta di massicce dosi di benessere alternate a flebo velenose, scambiate per ottimo ricostituente.

  

Il risultato è il “Real Italy Show”, così come lo chiama Iarussi, giustamente preoccupato della situazione di collasso istituzionale e morale in cui annaspa una ex Anitona dalla bellezza mozzafiato. Il Grande Cambiamento Italiano appare fiaccato, il radioso futuro che si era profilato a portata di mano è sfumato. Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà? Con Iarussi sottoscriviamo l’uno e l’altro, pur avvertiti che dietro Fellini ci sono i suggerimenti di un disincantato Flaiano e che, dopo la sbornia di un prodigioso destino, arriva l’ultima scena della Dolce Vita ad ammonirci sulla vanità di qualsiasi tentativo di dominio razionale del mondo. È vero, c’è un mostro spiaggiato sulla riva del mare, il simbolico Nulla che abbiamo inseguito, ma è anche vero che poco lontano sta salutando sorridente una ragazzina, che ha l’aspetto di chi ci esorta nuovamente alla speranza.

 




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