LETTURE
CIRO D’ACAMPO
      

La gravità delle piccole cose

 

Kairos edizioni, Napoli 2011, pp. 256,
€ 14,00

    

      


di Antonio Spagnuolo

 

 

Da oltre cinquant’anni navigo tra i versi e potrei dire che vivo per la poesia. Difficilmente accetto di scriver su un libro di prosa. Questa volta invece ho accettato di buon grado di intervenire per il volume di Ciro D’Acampo, perché sono rimasto sorpreso io stesso per averlo letto tutto d’un fiato, rincorrendo con interesse e curiosità, pagina dopo pagina, la tessitura di questo racconto, tutto teso alla luminosità di alcune metafore, alla scorrevolezza di alcune descrizioni, alla profondità di moltissime osservazioni, che sfiorano il suggerimento filosofico e morale, con guizzi accattivanti per la loro originalità .

La voce narrante è di un personaggio che molto probabilmente ha subito un infortunio, bloccato nel letto di ospedale, tra punti di sutura, escoriazioni varie, costole fatturate, e gamba in trazione. Giuseppe Bonifacio è il suo nome, e sapremo a metà volume che in giovanissima età è stato preda di un eclatante accesso di epilessia. Bloccato tra i riflessi delle pareti bianche, ecco che ricordi e avvenimenti si susseguono con variopinte ricostruzioni, per arricchirsi di capitolo in capitolo di una storia che tenta di rivelare il viaggio attraverso l’amore, il quotidiano a volte doloroso, a volte brillantemente suggestivo, e attraverso i riflessi di uno specchio capace di contenere contemporaneamente vita e morte .

Secondo una tradizione tanto antica quanto autorevole la scrittura, segnatamente poetica, e la filosofia dovrebbero rimanere tra loro separate. In particolare per Platone, che per primo ha teorizzato questa distinzione, i poeti vengono banditi dallo stato ideale, perché altrimenti “il piacere ed il dolore sarebbero sovrani al posto della legge e della ragione”. Una ipotesi che secondo me lascia aperto il dubbio ormai atavico del perché ancora si scriva, in prosa o in poesia, nella illusione di essere ascoltati. La narrazione si pone dunque in contrasto con l’esperienza del pensiero ed i motivi di questo dissidio, o rivalità, sarebbero principalmente di carattere morale: la poesia, in quanto arte imitativa della natura, si rivolge alla parte peggiore dell’anima? corrompe i buoni? e manca quindi di verità? Un atteggiamento quanto mai assurdo, se al contrario dichiariamo che la poesia è ed è sempre stata indagine severa ed armoniosa intorno alla limpida fenomenologia  dell’anima, del pensiero, della verità.

 

La parabola stilistico esistenziale che riusciamo a carpire tra le pagine di Ciro è di una attualità sorprendente, che riflette con luminosi cambiamenti un percorso attento e sottile, una disincantata stesura, capace di suggestionare ad ogni risvolto: nulla di complicato o sfuggente, nulla di cerebrale o sofisticato, nel porgere personaggi e situazioni, nulla si mette al rischio di immaginari attraversamenti degli spazi. 

Qui la scrittura, con una intensità del tutto personale e sensibilmente fascinosa, rompe l’isolamento dell’io ed invita al recupero del tempo, un’alterità che può essere mantenuta entro i confini di ogni brano, dove suoni e voci allestiscono la scenografia del tempo che trascorre, scomponendo lo scivolare delle polveri tra senso e senso, arricchendo gli spartiti con accenni che vorrebbero accennare ad un virtuosismo celato, ad una ricchezza pedagogica sussurrata…

Come alcuni adagi distillati qua e là inavvertitamente . “… In fondo l’opulenza ama il silenzio, è la povertà che ama il clamore…” (pag. 22), e “… lui sapeva bene come si trattavano le donne. Niente tentennamenti, bisogna essere decisi, poche parole, niente frasi melense, mai, mi disse, scoprire fino in fondo i propri sentimenti, mai farsi leggere negli occhi la paura, l’ombra di una indecisione. Loro, le donne, in questo hanno fiuto, svelte, furbe, se ne accorgono subito e allora a quel punto, non avrei avuto più scampo, in un lampo mi avrebbero ridotto schiavo, fatto loro prigioniero, trasformato in un fesso qualunque…” (pag. 64). Suggerimenti accorti e ordinati.

La narrazione in genere è sempre il frutto di un’incontro o di uno scontro tra l’io, sprovveduto ed assetato, ed il mondo, agguerrito o sonnolento, tra l’io e la storia, con le occasioni multiple che ci condizionano o ci disorientano.

Un dato di coscienza della sostanziale solitudine dello scrittore, per il quale nessuno riesce ad attraversare una tessitura tale che lo scenario possa realizzarsi senza polverizzarsi in segregazioni o scommesse inconsistenti.

Continuità del flusso del linguaggio e densità della rete, che si dispone tutto intorno al foglio bianco, propongono il mistero sempre vivo della pagina, che vive del fecondo narrarsi, scandendo l’isolamento o il deserto che l’autore incontra, entrando ed uscendo con disinvoltura dal sipario di ogni capitolo, per portare alla luce gli accordi scelti con preziosa cura ed essere costantemente sul filo delle pieghe. Il lavorare alla frammentazione e alla differenziazione dell’oggetto si pone al margine della ragionevolezza, un sotterfugio di fuga quasi a voler dire che la vicenda umana lancia uno sguardo meravigliato fuori degli schemi per resistere alla consunzione: l’anima potrebbe perdere la propria consistenza e correre per davvero soltanto dietro alle parole, con dietro altre parole, che hanno funzionato soltanto come delirio.

 

La descrizione di alcuni personaggi è severamente seguita, con un tocco di ottima tessitura. Sono tutti limpidamente presenti con le loro storie e le loro vicissitudini ben registrate. Tra i primi compare il portiere dello stabile della giovane Martina, lui con i precedenti accidentati, ormai claudicante e quasi invalido, in contrasto con le opulenze della famiglia all’ultimo piano.

L’emozione che avvince e coinvolge, tra il dubbio o la certezza che in contemporanea due ragazze possono essere il fuoco di un probabile amore…

Numerose qui le implicazioni del fare poetico, sotteso ed improvviso, incentrato molto spesso sulle esperienze del vissuto quotidiano, o al comporsi del destino, o ancora all’ordinamento dell’ascolto, esecuzioni nelle quali si intravede il sogno del dicibile, o delle rivelazioni, il cui significato si svela nel rischio della evocazione, profonda fiducia nella parola che perfettamente coincide con la linfa del subconscio, attento alle tempeste dell’insolito.

Alcuni passi io sento che sono vera e propria poesia, come a pagina 74 dove si legge: “Amore. Una parola sola. Federica la disse per ultima, forse sperando che si confondesse assieme con le altre, che passasse inosservata… Cadde, rovinò per  terra e le parole si scomposero, le lettere si confusero. Un’unica parola rimase intatta, cinque lettere, un’unica parola, essenziale, il tutto e il niente, veleno e antidoto contemporaneamente. La sua eco rimbalzò leggera dentro di me e io capii che nulla da quel momento sarebbe stato più come prima…”.

Proporre dei motivi di riflessione, avere il coraggio e la speranza di portare un po’ di luce  dove sembrerebbe che di luce non ve n’è, il che significa anche ricordare per immergersi nelle memorie, per quanto gelida o fallace possa essere la stessa idea dell’ignoto, troppo coincidente con il paradosso, incapace di rifiutare la razionalità. E la razionalità cede il posto improvvisamente a episodi di violenza non voluta, anzi tenuta a bada. Il turbine si abbatte tra Giuseppe e un ex fidanzato di Federica, giovane dalle più che chiare movenze di bullo. Vien fuori il coltello, viene avanti l’uccisione del fratello che voleva a tutti i costi salvare il rispetto di Peppe.

Il linguaggio poetico, che tra le pagine affiora, potrebbe apparire come un miracolo che, talvolta, realizza la parola sottintesa prima ancora che essa venga pronunciata, un gioco che il subconscio permette per esternare il ribollire frenetico dell’immaginazione: evidentemente si tratta di una parola che tiene in sé il sapore dell’origine della musica. Se la funzione del dire è allora quella di conoscere e far conoscere tutti gli ego, è quindi bene coinvolgere nel mondo delle passioni le illusioni, i nomi e le persone del nostro mondo letterario, che dal loro specifico privato possano entrare in relazione con il  nostro termine.

 

Dove lo scarto è controllato, sorvegliato e richiama quel senso irrequieto della solitudine radicata ai luoghi della sopravvivenza, ai luoghi della gioventù e delle rotture, della giovinezza e delle illusioni, della luminosità e della speranza, quasi ad evocare la necessità di puntellarsi ai luoghi per poter scegliere ancora una volta trasparenze ed universalità.

Una striscia sottile di cielo porta luce al degente, mentre le immagini si sgretolano al sibilo di un’ambulanza, e le figure ricompaiono nitide alla sua visione, e il pensiero corre alle sue “bambine”. Non avevamo ancora letto di loro, Ilaria e Ludovica, ed eccole presenti in ortopedia. Il primario intanto decide se operare o meno, nella indifferenza più assoluta dei pazienti. Scrive Ciro D’Acampo in un momento di sconforto: “Se Dio davvero esiste immagino che spesso ci guardi con aria sconsolata, conscio del suo più grande fallimento. Se davvero è da qualche parte, se davvero è stato lui a mettere in piedi tutto questo, bé allora di sicuro noi siamo la spina nel suo fianco, il memento doloroso di una ipotesi che miseramente non si è più concretizzata, la cenere di un progetto andato in fumo, i cui miasmi, evidentemente, ancora adesso non smettono di appestare il paradiso…”.

 

Gli anni passano con gli inevitabili intoppi del quotidiano e qualche sporadica crisi epilettica. Giunge la laurea in Economia e commercio, giunge la laurea in Farmacia per Martina. Giunge l’invito bene accetto del padre di Martina ad entrare come amministratore nell’azienda. Ma qui si nasconde il marcio della conduzione aziendale, di una ricchezza accumulata con scaltrezza e poco  correttamente.

La sostanza noumenica rincorre le sensazioni del sogno, ma riscopre una apparente realtà in fuga, il sogno cui rivolgersi per ritrovarsi ed inseguire quel proteiforme vitalismo che non si esaurisce nel racconto, ed esplode nelle oscillazioni tra finito ed infinito, tra sensi e sentimento, inafferrabile perché sempre al di là di un orizzonte fragile, ed una realtà che distingue il coinvolgimento psicologico del protagonista. Il matrimonio con Martina è una festa, ma nel fondo dei pensieri riemerge sempre la figura di Federica, con la sua esuberante sensualità. Ed eccola riapparire improvvisamente proprio mentre il legame della coppia si va lentamente avariando. In occasione di una vacanza in quel di Sorrento si riaccende la vecchia fiamma tenuta a bada per anni. Tutto precipita nel coinvolgimento e Peppe si abbandona a incontri furtivi. Non è limpido questo rinnovato furore erotico e i due amanti si scontrano sempre più violentemente. In un raptus involontario la tragedia: Federica spinta energicamente dal protagonista batte il capo contro il marmo di un tavolino e rimane fulminata. Peppe tenta il suicidio… e finisce in ospedale. Le ultime pagine ci dicono che finalmente egli viene avviato ad un intervento chirurgico, del quale però non sapremo mai l’esito.

La scrittura si contrassegna per una metaforizzazione che, non essendo limitata ai singoli sintagmi, ma assumendo spesso quel carattere di continuità che comprende quasi tutte le pagine, ricuce una vera e propria allegoria, riferibile ai passaggi irradiati da riflessi puntuali e tempestivi.

Romanzo che registra un particolare modello storico-culturale nel tentativo ben riuscito di mostrare lo svolgimento biografico quanto mai coerente nella sua dura realtà, realizzato con una scrittura limpida, accattivante, sciolta in tutta la sua acuta progressione.

 

 




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