LETTURE
FRANCESCO MUZZIOLI
      

Come smettere di scrivere poesia

Manuale di pronto intervento

per il recupero in otto giorni

di 12.000 infettati in forma grave

 

Lithos Editore, Roma 2011, pp. 106, € 9,00 

    

      


di Francesca Fiorletta

 

Di cosa parliamo quando parliamo di poesia?

Una peculiare ipotesi di risposta all’annoso interrogativo di cui sopra, ci è fornita, in questa sorta di breviaro impoetico comportamentale, da Francesco Muzzioli, con lo stile ironico e dissacrante che da sempre contraddistingue la sua scrittura, supportata costantemente da una seria e puntuale ricerca critica.

Oggi più che mai, nel tempo buio della crisi politica ed economica che attanaglia le nostre in-civiltà ad ampio spettro, l’estro poetico viene considerato alla stregua di un modaiolo vezzo tardo-elitario di ritorno, appannaggio di una nostalgica classe sociale composta da benestanti che ben pensano, e dunque ben si emozionano, o ben sanno di “sentire”, per immediato guizzo di empatia estetica, più che per modulato processo di sinestesie ragionative.

“Sento, dunque scrivo (poesia)”, verrebbe da parafrasare.

È così, allora, che l’esperimento lirico assume i connotati virali di una vera e propria “tabe” artistica, la quale risulta agli atti una vera e propria contaminazione, non tanto una commistione di generi letterari attigui e di analisi logi[sti]che antropologicamente intese, bensì proprio un vero contagio di quei germi, mimetici e sensibili, che troppo spesso osano insinuarsi sottopelle.

I “bacilli” poetici, dunque, concorrono a illanguidire anche le menti più fervide, all’apparenza le meno votate alla speculazione malinconica, oltre che a infiacchire i corpi, pur allenati, di onesti e integerrimi lavoratori della macchina-capitale.

Il libro, perciò,  concepito sui tre livelli, non necessariamente consequenziali, di presente-passato-futuro, analizza sagacemente le scaturigini del fare poetico odierno, valutandone, con gusto affilato, le implicazioni interpersonali e merceologiche che si riverberano, da un lato, sull’attuale società del consumo fast and furious, e, dall’altro, sull’ormai esacerbata trincea editoriale.

L’intento paradigmatico alla base di tutto il lavoro, perciò, è quello di riuscire a prospettare una plausibile risoluzione all’inghippo para-letterario della produzione artistica di un senso altro e compiuto, superando la spasmodica accettazione, a quindi  finalmente la dovuta ri-comprensione, di uno sbandieratissimo, ormai più che ostentato Io.

Leggiamo infatti:

 

Sarebbe una questione esclusivamente personale, che ognuno giudica se gli fa bene o no. Liberi nella privacy, come oggi si sente dire anche da autorevoli personaggi, quand’anche fossero dei porci comodi! Tuttavia, sta qui il problema, una questione personale non è mai solamente personale, e questo è sicuro nel caso della poesia: perché, se dovesse rimanere personale uno scrive un diario, semmai. Invece la poesia, proprio perché si presenta con quella emissione incontenibile, punta decisa ad avere un destinatario e ad essere riconosciuta. Non di rado il destinatario se lo trova inscritto in fronte alla propria grammatica, nella forma di un “tu”, sia pur mancante di nome e indirizzo precisi. Ecco il punto: la poesia ha riferimento con il nostro livello “segreto”, ma proprio allo scopo di appalesarlo e di trasformarlo in qualche “messaggio” vergato su di un qualche veicolo; di qui il bisogno di stamparsi, o su carta, oppure, oggi, anche su un sito internet, insomma di estroflettersi e di manifestarsi in modo che qualcuno la veda e l’accetti, compartecipando e con-vibrando. Ed è qui appunto che cominciano i guai e la diagnosi a farsi seria…

 

La prima sezione di questo spigliato e tutt’affatto acquiescente manualetto anti-lirico, dunque, focalizza l’attenzione sulle plausibili Diagnosi e terapie della “tabe poetica”, esplicate in dieci paragrafi analitici, riassuntivi del panorama culturale presente.

A seguire, poi, come memento trans-generazionale sempre da compiere, troviamo I consigli dei nonni, una piccola antologia composta da lucidissime considerazioni sul tema poetico, ad opera di tredici autori fondamentali, pietre miliari per la costruzione del pensiero filosofico e letterario di tutti i tempi: si va da Orazio a Baudelaire, da Majakovskij a Brecht, passando per Gadda e Volponi.

Da ultimo, un frammento, glaciale e fulminante, tratto da Un libro, in Ti ucciderò mia capitale, di Giorgio Manganelli:

 

La ragione che non so scrivere poesie è naturalmente la meno importante. Perciò non la prenderemo neppure in considerazione. L’importante è che la poesia accetta la presenza della disperazione – anche quando è pessima poesia – e vuole lavorarci dentro. In realtà, è dalla parte della disperazione. La morte parla in rima, in endecasillabi, in versi liberi. La follia ama le cantilene, e i ritornelli. Anche l’amore. E infatti la qualità più difficile dell’amore è che esso richiede l’accettazione, la collaborazione della morte. Se senti che la morte è assurda, inaccettabile come un ragionamento sbagliato, niente da fare. Non amerai mai. Tutto ciò non patisce altre leggi che quelle – strettissime, e necessarie – della poesia. L’agonizzante si lamenta: tende alla musica. Annaspa: si prova nella danza. Fa smorfie, si contorce: è un mimo. Alla fine, si riduce a un puro valore plastico. Tutta l’operazione è rimasta lirica. Taluni, invece di scrivere un ultimo sonetto, si sono buttati dal quinto piano. Un gesto metaforico.

 

Ecco che la poesia si riappropria, cammin facendo, del suo fondante valore critico e ragionativo, si slega dai gorghi lacunosi dell’intimismo di giornata (uggiosa), e socializza la sua prassi scrittoria, con l’ausilio di linguaggi e stilemi mutuati dalla ben nota semiotica sperimentale, compenetrandola, sempre più, in un’onesta e disincantata metodologia di indagine, politica e sociale, volta allo studio del fare artistico, realmente contemporaneo.

Giungiamo, così, alla terza parte del libro, scandita da una divertita e sferzante lezione di sostegno per gli accaniti poeti del nuovo millennio, ai quali è dedicata tutta una serie di appositi Esercizi di recupero, ovvero come migliorare in più o meno una settimana, combattendo dall’interno quel morbo creazionista che sembra affliggerli, in gran copia.

Eppure, tra modernizzazioni, rovesciamenti e parodie, non sorprende eccessivamente, alla fine della fiera, l’omeopatica ammissione di responsabilità dell’autore stesso, che, nella Conclusione, così ammonisce e saluta l’ormai r-avveduto lettore:

 

Questo stesso opuscolo potrebbe essere visto, precisamente, come una scusa buona per continuare, non altro che un modo per camuffare da medicina gli ennesimi Exercices de style. Può anche darsi che sia vero e che non ci sia niente da fare, che una volta presa l’influenza poetica non se ne esca più. Sono sincero però quando dico che vorrei smettere e che ce la sto mettendo tutta; e che, poiché le ricadute non si possono mai né escludere né prevedere, questo libro, nel suo percorso “purgatoriale”, vale anche e soprattutto per me. Se poi potesse aiutare altri che si trovano nelle mie medesime condizioni, ne sarei felice e spero davvero che, attraverso le griglie dell’umorismo e dell’ironia, del ritaglio e della saturazione, si riescano se non altro a scrivere delle poesie meno brutte. Buona fortuna a tutti!

 

 

 

 

 

 




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