LETTERATURE MONDO
DANIEL ALARCÒN
Tra favola e guerra, un incubo orripilante e comico

      
“Radio Città Perduta” è l’assai apprezzato e premiato romanzo del 35enne scrittore di origine peruviana, ma che vive negli Stati Uniti da quando era bambino. Questo libro ruota intorno allo spaesamento, al silenzio, al senso di assurdo indotto da una indecifrabile situazione di conflitto civile, in cui si trovano a vivere quattro personaggi, a cui in un modo o in un altro è stata interdetta la parola. È una storia che, con una scrittura potente ed audace, si svolge in un paese senza nome e senza identità, come precipitato in un’angosciosa temperie di ascendenza orwelliana.
      




   

di Rossella Grasso

 

 

Parole amare, proprie e di altri, di oggi e di ieri. Parole che risuonano dolci e sensuali nella notte e secche e dure durante il giorno. Infine parole perdute e ritrovate. Sono le parole le vere protagoniste del romanzo d’esordio di Daniel Alarcòn dal titolo Radio Città Perduta (Einaudi - Supercoralli, Torino 2011, trad. a cura di Stefano Valenti, pp. 309, € 20,00).

La vicenda si svolge sullo sfondo di una guerra come quella che nel secolo scorso ha insanguinato il Sudamerica, con la crudeltà della dittatura e delle persone misteriosamente scomparse nel nulla e mai più ritrovate. Il giovane scrittore peruviano, classe 1977, è nato a Lima e si è trasferito negli Stati Uniti quando aveva tre anni assieme alla sua famiglia per sfuggire a un Perù insanguinato dalle lotte tra lo Stato, e le truppe armate di Sendero Luminoso e Tupac Amaru. Un pezzo di storia che lo scrittore non ha vissuto direttamente, o di cui forse ha qualche ricordo sfumato, ma che certamente lo ha segnato nel profondo: non poteva essere consapevole durante quella guerra, ma ne è un sopravvissuto, porta i segni e le cicatrici di una nazione, o meglio di tutto il Sudamerica, che hanno vissuto quell’incubo.

 

Nella sua narrativa tutto gira intorno all’angoscioso silenzio e allo spaesamento che la guerra civile ha lasciato ovunque. “La guerra era diventata – scrive Alarcòn in Radio Città Perduta – se non proprio dal primo momento, un testo indecifrabile. Il Paese era scivolato in un incubo alternativamente orripilante e comico, e in città si avvertiva un senso di scoramento di fronte all’impossibilità di trovarvi una spiegazione. Era cominciata con un’elezione andata a vuoto? O con l’assassinio di un senatore molto amato? Chi se lo ricorda oggi? All’inizio erano stati tutti contestatori, avevano sentito la forza sorprendente di una massa di persone che grida in un unico coro di voci,  ma questo era stato anni fa, e i tempi erano cambiati. Nessuno ci credeva più, no? La guerra aveva dato luogo a una spossatezza universale”. In questo scenario si sviluppa la favola amara dei quattro protagonisti, Norma, Victor, Ray e Manau. Il conflitto risulta così difficile da decifrare, da capire, qual è stato il suo inizio e quale la fine, chi sono i vincitori e chi i vinti. Resta solo una spossatezza universale, una rassegnazione alla violenza, un vuoto angoscioso.





Nel Paese senza nome descritto nel libro, la guerra è finita da dieci anni, ma molti cercano ancora i loro cari scomparsi nel conflitto. È proprio quello che è successo nel Perù, dove alla tragedia della guerra civile si è associata quella dei desaparecidos, contribuendo a destabilizzare ancora di più la popolazione incapace di capire. “La gente scompare, svanisce – scrive Alarcòn – e con loro la storia del Paese, e nuovi miti rimpiazzano i vecchi: la guerra non è mai esistita. È stato tutto un sogno. La nostra è una nazione moderna, civilizzata”.

 

Nel grigiore di una città ‘perduta’ si diffonde la voce di Norma, la conduttrice dell’unico programma radiofonico rimasto in città, appunto Radio Città Perduta. La donna legge alla radio elenchi di persone scomparse, con la speranza che la sua voce arrivi in ogni angolo del Paese, per riuscire a ricongiungere famiglie e amici divisi dalla guerra civile.

 

Un giorno alla radio arriva un bambino di dieci anni, Victor, giunto lì da un piccolo villaggio nella giungla che ora è stato chiamato dal governo ‘1797’. Anche a questo piccolo agglomerato di case è stata tolta la parola, persino trasformando il suo nome in un numero, perché basta cambiare nomi alle cose per dimenticare il passato. I luoghi facilmente diventano monumenti all’oblio costruiti sulle macerie del passato. Nemmeno Victor ricorda come si chiamava il suo villaggio. Scrive ancora Daniel Alarcòn, “Norma odiava i numeri. Un tempo ogni cittadina aveva avuto un nome; nomi millenari e impronunciabili, ereditati da chissà quali popoli ormai estinti, nomi pieni di consonanti dure dal suono di pietra contro pietra. Questo era il dopoguerra, e queste erano le nuove politiche governative. Si diceva che la gente stesse lentamente dimenticando i vecchi sistemi”.

 

Ma Victor, contro l’oblio, porta con sé un elenco di nomi: sono le persone scomparse da 1797. Tra questi Norma scorge una delle identità usate da suo marito Ray, scomparso poco tempo prima della fine della guerra. Lo shock è tale da spingere Norma a ricominciare a cercare, diventando, assieme a Victor, il simbolo della speranza e del ricordo, che non muore mai, di un Paese intero sopito nel silenzio e nella dimenticanza.

 

A tutti i personaggi è stata tolta la parola, in un modo o in un altro. Ray, prima di sparire nel nulla, continuava a ripetere a Norma “ti racconterò più avanti”, definendo così un passato scandito da continui silenzi e racconti parziali che rimarranno per sempre insoddisfatti, perché di Ray nemmeno Norma sa tutto, non può sapere tutto. Infatti Ray è stato sulla Luna, non il pianeta, ma il campo di detenzione e tortura in cui il governo manda i dissidenti come lui. Poi scompare nel nulla. Di tutto ciò Norma non sa niente, non capisce niente, è sprofondata anche lei nel silenzio più assoluto.

 

In ogni dittatura e guerra, la prima cosa che viene resa inoffensiva è la parola, privata del suo potere perché riconosciuta come il nemico indiscusso. L’imposizione del silenzio, della perdita di significato, la distorsione della parola, sono le armi che il regime usa per cancellare il passato e rendere inerme la popolazione. In questo scenario desolato, dove tutto è perso nell’oblio e non ci sono più parole per definire nulla, la voce di Norma sembra l’unica che arriva ovunque per ridare dignità alla memoria. Tutto sembra un sogno, un incubo, ma Norma riesce con la sua voce a trasformarlo in realtà. Anche l’attesa di Ray sembra far parte della vita di Norma in modo così quotidiano da perdere di concretezza, da rendere il ‘prima della guerra’, forse solo un sogno difficile da raccontare, ma a cui si aggrappa per affrontare il presente. Recuperare la voce, la parola, è il primo passo per la resistenza e riappropriazione della propria storia e quindi verso la libertà. Questo è quello che fanno i protagonisti di questa storia, per ricordare e ricostruire un passato e un presente diverso, con i quali finalmente fare i conti e riappacificarsi. Questo è quello che fa anche Daniel Alarcòn nella sua narrativa che lascia traspirare un alito fresco di speranza.





Claudio Spoletini, Compagni di latta. 260, Messico 2010


Quello di Radio Città Perduta è un Paese senza nome e senza identità dove ogni particolarità è stata annientata dalla guerra. In questo inferno Daniel Alarcòn non prende posizione di fronte al conflitto che è diventato violenza pura e senza senso. Non si schiera né con il governo che è una “macchina cieca”, che schiaccia chiunque cada nei suoi ingranaggi, né con il movimento insurrezionalista che rapisce gente innocente per finanziare l’acquisto di armi e infierisce sulle stesse vittime che dovrebbe difendere. Alarcòn nel suo romanzo, e nella vita, è assolutamente solo dalla parte dei più deboli. Scrive che gli uni, il governo, e gli altri, gli insorti, “erano entrati in questo caos insieme, a braccetto e per nove anni avevano ballato. E quando la guerra era finita, tanto i ragazzi in uniforme quanto i guerriglieri armati avevano rifiutato di posare le armi, e avevano continuato a combattere, perché non riuscivano a immaginare di poter fare nient’altro”. Sembra lo stesso copione di qualsiasi guerra sia sempre successa in qualsiasi parte del mondo e periodo storico.

 

Radio città perduta è una storia universale, di nessun luogo in particolare eppure così vicina a tante nazioni. Con la sua scrittura potente, poetica e audace riesce a fare un crudo ritratto di un mondo in trasformazione. È capace di catturare i sentimenti e gli stati d’animo di un periodo storico, ma anche di tutti i periodi storici, in cui ogni personaggio è sinceramente reale e immediatamente convincente. Riproduce immagini potenti, vive e sensuali secondo la tradizione degli scrittori latino-americani, quelli che hanno dipinto il quadro drammatico di un secolo e di un’umanità stravolta. Si distacca da questi quando non fa riferimento a un realismo magico e mitologico di un mondo poi precipitato nel caos, per prendere la strada di ambientazioni angosciose e vere di orwelliana memoria.

 

Sono questi i temi intimamente cari ad Alarcòn, affini anche alla sua raccolta di racconti dal titolo Guerra a lume di candela (Terre di Mezzo editore, 2006), nove storie che tratteggiano i piccoli e grandi conflitti quotidiani di un Perù apocalittico e violento, “dove morire è uno sport nazionale”, proprio come avviene nel misterioso Paese in cui è ambientato il suo primo romanzo.

 

Daniel Alarcòn ha un modo di raccontare distaccato e ardito nella costruzione, intrecciando vari piani temporali e cambiando continuamente punto di vista, spostandosi senza difficoltà attraverso i  15 anni in cui si svolge l’azione, un po’ come fa Milan Kundera nei suoi romanzi, producendo una scrittura veramente ipertestuale e senza limiti. Non è un caso che questo lo abbia portato, ancora giovanissimo e agli esordi, a essere iscritto dal New Yorker tra i 20 migliori scrittori americani under 40. Con  Radio città perduta ha vinto nel 2008 il Pen USA Novel Prize, dopo il precedente Guggenheim Followship del 2007. Daniel Alarcòn, giovane scrittore che annovera ancora poche pubblicazioni e semisconosciuto in Italia, non delude le aspettative e prosegue a testa alta e con la verve contemporanea il filone dei grandi scrittori sudamericani del ’900.

 

 




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