FILOSOFIE DEL PRESENTE
NUOVE TENDENZE
Per una ‘rivoluzione del comune’


      
Dentro i confini della crisi sistemica contemporanea, sta via via maturando nel corpo della società occidentale una riscoperta della dimensione collettiva e del bene pubblico. Sembra il prodromo di un profondo e necessario cambiamento economico, sociale e politico, ispirato ad un modo diverso di pensare e di agire. Presente nel manifesto del giurista Ugo Mattei, questa battaglia trova esempi concreti in Italia nel referendum sull’acqua, nel movimento No Tav, nell’esperienza del Teatro Valle Occupato, che delineano un orizzonte sia dell’etica sia della politica che afferma la possibilità della messa in comunanza di oggetti e di pratiche, della condivisione di interessi e saperi.
      



      


di Anna Dotti

 

 

Nello stato di necessario cambiamento sociale, politico ed economico, portato alla luce dall’attuale crisi economica, che investe tanto il nostro paese quanto più in generale tutta l’area considerata parte dell’occidente sviluppato, sta emergendo per alcuni aspetti la centralità della dimensione collettiva. La condivisione si sta attestando sempre di più nel corso del tempo come modo d’interazione sociale più intelligente, più vantaggioso per tutti i membri della collettività, riportandoci verso un modello comunitario, naturale, del vivere. Un primo esempio di “interazione comune” al giorno d’oggi si può ritrovare nella percezione, ormai fortunatamente sempre più diffusa, della necessità di condividere i propri beni materiali e non ampliare il possesso personale, in un atteggiamento di responsabilità ecologica e di sintonia con un mondo globalizzato in continua trasformazione. La pratica del consumo collettivo si basa sulla concezione fondamentale che sia irrilevante il possesso illimitato nel tempo di un qualsiasi oggetto fisico, di cui è importante semplicemente la possibilità dell’utilizzo, della fruizione del servizio che il dato oggetto può dare. Tale tendenza si può ritenere composta da due componenti: una pratica che mira al risparmio economico dell’acquirente (che diventa solo fruitore) e una più nobile, prettamente teorica, che ci allontana da un finale alla Mastro don Gesualdo e rappresenta un primo passo vero il cosiddetto sviluppo sostenibile. Questa modalità sta prendendo piede nel nostro paese, ne sono un esempio siti come http://www.ebay.it/ o http://www.subito.it/ che vengono pubblicizzati anche in Tv, ed è già molto diffusa all’estero, ad esempio negli USA o in Gran Bretagna ormai quasi tutto si può vendere, scambiare o prestare, dalla propria casa all’auto ad un maglione che non si indossa più. Ovviamente questo processo è facilitato dalla Rete e difatti ne è riconoscibile lo sviluppo dalla quantità esistente di siti internet ad hoc, per citare i maggiori: http://www.streetbank.com/, http://theborrowers.co.uk/, http://www.bidandborrow.com, http://www.ecomodo.com/, http://market.swap.com. A ragione è stato scritto:˝la condivisione sta al possesso come l’iPod sta alla vecchia audiocassetta o come il pannello solare sta alla miniera di carbone. Condividere è pulito, fresco, urbano, postmoderno. Possedere è noioso, egoista, angosciato, arretrato”[1].

In una società fortemente dominata dalla logica individualista, come quella attuale, già differenti forme di consumo, che sottolineano il valore del rapporto interpersonale, hanno di per sé un peso rivoluzionario, che si acuisce riferendosi a forme di condivisone delle informazioni. A tutti coloro che abbiano la possibilità di accedere alla Rete - ed è probabilmente su questa conditio sine qua non, non così scontatamente comune al giorno d’oggi, che si dovrebbe riflettere - si dà automaticamente e gratuitamente accesso ad una vasta gamma di conoscenze. Basti pensare alle informazioni custodite da Wikipedia, che vengono continuamente sostentate dalle donazioni e dal sapere degli stessi utenti, oppure all’infinità d’immagini gestite attraverso lo stesso principio di condivisione libera da YouTube; in questo senso vanno anche gli sforzi delle varie testate giornalistiche che rendono disponibile una versione del loro giornale on line. Inoltre merita di essere preso in considerazione il fenomeno dei social network che hanno preso piede stabilmente nella quotidianità di milioni di persone; è possibile condividere le proprie foto su http://www.flickr.com/, la propria musica su http://soundcloud.com/, quasi ogni istante della propria vita su https://www.facebook.com/ - sistema che spesso instaura una dipendenza patologica nell’utente -, seguire gli aggiornamenti di qualche celebrità su http://twitter.com/, trovare un passaggio in auto o viceversa condividere i costi di un viaggio su http://www.carpooling.it e addirittura trovare ospitalità gratuita dall’altra parte del mondo su https://www.couchsurfing.org/. Infine, come caso paradigmatico di condivisione ai nostri tempi, si può pensare alla trasmissione d’immagini in streaming, una modalità che rende possibile la fruizione di una stessa immagine in tutto il mondo nello stesso lasso temporale; chiaramente molti siti che offrono la fruizione di film, telefilm, documentari, album musicali e quant’altro, che siano in streaming o che vada effettuato un download, sono ritenuti illegali[2] in quanto ledono la proprietà intellettuale, il che si può ritenere un caso tipo di conoscenza schiacciata tra proprietà privata (materiale o intellettuale che sia) e proprietà statale, come si vedrà in seguito.





Lughia, We Are the Wall, 2009


Sebbene i blog o i social network possano essere espressioni tecnologiche di un malessere patologico, dell’idealizzazione di una vita virtuale che si sostituisce a quella reale, ciò nonostante essi offrono la possibilità di avere uno scambio dinamico e produttivo di pensieri e conoscenze, rappresentando così uno spazio di sviluppo del sapere critico. La comunicazione in rete si può ritenere un valido mezzo per l’organizzazione di manifestazioni collettive, così com’è stato (ed in parte è tutt’ora) per le proteste dei cosiddetti “indignati” in tutto il mondo. Le persone impegnate nel movimento criticano il sistema economico dimostratosi fallimentare e pretendono per il futuro una differente logica d’azione, per cui non si possa più etichettare come “progresso” e “benessere” un sistema in cui gli interessi dei pochi siano anteposti a quelli dei molti; uno degli slogan del movimento recita “we are the 99 percent”. È interessante osservare come queste persone portino avanti le loro rivendicazioni vivendo in comunità ed esercitando una vera e propria forma di democrazia reale, in cui ogni decisione è preceduta da una discussione assembleare in cui ci si sforza di pensare a livello comunitario e non più solamente individuale. La loro azione, sebbene spesso tacciata di disorganizzazione e scarsa chiarezza, è attraversata in generale da alcune linee guida irremovibili; lo ha chiaramente espresso Arundhati Roy, scrittrice e attivista indiana, parlando ai membri di Occupy Wall street riuniti a Zuccotti park:

“Noi vogliamo mettere un freno a questo sistema che fabbrica ineguaglianza. Vogliamo mettere un limite alla smisurata accumulazione di ricchezza da parte di alcuni individui e alcune società. Ecco le nostre richieste. Primo. Mettere fine alle proprietà incrociate nel mondo degli affari […] Secondo. Le risorse naturali e i servizi essenziali – acqua, elettricità, sanità, istruzione – non possono essere privatizzati. Terzo. Tutti hanno diritto a una casa, all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Quarto. I figli dei ricchi non possono ereditare la ricchezza dei genitori. Questa lotta ha risvegliato la nostra immaginazione. Da qualche parte, nel suo cammino, il capitalismo ha ridotto l’idea di giustizia al solo significato di “diritti umani”, e l’idea di sognare l’uguaglianza è diventata blasfema. Non stiamo combattendo per giocherellare con la riforma del sistema. Questo sistema deve essere sostituito”[3].

Con la stessa cosciente percezione di dover cambiare questo sistema, in un mondo globalizzato, comunicante e comunitario, si inserisce il discorso sui beni comuni del giurista Ugo Mattei, riprendendo molti dei temi sopra esposti. Nel testo Beni comuni. Un manifesto[4] Mattei si concentra sulla definizione, sul riconoscimento, la salvaguardia e, laddove occorra, la creazione dei cosiddetti “beni comuni”. La tesi proposta da Mattei è relativamente semplice: se vogliamo assicurarci un futuro, che sia migliore di questo presente a livello ecologico e sociale, così come economico e politico, abbiamo bisogno di ridestare l’intelligenza collettiva, di un nuovo illuminismo che abbia il senso di un “contro-illuminismo”, e ritrovare così la dimensione del “bene comune”[5]. Mattei non è il solo a propugnare una tale linea teorica e non lo si può ritenere ideatore di questa corrente di pensiero, da una parte perché il concetto di “bene comune” risale all’epoca medievale (non è un’invenzione contemporanea, come lui stesso ricorda più volte nel suo libro), dall’altra perché nella stessa direzione vanno sia le richieste di movimenti di protesta sia le riflessioni di molti intellettuali di spicco, come l’economista statunitense Elinor Ostrom[6] (premio Nobel per l’economia 2009) o ad esempio, dalla nostra parte dell’oceano, il giurista e politico italiano Stefano Rodotà. Inoltre la “rivoluzione del comune” è in realtà già in atto, la si  può intravedere nelle forme di “interazione comune” presentate in precedenza e in alcuni casi esemplari, come nel nostro paese l’esito positivo del referendum sull’acqua[7], attestatasi indubbiamente come bene comune da preservare. Prima di soffermarci nello specifico sulla forma pratica del “bene comune”, occorre darne un’esaustiva definizione teorica, per cui cercheremo di esporre quanto nel testo sopracitato; Mattei stesso ritiene essenziale la fondazione teorica del bene comune, in quanto battaglie sociali e politicamente consapevoli, come nel caso del movimento per la difesa dell’acqua pubblica o quello del No TAV, non sono ad oggi accompagnate da una solida base concettuale a livello tecnico-giuridico.

Con la dizione “bene comune” non si intende un determinato oggetto fisico, ma una dimensione dinamica, vitale, fondata su rapporti puramente qualitativi tra gli individui e tra questi e tutto ciò che li circonda; ad esempio una risorsa naturale come l’acqua non può ritenersi bene comune in sé ma è tale in quanto connessa inscindibilmente alla vita di un intero ecosistema, formato da innumerevoli forme di vita distinte e allo stesso tempo dinamicamente connesse l’una all’altra. La mancanza di una struttura concettuale a fondare e sorreggere il “bene comune”, con la conseguente mancanza di consapevolezza della sua importanza, sono spiegabili secondo Mattei in relazione allo sviluppo storico dell’Occidente. Nell’epoca medievale era presente la tipologia giuridica del “comune”, del tutto scissa dall’area della giurisdizione privata e pubblica, svincolata dal dualismo Stato-proprietà privata; questa tripartizione si è andata perdendo con il successivo passaggio alla modernità e l’attestazione del costituzionalismo liberale come modello dominante. Bisogna mettere in discussione il lascito culturale, giuridico e politico, della modernità per poter mettere in atto una energica ripartizione delle risorse e dare nuovamente spazio al “bene comune”. Chiaramente un’azione di questo tipo non favorisce la crescita economica, nel senso di sviluppo capitalistico, che si fonda proprio sull’accumulo di una sempre maggior fetta di risorse comuni trasformate in beni privati. Il “privato” già solo ad una prima analisi etimologica, in quanto participio passato del verbo privare, è un’entità di cui qualcuno usufruisce a scapito di qualcun altro che ne è escluso, rappresenta perciò quanto di più lontano dalla concezione del “comune”, che implica una condivisione e un’accessibilità generale.





Progetto "Italia degli innovatori"


La “rivoluzione del comune” tende perciò a scardinare il modello di vita oggi dominante, basato sull’ideale dell’homo economicus che vive in una continua competizione con i suoi simili, nell’ottica dell’accumulazione continua e infinita di ogni tipo di bene, o meglio prodotto, ed è il soggetto tipo per il sistema capitalistico. A questo modello subentrerebbe quello etichettato da Mattei come recessivo, riscontrabile ancora una volta nell’ambito politico e giuridico medievale, che si basa su valori ecologici e comunitari, contrariamente all’altro. Se il modello oggi dominante incentra le relazioni tra i soggetti, e tra questi e gli oggetti, su una logica di totale subalternità dell’uno nei confronti dell’altro, il modello recessivo invece pone al centro il valore della comunità, evidenziando la relazione “del nutrimento e della dipendenza”[8] dei singoli individui e tra questi e l’ambiente che li circonda; un tale modello si basa sulla consapevolezza dell’interdipendenza che lega necessariamente ogni forma di vita alle altre. La relazione “del nutrimento e della dipendenza” viene definita fondamentalmente come qualitativa, in quanto le necessità primarie in generale sono relazioni di tipo qualitativo, dal momento che quantitativamente sono fisse per tutti gli individui, se si pensa ad esempio alla quantità di nutrimento in kilocalorie o d’acqua in litri, questa è grosso modo stabile per ogni organismo umano. Di conseguenza è evidente che le differenze rilevanti sono a livello qualitativo, nella modalità d’assunzione delle kilocalorie o dei liquidi, invece se si creano degli squilibri a livello quantitativo ne derivano necessariamente delle disuguaglianze che corrispondono a delle ingiustizie sociali e a dei disastri ecologici. Nell’ottica di sostituzione del modello di vita dominante l’ecologia è a tutti gli effetti una scienza d’esempio, è chiaramente “recessiva” perché si basa sulla consapevolezza dell’interconnessione di ogni organismo vivente con gli altri; proprio facendo riferimento all’impossibilità dell’esistenza di un essere solipsistico in natura Mattei rigetta la concezione dell’individuo solo e mero consumatore, totalmente infondata sul piano ontologico ed esistente solo come immagine strumentale alla logica capitalistica, da cui è propugnata cercando di far scaturire negli individui bisogni sempre nuovi e fittizi. Con il compiersi della “rivoluzione del comune” si attesterebbe il modello recessivo e si darebbe spazio in questo modo alla “sola concezione scientifica compatibile con il mantenimento e l’adattamento di lungo periodo della vita sul nostro pianeta”[9], perciò ad un’istanza tutt’altro che accessoria.

Per compiere questo cambiamento occorre ridestare la consapevolezza dei “beni comuni” come strumenti indispensabili alla soddisfazione dei bisogni e dei diritti della collettività, e perciò non svendibili dallo Stato (attraverso la privatizzazione, ovvero la loro mercificazione) per un mero tornaconto economico, tra l’altro del tutto temporaneo. Giustamente l’autore richiama l’attenzione sulla salvaguardia dei “beni comuni” che, come nel caso dell’istruzione pubblica, sono spesso in pericolo proprio a causa dell’operato dello Stato che dovrebbe esserne idealmente il custode. Un tale fenomeno, assurdo quanto ormai scontato, affonda le sua radici nell’era moderna in cui si è creata la dicotomia Stato/proprietà privata e in cui quest’ultima riceveva le dovute attenzioni in modo da essere tutelata, ad esempio nel momento del passaggio di un bene dall’area privata a quella pubblica, mentre quest’attenzione tutt’ora manca se il passaggio è inverso. Questo sbilanciamento giuridico ha dato vita all’attuale inversione dei rapporti di forza, per cui lo Stato si è trasformato fondamentalmente in un esecutore degli interessi economici di enti privati. Purtroppo questo è lo stato reale dei fatti, facilmente riscontrabile osservando la modalità di “salvataggio” dei paesi maggiormente toccati dall’attuale crisi; per poter far fronte ai loro problemi finanziari questi paesi si ritrovano a dover usufruire senza molta scelta di finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale, di cui diventano debitori e a cui cedono nei fatti la loro sovranità. Allo stesso tempo quei finanziamenti sono utilizzati per salvare dalla crisi gli istituti bancari che ne sono responsabili, mentre i cittadini che dovranno sostenere a proprie spese la restituzione con i dovuti interessi del prestito iniziale, non ne traggono alcun beneficio. Risulta difficile immaginare una tipologia di Stato ancor più lontana dall’ideale Stato originario, che nasce per la tutela dei suoi membri e come esecutore della loro volontà comune. Dalla manifesta inadeguatezza dello Stato nella tutela dei “beni comuni”, deriva la necessità di ri-conferirgli uno spazio autonomo a livello giuridico, smascherando l’assetto dualistico come assolutamente non esplicativo della totalità del reale e dando vita ad un rapporto più equilibrato tra lo Stato e il privato. Il “bene comune” rappresenta una categoria di diritto che “è chiamata a svolgere proprio questa funzione costituzionale nuova – indispensabile in tempi di globalizzazione economica – di tutela del pubblico nei confronti tanto dello Stato quanto del potere privato”[10]. L’autore auspica perciò una vera e propria rivoluzione culturale – il cosiddetto “contro-illuminismo” a cui si faceva riferimento in precedenza – da cui emergano istituzioni nuove in grado di tutelare e gestire adeguatamente i beni comuni.

Il primo passo da compiere in questo senso è senz’altro la ridefinizione della proprietà, ridimensionando l’ambito del privato così come del pubblico (inteso come Stato) in modo da ampliare l’ambito del comune. Questo è intrinsecamente, e così sarà laddove lo si permetta, luogo d’incontro, di relazione tra gli individui – relazione qualitativa al di fuori della logica quantitativa mercificatrice  e il suo governo può attuarsi solamente attraverso una reale democrazia partecipativa, forma ideale del governo comune. Non è difficile riconoscere in questo quadro presentato da Mattei qualche accento rousseauiano, la volontà generale che deve emergere affinché il governo sia nel giusto e che si manifesta proprio con la partecipazione di tutti i membri dello Stato, consapevoli di dover tendere al “bene comune”. Sulla stessa linea la definizione di proprietà privata come “cellula cancerogena della diseguaglianza” che richiama senza dubbio l’Origine della diseguaglianza di Rousseau, in cui il filosofo evoca la nascita della società civile (a suo avviso talmente corrotta da dover essere riformata alla radice) come coincidente con la nascita della diseguaglianza: quando un uomo per primo recintò un pezzo di terra, affermando che fosse suo, e gli altri furono tanto stupidi da credergli, in quel momento nacque la proprietà privata e insieme ad essa l’ingiustizia.

Al filosofo vennero mosse molteplici critiche, soprattutto sull’impossibilità di applicare nella pratica i suoi scritti senza incorrere in ingiustizie ancora maggiori, per cui volendo estremizzare si arriverebbe alla creazione di una società totalitaria senza libertà (proprio perché nel pensiero rousseauiano l’uguaglianza ha un ruolo predominante rispetto alla libertà, caratteristica che si ritrova ancora nell’assetto legislativo francese). Non si può però imputare a Mattei la volontà di alcuna deriva totalitaria, dal momento che lui stesso rimarca la volontà di istituzionalizzare politicamente un governo partecipato dei “beni comuni”, in linea con la Costituzione italiana. Un buon inizio sarebbe l’applicazione di quanto sancito dall’articolo 41 della Costituzione, che recita “l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, e soprattutto dall’articolo 43, per cui “a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”; quest’articolo ha chiaramente una grande rilevanza per il ruolo attivo che riconosce a “comunità di lavoratori o di utenti”.





Roma: il Teatro Valle Occupato


La “rivoluzione del comune” avanza con l’impegno sociale e politico di sempre più individui che si impegnano nella gestione dei “beni comuni”, anche e soprattutto laddove la legge ancora non lo legittimi. Si può prendere ad esempio, tra le molteplici e differenti manifestazioni di cura e rivendicazione del “comune”, l’esperienza del Teatro Valle[11] di Roma come attestazione della cultura artistica come “bene comune”. Chiaramente non è la cultura in sé, come entità astratta, ad essere “bene comune”, ma il suo impiego in uno spazio libero, accessibile a tutti, che crea un rapporto costruttivo e proficuo in cui la conoscenza si diffonde e cresce in un movimento dialogico tra le persone che vi partecipano. Coloro che lavorano oggi nella gestione del Teatro sono soprattutto lavoratori del mondo dello spettacolo che, riconoscendo la necessità di un’inversione di rotta nel panorama culturale e nella gestione politica della cultura in Italia, nello specifico il pericolo dell’interruzione della storia artistica del Valle e la sua possibile privatizzazione, hanno deciso di occupare il teatro il 14 giugno del 2011. Questa forma di lotta è interessante perché non si costituisce solo di una pars destruens, di una stigmatizzazione del disagio del mondo della cultura, dell’inadeguatezza delle decisioni politiche al riguardo, ma si impegna nel dare forma alla pars costruens, alla costituzione di una nuova forma di gestione del teatro. Quest’esperienza si inserisce consapevolmente nell’ambito della lotta per il “comune” tanto che gli occupanti hanno costituito una “Fondazione Teatro Valle Bene Comune”: “attraverso la sperimentazione di una prassi di studio e di autogoverno del teatro, [gli occupanti] sono giunti all’elaborazione dello Statuto della Fondazione Teatro Valle Bene Comune […] un’elaborazione della pratica attiva di governo del Teatro fatta fin qua dagli occupanti, una possibile premessa per la pratica futura di governo di questo Teatro da parte della cittadinanza”[12]. C’è anche da ricordare che il teatro Valle ha ospitato (nelle giornate 10-11-12 Febbraio 2012) il Forum europeo “Redditi, beni comuni, democrazie”[13] a dimostrazione della consapevolezza di dover lavorare non solo per l’istituzione di questo specifico teatro come “bene comune”, ma anche per la diffusione della “rivoluzione del comune” che superi qualsiasi confine, nazionale e linguistico, e sia anzi il più possibile ricca di differenze.

 La Fondazione del Valle è un istituto aperto, pensato per avere necessariamente bisogno della più ampia collaborazione possibile, basti pensare che lo Statuto su cui si fonda è in una fase di elaborazione ancora aperta a cui chiunque voglia può partecipare facendo presenti le proprie idee e proposte[14]; inoltre si ha la possibilità di figurare tra i soci fondatori della Fondazione del Teatro Valle donando a questa causa una cifra minima irrisoria come 10 euro, che andranno a confluire con gli altri contributi nel conto presso Banca Etica del “Comitato Valle Bene Comune”. Attraverso una gestione economica sui generis che si basi su un azionariato diffuso e su un contributo pubblico, garantito dalla Costituzione, si dovrebbe realizzare quello spazio intermedio tra la sfera del privato e dello statale, che si è delineata nel testo di Mattei. Il motore che porta avanti quest’esperienza, da ormai 9 mesi, è la volontà di rendere lo spazio del Teatro “uno snodo di incontri e relazioni, un luogo di produzione sociale e condivisa. Un laboratorio politico e culturale aperto e sempre in divenire”[15]. Chiaramente un Teatro di questo tipo non è semplicemente uno spazio in cui assistere a degli spettacoli, comodamente seduti in poltrona, ma un punto di incontro e di condivisone di esperienze e conoscenze, per cui gli occupanti intendono renderlo un luogo di formazione (tecnica o meno) per gli stessi lavoratori dello spettacolo o per chi sia interessato. Inoltre questi lavoratori sposano la filosofia ecologica, che si è vista inscindibilmente legata all’abolizione del sistema dominante, e perciò mirano a “nuove forme economiche sostenibili che pongano come priorità i diritti dei lavoratori dello spettacolo. [A] creare un modello di gestione ecologico che inverta il sistema-mondo basato sui consumi a favore dello scambio e della redistribuzione delle ricchezze, per favorire la qualità a scapito della quantità”[16].

Uno striscione che pende da una balconata del teatro recita il motto di quanti s’impegnano in quest’esperienza e in generale di chi è stanco d’accontentarsi della realtà che ci circonda e sente la necessità del cambiamento: “Com’è triste la prudenza!”

 

 

 



[1] Mark Levine sul New York Times Magazine

[2] Caso paradigmatico la chiusura del sito megaupload.com effettuata recentemente (gennaio 2012)  da parte del FBI

[3] Arundhati Roy sul The Guardian

[4][4] Ugo Mattei, Beni Comuni. Un manifesto, Laterza, Bari 2011

[5] È proprio la cultura dell’Illuminismo ad aver cancellato spazi giuridicamente comuni, ritenendoli retaggi di un’epoca oscura; Ugo Mattei, Beni Comuni. Un Manifesto, cit., cfr. pag.47 e seguenti 

[6] Elionor Ostrom ha svolto numerosi studi in ambito economico sui beni comuni (commons) e ha criticato la validità dell’homo economicus, ovvero una tipologia ideale di individuo ciecamente massimizzatore ed egocentrico.

[7] Il 12 e 13 giugno 2011 oltre 26 milioni di persone (circa il 54% degli aventi diritto, una cifra che raramente viene raggiunta) hanno votato nel nostro paese per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale, e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto.

[8] Ugo Mattei, Beni Comuni. Un manifesto, cit., cfr. pag. 101 e seguenti

[9] Ivi, pag. 104

[10] Ugo Mattei, Beni Comuni. Un manifesto, cit., pag.X

[11] Il Teatro Valle rappresenta un elemento importante nella lotta per il “comune” data la sua forte valenza simbolica, si trova nel centro storico di Roma ed è il teatro più antico ancora in funzione nella capitale (fondato nel 1727).

[13] Il Forum si è svolto il 10-11-12 Febbraio 2012, per maggiori informazioni consultare il sito http://www.teatrovalleoccupato.it/10-11-12-forum-europeo-reddito-beni-comuni-democrazie

[14] È possibile partecipare alla scrittura dello Statuto semplicemente collegandosi al sito http://www.teatrovalleoccupato.it/partecipa-alla-proposta-di-statuto-lo-spazio-per-contribuire-e-online

[16] Ibidem




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