TEATRICA
SPETTACOLI-EVENTO

Inseguendo il sogno
di un Teatro Totale
e ‘ininterrotto’


      
Una riflessione a vasto raggio su tre straordinari allestimenti che hanno illuminato l’ultima stagione per le loro ambizioni sceniche e per le loro implicanti domande circa il senso esistenziale ed etico della ricerca artistica. Si tratta di “I Demoni” che Peter Stein ha ricavato dall’omonimo romanzo di Fëdor Dostoevskij; “Cercando Picasso” in cui Giorgio Albertazzi, diretto da Antonio Calenda, ci dà uno struggente ritratto del maggiore genio pittorico del ’900; e “En attendant Beckett”, un emozionante e toccante mélange di testi dell’autore dublinese, inscenato da Giuditta Cambieri con una compagnia laboratoriale di attori sordo-muti, il cui silenzio creativo inverava oltremisura la combusta potenza della parola beckettiana.
      




      

di Plinio Perilli

 

 

           Vladimiro – Allora che si fa?

           Estragone – Non facciamo niente. È più prudente.

           Vladimiro – Sentiamo prima cosa ci dirà.

           Estragone – Chi?

           Vladimiro – Godot.

           Estragone – Giusto.

           Vladimiro – Aspettiamo di sapere come stanno le cose.

           Estragone – D’altra parte, sarebbe forse meglio battere il ferro           

                              mentre è caldo.

           Vladimiro – Sono curioso di sapere che cosa ci dirà. In ogni modo,                    

                              mica l’abbiamo sposato.

           Estragone – Cos’è più che gli abbiamo chiesto esattamente?

           Vladimiro – Ma non c’eri anche tu?

           Estragone – Non stavo attento.

           Vladimiro – Be’… ecco… niente di preciso.

           Estragone – Una specie di preghiera.

           Vladimiro – Ecco.

           Estragone – Una vaga supplica.

           Vladimiro – Press’a poco.

           Estragone – E lui, che cosa ha risposto?

           Vladimiro – Che si sarebbe visto.

 

                             Samuel Beckett, Aspettando Godot

 

 

 

Talvolta, non si sa come e nemmeno a questo punto il perché, il vecchio fulgido sogno di un Teatro Totale, rapisce un evento, la scena, feconda la singola e contingente pièce, per ammaliarci e fortemente rapirci nella gioia vorticosa e inopinata quasi d’una rivelazione…

Esce insomma due volte dai canoni, dalle teorizzazioni polverose dei libri, dagli squilli polemici dei manifesti, dalla vis trasgressiva (ma non meno azzimata, ahinoi) dei proclami d’avanguardia – per ridonarcisi come un eterno, piccolo avvento d’assoluto. Arte Totale, Teatro Totale – chiamiamolo a piacimento, e in nome del riverito libero arbitrio – ma per favore, non lo si evochi mai più come un misterioso evento impossibile, iridescente ombra d’Utopia!… Perché mentre per l’ennesima volta ansimiamo o borbottiamo scettici, perfettamente esso accade (il Teatro Ininterrotto, che non pone limiti tra il testo e l’ascolto, tra la vita e le parole che si sforzano di nominarla, tra il gesto scenico e la rifrangenza pensata).

Almeno tre volte, negli ultimi mesi – qui a Roma, che nel frattempo s’indaffarava e s’inveleniva solo nelle contese squallide quanto oziose della politica – alcuni ottimi spettacoli hanno felicemente travalicato l’assunto teorico, vorremmo dire l’architettura drammaturgica, per donarci l’emozione incarnata dell’Arte sofferta e giocata tutta nel suo compiersi, monologata in fieri sino all’eco avverato del dialogo, della confessione denudata e totale. Teatro ininterrotto

I Demoni, Cercando Picasso ed En attendant Beckett le tre infebbrate, esorcistiche sorprese che, in breve, ci accingiamo a testimoniare…

 

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I Demoni da Fëdor Dostoevskij, con adattamento originale e regia di Peter Stein, sono andati in scena a Roma il 2 e 3 ottobre 2010, dopo una lunga tournée che ha visto il “Tieffeteatro Stabile di Innovazione Milano” e il “Wallenstein Betriebs-Gmbh Berlin”, in collaborazione con “Napoli Teatro Festival Italia”, di volta in volta a Milano, Vienna, Amsterdam, Napoli, Ravenna, Atene, New York, Parigi, appunto Roma, e poi ancora Prato, Reggio Emilia, Pordenone e Torino…

“… È il romanzo più politico di Dostoevskij,” – risponde Peter Stein a chi gli chiede perché abbia voluto mettere in scena proprio I Demoni – “racconta di un gruppo di rivoluzionari modernisti, nichilisti – in realtà dei provinciali – che ha sostituito i valori della religione con le ideologie anarchiche e socialiste. Così Dostoevskij anticipò i tempi bui dell’ultimo Lenin, il sangue dello stalinismo e di altri totalitarismi, nonché del terrorismo che ci perseguita ancora oggi. L’attualità sta nell’invenzione del personaggio di Stavrogin, il vero protagonista. Stavrogin non è né nichilista né reazionario. È il vuoto, l’indifferenza, l’assenza di ideologie e di idee. Stavrogin è il vero male anche del nostro tempo. In ossequio ad una pretesa uguaglianza, senza gerarchie di valori, accoglie tutto e il contrario di tutto, tentando di divertirsi o di sentire la vita attraverso la droga, una varietà di piccole perversioni, settarismi e altre declinazioni di una vita destinata a passare come un lampo, senza fermare nulla. Questo è il male che pervade le nuove generazioni.”

 

È stato Albert Camus, il grande scrittore francese “esistenzialista”, romanziere dell’Assurdo e studioso della Rivolta, a darci forse il giudizio più appassionato che il ’900 potesse tributare al patriarca (con Tolstoj) della moderna narrativa russa, e in fondo dell’anima stessa europea, lievitante in travaglio. A Kirillov, al protagonista de I Demoni, dedica un intero capitolo de Il mito di Sisifo (1942): “Tutti gli eroi di Dostoevskij interrogano se stessi sul senso della vita, ed è sotto questo aspetto che sono moderni: essi non temono il ridicolo. Ciò che distingue la sensibilità moderna dalla classica è il nutrirsi questa di problemi morali e quella di problemi metafisici. Nei romanzi di Dostoevskij, il problema è posto con tale intensità, da non poter impegnare che a soluzioni estreme. O l’esistenza è menzognera o è eterna. Se Dostoevskij si accontentasse di questo esame, sarebbe filosofo. Ma egli illustra le conseguenze che quei giochi dello spirito possono avere nella vita di un uomo, ed è in ciò che è artista. Fra queste conseguenze, l’estrema, quella che egli stesso nel Diario di uno scrittore chiama suicidio logico, lo avvince. Nella puntata del dicembre 1876, infatti, egli immagina il ragionamento del ‘suicidio logico’.”

Camus, innamorato del teatro e drammaturgo valente egli stesso (da giovane anche attore), aveva ricavato dai Demoni un’importante e apprezzata riduzione. Ma si era in pieni anni ’50… Perché allora Stein ha preferito riscrivere una sua versione, assolutamente senza porsi limiti di tempo, spazio, luogo, durata (sembra di rievocare le vetuste, canoniche unità aristoteliche!)?

 

“Camus era troppo preoccupato della lunghezza.” – risponde l’animatore, artefice e profeta della Wallenstein – “Io, invece, guardo all’opera originale: se esige tempo, glielo concedo. Otto, dieci ore, non importa. E poi il pubblico non resterà seduto per più di un’ora e un quarto. Ho previsto quattro pause brevi e due lunghe, per pranzo e cena, con spettatori e attori insieme a mangiare e a discutere. Così nasce una vera comunità in cui gli spettatori mangiano insieme, si conoscono, parlano all’interno di un’intera giornata teatrale. Non si può restare con uno sguardo critico per 12 ore, si decide di partecipare o di andarsene.”





Peter Stein, regista (e anche interprete) di I Demoni da Dostoevskij


Peter Stein non era nuovo a imprese di questo tipo. Ricordiamo almeno l’altra maratona massacrante del Faust di Goethe, diretto dal maestro in occasione dell’Expo 2000 di Hannover: un progetto che coinvolse 80 interpreti per la durata di 21 ore in due giorni, con repliche a Berlino e a Vienna nel 2001.

“… Dalle 11,00 alle 22,30… Dodici ore con brevi intervalli di un quarto d’ora ogni ora e mezza circa – ed una ‘lunga’ pausa-pranzo di un’ora (e un’altra per la cena), incredibile, quasi aziendale!…” – si diverte a rievocare l’amico Alberto Di Giglio, giornalista culturale, studioso del Cinema e Sacro, ma anche regista di struggenti lungometraggi sulla Sindone; particolarmente intrigato sia dallo spettacolo in sé che dal connaturato, inderogabile evento scenico, che scava a tutti, sul volto, le rughe almeno d’espressione di una ininterrotta palingenesi interiore…

Grande attenzione ed euforia, dunque, alla prima romana all’Auditorium, in una “Sala Sinopoli” diventata d’incanto un vivacissimo happening condiviso assieme: un giorno intero trascorso e meditato artisticamente assieme – e fra gli ospiti, a loro volta (e a metà tra i figuranti e i comprimari, un po’ come avveniva col teatro povero del rimpianto Grotowski, capacissimo di far diventare attori gli spettatori e viceversa!), autori e critici tra i più corroborati ed esigenti del nostro panorama contemporaneo: tanto per dire, i Nanni Moretti, gli Enrico Ghezzi, etc. etc.  

Con una recitazione “alla russa”, più simile dunque a quella cinematografica, la storia del capolavoro di Dostoevskij consente di rivedere totalmente l’eterno, sempre discusso rapporto tra opera e pubblico – che qui, nella giornata esausta ed esaustiva di “vita insieme all’opera” ne diventa realmente partecipe e non solo devoto o anche caustico osservatore… Una messinscena insieme essenziale e poderosa, spoglia e affollatissima di gesti, idee, parole e intenzioni (ci torna in mente la cruciale formula sacramentata, eucaristica, del: “pensieri, parole, opere e omissioni”…).

 

“Ventisei attori” – ribadisce Stein – “che fanno rivivere gran parte del libro, rispettandone le suddivisioni: tre parti, ognuna delle quali divisa in più capitoli. Poi una scenografia essenziale fatta di pochi mobili, un piccolo muretto girevole, alcune pedane. E un palco vuoto come un foglio di carta bianco, su cui la parola degli attori si incide con forza, con una recitazione che ricorda quella del cinema, diversa da quella italiana che è ‘melodica’ e non trasmette del tutto il senso delle parole, mentre io ho voluto restituirglielo.”

 

“Calcoli a parte, l’inevitabile discesa dal cielo, e la visita dei ricordi e la seduta dei ritmi occupano la dimora, la testa e il mondo dello spirito.” – evoca Arthur Rimbaud nelle Illuminations.

Sull’importanza odierna del pensiero di Dostoevskij e della sua continua, romanzata discesa dal cielo, fa fede, del resto, una non troppo vecchia intervista a Peter Brook, sul palcoscenico come odierno spazio di Dio… Intervistato a Londra da Enrico Groppali (“Il Giornale”, 6 novembre 2005), il mitico e celebre regista, oramai un classico anche nelle sue trasgressioni, difende strenuamente il francese Maurice Benichou, che con l’inconfondibile sigla di Brook porta nel mondo Il grande inquisitore, il famoso discorso di Dostoevskij, che il regista inglese giudica infatti tanto inquieto quanto vitale, tesa in equilibrio sul filo di una feroce e forse anche provvida eresia laica:

 

“Perché l’Inquisitore, condannando Cristo a tornare nel cielo da cui proviene e a non calarsi più sul nostro piccolo pianeta, rappresenta la desacralizzazione del mondo contemporaneo.”

Sarebbe a dire?

“Cristo, se oggi tornasse tra noi, farebbe la figura di un santone che distribuisce miracoli. Ma resuscitare qualche morto e tramutare qualche sasso in pane e in vino, non serve a nulla. Perché gli sarebbe comunque inibito di predicare. Prima di tutto dalla sua stessa dottrina che, diventata espressione della Chiesa, anche se volesse non può più predicare la pace.”

Perché?

“Perché deve difendersi dall’ipocrisia del mondo che vive in perenne stato di guerra.”

 

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Cercando Picasso, struggente monologo in cui Giorgio Albertazzi (con la “Martha Graham Dance Company”, per la regia di Antonio Calenda) dà sfoggio, e anche fondo, a tutte, interamente tutte, le sue risorse di attore umanato, squisitamente estraniato (in qualità di istrione Picasso, mattatore genio dell’Arte e nume tutelare di almeno mezzo ’900) eppure rapinosamente partecipe, cioè a dire: emotivamente incarnato, consegnato e vorrei dire “precettato”, come Signor Se Stesso… Dal 15 al 27 marzo 2011, al Teatro Quirino, Albertazzi/Picasso ha divertito e anche commosso, turbato e intrattenuto perfettamente noi spettatori gettando all’aria lenzuola e luoghi comuni, forme e contenuti, lacerti d’intimità e dichiarazioni di poetica, ebbri e turgidi inni al dio Eros e pasionarie, sofferte elegie o compianti civili, infine tutti gli annosi, noiosi stereotipi culturali e le fastidiose, rimosse rimozioni estetiche proprio non più praticabili…

“I miei quadri, finiti o no, sono le pagine del mio diario e sono validi in quanto tali.” – sosteneva il grande artista, ricoluzionario e borghese, delle Demoiselles d’Avignon (1907) – “Il futuro sceglierà le pagine che preferirà”… Interi decenni, ideali in lotta del Novecento da cui veniamo, pugnano ma anche amoreggiano, contrastano e confricano – fra virtuosa, anarchica rimemorazione onirica e virtuali passi di danza – nei quadri/pensiero e nelle scene/recherche con cui Albertazzi-grande-attore si fa, s’incarna grande-artista monologante…

 

Lo spunto affabulante, ma drammaturgico da cui è partito Antonio Calenda per inscenare l’Egocentrismo policromo di Picasso, così almeno recita il programma di sala, è il “diario parigino del pittore Le désir attrapé par la queue (Il desiderio preso per la coda), testo dal respiro onirico e surreale che restituisce viva tutta la visionarietà tipica della sua pittura: lo animano personaggi come il Piede Grosso, l’Angoscia grassa, la Cipolla, il Silenzio, la Torta.”…

“Picasso dipinge una fanciulla. Toh! gli dicono, una chitarra, delle mele, un busto, una finestra! Adesso anche il pittore li vede. Aveva fatto una natura morta senza accorgersene.” – recita Jean Cocteau ne Il mistero laico (1928), deliziosa operina tutta dedicata alla metafisica smaccata del geniale De Chirico, in fervoroso, dissimile parallelo appunto col genio istintivo e “cubista” dell’altro grande autore d’inizio ’900, l’andaluso Picasso Pablo da Malaga, che a partire dal quarto soggiorno parigino del 1904 si trasferì definitivamente in Francia… Scriveva ancora Cocteau: “L’eleganza, molto più dell’oscurità, rende invisibile un’opera. Picasso è l’eleganza stessa, ed essa gli assicura l’invisibilità. Per la prima volta l’artista ha posto l’intelligenza di fronte all’oggetto, invece di porgli di fronte uno specchio, fosse pure uno specchio deformante. L’opera di Picasso appare travestita e mascherata e come tale intrigante e misteriosa.”…

(Intrigo e mistero, travestimento e mascheratura che qui sono fascinosamente appaltati, affidati alle bellissime danzatrici della “Martha Graham Dance Company”…).

“Affrontare Picasso significa rispondere alla sua fantasmagoria,” – insiste e s’infervora Antonio Calenda – “dare voce alla sua irruente visionarietà. Perciò sarà necessario discostarsi dagli stilemi del naturalismo per ricreare invece le tensioni dell’irripetibile atmosfera culturale che lo circondava, per ricercare nel mondo delle sue motivazioni interiori attraverso l’evocazione figurativa e coreografica, attraverso le sue stesse parole e i suoi pensieri che riverberano potenti da passi tratti dai suoi scritti, dai suoi poemi, dai suoi testi teatrali.”

  

Rileva Mario De Micheli in un testo sempre fulgido e utile come Le avanguardie artistiche del Novecento: “… L’opera di Picasso, dunque, sino alla fine, è la storia di come Picasso ha reagito a tutto ciò che gli è accaduto intorno. L’ironia, lo scetticismo, la brutalità, la crudeltà, l’erotismo, l’individualismo esasperato sono parte dell’opera picassiana, una parte critica che spesso diventa ira scompositrice e distruttiva, sfrenata ribellione. In altre parole possiamo dire che Picasso è un testimonio del nostro tempo, un testimonio anche di ciò che vi è di anti-umano, possiamo dire pure un ‘testimonio d’accusa’, ma sempre un testimonio a sua volta coimputato nel processo. Ecco l’origine dei suoi ‘mostri’, frutto di un tempo tragico, insanguinato e devastato dal furore delle guerre: il tempo della distruzione dell’uomo. Ma accanto ai ‘mostri’ Picasso ha saputo dipingere anche i sentimenti più umani, ha dipinto la gioia, l’aspirazione alla giustizia, alla pace; ha dipinto l’onore dell’uomo.”…           





Giorgio Albertazzi, protagonista di Cercando Picasso


L’invisibilità accesissima, spesso quasi incandescente dell’Io picassiano messo così in scena, incarnato da Giorgio Albertazzi, è tutta nella sua pura visibilità resa materia vivente… Scorrono immagini e sogni, ricordanze e icone fin troppo celebri, con la leggerezza trasparente dei sogni avverati, rimossi o proiettati, redenti e risolti in purissime Immagini… Jung, si sa, parlerebbe di archetipi; ma soprattutto avrebbe riassunto, nobilitato un po’ tuta quell’adorabile messinscena come manifestazioni diverse dell’energia psichica… Una sorta di ininterrotta libido fattasi arte, eccitata come pittura: “Anche in fisica “ – argomentava il medico-scienziato, il profeta laico di Libido: simboli e trasformazioni (1912) – “parliamo di energia e delle sue varie manifestazioni, come luce, calore, elettricità, etc. Lo stesso vale anche per la psicologia… Se concepiamo la libido come energia, possiamo averne una visione abbastanza unitaria… M’interessava stabilire anche per la psicologia un’uniformità simile a quella che nelle scienze naturali esiste come generale energetica.”…

Psicologia che si fa, insieme, scienza e teatro di ogni nostro esibito o ben più occultato e segreto archetipo…

Ma torniamo al Picasso raccontatoci dal grande amico Cocteau (e altro genio sinestetico, nume tutelare della possibilità stessa, dell’estro avverato e avverabile d’ogni Avanguardia!); un artista in cui il peso e l’urlo della Storia diventa per ciò stesso fioritura e trafittura dell’Etica:

“Si parla sempre di arte religiosa. L’arte è religiosa. Le collere di Picasso contro la pittura innalzano autentiche crocifissioni. Opere terribili, fatte di chiodi, di lenzuoli, di strappi, di legno, di sangue.”…

 

Giorgio Albertazzi ha romanzato in parole e gesti questi rinomati, beneamati archetipi picassiani nella breve accensione d’un aneddoto, d’un guizzo monologato, d’un rito non meno tantrico che teatrale… Potremmo anche dire sacrale –: luminoso sinonimo…

E le collere di Picasso contro la vita? Oh, mai del tutto collere: stati d’animo, piuttosto, illuminazioni, litigi perennemente amorosi – banderillas, ininterrotto toreare sensuale e sentimentale… Onde matare, infine, ogni residua, inaccettabile malinconia!

 

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   Ma l’ultima sorpresa delle sorprese è stata – almeno per me – la più estrosa e certo irripetibile… Un Beckett frammentato di tanti Beckett, e messo in scena, adottato, da un laboratorio eccezionale e fin troppo prosaico, di sordo-muti attori o che cercano di esserlo: ma con la propria gioia sensibile e coraggiosa adesione, hanno già battezzato, meritato il soffice, intimidito segreto privato e poi l’amplificazione pubblica, smodata, progressista, del piccolo-grande evento fulgido, sproporzionato come una preghiera innalzata di semplice, minima ma eroica fede…  

 

“… Fin dal nostro primo incontro capii che era giunto davanti all’estremo,” – scrive di Beckett proprio quell’altro squartante guastatore europeo, affilato “pessimista” cosmopolita e contro-umanista del nostro ’900 che è il grande filosofo rumeno, impariginato, Emile M. Cioran – “che forse aveva incominciato da lì, dall’impossibile, dall’eccezionale, dall’impasse. E ciò che desta meraviglia è che non si è mosso, che – giunto subito davanti a un muro – persevera con lo stesso coraggio di sempre: la situazione-limite come punto di partenza, la fine come avvento! Da qui la sensazione che il suo mondo, questo mondo convulso, agonizzante, potrebbe continuare indefinitamente, anche quando il nostro scomparisse.”…

 

Giunto realmente davanti all’estremo, ogni vero regista moderno, non può anch’egli – e tanto più oggigiorno, nella poesia immanente e forse già postuma a se stessa della post-modernità – che invocare, perseguire, perpetrare “la situazione limite come punto di partenza, la fine come avvento!”… È in qualche modo quello che ha perfettamente inteso fare, e ha fatto, Giuditta Cambieri – la quale il 14 giugno sera, al romanissimo Teatro Quirino, ci ho donato con En Attendant Beckett (presentato nell’ambito della rassegna teatrale “In scena diversamente insieme”, a cura di Alvaro Piccardi) uno spettacolo irripetibile quanto struggente. Struggente perché le ragioni polemiche e trasgressive di quel vecchio e sempre nuovo teatro dell’Assurdo, riprese e affidate plasticamente ad un laboratorio  scenico integrato fra sordi e normodotati, ha raggiunto, accarezzato o imploso esiti di strepitosa consapevolezza gestuale e insieme esistenziale…

Indicibile, la macchina scenica ordita e ardita che brulicava, performava e si denudava l’anima, parallela agli impacci accelerati del corpo, della dizione e dell’ascolto perennemente auscultantisi, mentre ogni grido silenzioso o risata soffocata, ogni frase contorta – ma che dico frase: parola – che dico parola: sillaba (qualche sorta sillaba e secca come un ramo – per dirla col Montale degli Ossi) – ogni sillaba raffrenata, avviluppata e strozzata in ganglo stesso espressivo, salmodiava e irradiava il significato, il sordomuto compendio balbettante e annaspante di un radioso, viceversa, abbraccio d’intensità, condivisione, felice comunicazione…

Empatia, percezione, autoironia, dannazione, impedimento etico/estetico e per ciò stesso somma redenzione incarnata, giubilata – ribaltamento immemore e contrappasso espressivo… Un rito, una provocazione commovente e sarcastica, guidata appunto dalla conduzione (più che regia) della Cambieri (assistita da quel giovane trascinatore e amico in pari misura d’ogni angelo e demone, della scena o del cuore, che è Angelo Del Vecchio); senza dimenticare le lezioni/incontri di Rosa Masciopinto, le splendide, visionarie scene apocalittico-smagate di Nicola Cosenza, i costumi da purgatoriale day after (perfettamente beckettiani, insomma) di Loredana Spadoni, le musiche a cura di Marco Mari, addentate e strappate come brani riveriti e finiti in arrosto del proprio cuore… E un ricco plotone rebelaisiano, o se preferite una piccola sublime armata Brancaleone in lotta tra clamore e clangore, gesti e motti, dissensi e assensi, abiezione e sarcasmo, nella Storia verso l’Utopia, in un Mondo/discarica che ancora non riesce bene né a incenerire, né a smaltire e nemmeno a raccogliere, i mostruosi, inarginabili, disperati e narcisi scarti di se stesso… 

E facciamoli pure questi nomi, i nomi di chi – ciascuno a suo modo, merito o caso – ha riconsacrato, testimoniato Beckett dall’osservatorio sfortunato/privilegiato del proprio tranquillo dolore quotidiano, di un’esclusione spesso (in)civile, di un handicap sociale distillati invece ad arringare e proclamare l’incontro estroso con gli altri, la smentita (perché comunione, condivisione) di ogni assurdo imperante, o peggio strisciante, ambiguo di conformismo e pulsioni alla moda… In rigoroso ordine alfabetico:

Anna Argentieri, Antonietta Capocaccia, Marco Caretta, Massimiliano Cascitti, Rosario Cimaglia, Francesco D’Amico, Carlo Di Feo, Elena Ferotti, Annila Gentile, Grace Giacubbo, Marco Gobbi, Manuela Mieli, Rebecca Minelli, Giuliano Nonnis, Eleonora Novelli, Marco Pofi, Susanna Ricci Bitti, Paolo Russo, Elisabetta Viaggi…

Gli applausi che questi splendidi attori veri non potevano sentire, sono stati così sostituiti da un frenetico e felicissimo vibrare, frusciare e tremolar di mani su mani, alzate catartiche a due a due come laica preghiera tantrica… Mani entusiaste nell’evento, come piccole simulate alette d’angelo, ebbra gioia di putti affrescati, coronati in estasi – una certo per ogni sillaba, parola, frase mai pronunciata e per loro impronunciabile: ma accaduta, reclamata lo stesso, e dunque avverata, incarnata, respirata in scena, gesto, amore che monologando, confessando il suo sogno (e il suo malessere) poi l’incorona, lo premia a dialogo. 

Mai silenzio fu più esplicito, sintomatico e confortante – mai urlo deflagrò, oltrepassò i confini della stessa metafora… Perché lo udimmo tutti: e a lungo tutti ancora ne godono, ne rispettano l’eco…                

 

Il ricordo andava facilmente alle teorizzazioni invocate da Jacob Levi Moreno (1889-1974), il rumeno (già allievo a Vienna dello psichiatra austriaco Otto Pötzl) naturalizzato statunitense, fondatore della sociometria  e creatore dello psicodramma (nonché uno dei principali inventori della psicoterapia di gruppo)… La spontaneità deve essere liberata – questo l’assunto di Moreno, che sulla scorta della teoria anti-intellettualistica di Henri Bergson, che certo lo ispirò, inventò, dedicò alla Spontaneità un intero teatro improntato a una regia terapeutica basata sul fare, oltre che sul dire





Un'immagine di En attendant Beckett, diretto da Giuditta Cambieri


Testo esemplare ed emozionante, ripetiamo, questo elaborato dalla brava e intuitiva Giuditta Cambieri (assistita da quel fertile, rabdomante missionario/istruttore d’amicizia che è il giovane Angelo Del Vecchio) estraendo e miscelando due cruciali testi beckettiani: Aspettando Godot e Tutti quelli che cadono… E mi tornavano in mente, ammirando il rito zoppicante e sarcastico, biascicato e pseudo-cannibalico, il fumigare delle scene, clownesche e infernali in egual misura, la deriva domata e cavalcata di questa massima, forse, drammaturgia novecentesca sull’Assurdo irredento, le parole ab initio fervide e illuminate di Roberto De Monticelli (una sua critica del 1960!), che per sua e nostra fortuna intravedeva anche nelle combuste pièces beckettiane il barlume di una (im)possibile e ancor maiuscola Speranza nell’umano che ci pertiene e appartiene:

 

“… Non si sa se arriverà Godot, è assai plausibile, anzi, che lo scrittore non ci creda. Ma se il misterioso personaggio dovesse arrivare, esso si annuncerebbe con trombe da giorno del giudizio, non già per dividere i vivi e i morti ma per annunciare un tempo nuovo, con altri contenuti, altre fedi e altri fini. Gli stracciati ‘clown’ in bombetta di Beckett, quei personaggi-mimi comandati a colpi di fischietto, quei tronconi umani agonizzanti nei bidoni della spazzatura, sono l’estrema sintesi, l’ultima coagulazione dell’angoscia d’oggi.”…

  

Così dove finisce la mente ci si appella al cuore, dove il teatro non basta c’è l’amica e navigata arte della poesia: “Le Voci ricostituite;” – scrive, proclama Rimbaud nel “Saldo” finale delle Illuminazioni – “il risveglio fraterno di tutte le energie corali e orchestrali e le loro applicazioni istantanee; l’occasione, unica, di liberare i nostri sensi!”… 

Al Quirino, il 14 giugno sera, dell’anno 2011 in corso, tutte le Voci nostre e loro si sono ricostituite, misurate e confessate da dentro…

 

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   Dostoevskij, Picasso, Beckett – l’oltre accelerato di ogni avanguardia che è già, in nuce e in atto, teatro ininterrotto

Ma un teatro che neanche i compunti critici teatrali potrebbero più registrare, rubricare, fotografare in giudizio… Ricordo uno splendido e terribile ritratto con cui sempre Cioran (il Cioran, ripeto, degli Esercizi di ammirazione) dà conto del Suo Beckett:

 

 “Per intuire quello spirito singolare e isolato che è Beckett, bisognerebbe insistere sull’espressione ‘tenersi in disparte’, motto silenzioso di ciascuno dei suoi istanti, su ciò che essa presuppone di solitudine e di ostinazione sotterranea, sull’essenza di un essere situato al di fuori, che prosegue un lavoro implacabile e senza fine. Di colui che tende all’illuminazione si dice, nel buddhismo, che deve essere accanito come ‘il topo che rosicchia una bara’. Ogni vero scrittore compie uno sforzo simile. È un distruttore che accresce l’esistenza, che l’arricchisce scalzandola.”

 

Ogni innovatore – in primis nell’arte, ma la vita è sempre lì, dietro le quinte, sotto la scena in buca, a suggerirci le battute – è un distruttore che accresce l’esistenza, che l’arricchisce scalzandola… Questo ho capito immedesimandomi nella teatralizzazione dei Demoni, del talento egoico di Picasso, il dipintore in luce di ogni ombra scomposta, deflagrata del ’900; infine la deriva gnomica e dialogica del più iracondo o accidioso Samuel Beckett… Arte che resta o diventa sempre sordomuta, rispetto all’esistere…

Occorrerebbe certo, ben altro Credo – il dogma ripetuto e quotidiano di un semplicissimo atto d’amore – indicibile e puro come tutto ciò che sentiamo, prima, molto prima d’essere comunque nominato, raccontato, riassunto con le parole…

I versi, ad esempio, che Karol Wojtyla svela e insegue nel suo Canto del Dio nascosto:

 

   Se l’amore tanto più è grande quanto più è semplice,

   se il desiderio più semplice sta nella nostalgia

   allora non è strano che Dio voglia

   essere accolto dai semplici

   da quelli che hanno candido il cuore

   e per il loro amore non trovano parole.

 

 

P.S. – Alla fine, dopo, la gioia sordomuta ed essenziale proseguì, proseguiva in strada, e il Teatro Ininterrotto avveniva, viveva ancora, ma senza mai più recitare, testimoniare che Se stesso: quegli applausi/ali, quella frenesia degli occhi e delle voci inudibili, delle parole che consistono prima e oltre l’essere banalmente pronunciate…

Tutti uguali a tutti, sordi e normodotati, diversamente insieme, ma davvero, questa volta, potentemente e finalmente insieme, un Insieme di insiemi – Voci ricostituite, anime risvegliate, motivate ad esserlo. Parole semplici d’amore che vanno sentite per candido cuore, prima ancora che trovate!  

 

 




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