SPAZIO LIBERO
68MA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
Se un “Faust”
ti cambia la vita


      
Meritato il Leone d’Oro, al festival sulla laguna, dato al regista russo Alexandr Sokurov per un film-capolavoro ricavato dall’omonimo dramma goethiano. Ma tutta la selezione ufficiale è stata quest’anno di alta qualità artistica: da “Carnage” di Polanski a “A dangerous method” di Cronenberg, da “Le Idi di marzo” di George Clooney a “Shame” di Steve McQueen, senza dimenticare il cinese “People Mountain, People Sea” di Shangjun Cai, che ha vinto il Leone d’Argento per la regia. Nella selezione italiana spicca il Premio Speciale della giuria dato a “Terraferma” di Emanuele Crialese, con qualche polemica, e molti apprezzamenti ha riscosso “L’Ultimo Terrestre”, opera davvero originale e straniante, dell’esordiente Gian Alfonso Pacinotti, fumettista di talento. Deludente, invece, “Quando la notte” di Cristina Comencini.
      



      

di Rocco Cesareo

 

 

A Venezia 68° Faust batte Freud. Il regista russo Alexandr Sokurov ha vinto il Leone D’Oro per Faust, tratto dall’omonimo dramma goethiano, con una acuta nonché asciutta analisi della corruzione ad opera del potere.

“Ci sono film che ti fanno sognare, che ti fanno piangere, ridere e pensare e ci sono film che cambieranno la tua vita per sempre. Questo è uno di quelli”. Così si è espresso Darren Aronofsky , presidente della Giuria, “favorito” dal direttore della mostra Marco Müller, nonché già ampiamente ricompensato con il Leone d’oro 2 anni fa, con The Wrestler.

A Venezia 68°, ottava ed ufficialmente ultima della sua gestione (ma è probabile che alla fine vi sia un ripensamento, soprattutto se a capo della Biennale resterà Paolo Baratta), il sinologo e gran timoniere di Festival Marco Müller ha confezionato un’edizione di tutto rispetto, certamente la migliore degli ultimi anni, non solo per la quantità dei titoli presenti nelle nutrite sezioni ‒ oltre al Concorso ufficiale, c’erano: il “Controcampo Italiano” con i film di Francesco Bruni, vincitore del premio per i lungometraggi con il suo Scialla!, e Fiorella Infascelli, vincitrice con Pugni Chiusi per la sezione cortometraggi; poi, “Le Giornate degli Autori”, “La Settimana della Critica”, il “Fuori Concorso” ‒, ma soprattutto per la qualità delle opere presenti.

 

Ha vinto l’opera migliore? Difficile a dirsi, anche se va a lode di Sokurov (secondo regista russo ad avere vinto il Leone d’Oro dopo Andrei Zvyagintsev con l’inquietante Il ritorno) oltre la potenza visiva del film, l’essere riuscito a portare a termine la sua tetralogia del potere. Dopo aver presentato tre personaggi storici, Hitler, Hirohito e Lenin, l’autore russo con Faust, disegna una sorta di archetipo finale straordinariamente ricco visivamente, anche se di non facile lettura e superbo nel ricreare atmosfere di grande impatto pittorico. Già paragonato a pellicole immortali come Barry Lindon e Stalker, una fotografia straordinaria , il Faust di Sokurov, novello Sisifo, rimane fortemente impresso per la volontà eroica di interrogarsi, di andare ‘oltre’, nella terrificante ansia di dominare tutto.  Un film destinato a durare nonché, come tutti i capolavori, a dover miscelare l’amore totale e l’accusa di pretenziosità, e forse, pure, temiamo, di collusione con il potere, questa volta quanto mai reale e presente nelle sembianze del primo ministro russo Vladimir Putin, (si mormora primo e più importante mecenate-finanziatore del film, pubblicamente ringraziato durante la cerimonia di premiazione dallo stesso regista).

 

Ma rientriamo nel vivo del Lido, con il suo bel ‘Buco’ che fa bella mostra di sé  ricoperto e recintato dopo la scoperta del terribile amianto nascosto proprio lì e che ,visto dalle finestre del Casinò, con il suo bianco accecante oltre il quale si fa vivo il mare, rimanda in qualche modo a scenari iper-teatrali mentre la solita variopinta folla come un onda viene sospinta fra eventi mondani, dirette tv, feste (non si sa di chi, l’importante è esserci…).

Il Festival ha, come al solito, fatto storcere il naso ai più per la decisione di Müller (ma è proprio “farina del suo sacco…” come ci dicevano le vecchie maestre?) di  aprire  l’edizione 68° con una sorta di pre-inaugurazione affidata al film di Ezio Greggio  Box Office 3D, sorta di parodia di film quali Avatar, Il Signore degli anelli, Harry Potter etc., primo film italiano in 3D, che ha portato al Lido una parata di attori italiani di non grandissimo prestigio, quali Mattioli, Fassari, Izzo, Anna Falchi etc. e premiato, a fine proiezione con un timido “clap clap”, dei soliti noti desiderosi solo di tuffarsi nel primo dei molti party, più o meno riservati che il Festival concede.

A parte l’imbarazzo iniziale, l’edizione di quest’anno pare proprio essere stata una di quelle che, anche gli organizzatori più bravi e scafati, difficilmente riescono a mettere insieme.

Non si tratta solo di fortuna anche se questa gioca un ruolo importante, quando ti puoi permettere di mettere insieme grandi maestri, magari assenti da tempo, insieme a giovani di sicuro talento: Roman Polanski, David Cronenberg, il redivivo William Friedkin (che come il buon vino con l’età si impreziosisce); il divo George Clooney, Aleksandr Sokurov, Philippe Garrel, Abel Ferrara, Todd Solondz; figlie d’arte come Ami Canaan Mann e, poi, Madonna, Pacino in veste d’autore con i nostri Crialese, Comencini, Pacinotti.





Un'immagine del Faust di Aleksandr Sokurov, vincitore della 68ma Mostra del Cinema veneziana


A comporre la giura oltre il già citato Darren Aronofsky in qualità di Presidente, David Byrne, autore di colonne sonore nonché leader dei Talking Heads; André Techiné, regista del premiatissimo per L’età acerba; Il californiano Todd Haynes, grande ritrattista di miti musicali in Velvet Goldmine dedicato a David Bowie o Io non sono qui dedicato a Bob Dylan. A completare il gruppo, insieme a  Mario Martone e Alba Rohrwacher, l’artista e regista sperimentale finlandese Eija-Liisa Ahtila.

    

Film d’apertura del Concorso è stato Le idi di marzo della ‘star’ George Clooney, thriller potente con al centro un giovane attore di sicura carriera, Ryan Gosling, che interpreta uno ‘spin doctor’ al seguito del governatore ultra-liberal Morris, lo stesso Clooney, come candidato alla Presidenza U.S.A. Il nostro ‘spin doctor’ è bravo, tenace e caparbio ma ben presto scoprirà a sue spese che le cose, specie in politica, non sono mai quelle che appaiono.  Film duro, a volte spietato, sorretto anche dalla bravura di attori carismatici come Philip Seymour Hoffman, Marisa Tomei e soprattutto un Paul Giamatti sempre più convincente. Un film certamente riuscito che non mancherà di avere un buon box-office, che strizza l’occhio al maestro Sidney Lumet nel rivelare le perversioni della politica.

Non meno riuscito è Carnage di Roman Polanski, un’ora e venti appassionanti, giocati esclusivamente in un piccolo appartamento newyorkese. Il film, tratto dall’acclamata pièce di Yasmina Reza, qui anche come co-sceneggiatrice insieme a Polanski, è una sorta di ‘kammerspiel’ in cui il regista polacco pare ritornare ai  precedenti Cul de Sac e La morte e la fanciulla, anche se  con una maggiore dose di ironia ugualmente spietata nel distruggere il finto moralismo di una società borghese  preda delle proprie insanabili nevrosi.

Il soggetto è alquanto semplice, due coppie di genitori, interpretati da attori in splendida forma: tra continui cambi di ritmo, John C. Reilly, Cristoph Waltz, Jodie Foster e Kate Winslet, fanno a gara fra loro in un saggio di recitazione da portare nelle scuole di acting (a cominciare da quelle nostrane…).

Riuniti per dirimere in maniera civile lo screzio piuttosto rude nato tra i rispettivi pargoli (ci sono anche due incisivi rotti). Dopo un’iniziale sciorinatura di bon ton, frecciata dopo frecciata, si accenderà un’escalation di conflitti che alla fine vedrà tutti contro tutti. Polanski gioca in casa e pare divertirsi un mondo nel creare una sorta di carneficina spirituale, dove , come dicevamo all’inizio, il politically correct pezzo per pezzo va in frantumi denudando il finto perbenismo iniziale. Una commedia corrosiva e attualissima che dietro al sapore un po’ retrò, rivela il destino di solitudine e degrado della middle-class occidentale. Un gran bel film ed un gran saggio di regia.

   

Altro film di spessore inusuale, anche considerando che l’autore è alla sua seconda opera, già il debutto fu folgorante con Hunger che vinse a Cannes la Camèra d’Or per l’opera prima, è quello del regista britannico trapiantato a New York, Steve McQueen, che ha permesso a Michael Fassbender (molti lo ricorderanno in Bastardi senza gloria di Tarantino) di vincere una meritata Coppa Volpi come miglior attore protagonista (mentre quella femminile è andata alla cinese Deanie Yip protagonista di A simple life della regista di Hong Kong, Ann Hui).

Artista visivo, McQueen con Shame (Vergogna) ci mostra un uomo degradato dal sesso, un’ossessione che prenderà forme patologiche. In una New York vivida , splendidamente fotografata, il giovane Brandon è completamente in balia delle proprie pulsioni sessuali. In una giostra di corpi nudi che quasi nuotano in lunghi piani sequenza di straordinaria potenza il regista, splendidamente servito da un Fassbender in vero stato di grazia, gestisce con maestria emozioni di confine che possono anche arrivare come un vero e proprio pugno nello stomaco. Indubbiamente uno dei film migliori quest’anno presenti a Venezia che se avesse vinto il Leone d’Oro, nessuno avrebbe potuto gridare allo scandalo, speriamo di poterlo vedere presto in Italia, magari con una copia in lingua originale.

   

Grande interesse hanno destato tutti e tre i film cinesi in concorso, uno dei quali People Mountain, People Sea di Shangjun Cai, ha vinto il Leone d’Argento per la regia. Premio meritato perché il film cinese è una sorta di thriller mozzafiato, un piccolo capolavoro  di perfidia, con il protagonista assetato di vendetta che va alla ricerca dell’assassino del fratello minore sullo sfondo di una Cina povera e violenta poco conosciuta agli occhi di noi occidentali. Il film a sentire chi lo ha già visto è uno dei più belli, ha avuto purtroppo una serie di disavventure in sede di presentazione (spostamento di orario, lampada di proiezione in cortocircuito che ha provocato un fuggi fuggi generale, giuria compresa, dalla sala). Non abbiamo visto il film e, nonostante il premio ricevuto, non sarà facile vederlo in Italia, ma speriamo che questi contrattempi abbiano giovato al film con una sorta di importante premio di consolazione preludio ad  exploit maggiori. Sia come sia, l’inesauribile vivaio cinematografico cinese pare aver trovato un nuovo, sicuro talento.

  

Ed a proposito di maestri, prima di parlare della partecipazione italiana (Leoni alla carriera compresi) non possiamo non parlare di altri due film dati come potenziali Leoni d’Oro. Il primo è certamente A dangerous method ennesimo, a nostro giudizio capolavoro di David Cronenberg. Il film ha destato emozioni contrapposte lasciando alcuni freddi, altri ancora una volta ammaliati dal regista canadese, divenuto ormai uno dei maestri assoluti del cinema contemporaneo, insuperabile nel suo stile registico  costantemente sospeso fra l’essere ed il non essere, re della fenomenologia della mutazione, erede audiovisivo di Burroughs.

Da Videodrome agli scontri frontali di Crash, fino all’autodistruzione di Madama Butterfly, Cronenberg non è mai sceso a compromessi e per questo spesso odiato dall’industria hollywoodiana. Lo schiaffo allo Star System e la vera e propria consacrazione mondiale come autore cult avvengono con La mosca, remake di L’esperimento del dottor K (1958), e poi con l’incubo ginecologico di Inseparabili. Ma è nel 1991 Il pasto nudo, delirio paranoico dal romanzo di William Burroughs, forse il film che meglio spiega, nelle sue terribili verità, la visione del mondo di Cronenberg qui espressa in tutta la sua crudezza.

Tornando al film in concorso, A dangerous method elabora il triangolo umano e professionale che vede coinvolti in una sontuosa Vienna mitteleuropea, Freud, Jung e Sabina Spielrein. Con quest’opera il regista canadese mette mano ad uno dei principi cardini della sua filmografia: l’inconscio e la psicoanalisi. Anche lo spettatore, al pari di Sabina, subisce il transfert indotto dal cinema di Cronenberg, ancora una volta il tema della  “trasformazione” si mostra come il perno della sua poetica. David Cronenberg può non piacere, ma è e rimarrà un maestro indiscusso della cinematografia mondiale. Poco importa conoscere le cronache veneziane sul film, che dipingono il maestro canadese volubile, permaloso, poco incline ai compromessi. Nell’impossibilità di assegnargli il Leone d’Oro , vista la qualità di molti film e la presenza di molti maestri, pare che alla proposta di un Leone alla carriera, il maestro abbia risposto : “grazie ma non ne ho bisogno!”





Keira Knightley (Sabina Spielrein) e Michael Fassbender (Gustav Jung)
in A Dangerous Method di David Cronenberg


Accanto a Cronenberg, spicca la partecipazione di Steven Soderbergh con il suo Contagion dal cast stellare: Matt Damon, Kate Winslet, Gwyneth Paltrow, Jude Law ed altri ancora. Contagion è il virus letale dell’epoca internet, la diffusione di un morbo che contagia il mondo intero. A differenza dei film di genere, la storia qui inizia al 2° giorno, quando il virus è già planetario. Perché al regista non interessa fare un film come quello di Wolfgang Petersen, non si tratta solo di un thriller. Lui vuole parlare di fenomenologia del contagio, di modelli emozionali, di memorie visive , in una parola del collasso, del precipizio nel quale rischiano di precipitare i nostri sentimenti, il nostro essere, il nostro esistere.

Molti altri film a Venezia 68°, hanno lasciato un segno. Wuthering Heights (Cime tempestose), tratto dall’omonimo romanzo di Emily Brontë, per la regia di Andrea Arnold, già vincitrice nel 2005 di un Oscar per il miglior cortometraggio. Il film è molto piaciuto e forse l’aver vinto solo il premio Osella per la miglior fotografia , grazie a Robbie Ryan, ha lasciato tutti un po’ delusi.

Concludiamo questa veloce cavalcata su Venezia 68° (ci sarebbe ancora da parlare del film di Al Pacino, Abel Ferrara, Ermanno Olmi;  di un’intricata spy story di Tomas Alfredson, tratta da un romanzo di LeCarrè che comunque dovremmo vedere in Italia già a gennaio 2012 e soprattutto di Dark Horse di Todd Solondz, uno schiaffo in faccia ad una umanità sola, rassegnata. “siamo tutte persone orribili” dice ad un certo punto il protagonista, di fronte al padre, uno strepitoso Christopher Walken tornato ai suoi migliori livelli).

 

Volendo soffermarci sui film italiani, in particolare su quelli in concorso, grande soddisfazione ha ovviamente destato in tutto l’entourage italiano, e soprattutto in quello istituzionale, il Premio Speciale della giuria dato a Terraferma di Emanuele Crialese.

Di fronte ad un’edizione così ricca, qualcuno ha voluto per forza vedere la ‘longa manus’ del Principe, perché l’Italia non uscisse a mani vuote dal concorso. Non sarebbe la prima volta, e temiamo neppure l’ultima, che i giurati subiscono una qualche forma di pressione: non scandalizziamoci troppo, succede ovunque. Certo è che Crialese nonostante il film si avvalga della bellissima fotografia di Fabio Cianchetti, di ottimi interpreti quali Mimmo Cuticchio, Giuseppe Fiorello, il giovane protagonista Filippo Puccillo e una bella quanto ispirata Donatella Finocchiaro, non pare raggiungere  gli stessi livelli emotivi dei suoi due film precedenti, ossia Respiro (ad oggi il suo film più riuscito) e Nuovomondo. Il regista di origini siciliane, pur rimanendo ancorato ai suoi temi più cari, l’immigrazione, la solidarietà, lo scontro tra i valori,i sentimenti veri e le ferree leggi dello Stato, sembra quasi frenato nello slancio e solo a volte pare ritrovare la freschezza del suo primo film. Certo siamo comunque di fronte ad uno dei talenti più freschi ed autentici della nostra cinematografia e proprio per questo riteniamo pretestuose e soprattutto inutili, tutte le polemiche seguite al premio.

Gli altri film in concorso per l’Italia erano: Quando la notte di Cristina Comencini e L’Ultimo Terrestre dell’esordiente Gian Alfonso Pacinotti. Il film della Comencini ha purtroppo deluso un po’ tutti. Lasciando perdere le risate ed i fischi finali (non si tratta di educazione, ma di senso della misura), certo non è bello (e chi scrive lo sa per averlo provato in prima persona) affrontare il dissenso, soprattutto quando non si è alla rassegna sotto casa, ma ad uno dei festival più importanti al mondo. La regista, che è anche autrice del romanzo da cui è tratto il film, accusa il colpo. La verità è che un flop ci può anche stare (anzi...). Il problema nasce se ti chiami Comencini e sei sposata ad uno dei più influenti produttori italiani. Come dire: puoi fare quello che vuoi, ma se sbagli accettane le conseguenze.

Gian Alfonso Pacinotti, sconosciuto ai più, con L’Ultimo Terrestre ha fatto un film davvero originale e straniante, non a caso lo ha realizzato un fumettista molto noto all’estero. Grazie alla proverbiale intuizione di Domenico Procacci, non nuovo a simili scommesse, Pacinotti racconta con grazia ed ironia una storia di incomunicabilità e alienazione all’ombra di uno sbarco di alieni sul pianeta Terra.

L’indifferenza dilaga, l’annuncio dato dai Tg, dell’imminente arrivo degli extraterrestri sul nostro pianeta, sembra non interessare, ormai non interessa più nulla, tranne cercare di capire come sfruttare l’occasione per proprio tornaconto.

Come dire che ormai più nulla ci può salvare dalla nostra inumanità, neppure gli extraterrestri. 





Roberto Herlitzka e Gabriele Spinelli con un 'alieno' in L'Ultimo Terrestre di Gian Alfonso Pacinotti





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