LUOGO COMUNE
MASSIMILIANO CHIAMENTI (1967-2011)
I versi postremi: “Le voci dissonanti”


      
Un ricordo molto personale del poeta e performer fiorentino suicidatosi lo scorso settembre, a soli 44 anni, a Bologna dove viveva. Insegnante e filologo, studioso di Dante e Leopardi, era stato fino a una decina di anni fa anche cantante in una band di ‘art-rock’, gli Emme. E di echi e citazioni rock e pop era piena la sua estrosa poesia, negli ultimi anni sempre più, quasi ossessivamente autobiografica, del tutto ignorata dalla critica nazionale. In coda la sua ultima raccolta di testi poetici che è, pressocché, un regesto della sua disperazione esistenziale e un preannuncio della sua fine.
      



      

di Marco Palladini

 

 

“Perché non mi uccido? / perché anche per togliersi la vita / ci vorrebbe un bello slancio di vitalità”: quando lessi all’inizio dello scorso agosto questi versi che Massimiliano Chiamenti mi aveva inviato, mi augurai caldamente che tale ‘slancio di vitalità’ lui non riuscisse mai a trovarlo. È bastato aspettare un mese per avere notizia del contrario. Del resto, credo che Massi (così, amicalmente lo chiamavo) pensasse da tempo al suicidio. Non a caso, questa raccoltina di poesie postreme (adesso postume) che mi aveva spedito, recava la più che esplicita intestazione “Suicidal poems”. Assieme, però, c’era una mail in cui mi ringraziava sentitamente, anche a nome del suo compagno, per avergli pubblicato nel numero di luglio di questa web-review, un mannello di testi intitolato di&con Daniele dove tralucevano ancora guizzi di felicità amorosa, dentro una cronaca sentimental-sessuale-esistenziale arrovellata, conflittuale, angosciata e ‘nevrotica’.

Ecco, anche chi medita il suicidio vive in un vortice contraddittorio, agitato, confuso, forse fino all’ultimo non sa se troverà realmente lo ‘slancio vitale’ per ammazzarsi. Però, adesso siamo qui a piangere Massi, perché lui infine l’ha fatto, si è ucciso per saltare fuori da un suo privato ‘inferno’ che negli ultimi anni aveva, tuttavia, quasi completamente rovesciato in pubblico, attraverso i suoi testi poetici. Che erano una sorta di fogli di diario di vita e di disvita, talora ingenuamente e atrocemente sinceri nell’esibire la propria miseria personale, la depressione, gli avvilimenti del sesso, i tradimenti delle persone quasi sempre sbagliate di cui si invaghiva, in preda ad una fame d’amore, che dopo un po’ di tempo veniva regolarmente delusa. I testi di Massi, che gli ho costantemente pubblicato sulle Reti di Dedalus, mi apparivano quasi dei harakiri di psicopatologia quotidiana, dentro la loro ossessione autobiografica.           

Rileggendo i suoi estremi versi ‘testamentari’ ‒  “e mi manca la volontà/ e mi manca la speranza / e chiedo aiuto / e aiuto non giunge / gli eventi e le persone mi dominano / resto in una gabbia / e crollo lentamente” ‒, mi chiedo con altri suoi amici, se non ho peccato di ‘omissione di soccorso’, se di fronte alle sue reiterate richieste di aiuto, non potessi fare di più e di meglio che inviargli dei messaggi: anche ‘belle parole’ che non lo aiutavano per niente (e alla mia ultima mail non ha mai risposto). Ora che Massi non c’è più mi sento pure io colpevole, ma senza retorica e fuori da un’ottica cristiana, che non mi appartiene. Lo dico da una postazione di decenza (vedi Montale) che mi fa pensare che abbiamo tutti la nostra piccola o grande parte di colpe per le disattenzioni, le distrazioni, le minime infamie, le viltà, i vuoti mentali che costellano il nostro vivere o sopravvivere quotidiano. D’altro canto, penso anche che certe persone – mi vengono adesso in mente un altro vecchio amico poeta, Giuliano Mesa, morto a ferragosto, o la cantante Amy Winehouse – si portano dentro un inestirpabile ‘mal di vita’ (in qualunque modo si sia generato), una specie di tumore psico-fisico dell’esserci, che nella stragrande maggioranza dei casi impedisce a chiunque di portare loro realmente aiuto e salvezza. Per un artista, poi, il ‘cupio dissolvi’ facilmente diventa una estetica del naufragio. Di poesia si muore: non di rado il talento espressivo nello scavare nelle vene cave del proprio dolore, nonché un lenitivo diventa un’ulteriore spinta all’autodistruzione, come il costruire una tanto affascinante quanto agghiacciante immagine letteraria della propria ineluttabile fine. 

 

Massi lo conobbi alla metà degli anni ’90, quando al Festival “Beat City Blues” al Teatro Studio di Scandicci presentai il mio concerto-spettacolo On the Road to Kerouac. Ci univa la comune passione per la Beat Generation e per il rock. Era un ragazzo molto bello, con lunghi capelli biondi, gentile e un po’ dandy, che mi si appalesò come un poeta e cantante: stava in una band di ‘art-rock’, gli Emme, che nel ’98 invitai al Festival Romapoesia, quando organizzai al Macro a Testaccio il primo “Rave di poesia” italiano, che ebbe una vasta eco nazionale. Nell’ultima decade, quando si trasferì a vivere a Bologna, l’ho visto poco (l’ultima volta nel 2007), ma ci siamo scritti spesso, scambiandoci pubblicazioni e dischi, e in anni recenti la sua presenza su Dedalus è stata costante. Via via mi riferiva del suo malessere crescente, del suo rifiuto (c’era un evidente Peter Pan dentro di lui) di diventare adulto. Si proclamava vecchio perché aveva incominciato a perdere i capelli (ultimamente si era completamente rasato) o ad avere un po’ di ‘pancetta’ e io lo rimproveravo: dire questo a quarant’anni è offensivo per chi, a settanta o ottant’anni, è realmente nella vecchiezza. Ma si sa, tutto è relativo, tutto dipende da propria ‘postazione soggettiva’. Massi, come Pasolini, non aveva sopportato di essere diventato, generazionalmente, un ‘padre’. Le sue storie omosessuali con ragazzi che avevano ormai la metà dei suoi anni lo mettevano in crisi, così come il fatto che i ‘gay boys’ lo sfruttavano e, di frequente, lo derubavano senza pietà. È nelle nelle pieghe (e piaghe) di uno ‘stile di vita’ non so neppure quanto volutamente trasgressivo, libertino e disordinato (anche se, va detto, implementato dall’uso di droghe varie), che è progressivamente salita la febbre del suo disessere, la sua inarrestabile voglia di farla finita.

Adesso che è uscito dalla vita a soli 44 anni, posso solo ribadire che amavo e amo la sua poesia nitida, ironica, scoperta e vulnerabile. Una poesia ‘in presa diretta’, ma per nulla naif ‒ Massi nella sua vita ‘square’ era un’insegnante e un filologo, studioso di Dante e Leopardi, ed era perfettamente anglofono. Amo la sua scoppiettante, estrosa poesia-canzone, liberamente sperimentale e nutrita di echi e citazioni rock, nonché di svisature pop e ‘camp’, clamorosamente ignorata da pressocché tutta la critica, militante o accademica, italiota. Anche questo permanente misconoscimento faceva soffrire Massi, contribuiva al suo senso di isolamento e di disperazione. Io continuerò a leggerlo e a riproporre il sound della voce ‘dissonante’ dei suoi testi: è il minimo che posso fare per la nostra viva amicizia tra poeti. Mi dispiace non aver fatto altro e di meglio per lui, ma forse ciascuno ha il suo ‘karma’, e Massi non poteva che seguire (o eseguire da performer qual era) la sua parabola destinale. Continuerò a volergli bene. R.I.P.                        

 

 

***







MASSIMILIANO CHIAMENTI

 

Le voci dissonanti

 

 

contrasto

 

la mia testa è piena di voci

voci dissonanti

ciascuna di loro ha preso uno spazio

è confusione tutto e contrasto

nel rettangolo delle forze

la risultante è zero

e le polarità scisse tra di loro

mi fanno fare un passo avanti

e uno indietro

così io resto fermo

e soffro sempre più

e mi manca la volontà

e mi manca la speranza

e chiedo aiuto

e aiuto non giunge

gli eventi e le persone mi dominano

resto in una gabbia

e crollo lentamente

 

 

fatture

 

le uniche lettere che ricevo

sono ormai solo richieste di pagamenti

multe bolli sanzioni minacce

mai un messaggio con un invito a cena

o a leggere le mie poesie

da qualche parte

o un editore che mi voglia pubblicare

da me il mondo vuole solo soldi

che non ho più neanche per mangiare

allora ogni giorno mi alzo

spero di riuscire a trovare cibo

e attendo il momento del sonno

che mi liberi dall’incubo della mia vita

non cerco più niente

ho perduto tutto

e più niente mi interessa

tiro solo avanti

senza mai un aiuto

e attacchi sempre più omicidi

mi faranno morire tutti di fame

e di crepacuore

ma io continuo il mio cammino

anche se questo inferno

non si può chiamare vivere

eppure è così

nella vita ci vuole prudenza e senso pratico

o si perisce

e i guai non hanno mai rimedio

basta un attimo a commetterli

e poi non si rimedieranno mai

perché non mi uccido?

perché anche per togliersi la vita

ci vorrebbe un bello slancio di vitalità

 

 

più niente

 

non capisco più niente

non so fare più niente

non ho più niente

non sono più niente

soffro e tengo duro

un soffrire e un tener duro

che non servono a niente

 

 

il dolore

 

strazio e dolore lancinante

oltre il quale non si può andare

una coppia ricca ti vuole scopare

hanno cazzi e droghe da dare

e tu ci vuoi andare e ci andrai

io ne morirò io svuotato

tu hai le gioie e io le noie

io non ho un luogo di pace sulla terra

le lacrime non mi possono più bastare

ho terrore di tutto

terrore di te

terrore della solitudine

terrore del manicomio

terrore del lavoro

terrore del terrore

voglio gridare gridare

ma nessuno nessuno

mi viene a salvare

 

 

la morte

 

non si presenta donna orrenda e con la falce

ma con sembianze leggiadre

le più belle che puoi desiderare

ti si avvicina soave

come una camera bene arredata dove entrare

ti lasci prendere per mano

e ti conduce con sé nel male nel mare

le luci si spengono ad una ad una

e l’angelo della morte ti porta via

tu devi solo rilassarti

lasciarti dolcemente guidare

annullarti lasciarti fasciare

dal suo dolce sguardo omicida

 

 

ora

 

mi hai intrappolato

in questa spirale

che mi soffoca

le tue mani che mi sfiorano

mi fanno orrore

vorrei piantarti un coltello

nella gola mentre dormi

tagliartelo con un’accetta

buttarti giù dalle scale

sei un parassita un porco

sai solo mangiare e mangiare

ruttare cagare e fottere a spregio

in sostanza mi fai solo schifo

mi hai trascinato in basso

demolito ogni mio sogno

hai inquinato tutto ciò che hai toccato

ti auguro ogni bene

ma lontano da me lontano

ti supplico svanisci scompari

vivi e lascia vivere

viviti e lasciami vivere

vai via per sempre

allontanati

stacca la tua bocca

dalla mia vena

staccala per amor di dio

smetti di succhiarmi quel poco

di sangue che mi resta

fai le valigie e scompari

sei infedele avido bugiardo

rozzo inutile e volgare

prepotente psicopatico aggressivo

smorfioso e pericoloso

sei insomma una brutta puttana

un topo di malaffare

una zecca rompipalle e invadente

ma quante altre notti insonni

quante visite da psicologi

quante medicine dovrò prendere

prima che tu capisca

che sei tu il mio problema

che sei tu a non volertene andare?

eppure quando vedo i tuoi vestiti per terra

sento una tenerezza strana

capisco che ti amerei ancora

quelle scarpe marroni

quella camicia a fiori rosa

ma la tua fame non ha limiti

e quel tuo cesso di apparato rinoboccale

non la smette di fagocitare

mangiare e dolciumi e polverine e cazzi

e perfino la mia pelle dolorante a morsi

dicendo

“com’è succulenta la mia mogliettina”

ma non ti fai orrore?

e poi sì lo vedo

quelle poche volte che mi scopi

hai qualcosa di malvagio

nelle pupille

non mi vuoi infondere amore

ma terrore

uno sguardo che ogni volta mi dice

che saresti capace di uccidermi

se solo osassi chiederti di andare

stai giocando come il gatto col topo

mi stai uccidendo lentamente sadicamente

mi fai soffrire e soffrire come un povero animale

 

 

 

 

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006