LUOGO COMUNE
GIULIANO MESA (1957-2011)
“Morte
di ferragosto”


      
Un palpitante componimento in memoria del poeta deceduto la scorsa estate. Figura appartata e tormentata, programmaticamente ‘irregolare’, era tra i migliori autori in versi italiani. Nato a Salvaterra (Reggio Emilia) negli ultimi anni è vissuto in Campania, a Pozzuoli. Presso La Camera Verde era uscito un anno fa il volume “Poesie 1973-2008” che racchiude il suo intero percorso letterario, incominciato da giovanissimo con il libro “Schedario” pubblicato nel 1978 dalle Edizioni Geiger di Adriano Spatola. In coda un suo testo.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

 

i.                              muore giuliano mesa, poeta, nei giorni neutri di un ferragosto

ii.                            morte annunciata, morte segretamente covata; da dieci, da venti anni

iii.                           quasi tutti lo abbiamo pianto, veridicamente – quasi tutti ci siamo confessati il disagio in cui sapeva metterci

iv.                           era il sopravvissuto improbabile di una generazione suicida, pallida giostra di ragazzi suicidi, fra droga e vini cattivi, troppo di troppo

v.                             in nome della morte; che del resto ebbero anche troppo poco: un nulla di quei piccoli beni che la vita ‘normale’ riserva; un computer che non si inceppi, due risme di carta, una stanza che non ti levino di sotto i piedi, qualche libro, qualche pasto; le sigarette oh quelle sì

vi.                           mesa ne accendeva una via l’altra, quando il ‘brutto male’ lo artigliò ai polmoni ci teneva a dire che non era colpa del fumo; e anche se fosse? solo mio padre avevo visto fumare quanto lui: se non lo avesse fatto, moriva prima, se uno è capace di pensare a quello che il fumo significa

vii.                         amavo la sua anarchia, m’irritava in lui un certo pauperismo rassegnatamente ricattatorio, che non era, ma assomigliava, a un cattosocialismo da cui rifuggo, scivolando sull’olio ricotto

viii.                        ma anche mi costringeva a guardare al mio diverso stato, certo pagato con una diminuzione di libertà (tanto a parole rivendicata), di ‘purezza’; mi scrisse una volta: “questa società ci ha ormai costretti al punto che uno arriva a vergognarsi di averci uno stipendio”

ix.                           era vero; barcollai – imparai a tenerne conto

x.                             l’abbiamo pianto, ora sarà il caso che ci mettiamo a leggerlo

xi.                           lo avevamo letto anche prima; i suoi versi accampavano il diritto di essere letti, non era una concessione che gli si rendesse ma una occasione di ribellarci alla mediocrità delle parole confuse

xii.                         ognuno di noi, se appena si sappia in giro che è uomo di qualche letteruccia, è come una vasca da giardino che quotidianamente riceve troppe acque poetiche inquinate; ci vorrebbe la pena della morte per i cattivi poeti; per lapidazione; sarei disposto, allora, a cimarmi la punta dell’uccello

xiii.                        non guardano mai alto

xiv.                        guardava alto mesa? i suoi occhi erano come rapiti dal profondo, oltre (scendendo) il livello in cui tutte le acque si fanno nere

xv.                          mesa; non era il suo nome di nascita. veniva da gente semplice, campagnuola, che si era procurata qualche agio. si favoleggia di una sorella arpìa. ma... ‘famiglie, io vi odio’

xvi.                        mesa; troppo ‘alto’ per riuscire a coprirsi con un suo gruzzoletto acchiappaloche

xvii.                      basta ad essere ritenuto un fallito, un giullare, un mangiapane a tradimento; il poeta pensoso di ogni sillaba (ma non per bellettrismo) era un lettore di aree vaste ed acri, nutrito di filosofi, critico sapiente e generoso

xviii.                     della sua generosità profittai, senza essergli grato a bastanza; me ne faccio rimprovero; ma poi si credeva che avremmo camminato ancora insieme

xix.                        mesa; un nome finto, all’anagrafe. non c’è verità, lo sappiamo, che non passi dalla finzione, come gli eroi delle favole da una boccia di fuoco

xx.                          finora, un rodìo; ora mi sta davanti con la irrefutabilità di un classico e l’inafferrabilità di uno scomparso.

xxi.                        va ripulito il giardino, fatto silenzio

 

 

 

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Giuliano Mesa (ph. 2002)


GIULIANO MESA

 

 

quarto passaggio (e dopo)

 

 

e dopo questo suono, dopo,

dopo torna

 

come se nulla fosse, suona,

suona ancora

 

(e fa le bizze, scalcia,

muove l’aria)

 

[non siamo nati ieri –

imparando, abbiamo imparato a trattenere

poiché tutto muta e muterà: tatà]

 

e dentro questo tempo, dentro,

dentro trema

 

come se nulla fosse, trema,

trema ancora

 

(e perde tempo, trema,

per tremare)

 

[domani moriremo, amore mio –

avremo ancora caldo e sete

e freddo e fame e tutto il resto: resta]

 

 

 

*  Da: quattro quaderni – improvvisi 1995-1998, Editrice Zona, 2000

 

 

 

 




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