LIBROSFERA
MIX - NEWS
OTTOBRE 2010

a cura di Massimo Vecchi

   

UN LIBRO-INTERVISTA SULLO SCRITTORE SCOMPARSO

 

Le riflessioni di David Foster Wallace

sui problemi del vivere e dello scrivere

 

Wallace è tornato fra noi, è tornato a parlarci. Sembra una magia, ma a tre anni da quel terribile 12 settembre 2008 in cui David Foster Wallace si impiccò nella sua casa di Claremont, California, approfittando della breve assenza della moglie Karen, esce un libro che contiene tutti i pensieri, le convinzioni, i dubbi, i giudizi del grande scrittore americano sulla letteratura, la politica, il cinema, la musica, ma più ancora sulla vita e sulla scrittura, sui problemi del  vivere e sui problemi dello scrivere. Il libro si intitola Come diventare se stessi, sottotitolo David Foster Wallace si racconta, ed è la raccolta delle confidenze ricevute dal giornalista David Lipsky della rivista Rolling Stone, che nel 1996, durante il tour americano di Foster Wallace per il lancio del suo primo romanzo Infinite Jest, trascorse cinque giorni ininterrotti al suo fianco viaggiando con lui per centinaia di chilometri da un capo all’altro degli Usa, girando per librerie, partecipando a presentazioni, assistendo ai suoi reading, alle lezioni del suo corso di scrittura, ma soprattutto impegnandolo in una conversazione personale e profonda, in cui non sono trascurati gli aspetti più privati, compresi il rapporto con le droghe e la battaglia contro la depressione, che lo tormentava e che alla fine l’avrebbe piegato.

 

Il libro-intervista di Lipsky, appena pubblicato da minimum fax (collana Sotterranei, pp. 442, € 18,50) nella traduzione di Martina Testa, una specialista di Foster Wallace avendo già firmato la versione italiana di altre sue opere (La ragazza dai capelli strani, Verso Occidente l’impero dirige il suo corso, Il rap spiegato ai bianchi con Christian Raimo, Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) con Vincenzo Ostuni e Christian Raimo),  tutte edite da minimum fax, grazie alla fedele trascrizione delle parole pronunciate allora, disegna il ritratto in presa diretta di un autore rivoluzionario, che ha cambiato la narrativa e la saggistica con una scrittura complessa ma seducente, maniacalmente lavorata, limata, corretta fino alla perfezione desiderata, conquistando il favore della critica e l’amore dei lettori, così da essere considerato un maestro della letteratura contemporanea.

Esaminando la lunga serie di brani, frammenti, dichiarazioni, scambi di battute, confessioni, che riempiono le oltre quattrocento pagine del libro, se ne possono selezionare alcuni che sembrano sufficienti a illustrare la personalità di David Foster Wallace.

 

 

LA PAURA DEL VUOTO

 

Per esempio, sul tema del diminuito livello d’interesse del pubblico verso il libro. «Quando ci vediamo con altri scrittori questo diventa un grande argomento di conversazione, perché ci mettiamo tutti a lagnarci e a piagnucolare. Parliamo del declino dell’istruzione e del calo della soglia di attenzione della gente, e della responsabilità della tv in tutto questo. Ma per me la domanda interessante è: cos’è che ha fatto sì che i libri diventassero una parte meno importante del dibattito culturale? [...] Ecco, secondo me molti di noi si dimenticano che in parte la colpa è dei libri stessi. È che probabilmente, sai… si crea una sorta di circolo vizioso per cui, man mano che gli scrittori perdono importanza a livello commerciale e rispetto alla cultura di massa, cominciano a difendere il proprio ego parlando sempre di più fra loro. E ponendosi come una sorta di conventicola chiusa in se stessa che non ha niente a che fare con i reali, normali lettori.
E quindi no, non credo che i libri siano passati di moda. Credo che debbano trovare modi radicalmente nuovi di svolgere il proprio compito. E penso che noi, per esempio, come generazione, non siamo stati granché bravi in questo».

 

Bisogna tener conto dei grandi cambiamenti subiti dalla società. «Ci sono cose che la grande letteratura può fare e che altre forme d’arte non riescono a fare così bene. E la principale mi sembra che sia il fatto di poter saltare al di là del muro dell’identità individuale e descrivere la propria esperienza interiore; e provocare, direi, una sorta di conversazione intima fra due coscienze. E il trucco starà nel trovare il modo per farlo in un’epoca, e per una generazione, che ha un rapporto radicalmente diverso con la comunicazione verbale lineare e prolungata nel tempo. Uno dei motivi per cui il mio libro Infinite Jest ha una struttura strana è che quantomeno tenta di imitare, strutturalmente, una sorta di esperienza interiore».

 

E poi aggiunge: «Certe cose influenzano il tipo di esperienze interiori che uno vive. E i sentimenti di cui la letteratura deve parlare. Cioè, una persona di oggi passa molto più tempo di fronte a un monitor. In stanze illuminate dai neon, nei cubicoli degli uffici, a un capo o all’altro di un trasferimento di dati. E cosa significa essere umani, e vivi, ed esercitare la propria umanità in questo genere di scambio? Rispetto a cinquant’anni fa, il grosso dell’esperienza di una persona era, che ne so, avere una casa, un giardino, e farsi quindici chilometri in macchina ogni giorno per andare a lavorare in fabbrica. E vivere e morire nella stessa città in cui si nasceva, e sapere com’erano fatte le altre città solo dalle fotografie e da un cinegiornale di tanto in tanto. Insomma, ci sono un’infinità di cose che mi sembrano diverse, e la velocità a cui cambiano è forte… Il trucco che dovrà fare la letteratura, per come la vedo io, sarà cercare di creare una ricchezza di dettagli e un linguaggio in grado di mostrare… sarà cercare di creare una mimesi efficace quanto basta per mostrare che in realtà non è cambiato nulla. Che ciò che è sempre stato importante è ancora importante. E il nostro compito è capire come fare questa cosa in un mondo la cui consistenza sensoriale è completamente diversa». Lipsky commenta: E ciò che è importante – mi stai dicendo – è una certa fondamentale componente umana. «Sì, come dire… per chi vivo io? In che cosa credo, che cosa voglio veramente? Ecco, sono quel genere di domande così profonde che quando uno le fa ad alta voce sembrano banali».

 

Ancora Lipsky: Penso che ogni generazione trovi nuove scuse per spiegare come mai la gente si comporti sostanzialmente da schifo. L’unica costante sono i comportamenti sbagliati. Secondo me la nostra scusa, oggi, sono i media e la tecnologia. «Secondo me il motivo per cui la gente si comporta male è che fa veramente paura stare al mondo ed essere umani, e siamo tutti tanto, tanto spaventati. [...] La paura è la condizione di base, e ci sono motivi di tutti i tipi per essere spaventati. Ma [...] il nostro compito qui è di imparare a vivere in modo tale da non essere costantemente terrorizzati. E non nella posizione di voler usare qualunque strumento, di usare le persone per tenere lontano quel tipo di terrore. Io la penso così. Per quanto mi riguarda, come maschio americano, il volto che dò a quel terrore è la nascente consapevolezza che nulla è mai abbastanza, mi spiego? Che il piacere non è mai abbastanza, che ogni traguardo raggiunto non è mai abbastanza. Che c’è una sorta di strana insoddisfazione, di vuoto, al cuore del proprio essere, che non si può colmare con qualcosa di esterno. Secondo me funziona così da sempre, fin da quando gli uomini primitivi si picchiavano con le clave. Anche se si può descrivere in mille parole e in mille gerghi culturali diversi. E la sfida che ci si prospetta, in particolare, sta nel fatto che non c’è mai stata così tanta roba, e di qualità tanto alta, proveniente dall’esterno, che sembra tappare provvisoriamente quel buco, o nasconderlo».

 

Quel vuoto – chiede il giornalista - si potrebbe anche tamponare usando strumenti interiori? «Personalmente, credo che se è tamponabile in qualche modo, lo è solo grazie a degli strumenti interiori. Quegli strumenti interiori bisogna guadagnarseli e svilupparli, e hanno a che vedere con… per fare della psicologia spicciola, con l’amore per se stessi. Come dire, se pensi a quelle volte nella vita che hai trattato le persone con un amore e una correttezza straordinari, e te ne sei preso cura in maniera totalmente disinteressata, solo perché avevano un valore come esseri umani… Ecco, la capacità di fare altrettanto con noi stessi. Di trattare noi stessi come tratteremmo un buon amico, un amico prezioso. O un nostro bambino che amiamo più della vita stessa. E penso che sia possibile arrivarci. Penso che in parte il compito che abbiamo sulla terra sia imparare a fare questo».

 


David Foster Wallace è nato a Ithaca, New York, il 21 febbraio 1962 da Donald Wallace e Sally Foster Wallace. Fino alla quarta elementare, ha vissuto a Champaign, Illinois, per poi trasferirsi a Urbana, dove ha frequentato la Yankee Ridge School. Iscritto alla stessa università del padre, l’Amherst College, si è laureato nel 1985 in letteratura inglese e in filosofia, con una specializzazione in logica modale e matematica. La sua tesi in filosofia sulla logica modale, intitolata Richard Taylor’s ‘Fatalism’ and the Semantics of Physical Modality, soggetto del saggio del 2008 del New York Times, Consider the Philosopher, è stata premiata con Gail Kennedy Memorial Prize. Nel 1987 ha ottenuto un Master of Fine Arts in scrittura creativa alla University of Arizona. Ha insegnato alla Illinois State University per gran parte degli anni novanta e nell'autunno del 2002 è diventato professore di scrittura creativa e letteratura inglese al Pomona College, in California. Il suo romanzo d’esordio, La scopa del sistema, si ispira alla sua seconda tesi universitaria, ed esce nel 1987. Il mondo della critica letteraria nota subito il talento di Wallace che, a soli venticinque anni, si distingue per il suo stile ironico, complesso e acuto. Nel 1989 esce negli Stati Uniti La ragazza con i capelli strani, una raccolta di racconti che tocca temi tipici di Wallace e viene considerata un suo manifesto poetico e stilistico. Il secondo romanzo, Infinite Jest, esce nel 1996 e Wallace diviene in poco tempo un autore di culto internazionale. La rivista Time lo include nella lista pubblicata nel 2006 dei 100 migliori romanzi di lingua inglese dal 1923 al 2006. Il romanzo, considerato il capolavoro dello scrittore americano, descrive la complessità della società contemporanea: le difficoltà nei rapporti interpersonali, l'uso delle droghe, il ruolo sempre più importante del mondo dello spettacolo, dei media e dell'intrattenimento, l'esasperata competizione sociale, raccontata attraverso il tennis, sport praticato a livelli agonistici dallo stesso Wallace. Definito dal New York Times un “Émile Zola post-millennio” e “la mente migliore della sua generazione”, la critica ha spesso paragonato David Foster Wallace ad autori celebrati come Thomas Pynchon, Don DeLillo, Vladimir Nabokov, Jorge Luis Borges. Considerato uno dei rappresentati della corrente letteraria Avantpop, ha ricevuto diversi premi, tra cui il MacArthur Fellowship.

Wallace è stato trovato dalla moglie, Karen Green, impiccato nel patio di casa sua a Claremont, in California, la sera del 12 settembre 2008.

 

Romanzi

La scopa del sistema (The Broom of the System) (1987), trad. Sergio Claudio Perroni, Fandango, 1999, 502 pp., Einaudi, 2008, 553 pp.; Infinite Jest (1996), trad. Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua, Fandango, 2000, 1434 pp., nuova ed. Einaudi, 2006, 1281 pp.; The Pale King (2011).

 

Racconti

La ragazza con i capelli strani (Girl with Curious Hair) (1990), trad. Francesco Piccolo, postfazione di Mattia Carratello, Einaudi, 1998, 202 pp.; come La ragazza dai capelli strani, trad. Martina Testa, prefazione di Zadie Smith, minimum fax, 2003, 285 pp.; n. ed. con un racconto inedito, ivi, 2008, 339 pp., Verso Occidente l'impero dirige il suo corso (Westward the Course of the Empire) (1989), trad. Martina Testa, minimum fax, 2001, 217 pp., Brevi interviste con uomini schifosi (Brief Interviews with Hideous Men) (1999), introduzione di Fernanda Pivano, trad. Ottavio Fatica e Giovanna Granato, Einaudi, 2007, 288 pp. Oblio (Oblivion: Stories) (2004), trad. Giovanna Granato, Einaudi, 2004, 393 pp. Questa è l'acqua (This Is Water) (2009), a cura di Luca Briasco, trad. Giovanna Granato, Einaudi, 2009, 166 pp.

 

Saggi

Piccoli animali inespressivi (Little Expressionless Animals) (1988) in The Paris Review. Il libro, Fandango, 2010, 1111 pp. (dal n. 106 della rivista). Il rap spiegato ai bianchi (Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present) (1990) - scritto con Mark Costello, trad. Christian Raimo e Martina Testa, prefazione di Frankie HI-NRG MC, minimum fax, 2000, 188 pp. Una cosa divertente che non farò mai più (A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again) (1997), trad. Gabriella D'Angelo e Francesco Piccolo, postfazione di Fernanda Pivano, minimum fax, 1998, 143 pp.; nuova ed. rivista, minimum fax, 2001, 140 pp., nuova ed. con un omaggio di Edoardo Nesi, minimum fax, 2010, 164 pp. Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) (A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again) (1997), trad. Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Martina Testa, minimum fax, 1999, 317 pp. Up, Simba! (2000) Tutto, e di più. Storia compatta dell'infinito (Everything and More: A Compact History of Infinity) (2003), trad. Giuseppe Strazzeri e Fabio Paracchini, Codice Edizioni, 2005, 262 pp. Considera l’aragosta (Consider the Lobster) (2006), trad. Adelaide Cioni e Matteo Colombo, Einaudi, 2006, 382 pp. Roger Federer come esperienza religiosa (Roger Federer as Religious Experience) (2006), trad. Matteo Campagnoli, Ed. Casagrande, 2010, 56 pp.

 





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