L’edicola di Priapo
[...] se nel
traffico sotto i palazzi
alla compra
di lucenti giornali
in vergogne
esitanti puberali
risospingi
invecchiati ragazzi
o più sàtiri
adulti, militari [...]
Gianni D’Elia
1.
Nonostante
l’aria condizionata fosse quasi al massimo nella pizzeria faceva caldo, regnava
incontrastato un odore di fritto e la radio in diffusione mandava “Eyes without
a face” di Billy Idol e poi “Rock the boat” degli Hues Corporation. Il ragazzo inserì
i soldi nel telefono all’interno del locale e digitò il numero:
– Pronto? – disse
una voce biascicata all’altra cornetta.
– Ciao, sono appena
arrivato. Sai, il treno portava ritardo.
– Ho capito.
– Ma non c’è nessuno
oltre a te?
– No.
– Ma stai cenando?
– Sì.
– Beh, allora ti
lascio.
– Non importa.
– Senti, di’ a mamma
che il viaggio è andato bene, che il seminario inizia domani e che tornerò la
settimana prossima.
– Sarà fatto... Oh
Nando, ti sei scordato qui i rullini, lo sai? – aggiunse il fratello dopo aver
inghiottito l’ultimo boccone.
– Sì, me ne sono
accorto.
– Ti scordi parecchie
cose ultimamente, come il mangianastri acceso o il mio rasoio elettrico a casa
di Dario. Non è che stai ancora male per lei?
– Chi? Io?
– Ehi, non fare
tanto il duro, perché fino a due mesi fa ogni scusa era buona per parlare di
Francesca. Quando rientravamo mi costringevi a fare la strada più lunga per
passare davanti a casa sua con la macchina, te lo ricordi?
– è vero, fino a due mesi fa non pensavo
ad altro, ma adesso mi...
– Mi riempivi la
testa con la storia del malloppo che avevi nello stomaco e che non ti andava né
su, né giù.
– Sì, ma adesso mi è
passata. Sul serio. Del resto mi ha lasciato da parecchio. Senti, non ho più
monete per telefonare.
– D’accordo, allora
stammi bene.
– Ciao.
Nando
posò il ricevitore e si guardò attorno: i tavolini della pizzeria si erano
riempiti di ragazzi e la puzza di fritto era divenuta più insopportabile del
caldo. Pagò, prese la sua valigia e uscì fuori. Riaccese il walkman con una
cassetta dei The Style Council. La piazza, eccettuando la luce di due timidi
lampioni, era quasi nel buio, ma c’era un’edicola, vicino al lampione rotto.
Nando pensò di comprare lì i biglietti per l’autobus. L’edicolante, un uomo di
mezza età un po’ appesantito, aveva baffi neri e folti. Leggeva. Nando si avvicinò
e diede un’occhiata ai giornali. In alto, riviste di vario genere:
giardinaggio, scacchi, cinema, motociclismo... in basso i quotidiani locali e
nazionali, le riviste di moda, di costume e i settimanali scandalistici –
quelli proprio non li poteva sopportare, – videocassette penzolanti davanti
alla vetrata e, in ultimo, semicoperte da una targa che raccomandava ‘vietato
ai minori’, luccicanti riviste dalle rosee forme. Spuntavano come i fiori da un
piccolo balcone austriaco. Nando non ne aveva mai comprata nemmeno una. Si era
decisamente fissato su quelle riviste, cercava di vedere il più possibile senza
essere visto, mentre passava ripetutamente fra le dita la cintura di cuoio
della sua macchina fotografica. Da dietro spuntò una bionda in tailleur sulla
quarantina. Puzzava terribilmente di sigaro. Neanche guardò Nando, che abbassò
il volume del walkman. Il walkman di Nando si spense da solo, ma lui non se ne
accorse.
– Buonasera, voglio Il
Sole 24 ORE di oggi – fece la rampante quarantenne.
– Mi dispiace, ma l’ho
terminato.
– Allora mi dia Donna Moderna, ogni tanto uno si deve
pure rilassare.
– Eccola.
– Grazie, tenga pure
il resto.
– Contenta lei –
disse il giornalaio senza smettere di leggere.
Nando scosse la
testa. La puzza di sigaro aveva già svoltato l’angolo, aveva attraversato le
strisce pedonali di gran carriera ed era svanita nel buio. Nando guardò
nuovamente quelle riviste, in particolare una piuttosto corposa, si accarezzò
la barba sul volto quasi glabro, e respirò.
– Mi scusi, vendete
biglietti per l’autobus?
– Certo – fece l’edicolante
calcando la ‘e’, senza smettere di leggere.
– Ne volevo due.
– Due corse semplici
– ripeté stufo l’uomo strappando i biglietti dal blocchetto – fanno mille
seicento lire.
– Gentilmente
cercavo anche l’albergo Pegaso.
– Deve prendere l’autobus
cinque, il capolinea è laggiù.
– E poi?
– Poi chieda all’autista.
2.
La
mattina seguente, a causa di un mal di testa, Nando arrivò nel centro storico a
Palazzo Grassi, dove si sarebbe dovuto svolgere il seminario, con un discreto
margine di ritardo. Il palazzo era piuttosto grande, antico e perfettamente
ristrutturato, all'interno c'era un bel chiostro che trasmetteva un senso di
pace. Nando chiese all’usciere come fare per raggiungere la sala conferenze e
questi gli disse di salire le scale, andare verso destra per una decina di
metri e poi a sinistra, ma Nando salì le scale, andò verso sinistra e poi a
destra. Era così trafelato che, non vedendola, finì addosso ad una ragazza. Una
bella ragazza, come al solito. Passarono i successivi cinque minuti a
raccogliere le cose cadute in terra, a controllare che le macchine fotografiche
funzionassero ancora e a scusarsi reciprocamente, interminabili scuse che li
portarono a frequentare il corso spalla a spalla. Fra i due era lei ad essere
la più contenta dell’avvenuto scontro-incontro. Si chiamava Anita, Nando ci
mise molto più del solito ad accorgersi di quanto fosse carina. E quando se ne
accorse, quando si rese conto di come lo guardava, di come non sprecava un’occasione
in quella giornata di corso per lanciargli messaggi di interesse, invece di
esserne lusingato e di gioirne in cuor suo come le altre volte, provò un senso
di imbarazzo, quasi di disagio.
Ora
bisogna chiarire che a Nando le donne erano sempre piaciute molto, madre natura
era stata gentile con lui, donandogli degli occhi che non passavano mai
inosservati e un fisico asciutto, che lui con orgoglio aveva provveduto a
rendere atletico nella sobrietà. Questo per lui aveva sostanzialmente
comportato l’assenza di difficoltà rilevanti nel rimorchiare e, dato il suo
carattere mite, una vita affettiva quanto mai serena. Almeno fino a quando non
conobbe Francesca, la ragazza che lo aveva lasciato per ritornare con il suo
ex, dopo avergli fatto perdere la testa e averlo ridotto nello stato di
prostrazione latente in cui versava da mesi. Quando la delusione era fresca
aveva perso capelli a ciocche. Nando non si era mai approfittato della sua
bellezza e non si era nemmeno incattivito dopo la storia naufragata con
Francesca. Aveva maniere a volte un po’ rudi, diceva che rientravano nel suo
carattere. Al massimo faceva qualche battuta con gli amici davanti al bar o
dava i voti alle ragazze che passavano. Non era uno stilnovista, ma non era
nemmeno un misogino o uno sciupafemmine.
Era
perfettamente consapevole che non avrebbe avuto problemi a portarsi a letto
Anita la sera stessa, quando lei gli sfiorò la mano. Il punto era un altro:
quando lei gli sfiorò la mano, lui non provò nessuna particolare emozione,
anzi, aumentò il disagio. E se ne accorse anche Anita: un velo di amarezza le
coprì lo sguardo e si ammutolì. Nando vedeva che Anita era molto coinvolta da
lui, era sicuro che se se la fosse portata a letto e poi l’avesse scaricata lei
si sarebbe sentita morire. Lui avrebbe potuto infischiarsene – questo pensava –,
ma non ne era capace. Nando non riusciva ancora a comprendere adeguatamente se
era il suo passato con Francesca a lasciargli questi effetti e questi scrupoli
o se semplicemente era Anita a sembrargli carina, ma non tanto da farlo
innamorare, o da fargli credere che ciò sarebbe potuto accadere nel tempo. In
ogni caso, la situazione era questa. Era rimasto scottato, aveva sofferto da
cani l’anno passato e non aveva proprio voglia di cominciare un’altra storia,
almeno per un po’ voleva starsene da solo. Così, quando quella giornata
inaugurale di seminario (per altro interessante) giunse al termine, quando
Anita lo invitò a bere qualcosa, lui si passò la mano sulla barba, respirò, e
declinò con gentilezza l’invito.
3.
Stava
per fare buio, Nando bighellonò per il parco pubblico, si prese una coca-cola
in un caffè senza berla tutta diligentemente con la cannuccia, come faceva di
solito, comperò delle pile per la macchina fotografica passando a una decina di
metri dall’edicola. A cena andò in un fast food e si prese un’altra coca-cola,
insieme a due hamburger sommersi da senape e maionese. E poi ancora due
hamburger con ketchup. Lui non saltava la staccionata di olio cuore, Nando non
usava olio cuore, non mangiava bene e non si sentiva in forma.
La
scorsa notte aveva riposato male e si era addormentato pensando alla copertina
della rivista. Di solito gli piacevano le donne in carne ed ossa, ma quella
ragazza che provocava in copertina era davvero attraente. Decise seriamente di
comprare la rivista. La luce di quel chiosco di giornali era magnetica, anzi,
elettromagnetica. Ad ogni passo l’eccitazione cresceva, punzecchiata da un
lieve senso di colpa. Nando girò l’angolo e si trovò di fronte alla sua rivista,
ma al posto del giornalaio baffuto c’era una delicata signorina che lo guardava
con un accenno di sorriso. Nando sobbalzò.
– Dimmi pure, cosa
desideri? – fece lei.
– Ehm, il Corriere
della Sera.
– Credo di averlo
terminato, purtroppo.
– Già, purtroppo.
– Volevi qualcos’altro?
– Già, qualcos’altro...
non so... sì: un quotidiano.
– Quale in
particolare?
– Uno qualunque, va
bene.
– Ecco a te!
– Grazie. Tieni i
soldi.
– Ciao!
– Ciao.
4.
Il
seminario Nuovi orizzonti della fotografia volgeva al termine, Anita
dopo svariati assalti al cuore di Nando era riuscita ad estorcergli il numero
di casa, e, visto che in sostanza con lui non aveva concluso quasi nulla, se ne
era andata con una certa acrimonia. Invece Nando era sempre più intenzionato a
comprare quella rivista porno, chiunque fosse stato a vendergliela, sia con
l’edicola deserta, sia con l’edicola piena di gente: non gli importava più.
Chiamò la madre da un telefono pubblico e la liquidò avvertendola che sarebbe
tornato l’indomani con il treno delle 15,30.
Pioveva
a dirotto. Nando chiuse l’ombrello proprio sotto l’edicola, dove si erano
rifugiate un po’ di persone. L’edicolante leggeva ignorando il borbottio. Il
walkman di Nando si spense da solo. Una volta preso in mano Nando si accorse
che la batteria era perfettamente carica, ma non lo riaccese, anzi, tolse
l’ultimo album dei Queen e mise tutto nello zaino. L’edicolante continuava a
leggere come se fosse stato sulla tazza del gabinetto.
– Mi scusi – disse
Nando, ma non fece in tempo ad aggiungere altro che l’interruppe un’anziana
signora.
– Eh, no!
Giovanotto, non vede che ci sono prima io? Ho chiuso il mio ombrello proprio
mentre lei era ancora lontano – esclamò la donna.
– Mi scusi – fece
nuovamente Nando, questa volta alla signora che lo stava osservando: a Nando
sembrò di avere a che fare con Margaret Thatcher.
– Ad ogni modo mi
sembra un ragazzo gentile, vada prima lei, immagino che abbia una certa fretta,
non si preoccupi. Serva prima lui, – fece la donna – bisogna incoraggiarli
questi giovani! Sono il nostro futuro!
– Grazie, signora.
Volevo quella rivista – disse poi Nando all’edicolante.
– Quale? Cazzi
duri e cavalcate bestiali? - chiese l’uomo ad alta voce, lisciandosi i
baffi.
– Sì, quella –
rispose Nando paonazzo.
– Certo signore, non
si scomodi, gliela prendo io, gliela prendo subito! - ed uscì con l’ombrello –
Ecco, sono duemila cinquecento lire.
– Tenga.
– Grazie, e buona
lettura!
5.
Per
tutto il tragitto fino all’albergo a Nando sudava la schiena, pensando al
materiale cartaceo che il suo zaino custodiva. Una volta a casa avrebbe
nascosto la rivista nello scaffale della libreria, dietro la Recherche di Proust,
dove suo fratello teneva l’hashish, ma quella sera, chiuso nella stanza numero
dodici, voleva omaggiare la rivista con una storica masturbazione. In quel
momento voleva di cuore solo resettarsi, mandando a quel paese Francesca. Tutta
questa storia della rivista – rifletteva Nando – aveva il sapore di un premio
per chi nella gara è arrivato fra gli ultimi. Quasi il sapore di una targa
ricordo. Mentre apriva lo zaino e la estraeva la mano gli tremava. Tolse con
rispetto l’involucro di plastica, avvicinò la carta al naso per sentirne l’odore,
ma quando cominciò a sfogliarla rimase impietrito.
Pagine
e pagine e pagine stampate senza nemmeno un’immagine. Solo parole e frasi in
inglese che, a dirla tutta, non gli davano alcun particolare impulso. All’interno
trovò uno strano titolo: Eros and Civilisation. A Philosophical Inquiry into Freud by Herbert
Marcuse. E
poi, più sotto, sempre stampato: to Ferdinando Saluzzi. Chi era stato a
stamparci il suo nome e cognome, come per indirizzargli quel saggio filosofico?
Come poteva accadere una cosa simile? Eppure la copertina era quella di Cazzi
duri e cavalcate bestiali, numero speciale da collezione. Eppure aveva
trovato tutto avvolto dalla pellicola di plastica: non poteva essere uno
scherzo dell’edicolante, non poteva esserci lo zampino di nessuno.
* Il Ferdinando Saluzzi di cui si narra non è
mai esistito, ogni riferimento a persone, fatti o cose esistenti è puramente
casuale.
©
2011 Alessandro Fabio Olivieri, riservato ogni diritto.