LE VIE DEL RACCONTO
ALESSANDRO FABIO OLIVIERI
 

L’edicola di Priapo

 

 

[...] se nel traffico sotto i palazzi

alla compra di lucenti giornali

 

in vergogne esitanti puberali

risospingi invecchiati ragazzi

o più sàtiri adulti, militari [...]

 

Gianni D’Elia

 

 

1.

Nonostante l’aria condizionata fosse quasi al massimo nella pizzeria faceva caldo, regnava incontrastato un odore di fritto e la radio in diffusione mandava “Eyes without a face” di Billy Idol e poi “Rock the boat” degli Hues Corporation. Il ragazzo inserì i soldi nel telefono all’interno del locale e digitò il numero:

– Pronto? – disse una voce biascicata all’altra cornetta.

– Ciao, sono appena arrivato. Sai, il treno portava ritardo.

– Ho capito.

– Ma non c’è nessuno oltre a te?

– No.

– Ma stai cenando?

– Sì.

– Beh, allora ti lascio.

– Non importa.

– Senti, di’ a mamma che il viaggio è andato bene, che il seminario inizia domani e che tornerò la settimana prossima.

– Sarà fatto... Oh Nando, ti sei scordato qui i rullini, lo sai? – aggiunse il fratello dopo aver inghiottito l’ultimo boccone.

– Sì, me ne sono accorto.

– Ti scordi parecchie cose ultimamente, come il mangianastri acceso o il mio rasoio elettrico a casa di Dario. Non è che stai ancora male per lei?

– Chi? Io?

– Ehi, non fare tanto il duro, perché fino a due mesi fa ogni scusa era buona per parlare di Francesca. Quando rientravamo mi costringevi a fare la strada più lunga per passare davanti a casa sua con la macchina, te lo ricordi?

è vero, fino a due mesi fa non pensavo ad altro, ma adesso mi...

– Mi riempivi la testa con la storia del malloppo che avevi nello stomaco e che non ti andava né su, né giù.

– Sì, ma adesso mi è passata. Sul serio. Del resto mi ha lasciato da parecchio. Senti, non ho più monete per telefonare.

– D’accordo, allora stammi bene.

– Ciao.

Nando posò il ricevitore e si guardò attorno: i tavolini della pizzeria si erano riempiti di ragazzi e la puzza di fritto era divenuta più insopportabile del caldo. Pagò, prese la sua valigia e uscì fuori. Riaccese il walkman con una cassetta dei The Style Council. La piazza, eccettuando la luce di due timidi lampioni, era quasi nel buio, ma c’era un’edicola, vicino al lampione rotto. Nando pensò di comprare lì i biglietti per l’autobus. L’edicolante, un uomo di mezza età un po’ appesantito, aveva baffi neri e folti. Leggeva. Nando si avvicinò e diede un’occhiata ai giornali. In alto, riviste di vario genere: giardinaggio, scacchi, cinema, motociclismo... in basso i quotidiani locali e nazionali, le riviste di moda, di costume e i settimanali scandalistici – quelli proprio non li poteva sopportare, – videocassette penzolanti davanti alla vetrata e, in ultimo, semicoperte da una targa che raccomandava ‘vietato ai minori’, luccicanti riviste dalle rosee forme. Spuntavano come i fiori da un piccolo balcone austriaco. Nando non ne aveva mai comprata nemmeno una. Si era decisamente fissato su quelle riviste, cercava di vedere il più possibile senza essere visto, mentre passava ripetutamente fra le dita la cintura di cuoio della sua macchina fotografica. Da dietro spuntò una bionda in tailleur sulla quarantina. Puzzava terribilmente di sigaro. Neanche guardò Nando, che abbassò il volume del walkman. Il walkman di Nando si spense da solo, ma lui non se ne accorse.

– Buonasera, voglio Il Sole 24 ORE di oggi – fece la rampante quarantenne.

– Mi dispiace, ma l’ho terminato.

– Allora mi dia Donna Moderna, ogni tanto uno si deve pure rilassare.

– Eccola.

– Grazie, tenga pure il resto.

– Contenta lei – disse il giornalaio senza smettere di leggere.

Nando scosse la testa. La puzza di sigaro aveva già svoltato l’angolo, aveva attraversato le strisce pedonali di gran carriera ed era svanita nel buio. Nando guardò nuovamente quelle riviste, in particolare una piuttosto corposa, si accarezzò la barba sul volto quasi glabro, e respirò.

– Mi scusi, vendete biglietti per l’autobus?

– Certo – fece l’edicolante calcando la ‘e’, senza smettere di leggere.

– Ne volevo due.

– Due corse semplici – ripeté stufo l’uomo strappando i biglietti dal blocchetto – fanno mille seicento lire.

– Gentilmente cercavo anche l’albergo Pegaso.

– Deve prendere l’autobus cinque, il capolinea è laggiù.

– E poi?

– Poi chieda all’autista.

 

2.

La mattina seguente, a causa di un mal di testa, Nando arrivò nel centro storico a Palazzo Grassi, dove si sarebbe dovuto svolgere il seminario, con un discreto margine di ritardo. Il palazzo era piuttosto grande, antico e perfettamente ristrutturato, all'interno c'era un bel chiostro che trasmetteva un senso di pace. Nando chiese all’usciere come fare per raggiungere la sala conferenze e questi gli disse di salire le scale, andare verso destra per una decina di metri e poi a sinistra, ma Nando salì le scale, andò verso sinistra e poi a destra. Era così trafelato che, non vedendola, finì addosso ad una ragazza. Una bella ragazza, come al solito. Passarono i successivi cinque minuti a raccogliere le cose cadute in terra, a controllare che le macchine fotografiche funzionassero ancora e a scusarsi reciprocamente, interminabili scuse che li portarono a frequentare il corso spalla a spalla. Fra i due era lei ad essere la più contenta dell’avvenuto scontro-incontro. Si chiamava Anita, Nando ci mise molto più del solito ad accorgersi di quanto fosse carina. E quando se ne accorse, quando si rese conto di come lo guardava, di come non sprecava un’occasione in quella giornata di corso per lanciargli messaggi di interesse, invece di esserne lusingato e di gioirne in cuor suo come le altre volte, provò un senso di imbarazzo, quasi di disagio.

Ora bisogna chiarire che a Nando le donne erano sempre piaciute molto, madre natura era stata gentile con lui, donandogli degli occhi che non passavano mai inosservati e un fisico asciutto, che lui con orgoglio aveva provveduto a rendere atletico nella sobrietà. Questo per lui aveva sostanzialmente comportato l’assenza di difficoltà rilevanti nel rimorchiare e, dato il suo carattere mite, una vita affettiva quanto mai serena. Almeno fino a quando non conobbe Francesca, la ragazza che lo aveva lasciato per ritornare con il suo ex, dopo avergli fatto perdere la testa e averlo ridotto nello stato di prostrazione latente in cui versava da mesi. Quando la delusione era fresca aveva perso capelli a ciocche. Nando non si era mai approfittato della sua bellezza e non si era nemmeno incattivito dopo la storia naufragata con Francesca. Aveva maniere a volte un po’ rudi, diceva che rientravano nel suo carattere. Al massimo faceva qualche battuta con gli amici davanti al bar o dava i voti alle ragazze che passavano. Non era uno stilnovista, ma non era nemmeno un misogino o uno sciupafemmine.

Era perfettamente consapevole che non avrebbe avuto problemi a portarsi a letto Anita la sera stessa, quando lei gli sfiorò la mano. Il punto era un altro: quando lei gli sfiorò la mano, lui non provò nessuna particolare emozione, anzi, aumentò il disagio. E se ne accorse anche Anita: un velo di amarezza le coprì lo sguardo e si ammutolì. Nando vedeva che Anita era molto coinvolta da lui, era sicuro che se se la fosse portata a letto e poi l’avesse scaricata lei si sarebbe sentita morire. Lui avrebbe potuto infischiarsene – questo pensava –, ma non ne era capace. Nando non riusciva ancora a comprendere adeguatamente se era il suo passato con Francesca a lasciargli questi effetti e questi scrupoli o se semplicemente era Anita a sembrargli carina, ma non tanto da farlo innamorare, o da fargli credere che ciò sarebbe potuto accadere nel tempo. In ogni caso, la situazione era questa. Era rimasto scottato, aveva sofferto da cani l’anno passato e non aveva proprio voglia di cominciare un’altra storia, almeno per un po’ voleva starsene da solo. Così, quando quella giornata inaugurale di seminario (per altro interessante) giunse al termine, quando Anita lo invitò a bere qualcosa, lui si passò la mano sulla barba, respirò, e declinò con gentilezza l’invito.

 

3.

Stava per fare buio, Nando bighellonò per il parco pubblico, si prese una coca-cola in un caffè senza berla tutta diligentemente con la cannuccia, come faceva di solito, comperò delle pile per la macchina fotografica passando a una decina di metri dall’edicola. A cena andò in un fast food e si prese un’altra coca-cola, insieme a due hamburger sommersi da senape e maionese. E poi ancora due hamburger con ketchup. Lui non saltava la staccionata di olio cuore, Nando non usava olio cuore, non mangiava bene e non si sentiva in forma.

La scorsa notte aveva riposato male e si era addormentato pensando alla copertina della rivista. Di solito gli piacevano le donne in carne ed ossa, ma quella ragazza che provocava in copertina era davvero attraente. Decise seriamente di comprare la rivista. La luce di quel chiosco di giornali era magnetica, anzi, elettromagnetica. Ad ogni passo l’eccitazione cresceva, punzecchiata da un lieve senso di colpa. Nando girò l’angolo e si trovò di fronte alla sua rivista, ma al posto del giornalaio baffuto c’era una delicata signorina che lo guardava con un accenno di sorriso. Nando sobbalzò.

– Dimmi pure, cosa desideri? – fece lei.

– Ehm, il Corriere della Sera.

– Credo di averlo terminato, purtroppo.

– Già, purtroppo.

– Volevi qualcos’altro?

– Già, qualcos’altro... non so... sì: un quotidiano.

– Quale in particolare?

– Uno qualunque, va bene.

– Ecco a te!

– Grazie. Tieni i soldi.

– Ciao!

– Ciao.

 

4.

Il seminario Nuovi orizzonti della fotografia volgeva al termine, Anita dopo svariati assalti al cuore di Nando era riuscita ad estorcergli il numero di casa, e, visto che in sostanza con lui non aveva concluso quasi nulla, se ne era andata con una certa acrimonia. Invece Nando era sempre più intenzionato a comprare quella rivista porno, chiunque fosse stato a vendergliela, sia con l’edicola deserta, sia con l’edicola piena di gente: non gli importava più. Chiamò la madre da un telefono pubblico e la liquidò avvertendola che sarebbe tornato l’indomani con il treno delle 15,30.

Pioveva a dirotto. Nando chiuse l’ombrello proprio sotto l’edicola, dove si erano rifugiate un po’ di persone. L’edicolante leggeva ignorando il borbottio. Il walkman di Nando si spense da solo. Una volta preso in mano Nando si accorse che la batteria era perfettamente carica, ma non lo riaccese, anzi, tolse l’ultimo album dei Queen e mise tutto nello zaino. L’edicolante continuava a leggere come se fosse stato sulla tazza del gabinetto.

– Mi scusi – disse Nando, ma non fece in tempo ad aggiungere altro che l’interruppe un’anziana signora.

– Eh, no! Giovanotto, non vede che ci sono prima io? Ho chiuso il mio ombrello proprio mentre lei era ancora lontano – esclamò la donna.

– Mi scusi – fece nuovamente Nando, questa volta alla signora che lo stava osservando: a Nando sembrò di avere a che fare con Margaret Thatcher.

– Ad ogni modo mi sembra un ragazzo gentile, vada prima lei, immagino che abbia una certa fretta, non si preoccupi. Serva prima lui, – fece la donna – bisogna incoraggiarli questi giovani! Sono il nostro futuro!

– Grazie, signora. Volevo quella rivista – disse poi Nando all’edicolante.

– Quale? Cazzi duri e cavalcate bestiali? - chiese l’uomo ad alta voce, lisciandosi i baffi.

– Sì, quella – rispose Nando paonazzo.

– Certo signore, non si scomodi, gliela prendo io, gliela prendo subito! - ed uscì con l’ombrello – Ecco, sono duemila cinquecento lire.

– Tenga.

– Grazie, e buona lettura!

 

5.

Per tutto il tragitto fino all’albergo a Nando sudava la schiena, pensando al materiale cartaceo che il suo zaino custodiva. Una volta a casa avrebbe nascosto la rivista nello scaffale della libreria, dietro la Recherche di Proust, dove suo fratello teneva l’hashish, ma quella sera, chiuso nella stanza numero dodici, voleva omaggiare la rivista con una storica masturbazione. In quel momento voleva di cuore solo resettarsi, mandando a quel paese Francesca. Tutta questa storia della rivista – rifletteva Nando – aveva il sapore di un premio per chi nella gara è arrivato fra gli ultimi. Quasi il sapore di una targa ricordo. Mentre apriva lo zaino e la estraeva la mano gli tremava. Tolse con rispetto l’involucro di plastica, avvicinò la carta al naso per sentirne l’odore, ma quando cominciò a sfogliarla rimase impietrito.

Pagine e pagine e pagine stampate senza nemmeno un’immagine. Solo parole e frasi in inglese che, a dirla tutta, non gli davano alcun particolare impulso. All’interno trovò uno strano titolo: Eros and Civilisation. A Philosophical Inquiry into Freud by Herbert Marcuse. E poi, più sotto, sempre stampato: to Ferdinando Saluzzi. Chi era stato a stamparci il suo nome e cognome, come per indirizzargli quel saggio filosofico? Come poteva accadere una cosa simile? Eppure la copertina era quella di Cazzi duri e cavalcate bestiali, numero speciale da collezione. Eppure aveva trovato tutto avvolto dalla pellicola di plastica: non poteva essere uno scherzo dell’edicolante, non poteva esserci lo zampino di nessuno.

 

 

 

 

 

*  Il Ferdinando Saluzzi di cui si narra non è mai esistito, ogni riferimento a persone, fatti o cose esistenti è puramente casuale.

 

© 2011 Alessandro Fabio Olivieri, riservato ogni diritto.




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