LETTURE
PEPPE LANZETTA
      

InferNapoli

 

Garzanti Editore, Milano – NA 2011, pp. 261, € 16,60

    

      


di Rossella Grasso

 

 

Napoli, asfissiante e asfissiata, caotica e stremata, maleducata e stupenda, obesa e affamata, godereccia e misera, è la cornice dell’ultimo romanzo di Peppe Lanzetta: InferNapoli. Come si intuisce dal titolo, il capoluogo partenopeo è visto come un vero girone infernale alla Dante Alighieri, con tanto di punizioni umane più che divine, e dove vige la legge del contrappasso. Qui si svolgono le vicende del boss della camorra Vincent Profumo. Un personaggio grottesco che ricorda i protagonisti dei film di Martin Scorsese e Quentin Tarantino – il nome del boss è una palese citazione del Vincent Vega-John Travolta di Pulp Fiction – un misto tra realtà e fumetto che si porta dietro un enorme bagaglio di contraddizioni: da un lato è trucido e sanguinario, dall’altro è un vero amante della musica lirica, in particolare di Maria Callas in onore della quale chiama le sue figlie MariaSole, MariaStella e MariaLuna; è un efferato mandante di omicidi e crimini violenti ma è stra-fedele a Padre Pio; è un uomo potente e ricco, ma impotente e debole di fronte alla rovina delle figlie che adora; è uno sconfitto nell’anima, ma fino alla morte mantiene il suo atteggiamento baldanzoso, camorristico.

Intorno al boss ruota la guerra: quella di Napoli che lo coinvolge contro la mafia cinese che si vuole impadronire di alcune piazze illegali della città, quella all’interno della sua famiglia, tra tradimenti e ostilità, quella dell’anima che affligge l’uomo Vincent Profumo dopo la scoperta dell’odio dichiarato dalla figlia minore contro di lui perché è un camorrista.

Al fianco del protagonista, Lanzetta pone una serie di personaggi, anch’essi grotteschi alla Tarantino, a cui attribuisce tutti gli stereotipi, vizi e virtù tipici della partenopeicità, che contribuiscono a rendere l’atmosfera sempre più pulp e per certi aspetti molto vicina alla realtà, per altri, quando sono troppo marcati, poco credibili. Come fa nei suoi film Tarantino, così Lanzetta punta spesso l’obiettivo sui dettagli più kitsch, dilungandosi sull’eros, in morbose pagine e pagine poco funzionali al racconto. Allo stesso modo i dettagli con cui descrive dei personaggi femminili  fanno risultare il libro un po’ maschilista.

 

InferNapoli è un romanzo-film assolutamente lontano dalla verità del saggio-reportage alla Saviano, trattandosi di una storia completamente inventata. Lo scrittore, ponendo molta attenzione alla dimensione privata, umana ed emotiva dei personaggi, affronta tutte le degenerazioni umane che spesso avvengono a Napoli: la violenza, gli assassinii di innocenti, la pornografia, la pedofilia di uomini e sacerdoti, i furti, la connivenza camorristica di politici e giudici, l’efficace funzionamento della macchina del fango, del “sistema”. Per rimarcare le tragiche tematiche che vengono fuori dallo sviluppo della trama, Lanzetta intramezza il libro con pagine in corsivo, fuori dalla storia, con le quali affronta i mali della città in modo amaro e poetico, slittando nel puramente tragico. Napoli è un inferno, è abitata da mostri ed è un luogo squallido. Ma Napoli non è solo questo ed è troppo semplicistico ridurla solo a questo.

Anche il linguaggio e lo stile del romanzo rimangono fedeli al pulp, con una mescolanza di narrazione, frasi in dialetto e volgarità messe in bocca ai personaggi che diventano sempre più comico-grotteschi. Un modo di scrivere oggi frequentemente usato dagli scrittori partenopei che come Lanzetta si occupano di denunciare i mali della città.

 

Pagina dopo pagina si incontrano una serie di citazioni più o meno esplicite, a volte troppe tutte insieme che imbastardiscono il romanzo trasformandolo in qualcosa di già visto tante volte. Non che si voglia qui negare la probabile verosimiglianza dei fatti narrati, ma è un dato di fatto che oggi il panorama di romanzi di denuncia della drammatica situazione partenopea annoveri molti titoli. Come se dopo il successo di Saviano fosse esplosa la “moda” della denuncia, o forse che gli scrittori abbiano capito che libri del genere catturano molti lettori. Non che sia un male far uscire alla luce tutto quel losco sommerso di cui prima d’ora non si era mai parlato, ma il rischio è la ripetitività. Così InferNapoli sembra essere solo l’ennesimo libro di denuncia, simile a tanti già scritti. E il rischio ancora più grande è quello di non aggiungere nulla, nemmeno il barlume di una speranza nel rinnovamento, una proposta, un’ombra di militanza concreta. Continuare a sparare sulla Croce Rossa è facile, fare qualche proposta è molto più difficile. E nel frattempo a Napoli oltre alla spazzatura rimane immobile anche la riflessione culturale, affossata com’è nella continua denuncia.  Eppure Peppe Lanzetta dichiara che è stato Saviano a ispirargli la scrittura di questo libro, a seguito della dedica ricevuta in Gomorra che recita: “a Peppe Lanzetta che per primo ha messo viso e mani all’inferno”.  

 

Gli unici personaggi che sembrano credere nel cambiamento e nella possibilità di una Napoli migliore sono le due figlie di Vincent Profumo, MariaSole e MariaLuna. Ambedue sono giovani e piene di sogni, ma la prima è costretta a fuggire dall’inferno e rifugiarsi a Londra per inizire una nuova vita con tutta la forza e il coraggio possibili, l’altra prova a gridare contro lo schifo del mondo in cui è costretta a vivere, denunciando la sua situazione camorristica, ma non sopravvive e si suicida. Sembra che il messaggio lanciato da InferNapoli sia che proprio i giovani, quelli che dovrebbero essere i protagonisti del cambiamento e del futuro non abbiano la minima possibilità di riuscirci. L’unica possibilità è fuggire e lasciare che l’inferno si consumi da solo. Purtroppo oggi questo è il sentimento di gran parte dei giovani nati e cresciuti in una Napoli di cui non sopportano più la puzza e la maleducazione. Non credono più nel cambiamento, e, sconfitti in partenza, negano ogni responsabilità presente o futura in attesa solo della partenza e di ricominciare daccapo. Napoli è malata di tanti morbi che sembrano inguaribili; lo diventeranno davvero se anche i giovani smettono di credere e di sperare, di farsi artefici attivi del cambiamento, se continuerà il colossale esodo di cervelli, e con essi di buone idee, che già è iniziato da qualche anno, lasciando a Napoli solo il peggio. Ragazzi che portano con sé solo tanta nostalgia, amore e odio per quella città che li ha cresciuti, proprio come fa a Londra MariaSole.

In 261 pagine solo un’immagine positiva: un urlo, quello che MariaSole sogna di fare: “Urlo per mia madre. Urlo per mia sorella. Urlo per quelli che avrebbero dovuto urlare ma si sono lasciati strozzare l’urlo in gola”. Un grido che tutti i napoletani, quelli veri, quelli che, nonostante tutto, si sentono liberi di amare la propria città, dovrebbero levare all’unisono.

 

 

 

   




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