LETTURE
MARCO PALLADINI
      

Chi disturba i manovratori?

Zibaldone incerto di inizio millennio – 2000-2010

 

Editrice Zona, Arezzo 2011, pp. 212, €18,00

    

      


di Simona Cigliana

 

 

Lo si può affermare senza tema di smentite, così vicini alla verità che il gioco di parole risulta alla fine quasi necessario: l’ultimo libro di Marco Palladini, Chi disturba i manovratori? è un libro disturbante e disturbatore.  Lo è per espressa volontà e per congenito progetto, in tutte le sue pagine: come i tempi, il malcostume, il degrado politico e antropologico richiedono e come impone la coerente posizione di resistenza etico-civile scelta da Palladini sin dai suoi esordi di scrittore, quando assunse quella sua risoluzione di impegno militante ad oltranza che ancor oggi dimostra di reggere al tempo ed alle mode, alle tentazioni della convenienza e alle lusinghe della popolarità. Ostinato e fedele alla sua posizione di “chaosmonauta”, Palladini, fuori dai partiti e dalle cordate, continua ad imporsi di guardare il lato in ombra delle cose, si restringe al ruolo antipatico del monitore, del guastafeste, del notomizzatore di troppo facili entusiasmi e di buoni, quanto per/versi, sentimenti. 

A chi conosca il suo percorso, questo libro apparirà come un punto di arrivo, proprio per il suo carattere satiresco, che mescola generi e linguaggi, giustappone occasione a occasione. Chi si accosti all’autore per la prima volta, scorrendo l’indice, potrebbe invece pensare ad una raccolta di recensioni e articoli scritti a caldo e radunati a far titolo, come usano i professionisti della penna che desiderano salvare dalla dimenticanza e dal macero i frutti migliori della propria fatica. Ma ad apertura di pagina, e via via che si procede, una sostanza ferma di intenti, una continuità di sguardo e di fierezza militante illuminano e raccordano le diverse parti del volume: cronaca, saggistica letteraria, costume, teatro, scritti di sperimentazione narrativa, glosse e aforismi. Sezioni che costituiscono, appunto, partizioni instabili, suddivisioni di servizio, pensate per supplire al disorientamento del lettore novizio di fronte ad una rassegna di titoli provocatori ed enigmatici. Di fatto la commistione di forme e di stili, di temi e di registri è trasversale e continua, come pertiene ad uno «zibaldone» che si convenga e, soprattutto, a dimostrazione del fatto che si può fare politica in prosa quanto in versi, utilizzando la fiction narrativa quanto lo stile apodittico dell’aforisma: perché politico, prima di tutto, è lo sguardo, quando non si attenga (perché non vuole attenersi), alle apparenze; quando non si lasci sedurre dall’immagine accattivante, dalla foto di propaganda, dalla confezione patinata della notizia o dell’evento. 

Pur spaziando su un arco temporale abbastanza vasto, che parte, in realtà, dagli anni ’50 per giungere fino ad oggi, il libro ambisce a cogliere i momenti cruciali di un trapasso, di una epoché  che sta coinvolgendo il mondo in una spirale catastrofica: periclitano non solo l’equilibrio ecologico del pianeta ma soprattutto gli assi portanti della nostra cultura e del concetto di humanitas, che rischiano di collassare, anzi sono già collassati, sotto le sollecitazioni di un potere tecnofinanziario onnipervasivo quanto occulto.

Autorevoli testi, qui puntualmente recensiti e discussi, nutrono di argomentazioni pertinenti questa visione (da Guerra e globalizzazione di Michel Chossudovsky a Stato di eccezione di Giorgio Agamben; da Bios. Biopolitica e filosofia di Roberto Esposito a L’ultima sfera. Breve storia filosofica della globalizzazione di Peter Sloterdijk), la quale pure scaturisce, in Palladini, da una ontologia pessimistica, in linea con quella che nutrì il pensiero del più illustre autore di zibaldoni:  cioè dal pregresso sospetto che scellerato sia il potere (se un potere vi è) che ha creato l’universo e che essenzialmente malvagia sia la natura dell’uomo, nato per nuocere, a se stesso e a quanto lo circonda. L’attuale congiuntura che vede quest’ultima realtà ipostatizzata in un potere ubiquo, onnipotente e  senza volto, che riduce ogni cosa ed ogni essere in sudditanza, in uno stato di vittima potenziale, non offre consolazione né tantomeno facili vie di scampo o efficaci tattiche di salvazione. Non perciò la ragione rinuncia a comprendere né abdica al tentativo di smascherare il gioco al massacro (delle fedi, delle estetiche, delle vite e dei corpi stessi) attualmente in corso – né cessa di cercare gli strappi nella rete a strascico che gratta la superficie del mondo (Montale): quella di Palladini, scrive il prefatore, Giorgio Patrizi “è una costante ricerca di luce, di strade, di cammini non interrotti ma ancora praticabili. […] Un baedeker […]  per una ecologia della mente ormai divenuta irrinunciabile” (p.8).

L’azione di disturbo a scapito degli occulti manovratori è condotta del resto a tutto campo, come si diceva, e spazia dalla politica al costume, dalla musica pop alla letteratura, dal teatro al cinema e via dicendo, secondo una visione giustamente olistica (un tempo si sarebbe detto: “organica”) della vita associata e della cultura, globale e globalizzata, che non lascia luogo né a fedi, né a spazi di progettualità “alternativa” né a speranze di palingenesi – ma si rivela piuttosto attenta a rintracciare esperienze consonanti, fratelli vicini nell’intelligenza e nello sdegno, nel coraggio e nella disperazione.

E, anche, sopravvive, in Palladini, una caparbia – sebbene guardinga, disincantata, critica – fiducia in se stesso, nel proprio cammino di “cibernauta della scrittura” (p.100). Descrivendo le possibili strategie di sopravvivenza intellettuale dello scrittore nel mondo della post-catastrofe, l’autore delinea le coordinate della propria ricerca e svela dunque, di fatto, con queste parole, a quale disegno obbedisca il suo “incerto zibaldone”:

 

Proiettato in un disperante Fuori lo scrittore che dovrebbe e/o vorrebbe fare ‘ritorno a casa’, può al massimo accogliere il suggerimento di Heidegger, ossia che ‘la casa dell’essere’ è il linguaggio. Solo che questo linguaggio ha smarrito la via dell’universale, si è radicalmente singolarizzato, epifenomenizzato e può tutt’al più serbare l’eco della totalità perduta, cercare di difendere la traccia postrema della relazione originaria tra individuo e cosmo. Sembra questo, allora, possibilmente il residuale compito di uno scrittore assieme contemporaneo e anacronistico: di fare, cioè, ritorno presso di sé grazie alla lingua letteraria, similmente agli ebrei erranti che, secondo sottolineava Heine, in mancanza di un paese avevano trovato la propria terra in un libro, la Torah, divenuta la loro ‘patria portatile’. Costretto, causa la perdita del e di un centro di senso complessivo, alla ingrata psico-esperienza del dispatrio, lo scrittore può rimpatriare soltanto in seno ad una ‘letteratura portatile’ e diasporica, che si sposti ed errabondi con lui, una letteratura idiosincratica e rizomatica, capace forse di esistere, senza consistere in un luogo dell’anima o in un territorio privilegiato di forme estetiche. Una letteratura  […] potentemente auto centrata e circoscritta, che non parla a generiche e generaliste masse di lettori, ma alle varie, specifiche communities psicolinguistiche e psicopolitiche della Moltitudine. (p.100-101)

 

E così, appunto, fa questo libro, compendio di anni di lavoro di un tenace disturbatore che si rifiuta di essere manovrato: libro aspro, malmostoso, atrabiliare e irregolare, sporadico eppure percorso dal guizzo di una cortocircuitazione costante: testo umorale e meditato a un tempo, insomma, che ha tutti i requisiti per avviare il lettore elettivo, rappresentante privilegiato della Moltitudine, ad una digestione laboriosa. Chi disturba i manovratori? non diventerà probabilmente un best seller, come alcuni prodotti fast food che affollano gli scaffali delle librerie e delle bancarelle estive, con tanto di fascetta multicolore ad annunciare i premi conseguiti – ma certo ha molte più cose da dire e molti più argomenti con cui sostanziare le sue pagine.




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