LETTURE
NINA MAROCCOLO
      

Illacrimata

Tracce, Pescara, 2011, pp.112, € 12,00

    

      


di Marco Palladini

 

Autrice eterodossa ed eclettica che si muove performativamente tra letteratura, musica e arti visuali, Nina Maroccolo licenzia ora un libro felicemente inclassificabile, epperò carico della sua impronta, come dire, psico-spirituale. Mi pare che l’elemento strutturale più forte di Illacrimata sia la sua dialogicità, ovverossia la sua spiccata teatralità.

Un teatro della memoria, della storia e della natura che nella textura in versi presenta notevoli varietà di registro e di elaborazione linguistica.

 

La prima sezione del volume “Giunse lo raggio” mima, ad esempio, un italo-toscano simil-dugentesco’ per far parlare Benedetto Antèlami, lo scultore dell’altorilievo di una Deposizione del Cristo che si trova nel Duomo di Parma. E in otto brevi lasse si sintetizza il travaglio dell’artista e il suo accanito corpo a corpo con la materia marmorea, con cui quasi direttamente interloquisce : “Lo scalpello picchiai a scroscio movendolo. / Fu suo lo battito, fiume di vene, / come d’ira l’arteria. / Mentr’io battea / soffersi li occhi tuoi, / anima sovr’altra anima / come traesse vita / la tua da la mia”.

 

Nella sezione “Capriccio di Verga”, nel nome dell’autore dei Malavoglia s’immagina un dialogo pànico tra un eucalyptus di “duecento catene di corteccia” e la natura che lo circonda: l’Etna, il mare, le zagare, le gemme, i ciottoli che riflettono sul destino dei miseri, la nuova era dei Lumi, la temperie rivoluzionaria dei giacobini, la caduta di Gioacchino Murat, mentre  “Sfiatano gli addii i canti dei pescatori / ammarrati come barche / alle pietre di Aci Trezza. / Discendono gl’occhi ‒ le stille / non s’acquetano”.

 

E ancora nella sezione terminale ritorna forte un empito lirico-cosmico che intreccia le voci del Sole, della Luna Cristiana e della Luna Islamica. Inferenze e interferenze religioso-astrali per segnare una traiettoria che scioglie le differenze e il tempo in una matrice unica rispecchiata da un “Loto d’Oro bambino. / L’Illuminato ‒ è qui”.      

 

Per il mio gusto il libro raggiunge, comunque, il suo acme nella sezione eponima dedicata al processo che si celebrò a Gerusalemme nel 1961 a carico di Adolf Eichmann, l’Obersturmbannführer delle SS, che fu il principale organizzatore e pianificatore della macchina delle deportazioni degli ebrei, che da tutta l’Europa occupata venivano avviati ai campi di sterminio. Facendo dialetticamente interagire l’imputato nazista, il procuratore generale Hausner, il giudice Landau, l’avvocato della difesa Servatius, più varî testimoni, la Maroccolo elicita segmenti di icastici versi e di rapide battute del contraddittorio giudiziario che condensano una storia terribile che va, mi sembra, ben oltre quella ‘banalità del male’ che Hanna Arendt volle vedere incarnata dal burocrate assassino, dall’algido ometto che replica ai suoi accusatori: “Il motivo delle mie azioni? / Ero uno strumento / nelle mani di forze superiori. / Al loro comando, obbedivo / … Non pensavo”. 

 

Come in un suo precedente testo del 2004 su Anna Frank, emerge nella Maroccolo una capacità di dissezionare il cuore etico delle tragedie novecentesche con le pure armi della letteratura, dello straniamento poetico. Ed è, mi sembra, una capacità non comune, anzi rara. C’è palesemente in lei una nettezza di sguardo tradotto in scrittura che costringe una volta di più a riflettere sugli abissi dell’uomo. Glie ne va fatta lode.

 

 




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