LETTERATURE MONDO
DUSKA VRHOVAC
I poeti
sono una banda
di vagabondi

      
Alcune considerazioni sulla poetica di una delle più significative autrici in versi della letteratura contemporanea serba. Scrittrice, giornalista e traduttrice, vive a Belgrado, e nei suoi testi traluce una ricerca esistenziale che parte da un romanticismo tradizionale per evolvere in uno sguardo tra minimale e visionario, con accenti talora profetici e sperimentali.
      




   

di Enrico Pietrangeli

 

 

L’approccio con la poetica di Duska Vrhovac, prende spunto da alcuni versi di poche righe, quale preambolo alla sua opera, ma anche per assecondare quello che è stato il flusso cronologico della lettura nonché quanto, soggettivamente, ha catturato attenzione divenendo segno e chiave d’interpretazione. Il titolo, apodittica sintesi esistenziale, è Annientamento e i suoi versi così sentenziano:

 

“L’annientamento batte il suo tempo. / Dalla stessa stoffa pannolini e drappo funebre. / Dallo stesso albero la culla e la bara. / Dalla stessa trama felicità e infelicità. / Dallo stesso fuoco la fiamma e la cenere. / Nella medesima pelle all’infinito moltiplicata / la sete di vita e la brama di morte”.

 

Un “annientamento”, quindi, demandato a scandire il tempo dal divino nella dualità di una medesima realtà che funge da specchio l’un l’altra dandosi reciprocamente ragione d’essere, ma non dimentichiamo che in quell’intervallo, che è l’esistenza stessa, c’è una condizione umana attonita e perplessa dinanzi a un destino di disfacimento a senso unico, senza ritorno. Ma c’è una “medesima pelle” nella chiusa, che simboleggia anche l’Uno e il molteplice e che è sostanza in questo caso prima ancora che forma, dove l’umano permane in tensione tra due forze apparentemente opposte ma complementari e che, in fin dei conti, potremmo sintetizzare in istinto di conservazione e reintegrazione.

 

Parallelamente a questa poesia, ho avuto modo di tornare sopra alcuni versi di Sandor Petőfi, patriota ungherese protagonista della stagione del ’48 morto poco più che ventenne. Forse non del tutto a caso suo padre, Stevan Petrović, per la cronaca era anch’esso serbo come la Vrhovac ed è un testo, quest’ultimo, a cui ho avuto accesso altrettanto casualmente e tramite il quale ho conosciuto lo stesso poeta. Il titolo originale è Átok és áldás (Maledizione e benedizione) ed è, a dir poco, tanto semplice quanto fulminante e, ancor più, lo è il suo contenuto:

 

Maledetta la terra / dove l'albero nacque / da cui mi fu fatta la culla: / maledetta la mano / che quell'albero piantò, / e la pioggia ed il sole che lo crebbero. / Ma benedetta la terra / dove l’albero nacque / da cui mi faranno la bara, /benedetta la mano che quell’albero piantò / e la pioggia ed il sole che lo crebbero!”.

 

L’elemento che unisce questi versi ai precedenti è nel binomio culla-bara caratterizzato dalla medesima forma nonché sostanza, quella dell’albero, terzo elemento che si pone alla genesi e mediazione dei processi del tutto. Albero della vita che ci riporta a quello dualistico adamitico, origine della separazione e perdita dell’unità, e quindi anche propaggine di cosmogonie iniziatiche. Quello che per Petőfi è l’ossimoro che incarna l’irredentismo del suo romanticismo, in Duska diviene dualità di una medesima realtà che, deprivata dell’enfasi idealista, evidenzia lo scandire di un tempo che segna il disfacimento nel suo stesso manifestarsi.

Culla-bara, quindi, quale sintesi e proiezione dell’esistenza, ma anche affermazione di spessore, di dignità e coraggio, che contraddistingue la lunga travagliata storia dei popoli balcanici. Un’eco che giunge a tutt’oggi, dalla più recente dissoluzione della federazione iugoslava passando per gli orrori della seconda guerra mondiale e, sempre a ritroso, agli arbitrari confini ridisegnati a partire dalla caduta dell’impero asburgico e ottomano.





Duska Vrhovac


Il vivere è pertanto una maledizione che s’inaugura con la nascita a cui contrapporre l’azione dell’eroe romantico secondo Petőfi, rispetto al più mitigato romanticismo della Vrhovac che pure è presente e soprattutto nelle tematiche complessive affrontate, in particolare quella spirituale e amorosa, ben sintetizzate insieme nell’incipit di Santo segreto:

 

Pienezza è questo amore / questo riso sonoro / e il tremito della mia voce / che sale vòlto alla celeste / incandescente sferaˮ.

 

Un romanticismo che, in alcuni casi, con Duska si approssima anche ad alcuni flussi dettati da un rigore sviscerante il reale partendo dall’ultima frontiera dell’idealità abortita, a partire dallo spleen, che dà la dimensione più noir ma anche più umana in tutto questo, e allora “pipistrelli concitati con occhi meccanici / e ali appiccicose volano via veloci come il suono”.

Poeti è anche un’altra emblematica poesia di Duska più prossima al disincanto, vengono riportati, anche in questo caso, i primi versi:

 

I poeti sono una banda / di supponenti vagabondi, / interpreti infidi / del quotidiano e dell’eterno / vani ricercatori”.

 

La forma, anche a partire da questi stessi versi, è perlopiù incisiva nel suo essere determinata e diretta, altrove diviene addirittura scarna ed essenziale, lapidaria fino a essere telegrafica, ma anche profetica e sperimentale, lambendo in qualche modo post-moderno e minimalismo per certi aspetti che pure si ritrovano in taluni contenuti, come la complessità e la frammentarietà del reale nel post-moderno e un minimalismo che è anche visionarietà ma più aderente al realismo.

Ad esempio, ecco un frammento tratto da Immagini innate – XIII, con un

“Mezzogiorno / alto, / inaccessibile, / ombelico solare / del giorno, / freccia / nel non so dove scagliata, / senza ritorno”, o di Attimo:

“Né ieri / né domani / intuisco solo l’attimo / io sono / tu sei / e di nuovo la fine”, che poi ribadisce la percezione di un assedio a spirale che avvinghia l’esistenza nell’ineluttabile scadenza.

 

Pareva tutto così letterario / ma si trattava della Vita reale / tanto reale da non credereˮ si conclude altrove per constatare, attraverso la letteratura, il viatico di una dimensione trasognata salvifica, quale opportuna saggezza, antidoto e compenetrazione del presunto e tangibile reale. Evocativa, capace di dosare adeguatamente lirismo e tensione spirituale, l’autrice si pronuncia attraverso riferimenti biblici come “l’acqua del Giordanoˮ o la “cabina tinta di fresco dell’ultima barca di Noèˮ, ma anche mitologici e di altre religioni, come Khrisnamurti, finanche assecondando sincretismi. Ma un malessere sibillino puntuale torna, alternandosi a disparate elevazioni, come quando non resta “nessuna luce tra un essere e l’altro / e tutto continua a rivolgersi in un cerchio diabolicoˮ.

Nascere, infine, è quel transito abilmente fissato sulla carta già dallo stesso Petőfi e che, con Duska, si fotografa quale “passaggio / per la porta santa  / fra i mondi”.

 

 




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