INTERVISTE
ARIANNA SCOMMEGNA
Una ‘macchina’ attoriale col sogno di Peter Brook


  
Un incontro con la giovane attrice milanese, recente vincitrice del Premio Hystrio. Interprete di punta della Compagnia Atir, diretta da Serena Sinigaglia, ha ricevuto vasti consensi per la sua interpretazione della “Cleopatràs” di Giovanni Testori, diretta da Gigi Dall’Aglio. Dalla nascita in periferia, a Cologno Monzese, all’Accademia Paolo Grassi, alla costante crescita artistica all’insegna di un ‘teatro popolare di qualità’. Prossimamente farà un altro lavoro testoriano: “Mater Strangosciàs”.
  



  

di Antonino Pirillo

 

Arianna Scommegna, attrice fiore all’occhiello dell’Atir (Compagnia ATIR - Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca), ci racconta del grande riconoscimento ottenuto con il premio Hystrio all’interpretazione, nonché del percorso artistico con Serena Sinigaglia, regista e direttrice artistica della compagnia. E soprattutto della sua Cleopatràs diretta da Gigi Dall’Aglio in cui la difficile e sanguinolenta lingua di Testori raggiunge livelli altissimi.

 

Cosa significa per un’“attrice di periferia” ricevere il premio Hystrio all’interpretazione? E soprattutto cosa significa per te ritrovarti tra nomi come Maddalena Crippa, Lucilla Morlacchi, Fabrizio Gifuni, Paola Cortellesi, Luigi Lo Cascio, Maria Paiato vincitori dello stesso premio nelle edizioni precedenti?

Tu mi chiami “attrice di periferia”, ti confesso che non mi piacciono molto le etichette ma le tue parole sono azzeccate e mi hanno fatto sorridere perché in effetti io sono cresciuta in periferia, a Cologno Monzese, e ora lavoro in un teatro che sta alla periferia di Milano, il teatro Ringhiera a Gratosoglio! A dir la verità amo molto le periferie, forse perché lontane dal centro nascondono delle bellezze che spesso i riflettori non illuminano. Sono felicissima di aver ricevuto il premio Hystrio e ringrazio di cuore chi me lo ha dato. Ricevere un premio è un incoraggiamento, è un riconoscimento pubblico che un po’ consola di tanti sacrifici e momenti di frustrazione che si vivono quando fai un lavoro come il nostro. Mi ritengo fortunata ad avere una passione così grande che mi dà la forza di lottare ogni giorno ma, come le grandi passioni, non è tutto rose e fiori, per cui festeggio questo premio con gioia insieme ai miei amici, ricordandomi che domani ricomincia la lotta.

Tu non sei un’attrice come tante, ma una vera e propria macchina attoriale. Che ne pensi?

Innanzitutto ti ringrazio per il complimento! La parola macchina mi fa venire in mente uno strumento che va avanti fino allo sfinimento, io non mi reputo una fanatica del lavoro, ma devo dire che la fatica non mi spaventa. Mi ritengo fortunata a vivere di un lavoro che amo con tutta me stessa e per questo non mi risparmio, ce la metto proprio tutta. Per me è fondamentale continuare a studiare, leggere, andare a conoscere altri modi di fare il teatro e non sedermi su ciò che mi risulta più facile; questo non vuol dire che sia un’amante del virtuosismo tecnico, per me approfondire e migliorare le tecniche è molto importante, importantissimo, ma lo considero un mezzo non un fine, che ha come unico scopo quello di potenziare la comunicazione. Io amo fare teatro perché amo la natura umana in tutte le sue forme.





Arianna Scommegna nel monologo La Molli (2010), regia di Gabriele Vacis


Come coniughi l’essere una fuoriclasse in una compagnia (Compagnia ATIR - Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca) nella quale ognuno è parte di un tutto ormai strutturatissimo? Ovvero ciò ha rappresentato o rappresenta un limite alla tua carriera?

Per me fare parte dell' Atir vuol dire avere l’occasione, e la fortuna, di potermi confrontare ogni giorno con persone che stimo e che mi aiutano a crescere. Non sono un animale solitario, per me l’incontro è fondamentale, ho bisogno del dialogo, dello scontro, della condivisione di un percorso, della durata nelle relazioni, questo mi aiuta a crescere sia come persona che come attrice. Non sono una ‘fondamentalista’ che difende ciecamente le proprie scelte, ho bisogno anche di mettermi in discussione, di non dare niente per scontato e in questi 15 anni con Atir ho lavorato per costruire il mio posto nel gruppo. Ho cercato di essere creativa, esaltando la mia natura, senza schiacciare i miei compagni. Ognuno di noi si è anche ritagliato, in questi anni, degli spazi fuori dal gruppo dove proseguire una ricerca individuale, questo ha sicuramente portato linfa nuova alla compagnia. L’apertura per me è fondamentale in un percorso di crescita. È necessario che ci sia movimento se non si vuole essere statici. Credo che la forza di un gruppo stia proprio in questo: lottare insieme per un obiettivo comune valorizzando i singoli individui che lo compongono. È molto difficile, anche molto raro da incontrare, non conosco molti esempi di gruppi dove i singoli hanno potuto avere anche un percorso di crescita individuale. Spesso si sfaldano perché un singolo ha successo e la scelta diventa obbligata: o si prosegue il cammino da solo o in gruppo. Questa rigidità  per me oggi è un po’ difficile da comprendere; all’interno dell’Atir desidero continuare a costruire un ambiente dove dare durata alle relazioni, costruendone di nuove, con curiosità nei confronti di ciò che mi circonda, col bisogno e il desiderio di contaminare e farmi contaminare dal mondo. Questo io credo sia un arricchimento per la mia carriera personale.

Mi racconti del tuo legame professionale con Serena Sinigaglia, direttore artistico e regista dell’Atir?

Come la maggior parte dei soci Atir, Serena è stata mia compagna di scuola all’Accademia Paolo Grassi. Lì ci siamo conosciute, avevamo 18 anni e abbiamo avuto subito una forte attrazione l’una per il lavoro dell’altra. C’è una stima profonda tra noi e una passione viscerale per il teatro, che ci unisce. Ci conosciamo molto bene, a volte è meraviglioso quando basta uno sguardo per intendersi perfettamente su quello che si sta cercando insieme. Ciò che desideriamo è non sederci sugli ‘allori’ di questa intesa. La sfida è quella di cercare sempre strade ‘scomode’ che ci pongano di fronte ai nostri limiti per guardarli e poterli superare. Non è facile ma sentiamo di avere ancora curiosità l’una dell'altra, è una cosa preziosa e molto stimolante. Tutte e due crediamo nella ‘durata’ nelle relazioni, per poter andare in profondità, scavando nel fondo delle nostre anime, per crescere e migliorarsi prima di tutto come esseri umani. 

La milanesità ritorna in molte tue scelte artistiche (Anima mia, Cleopatràs) forse come base del vostro “teatro popolare di qualità”?

Hai ragione, sì la milanesità ritorna nelle mie scelte artistiche. Forse perché nei monoghi, quando mi ritrovo da sola, metto a nudo me stessa e faccio i conti con la mia storia: chi sono, dove vado, da dove vengo. Quali sono le mie radici. L’italiano è una lingua molto giovane, la necessità di darle colore e corpo a volte mi fa sentire il desiderio di volermi avvicinare ad un dialetto, ad una lingua popolare che affonda le radici nella terra. Amo il teatro popolare, quello che vuole raggiungere il pubblico più diverso, senza distinzioni di classi sociali ma che parli una lingua semplice il cui scopo è quello di elevare lo spirito umano, che lo conduca nei sentieri più profondi dell’anima, che non si accontenti di facili e superficiali contenuti. 





Arianna Scommegna acclamata interprete del testo di Giovanni Testori Cleopatràs (2010),
regia di Gigi Dall'Aglio


In Cleopatràs di Testori c’è un rapporto particolarissimo tra lingua e dialetto milanese. Che tipo di lavoro hai fatto per arrivare a quei risultati?

Giovanni Testori è un artista che ha dedicato il suo lavoro allo studio e all’invenzione di una lingua; le sue parole, come artigli, scavano nella terra fino agli inferi e allo stesso tempo si innalzano e volano in cielo tra gli angeli; è una scrittura che chiede disperatamente di farsi corpo, ma prima ha bisogno di una fase approfondita di studio. Non è facile da comprendere, l’autore mescola la lingua popolare del dialetto brianzolo con versi di Dante, Shakespeare, con l’opera di Puccini, fino a diventare gramelot, puro suono, musica; ogni parola dell’autore deve essere tradotta per poter essere compresa, ma allo stesso tempo la musica che scorre nella poesia testoriana ha un potere evocativo che trasporta il lettore in una geografia fatta di odori, armonie, colori intraducibili. Il mio percorso di studio è stato quello di imparare una nuova lingua cercando di utilizzare tutti i “sensi”; non so come spiegarlo se non dicendo che è una lingua da mangiare, odorare, sentire, toccare e vedere con il cuore e con la mente.

Cosa intendi quando parli di travaglio spirituale condiviso tra te e il regista Gigi dall’Aglio, a proposito di Cleopatràs?

Cleopatràs è una delle ultime opere di Giovanni Testori, la scrive che è molto malato, alla fine dei suoi giorni; è forte il suo travaglio spirituale nei confronti della vita e della morte. Negli ultimi versi Cleopatràs si chiede cosa rimarrà di lei quando, di lì a poco, non ci sarà più e la sua rabbia, da un urlo disperato, si trasforma in un filo d'aria che non è neanche vento. Incarnare e fare proprie queste parole è un viaggio spirituale che smuove fin dentro le viscere. Io e Gigi Dall'Aglio non abbiamo quasi mai parlato direttamente di questo, abbiamo lasciato dello spazio tra noi perché i versi di Testori potessero scorrere e in questo silenzio abbiamo condiviso un sentimento che solo i poeti hanno la dote di tradurre in parole.

Cleopatra, Cleopatràs e Arianna: quale è stato il fil rouge?

L’amore disperato per la vita, che è legato in modo primitivo ed animale alla carne e ai sensi. Un filo rosso come il sangue. 

I tuoi prossimi impegni lavorativi?

Dopo le Troiane estive con la regia di S. Sinigaglia, e i miei tre monologhi (Qui Città di M., Cleopatràs e La Molli), sto studiando un altro testo di Testori: Mater Strangosciàs sempre con la regia di Dall’Aglio, da fare in autunno. Quindi riprenderò i monologhi  e gli altri spettacoli Atir: Romeo e Giulietta, L’opera dei mendicanti e Come un cammello in una grondaia. A dicembre, poi, sarò a Roma con Il Ritorno di Sergio Pierattini, regia di Veronica Cruciani. 

C’è un ruolo che ti piacerebbe interpretare? E soprattutto c’è un regista in particolare con cui vorresti lavorare?

Mi piacerebbe interpretare Amleto e lavorare con Peter Brook, tantissimo, è un sogno.

 




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