INTORNO A QUESTA TAVOLA IMBANDITA
Nausicaa
Demodoco Odisseo
3
monologhi in forma di variazioni su Odissea VIII
(Odisseo
ospite alla mensa dei Feaci)
***
trattasi di
un’operina da portare in
scena in forme oratoriali,
su future musiche dell’amica Maria
Laura Ronzoni
per
Maria Laura Ronzoni
***
Legenda
Odissea. Canto VIII.
Siamo a Scheria. Nel Mègaron del
palazzo di Alcinoo, re dei Feaci.
Demodoco, l’aedo di corte, ha
appena finito di cantare per la seconda volta.
Le gesta degli Achei. L’episodio
del Cavallo.
Lo straniero senza nome piange
come un fanciullo.
Si copre il viso con un lembo
del mantello, non vuole che gli altri commensali se ne accorgano.
È Odisseo.
Lui ha provocato al canto
Demodoco. Se l’è cercata. Senza un perché, almeno in apparenza.
Alcinoo è l’unico che ha visto.
E capito. Ma tace. Almeno per ora.
Anche Nausicaa, in disparte,
guarda e non parla. La principessa osserva lo straniero senza nome. Con sguardo
intenso.
1.
NAUSICAA
Accade a volte
che un dio ci venga a visitare
in sogno. Portano messaggi
scongiuri, avvertimenti
maledizioni, auguri
per noi. Spesso non così chiari,
per noi. Vengono in sogno fino a
qui
dal cielo o dal regno dei morti.
Accade spesso
che si presentino
sotto mentite spoglie:
quelle di un famigliare
di un caro amico
per spingerci all’azione
volentieri.
Solo per questo stamattina
sono arrivata
fino alla spiaggia:
per risciacquare il mio corredo
nuziale, stenderlo al vento
ad asciugare
e dopo attendere.
Ma questo uomo
questo straniero senza nome
spuntato all’improvviso
da sotto un arbusto doppio,
impazzito
(da un ceppo stesso
per una metà olivo coltivato
olivastro selvatico per l’altra)!
Apparso all’improvviso
come un enigma
nudo, più simile a una bestia
che ad un uomo, tutto sporco di
terra
di foglie, di salmastro
impiastricciato!
Ha messo in fuga
come galline
terrorizzate
tutte le ancelle, tranne me.
(Io, così giovane, inesperta
del mondo, delle cose della vita!)
Perché quest’uomo
questo straniero senza nome
mi appare ora
intorno a questa tavola imbandita
bello e pericoloso come un dio?
Con il carisma dell’estraneità
con il sigillo dell’ambiguità
divina addosso (che non sai
se porta amore
con sé o sventura)?
Perché, guardandolo, si accende
nel mio petto un galoppo
impetuoso di cavalli
ed un calore ignoto
mi avvampa nelle viscere?
Perché prendono fuoco
le mie gote, adesso che lo
straniero
fragile e indifeso, come un
fanciullo
si copre il viso con un lembo
del nobile mantello
di cui mio padre Alcinoo,
principe generoso,
lo ha rivestito
(come sempre si deve
con l’ospite, sia esso
nemico o alleato,
dio ambiguo e mentitore
o uomo schietto,
fedele alle amicizie)?
Adesso, solo adesso
fragile e indifeso, come un
fanciullo
il quale, non veduto
dagli altri commensali,
si asciuga via le lacrime
che, copiose, gli rigano
le gote. È commosso dai canti
altissimi ispirati
dell’aedo di corte
Demodoco, il cantore cieco
temprato a una seconda vista,
(quella più vera) dall’amore
immenso della Musa.
Piange e si copre
come un fanciullo,
piange e si asciuga non veduto.
Solo mio padre dev’essersene
accorto.
Ma nulla dice.
Guarda soltanto. Tace.
2.
DEMODOCO
La Musa mi portava un bene immenso.
La Musa, che sempre tempra insieme
il bene e il male,
la vista mi negò dagli occhi
ma di un’altra mi fece dono
(quella che fruga
più a fondo nei misteri della
vita):
del dolce canto
volle arricchirmi,
di quel miele che incanta
che muove al pianto principi
guerrieri
sacerdoti, indovini.
La Musa, lei mi spira in cuore
versi, mi semina canti infiniti
nella mente. Canti che fanno
sentire come un dio l’uomo che
ascolta.
A lei tutto io devo,
lei che tutto sa
che tutto ausculta, tutto sa
riconoscere nel brusio,
nel grembo illimitato
delle cose passate:
le navi, le città
i principi, i soldati.
(Ma le cose future,
quelle lasciamole
agli indovini!)
Mi ha fatto suo strumento
perché potessi
farmi sua voce
dire in sua vece
senza smarrirmi
senza impazzire.
Per questo volle darmi
lingua precisa
perfetta, infaticabile,
un petto possente come bronzo.
Suo volle farmi,
a me che nella vita sono niente:
conduco al pascolo maiali,
la madre dei miei figli
non mi sopporta più,
mi grida dietro ingiurie
tutte le sere
quando rientro a casa
nella mia povera capanna,
mi butto a terra
sul giaciglio e russo, di colpo.
E lei mi grida dietro
perché, per inseguire questo dono
vano, impalpabile
(del piede perfetto, ben
metricato),
per correre alla mensa
imbandita dai generosi principi,
per accattare
gli avanzi che mi offrono
(qualche pezzo di carne
in umido, sugoso)
e divorarli
negli intervalli
tra un canto e l'altro,
non penso più
al mio lavoro
come dovrei,
trascuro le mie bestie,
non penso alla famiglia
che è a casa divorata dalla fame.
Ma che ne sanno
mia moglie e i figli,
che ne sanno davvero
del canto che ti fa sentire un dio!
Il verso è un dono
tirannico. Che possono saperne
davvero, moglie e figli, di quest’uomo
di questo straniero che giura
d’essere un mercante derubato
ma incede come un principe,
così regale e bello
che sembra un dio!
Che possono saperne, loro:
intorno a questa tavola imbandita,
come un fanciullo
ha pianto, non veduto
dagli altri commensali,
lacrime calde
al primo mio cantare
le gesta argive ai piedi
delle ben-fatte-mura
di Troia, di una disputa
sciagurata tra principi,
per armi di morto.
Soltanto Alcinoo
Dev’essersene accorto
e, senza farne motto, mi ha
interrotto:
tutti ha chiamato fuori per le
gare.
La cosa strana
la cosa strana veramente
è che al rientro
(io non ne so il perché!)
Quest’uomo mi ha sfidato:
mi ha fatto avere omaggio
di un succulento
pezzo di carne:
«Vediamo se davvero sei cantore
vediamo se sei figlio della Musa
vediamo se sei in grado di cantare
l’inganno estremo,
l’astuzia del cavallo
creato dalla mètis
di Odisseo!» Ed io l’ho fatto.
Con versi sciorinati all’improvviso
sgorgati da Elicona
come pipì.
E lui, di nuovo, giù
a piangere e asciugarsi, di
nascosto.
Anche stavolta
nessuno se ne accorge
fra gli invitati.
(Non vedo questa scena,
non vedo nulla,
perché non ho la vista
che dite umana: ascolto
e immagino, però.)
Egli dissimula
tirando su il mantello
fino a coprirsi il viso.
Nessuno se ne è accorto
neanche stavolta
se non Alcinoo.
Anche stavolta il principe
non dice nulla.
Per ora, almeno. Ma
perché ha inteso sfidarmi, lo
straniero?
Perché? Sapeva
che l’avrei fatto piangere di
nuovo.
Eppure. Perché,
con tutta la mia arte,
io non capisco?
Lo giuro sugli dei!
Non lo capisco!
3.
ODISSEO
Gli dei sono crudeli.
Culmina a Scheria,
agli estremi confini
del mondo cognito,
intorno a questa tavola imbandita
dal generoso principe
dall’ospitale Alcinoo,
l’amaro esilio
ch'essi m’imposero,
sviando le mie vele
per terre inospitali
e mari popolosi
di mostri irripetibili
(da fare orrore a chiunque).
Ramingo per vent’anni
dalla paziente
dalla tenace sposa,
dal figlioletto troppo
poco abbracciato. Incatenato ai
baci
alle carezze, ai corpi
di maghe e ninfe.
Piangente per il nòstos interrotto.
Gli dei sono crudeli. E frodolenti.
In cambio avevo ricevuto
l’arte suprema
meravigliosa del racconto
che sa ingannare
e spingere all’azione.
Ma di necessità
finii per fare
virtù della mia dote
incantatoria:
al punto che nessuno
poté eguagliarmi.
A volte questo dono
è una prigione orribile:
sangue, sensi di colpa.
Così che infine
la vita fugge
dai miei racconti.
E resto solo.
Solo un miraggio
lontano, un sogno vano,
un fonte inattingibile, la vita,
al quale le mie mani più non sanno
pescare, dissetarsi.
Ecco perché l’ho fatto,
per questa arsura
in larga parte incognita a me
stesso:
ho fatto omaggio
di un gran pezzo di carne
(con modi plateali,
ché tutti mi vedessero!)
a questo pover’uomo
questo porcaro
rozzo e ignorante
che lo divora,
avido, disgustoso
come una bestia,
ma che t’incanta
con la voce di un dio
e sa tessere ben-tessuti-versi
pieni di verità.
Egli cantava già
di me, delle mie gesta
della contesa per le armi
della mia vita stessa, insomma
e mi faceva piangere.
Io l’ho sfidato:
«Se sei capace, come dicono
se davvero, dentro, ti soffia
l’alito delle Muse
(che tutte sanno le cose passate)
saprai cantare pure
l’inganno del Cavallo.
Tùffati, ti prego, nel grembo
illimitato, nel brusio confuso
e riconosci il mio destino.
Riconducilo a me,
così che possa liberarmi.
Partire. Ritornare.»