CHECKPOINT POETRY
ANTONELLO RICCI
 

 

 

INTORNO A QUESTA TAVOLA IMBANDITA

Nausicaa Demodoco Odisseo

 

 

3 monologhi in forma di variazioni su Odissea VIII

(Odisseo ospite alla mensa dei Feaci)

 

***

 

trattasi di un’operina da portare in scena in forme oratoriali,

su future musiche dell’amica Maria Laura Ronzoni

 

 

per

Maria Laura Ronzoni

 

 

***

 

Legenda

 

Odissea. Canto VIII.

Siamo a Scheria. Nel Mègaron del palazzo di Alcinoo, re dei Feaci.

Demodoco, l’aedo di corte, ha appena finito di cantare per la seconda volta.

Le gesta degli Achei. L’episodio del Cavallo.

Lo straniero senza nome piange come un fanciullo.

Si copre il viso con un lembo del mantello, non vuole che gli altri commensali se ne accorgano.

È Odisseo.

Lui ha provocato al canto Demodoco. Se l’è cercata. Senza un perché, almeno in apparenza.

Alcinoo è l’unico che ha visto. E capito. Ma tace. Almeno per ora.

Anche Nausicaa, in disparte, guarda e non parla. La principessa osserva lo straniero senza nome. Con sguardo intenso.

 

 

1.

NAUSICAA

 

 

Accade a volte

che un dio ci venga a visitare

in sogno. Portano messaggi

scongiuri, avvertimenti

maledizioni, auguri

per noi. Spesso non così chiari,

per noi. Vengono in sogno fino a qui

dal cielo o dal regno dei morti.

Accade spesso

che si presentino

sotto mentite spoglie:

quelle di un famigliare

di un caro amico

per spingerci all’azione volentieri.

Solo per questo stamattina

sono arrivata

fino alla spiaggia:

per risciacquare il mio corredo

nuziale, stenderlo al vento

ad asciugare

e dopo attendere.

Ma questo uomo

questo straniero senza nome

spuntato all’improvviso

da sotto un arbusto doppio, impazzito

(da un ceppo stesso

per una metà olivo coltivato

olivastro selvatico per l’altra)!

Apparso all’improvviso

come un enigma

nudo, più simile a una bestia

che ad un uomo, tutto sporco di terra

di foglie, di salmastro

impiastricciato!

Ha messo in fuga

come galline

terrorizzate

tutte le ancelle, tranne me.

(Io, così giovane, inesperta

del mondo, delle cose della vita!)

Perché quest’uomo

questo straniero senza nome

mi appare ora

intorno a questa tavola imbandita

bello e pericoloso come un dio?

Con il carisma dell’estraneità

con il sigillo dell’ambiguità

divina addosso (che non sai

se porta amore

con sé o sventura)?

Perché, guardandolo, si accende

nel mio petto un galoppo

impetuoso di cavalli

ed un calore ignoto

mi avvampa nelle viscere?

Perché prendono fuoco

le mie gote, adesso che lo straniero

fragile e indifeso, come un fanciullo

si copre il viso con un lembo

del nobile mantello

di cui mio padre Alcinoo,

principe generoso,

lo ha rivestito

(come sempre si deve

con l’ospite, sia esso

nemico o alleato,

dio ambiguo e mentitore

o uomo schietto,

fedele alle amicizie)?

Adesso, solo adesso

fragile e indifeso, come un fanciullo

il quale, non veduto

dagli altri commensali,

si asciuga via le lacrime

che, copiose, gli rigano

le gote. È commosso dai canti

altissimi ispirati

dell’aedo di corte

Demodoco, il cantore cieco

temprato a una seconda vista,

(quella più vera) dall’amore

immenso della Musa.

Piange e si copre

come un fanciullo,

piange e si asciuga non veduto.

Solo mio padre dev’essersene accorto.

Ma nulla dice.

Guarda soltanto. Tace.

 

 

 

 

2.

DEMODOCO

 

 

La Musa mi portava un bene immenso.

La Musa, che sempre tempra insieme

il bene e il male,

la vista mi negò dagli occhi

ma di un’altra mi fece dono

(quella che fruga

più a fondo nei misteri della vita):

del dolce canto

volle arricchirmi,

di quel miele che incanta

che muove al pianto principi guerrieri

sacerdoti, indovini.

La Musa, lei mi spira in cuore

versi, mi semina canti infiniti

nella mente. Canti che fanno

sentire come un dio l’uomo che ascolta.

A lei tutto io devo,

lei che tutto sa

che tutto ausculta, tutto sa

riconoscere nel brusio,

nel grembo illimitato

delle cose passate:

le navi, le città

i principi, i soldati.

(Ma le cose future,

quelle lasciamole

agli indovini!)

Mi ha fatto suo strumento

perché potessi

farmi sua voce

dire in sua vece

senza smarrirmi

senza impazzire.

Per questo volle darmi

lingua precisa

perfetta, infaticabile,

un petto possente come bronzo.

Suo volle farmi,

a me che nella vita sono niente:

conduco al pascolo maiali,

la madre dei miei figli

non mi sopporta più,

mi grida dietro ingiurie

tutte le sere

quando rientro a casa

nella mia povera capanna,

mi butto a terra

sul giaciglio e russo, di colpo.

E lei mi grida dietro

perché, per inseguire questo dono

vano, impalpabile

(del piede perfetto, ben metricato),

per correre alla mensa

imbandita dai generosi principi,

per accattare

gli avanzi che mi offrono

(qualche pezzo di carne

in umido, sugoso)

e divorarli

negli intervalli

tra un canto e l'altro,

non penso più

al mio lavoro

come dovrei,

trascuro le mie bestie,

non penso alla famiglia

che è a casa divorata dalla fame.

Ma che ne sanno

mia moglie e i figli,

che ne sanno davvero

del canto che ti fa sentire un dio!

Il verso è un dono

tirannico. Che possono saperne

davvero, moglie e figli, di quest’uomo

di questo straniero che giura

d’essere un mercante derubato

ma incede come un principe,

così regale e bello

che sembra un dio!

Che possono saperne, loro:

intorno a questa tavola imbandita,

come un fanciullo

ha pianto, non veduto

dagli altri commensali,

lacrime calde

al primo mio cantare

le gesta argive ai piedi

delle ben-fatte-mura

di Troia, di una disputa

sciagurata tra principi,

per armi di morto.

Soltanto Alcinoo

Dev’essersene accorto

e, senza farne motto, mi ha interrotto:

tutti ha chiamato fuori per le gare.

La cosa strana

la cosa strana veramente

è che al rientro

(io non ne so il perché!)

Quest’uomo mi ha sfidato:

mi ha fatto avere omaggio

di un succulento

pezzo di carne:

«Vediamo se davvero sei cantore

vediamo se sei figlio della Musa

vediamo se sei in grado di cantare

l’inganno estremo,

l’astuzia del cavallo

creato dalla mètis

di Odisseo!» Ed io l’ho fatto.

Con versi sciorinati all’improvviso

sgorgati da Elicona

come pipì.

E lui, di nuovo, giù

a piangere e asciugarsi, di nascosto.

Anche stavolta

nessuno se ne accorge

fra gli invitati.

(Non vedo questa scena,

non vedo nulla,

perché non ho la vista

che dite umana: ascolto

e immagino, però.)

Egli dissimula

tirando su il mantello

fino a coprirsi il viso.

Nessuno se ne è accorto

neanche stavolta

se non Alcinoo.

Anche stavolta il principe

non dice nulla.

Per ora, almeno. Ma

perché ha inteso sfidarmi, lo straniero?

Perché? Sapeva

che l’avrei fatto piangere di nuovo.

Eppure. Perché,

con tutta la mia arte,

io non capisco?

Lo giuro sugli dei!

Non lo capisco!

 

 

 

 

3.

ODISSEO

 

 

Gli dei sono crudeli.

Culmina a Scheria,

agli estremi confini

del mondo cognito,

intorno a questa tavola imbandita

dal generoso principe

dall’ospitale Alcinoo,

l’amaro esilio

ch'essi m’imposero,

sviando le mie vele

per terre inospitali

e mari popolosi

di mostri irripetibili

(da fare orrore a chiunque).

Ramingo per vent’anni

dalla paziente

dalla tenace sposa,

dal figlioletto troppo

poco abbracciato. Incatenato ai baci

alle carezze, ai corpi

di maghe e ninfe.

Piangente per il nòstos interrotto.

Gli dei sono crudeli. E frodolenti.

In cambio avevo ricevuto

l’arte suprema

meravigliosa del racconto

che sa ingannare

e spingere all’azione.

Ma di necessità

finii per fare

virtù della mia dote

incantatoria:

al punto che nessuno

poté eguagliarmi.

A volte questo dono

è una prigione orribile:

sangue, sensi di colpa.

Così che infine

la vita fugge

dai miei racconti.

E resto solo.

Solo un miraggio

lontano, un sogno vano,

un fonte inattingibile, la vita,

al quale le mie mani più non sanno

pescare, dissetarsi.

Ecco perché l’ho fatto,

per questa arsura

in larga parte incognita a me stesso:

ho fatto omaggio

di un gran pezzo di carne

(con modi plateali,

ché tutti mi vedessero!)

a questo pover’uomo

questo porcaro

rozzo e ignorante

che lo divora,

avido, disgustoso

come una bestia,

ma che t’incanta

con la voce di un dio

e sa tessere ben-tessuti-versi

pieni di verità.

Egli cantava già

di me, delle mie gesta

della contesa per le armi

della mia vita stessa, insomma

e mi faceva piangere.

Io l’ho sfidato:

«Se sei capace, come dicono

se davvero, dentro, ti soffia

l’alito delle Muse

(che tutte sanno le cose passate)

saprai cantare pure

l’inganno del Cavallo.

Tùffati, ti prego, nel grembo

illimitato, nel brusio confuso

e riconosci il mio destino.

Riconducilo a me,

così che possa liberarmi.

Partire. Ritornare.»

 

 

 

 




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