SPAZIO LIBERO
TESTIMONIANZA
La violenza uccide
il movimento per
il cambiamento e fa un favore al potere


      
Un giovane precario intellettuale che era in piazza a Roma lo scorso sabato 15 ottobre con gli altri “indignados” parla di giorno dell’ambiguità e della sconfitta a proposito dei duri scontri provocati dai Black Bloc. Sconfitta perché poche centinaia di vandali, in concreto, hanno fatto fallire una manifestazione di centinaia di migliaia di persone. Ambiguità perché la partita Stato-violenti gioca anche sulla disperazione e la paura della gente aggredita dalla crisi economica globale.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

Quello che è accaduto a Roma il 15 Ottobre 2011 è stata vecchia politica, vecchio potere, sospinto da nuova rabbia, da nuova indignazione. Io c’ero!, finché mi è stato possibile partecipare, finché la paura, i lacrimogeni, le grida, non hanno prevalso, facendomi dimenticare le mie ragioni di rabbia e di indignazione e temere per la mia incolumità. A vedere quella fiumana di gente, compatta, decisa, onesta perché offesa, mi esplodeva una gioia immensa nel corpo, una commozione grata alla possibilità d’essere ancora coesi, nel vedere i giovani, ma non soltanto loro, così profondamente distanti nel quotidiano, essere per una volta vicini l’uno all’altro con convinzione, nel dire che questa crisi (forse anch’essa fatta deflagrare a tavolino?) non si risolve dando danaro alle banche, ovvero a quei soggetti che l’hanno causata, ma cercando di ridistribuire la ricchezza nel mondo.

In me i versi di Gaber riecheggiavano con una speranza nuova, in cui libertà è partecipazione ma è anche nuova strategia, nuova lotta, nuova morale, nuova cultura, innanzitutto quella della Rete (di Internet) e della non violenza. Memore di altre manifestazioni avvenute a Roma a cui ho ugualmente partecipato, come quella mossa dal Popolo Viola (il 28 Agosto 2011), in cui il corteo è stato una festa di colore, sceso in piazza a chiedere compatto le dimissioni del premier Silvio Berlusconi, in cui non c’è stata una sola scritta su un muro, una sola bestemmia, un solo tafferuglio, niente che potesse contaminarlo, (una giornata coronata dal discorso di Paolo Borsellino a piazza San Giovanni), speravo che anche la manifestazione degli Indignati (Indignados), svoltasi nel mondo, potesse essere un’occasione altrettanto proficua alle ragioni di diverse generazioni di italiani destinate a non avere un futuro. Mi sbagliavo! E tutto è stato così disordinato e scoraggiante che il corteo ha assunto la forma di un animale morente, ferito, calpestato, in collera con se stesso. Non appena sono iniziati gli scontri, si è mosso in me, così come in molti altri manifestanti, un sentimento misto a plauso e a timore, perché la disperazione e l’impotenza legittimano quello che in un altro clima sociale sarebbe solo eresia, solo violenza.

È durata poco l’euforia del cambiamento, che a molti impediva di reagire e di ragionare, una volta che ci si è resi conto che quel giorno eravamo stati indotti a manifestare non liberamente ma a cadere in una trappola, nella trappola della violenza, del compromesso! Una trappola che uniforma e divide al contempo. Violenti quel giorno sono stati i manifestanti, i provocatori, giunti appositamente, e i poliziotti. Tutti violenti, ma con delle distinzioni. Siccome la violenza è qualcosa che si patisce o si genera da atti concreti, quel giorno la violenza è scaturita in maniera sincrona al movimento del corteo, calcolata, cronometrata. Una violenza voluta appositamente per generare altro rumore, fatta esplodere tra le persone affinché fosse stato possibile condannare anche loro, e scorgere, anche dove non c’era, un eversivo carattere di tensione. Una violenza che solo dopo gli urti iniziali si è potuta definire spontanea o da difesa. I manifestanti sono stati violenti per reazione e, scesi in piazza perché indignati, si sono dovuti indignare ulteriormente degli scontri, degli incendi, delle auto bruciate, dei cassonetti dei rifiuti utilizzati come ingombri, dei sampietrini lanciati sulla polizia e contro le persone, gli edifici, i negozi, le banche, le auto, i giornalisti; indignati dalle spranghe e dai segnali stradali divelti come grissini, da una lotta che non ha affatto un sapore di vittoria. Nelle strade non si riusciva a vedere tutto, il resto l’ho colto da riprese fatte da operatori, ma quello che ho visto è stato sufficiente a capire la strategia del potere (un tempo fu della tensione!), il suo maglio abbattersi sull’ambiguità della gente, sulla disperazione che quel giorno avrebbe avuto la sua amara ricompensa.





La manifestazione è degenerata in un coacervo di comportamenti, in un miscuglio di azioni. Mentre nel mondo lo stesso corteo marciava diversamente, con più prudenza, ispirando una strategia nuova di coesione, benché anche a Londra o a New York ci sono stati forti episodi di violenza urbana, in Italia, a Roma, il giorno del 15 di Ottobre 2011 qualcosa non è stato appositamente verificato. Non è stata controllata la piazza, i suoi manifestanti, e non soltanto perché le forze di polizia sono poche, ma perché la scarsità dei mezzi di sicurezza consente di favorire errori che sono ammissioni di responsabilità governativa, di vera e propria colpa. Persone, la maggioranza, hanno condannato la violenza, gli scontri; persone, altre, più audaci, hanno reagito, sono state pronte ad arginare e, in alcuni casi, a consegnare alla polizia i manifestati infiltratisi nel corteo con caschi neri e felpe nere, detti Black bloc (utilizzati dal potere perché disposti a nuocere ad una causa nobile); persone, altre ancora, sono rimaste atterrite, incapaci di reagire (come me); gli altri, gli adulti, hanno espresso una coscienza di vita, civile, di padri di famiglia che hanno gridato ai poliziotti la loro triste condizione di servitori dello Stato; manifestanti hanno accusato altri manifestanti, convinti che i poliziotti non possono che essere degni del loro mestiere e che le pietre, i petardi, le bombe-carta (per quello che ho udito) dovevano essere messi in tasca ai facinorosi, ai violenti; persone hanno ribadito la disgrazia dello stare al mondo quando delusi del comportamento della celere hanno intimato questi ultimi a manganellare i politici, a “caricare” sul Viminale, invece di colpire giovani che potevano essere i loro figli, i loro amici; giornalisti colpiti ugualmente dai violenti e dalla polizia, perché nel caos non ti difende un tesserino o una macchina fotografica a tracolla. Pretendere uniformità di comportamento in queste circostanze è impensabile, e questo il potere lo sa.

Il potere sa che può contare sull’ambiguità della gente, sulla paura che si instaura nel modo più diretto e genuino; il potere sa che quella folla dispersa e recalcitrante saremo noi, sempre. Il potere ci vuole divisi, fratricidi, ci vuole disposti a scannarci, a tirare fuori la parte più rabbiosa di noi, così da determinare confusione e risentimento. Il potere vuole che dobbiamo essere noi stessi a farci del male, con quella sacrosanta ragione per cui con qualcuno bisogna prendersela. Il potere quel giorno ha gestito la piazza come voleva, ingannandoci, usando l’indignazione dei cittadini per i suoi scopi, cercando di fare accadere una “Genova due” (a cui non ho partecipato) quando morì Carlo Giuliani negli scontri del G8 nel 2001. A Roma, il morto non c’è stato, e per fortuna! Al potere di adesso, però, non occorre necessariamente che qualcuno cada sul campo, che qualcuno muoia, (se qualcuno muore è fatalità, una coincidenza-fatale che certamente rafforza e non fa desistere le reali intenzioni del governo), al potere occorre il pretesto, anche il più banale che in questo caso è la violenza, amica dei governi, la quale garantisce un’azione parlamentare bipartisan, immediata. In quelle “stanze” si è deciso di accomodare surrettiziamente la ragione dell’indignazione e di utilizzare la violenza per un uso ben calibrato ed efficace del concetto di sicurezza pubblica. L’asse Di Pietro-Maroni ne è stata subito la conferma. Invocare la legge Reale, (introdotta da Oronzo Reale il 22 maggio 1975 per arginare i fatti di terrorismo durante gli anni di piombo), rappresenta il modo con cui il potere e non lo Stato, ma concretamente il luogo dove passano le decisioni che ricadono su un Paese, stabilisce quanto vantaggioso sia trarre utilità politica dalla rabbia e dalla disperazione.

Lo Stato, in questo caso, italiano, non fa altro che usufruire di “passaggi” per far compiere a mafia e terrorismo lavori sporchi che non potrebbe compiere alla luce del giorno. Le Br sono state utilizzate dallo Stato per dei passaggi; la Banda della Magliana è stata utilizzata dallo Stato per dei “passaggi”, utili a raggiungere luoghi di alto potere che non si possono raggiungere democraticamente; così è valso per l’utilizzo delle mafie e dei movimenti civili di protesta. Questo accade da sempre, da quando l’uomo abita il mondo come soggetto politico che in tempi lontani adoperava la milizia popolare per combattere i movimenti di rivolta. Il piano è machiavellico, funzionale di per sé perché connaturato all’uomo e alla sua disumanità, un piano con il quale «si può sempre decidere di assoldare una metà dei poveri per uccidere l’altra metà.[i]» Le mie non sono prove, ma intuizioni politiche, personali, direi anche poetiche, visto che dentro questa pagina di riflessione è racchiuso il desiderio di un confronto che nasce da un sentimento di afflizione.

Un giorno di vittoria, dunque, trasformato in sconfitta dal potere? Esattamente! Un potere che scrivo in corsivo e non in maiuscolo, perché non sono e non mi sento come Pasolini. Io sono esattamente quello che il potere desidera che io sia, colui che per anni ha “viziato” dandogli a sufficienza acqua e luce per poi lasciarlo al buio come un fungo. Sono esattamente il prodotto di questo tempo, di questa realtà di disperazione; sono il risultato di un potere mal gestito che non si dispiace delle sue imprudenze. Io sono ambiguo perché lo saremo sempre, pur manifestando con sincerità e denunciando una condizione che a breve sarà di indigenza. Io sono già povero, e lo so perfettamente. Io sono tutto ciò che non si vuole essere e che si è costretti ad essere: depresso, arrabbiato, deluso, ammansito ancora da bocconi di buon cibo che la mia famiglia mi fornisce per rendermi meno vivo, meno ostile. Un solo giorno come questo, 15 di Ottobre del 2011, può essere sufficiente a far crollare desideri di cambiamento. Sto arrivando a comprendere quello che amici poeti, che hanno vissuto il Sessantotto e gli «anni di fuoco[ii]», hanno compreso prima di me, ovvero che il desiderio di cambiamento è una trappola che muove il potere a suo piacimento e che qualora si avverasse non sarebbe mai quel cambiamento tanto atteso. Si può cambiare individualmente, da soli, in quanto singole persone, ma non bisogna attendersi che la massa sia buona, perché la massa è spesso ciò che contro di sé determina.





Il corteo degli "indignati" pacifici


Pasolini scriveva, visto che la letteratura può essere ormai una pura ed illibata fede, che «Lieto | d’una lietezza che non sa retroscena | è questo esercito – cieco nel cieco || sole – di giovani morti, che viene | ed aspetta. Se il suo padre, il suo capo, | lo lascia solo nei bianchi monti, nelle serene || pianure – assorbito in un misterioso dibattito | con il Potere, legato alla sua dialettica | che la storia rinnova senza pace - || piano piano dentro i barbarici petti | dei figli, l’odio si fa amore per l’odio, | ardendo solo in essi, i pochi, i benedetti. || Ah, Disperazione che non conosci codici! | Ah, Anarchia, libero amore | di Santità, con i tuoi canti prodi!||[iii]», e aggiungeva quello che più che mai diventa chiarezza di pensiero immerso in una disperata vitalità: «Che la realtà ha una nuova tensione || che è quella che è, e ormai non ha | più senso altro che accettarla… | CHE LA RIVOLUZIONE DIVENTA ARIDITÀ || S’È SENZA MAI VITTORIA…  che forse non è tardi | per chi vuol vincere, ma non con la violenza | delle vecchie, disperate armi… || Che bisogna sacrificare la coerenza | all’incoerenza della vita, tentare un dialogo | creatore, anche contro la nostra coscienza. || Che la realtà, anche di questo piccolo, avaro | Stato, è più di noi, è sempre un’immensa cosa: | e bisogna rientrare, se pure è così amaro…||.[iv]»

Condanno la violenza come atto gratuito, senza senso, come quello degli stadi e delle risse da parcheggio, ma non condanno la violenza come atto puro. Intendo per atto “puro” un atto ideale, che assomma in sé delle ragioni che l’intelligenza, la cultura, non possono permettersi di dominare quando l’impotenza si radica in noi che non sappiamo trasformare, se non individualmente, il disagio in sogno, in poemetto, in prosa. Il disagio non si trasforma solo in poesia, in canto, ma anche in spranga. Sarà in questo il mio pensiero divergente da Pasolini, perché ammetto che in me c’è la possibilità di accettare anche ciò che è tremendo, perché tremenda non è la vita, ma il suo essere appendice ad un budello di speranza. Una speranza che falcidia i cuori e determina azioni che fanno parte del dramma della salvezza, di quel continuo scampare da qualcosa che è peggiore. Anche io, dunque, posso essere violento perché atterrito, esattamente come un cane che morde perché ha paura. Posso essere violento perché so che non ho speranza. La violenza ci uniforma fino a farci decidere come agire singolarmente. L’auto incendiata per strada sarebbe potuta essere anche la mia, quel giorno, e pur non accettandolo avrei dovuto accettarlo come atto di sconfitta o di vittoria. Accetto nella disperazione ciò che supera la ragione, ciò che si rende forte oppure ostile, come un uomo che si toglie la vita perché malato. L’umana viltà mista all’umana violenza determina un punto di riflessione che non è di arrivo, ma di partenza. Se accettiamo che la violenza ci uniforma, accettiamo anche quello che non ci piace, nella disperazione e nella manomissione delle idee e della passione.





La violenza vandalica degli 'incappucciati' del Blocco nero


La violenza è un atto che può essere anche bizzarro, decisamente inconcludente, come sono stati gli atti compiuti durante la manifestazione, ma c’è qualcosa che li rende sacrosanti anche nella loro deviazione, nella loro pericolosità, perché quando lo Stato e il potere decidono che non si deve dare ascolto ai cittadini indignati, quella stessa indignazione li costringe a prendersela obbligatoriamente con qualcuno o con qualcosa. Così in questo modo si crea malvagità e non libertà, si crea sfogo e non giustizia, una prerogativa di azione secondo cui agli occhi della ragione umana anche la condanna di Cristo è giusta. È giusta perché la giustizia mancata apre le porte ad una giustizia arbitraria, alla possibilità che ci si possa anche prestare ad azioni che sconvolgono una causa di cambiamento o di redenzione, quando è la religione ad agire nel cuore degli uomini. La violenza è, dunque, quel minimo comun denominatore che non ha bisogno di elucubrazioni. Ho capito che lo Stato si comporta esattamente come gli spacciatori fanno coi drogati. Il lavoro è la nostra droga, e questa è scarsa, è appena sufficiente. Lo Stato ti tiene in bilico come uno spacciatore tiene in bilico il suo tossico; dandogli piccole dosi di lavoro lo rende schiavo, così come il pusher ti garantisce di essere tossicodipendente. Non ti dà mai la dose che desideri, altrimenti potresti non tornarci più o morire d’overdose: così lo Stato non dà lavoro o te ne dà talmente poco che sei costretto ad agire in schiavitù come un drogato. Bisognerebbe rinunciare alla droga, quindi al lavoro. Sarebbe questo un cambiamento radicale, avere un altro modello di società, di progresso. Ma è impensabile per ora, perché come si fa a crearsi un lavoro dal nulla se non si hanno le possibilità per farlo? Essere disoccupato è un dramma radicale in questa nostra società, perché se fossi vissuto nel Medioevo o nell’antica Roma non sarebbe stato così drammatico essere disoccupato, in quanto condizione impropria per determinare azioni di dissenso. Avrei vissuto lavorando nei campi, vivendo di quello che è proprio di un regime di sussistenza.

Questa crisi sconosciuta, perché decisamente nuova, figlia dei derivati bancari, può generare mille alternative che sono però ancora tutte schiacciate dal peso del consumo. Il giovane disoccupato, il giovane precario, sta male non solo perché non ha un lavoro, ma perché ha capito che non può più essere borghese. È l’attenzione rivolta al non poter più possedere che scatena tensioni che non saranno risolte finché non si accetterà quello che la vita determina comunque e in ogni modo. Non mi piace il pensiero narcissico, superbo, (migliore è quello autocritico), il pensiero che anticipa quello che verrà o sa quello che sarà del mondo è sempre antipatico, perché diversamente comune. Non mi piace ma comprendo questo pensiero anticipatore di verità, perché ne faccio ormai esperienza, perché lo pratico. Lo pratico perché so innanzitutto che un giorno di protesta e di denuncia lo si può trasformare in tutt’altra cosa, in violenza e in rabbia, così che chi governa possa dire che fa leggi per garantire l’incolumità di tutti. Difendere i cittadini, salvaguardarli dalla povertà, è possibile se li si lascia liberi di indignarsi, di compiere azioni di protesta. Un singolo giorno di indignazione, di libertà, di pensiero, diventa pretesto per antiche parabole che assorbiamo sia pur rifiutandole, per cui sarà sempre migliore un governo, questo ci dicono, – che non aiuta a vivere – che un popolo di violenti e di facinorosi che non sa manifestare, che non sa stare al mondo.

 

 



[i] Cit. da Gangs of New York, di M. Scorsese, Miramax, 2002.

[ii] Cit. op. Non abbiamo potuto essere gentili, di M. Palladini, Onyx ed. 2007.

[iii] P. P. Pasolini, Poesia in forma di rosa, pref. di E. Esposito, Garzanti, 2001.

[iv] Ibidem




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