PRIMO PIANO
UN RICORDO
Con Andrea Zanzotto a Trieste, in fantascientifica attesa dei ‘nuovi Tartari’


      
Torna la memoria di un incontro col poeta di Pieve di Soligo, in una lontana estate degli anni Sessanta, in occasione di un Festival Internazionale del Film di Science-Fiction, sugli spalti del Castello di San Giusto. Che l’autore di “Dietro il paesaggio”, conversando in libertà, vedeva come una buzzatiana Fortezza Bastiani e dove ragionando sulla ‘irrealtà della nostra realtà’, diceva che ci si poteva immaginare sulla soglia del ‘caos definitivo’, aspettando l’apparizione di bellicosi alieni venuti a desertificare la terra.
      



      


di Cesare Milanese  

 

 

Il mio ricordo è quello di un incontro con lui a Trieste, sugli spalti del Castello di San Giusto, dove, ogni anno, di mezza estate, in quegli anni Sessanta, aperti alle opere aperte e al pensiero molteplice, Andrea Zanzotto si rendeva puntualmente presente come membro di giuria di un Festival Internazionale del Film di Fantascienza.

C’era della brezza sugli spalti del Castello di San Giusto quel pomeriggio e Andrea Zanzotto fiutava inquieto la rosa dei venti badando a tenersene al riparo. In quel momento non c’eravamo che noi due, seduti nel semicerchio delle sedie ordinatamente disposte davanti al telo bianco dello schermo di proiezione, eretto sul bordo del parapetto del castello al centro di due file di pennoni con le bandiere delle varie nazioni partecipanti al festival.

Di quando in quando le bandiere, investire da improvvise folate, schioccavano nel vento a intermittenza.

  

Zanzotto, che fino a poco prima aveva dato segni d’infastidimento fisico, sia per il troppo caldo dell’ora e sia per il troppo fresco della brezza, preso completamente dall’abbrivo del suo stesso discorso, aveva ormai cessato di percepire sia il troppo del caldo e sia il troppo del freddo che lo avevano in precedenza inquietato.

Di là dello schermo che avevamo tutto di fronte, eretto come uno spartivento e bianco di un bianco da pagina bianca (“come quella di Mallarmé”, osservò lo stesso Zanzotto), non c’era che la vista del cielo del nord-est: “Quello della Cacania di un tempo e della Balcania di sempre”, detto con espressione ancora tutta sua.

E poiché il cielo, azzurro di un azzurro piuttosto opaco, era completamente sgombro, nudo “come un deserto”, trovandoci noi assestati in cima a un’arcaica fortezza, di là della quale si stendeva allora un mondo altro e del tutto alieno, non poteva mancare l’allusione alla fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari.

Tanto più che due mesi prima a un convegno sulla letteratura eccentrica a Conegliano Veneto, dove eravamo stati entrambi, eravamo stati compagni di tavolo e di tavola proprio con Dino Buzzati. “Un fantascientifico anche lui!”





Andrea Zanzotto col suo gatto Uttino, morto poche ore prima di lui


Tema obbligato, pertanto, la connessione fra Trieste, città posta sotto sospensione e la fantascienza, arte del tutto congetturale. Entrambe, pertanto, Trieste e la fantascienza, da intendersi come territori di uno spazio mentale inusitato e irreale.

La fantascienza, in particolare: matrice di per sé di una forma di spazio che ospita sia il reale e sia l’irreale, posti sotto finzione o supposizione che possa considerarsi effettivamente “effettiva”. Ciò che è del tutto impossibile, almeno per ora; ma che si suppone possa essere tale in un indefinito e non definibile allora, che, tuttavia, è destinato a rimanere sempre “un non ancora”. E quindi, mai.

La fantascienza, in sostanza, è un millantato credito: un’aperta menzogna.

Favola a un tempo anacronistica ed espressione surrettizia di un sapere e di un potere che non si sono ancora espressi nel nostro mondo odierno, ma che non si esprimeranno mai nemmeno in seguito, per lo meno nei termini in cui ora sono immaginati.

Va aggiunto che per quanto possa essere predittiva (o bastardamente profetica), la fantascienza, quale portatrice di una “scienza promessa”, non è mai conseguente con la scienza futura effettiva.

Il paradosso è questo: la fantascienza, pur riguardando il futuro, non è indizio di ciò che è veramente futuribile.

Essa sembra nascere, piuttosto, da un’oscura esigenza di minaccia che noi rivolgiamo a noi stessi, indotti a ciò da un occulto rimprovero per una colpa che si anniderebbe sotto il livello della coscienza: il magma teratologico dell’inconscio, infatti. Il sito dello spavento e della paura a buon mercato.

Il cinema di fantascienza, in particolare, non fa che far insorgere immagini improvvise e orripilanti da spaventa – inconscio. Come se l’inconscio non fosse già abbastanza in stato di spavento per conto proprio.

Quest’arte da mezza arte, che è la fantascienza, supera l’arte stessa in quanto a capacità di forza d’anatema e in quanto surrogazione della mantica di origine antica.

Chiamiamola pure la mantica che ha fatto la sua comparsa al culmine della modernità, giacché sono i mezzi tecnici espressivi della modernità che le hanno consentito di comparire.

Una mantica dell’odierno, il cui responso ci comunica che la nostra attualità è realtà già sorpassata e, per paradosso, che noi odierni non siamo degli odierni: siamo fuori tempo. Dei fuori tempo già nel nostro tempo.

  

Il vano oscuro del cinema, che tale è, anche se costruito all’aperto, si presta bene come omologia con l’antro della Sibilla, in cui, con la “magia” della tecnica, si fa colonna visiva, colonna sonora, colonna verbale, colonna immaginativa: insomma il colonnato di un tempio interamente pagano, sui generis (novi generis, nostri generis), preposto all’elaborazione e all’accrescimento del senso d’angoscia. L’angoscia che coglie sempre l’uomo messo al cospetto di ogni mutamento per la comparsa di tutto ciò che gli appare come l’umano che è altro dall’umano. Tutto ciò che, quindi, è altro da sé.

Un mutamento da metamorfosi, che è portatore di smarrimento, giacché l’effetto vero che si affaccia nell’animo nostro, coinvolti in questo tipo di mutamento, non si profila come l’apporto di un acquisto, bensì di una perdita.

Ciò può apparire come un controsenso, tenuto conto che la fantascienza dovrebbe rappresentare lo spirito d’acquisizione di un di più, ma in realtà non lo è.

La favola ottimistica a matrice fantascientifica (se non addirittura quella scientifica come tale), per quanto rivolta verso le certezze e le promesse del meglio, proprie dell’avvenire, non è detto che sia, per definizione, progressista, come si presuppone, erroneamente, che sia. Se mai è “regressista”.

Nichilista, senz’altro. Non è un caso, infatti, che il plot narrativo canonico di ogni epopea fantasticata dalla fantascienza, sia sempre un elaborato obbligato a essere concepito come storia di una vicenda che si richiama alla guerra.

In questa sua esigenza, la fantascienza opera come se fosse il macchinismo di un pantografo cosmico della guerra. È l’adozione di un modello generativo del reale, che assume le guerre usuali, quelle a misura del continente umano, le guerre nostre, come criterio costitutivo delle guerre dei mondi.





La Fortezza Bastiani nel film Il deserto dei Tartari (1976), regia di Valerio Zurlini


In annotazione conclusiva a tutto ciò, qualche sua frase: “Parlando di noi, noi di questo presente contingente, non solo come peregrini di questa epoca in generale, ma proprio di noi due che ci troviamo qui sulla Fortezza Bastiani del Castello di San Giusto, a Trieste, il luogo simbolo cerniera della Cortina di Ferro, che ha il suo altro capo a Stettino e che segna il confine, di là e di qua del quale, ogni spostamento fisico potrebbe decretare il passaggio dalla Guerra Fredda alla Guerra Calda, parlando di noi due, che stiamo qui parlando di fantascienza, non è possibile non tener presente che in realtà stiamo parlando dell’irrealtà della nostra realtà.

Noi due siamo qui sulla soglia, non solo simbolica, dell’entrata nel caos definitivo e per questo siamo già, senza che sappiamo di esserlo, personaggi da fantascienza, irreali e astratti: non più umani ma nostalgici di essa, in conversazione d’attesa su un territorio, per ora vuoto come il cielo che ci sta di fronte, dal quale possiamo aspettarci di vedere comparire i nuovi Tartari con le loro macchine volanti di distruzione che si scontrano con le nostre…”.

  

Intanto le bandiere delle nazioni, distribuite scenograficamente sui pennoni ai bordi dell’antica fortezza, ormai soltanto simbolica, ma forse no, schioccavano a intermittenza nel vento di un pomeriggio affidato ormai soltanto alla memoria: e senza forse.

             

  




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