LUOGO COMUNE
UN CONVEGNO SU GIANI STUPARICH
Due scrittori e
la musica di banda


      
Ecco una scintillante relazione (non letta) per un’assise di studiosi dedicata al narratore triestino morto mezzo secolo fa. Un autore laterale, ancora poco valutato, recuperato nella sua dimensione più sentimentale dopo la versione televisiva (1977) di “Un anno di scuola”, mentre si ignora il suo romanzo più innovativo “Simone” (1953), di impronta fantastica e modernamente apocalittica. In coda una nota critica sul romanziere lucano Peppe Lomonaco e sul musicista Damiano D’Ambrosio, suo conterraneo e compositore di un bandistico “Canto delle pietre”.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

Un convegno triestino (20-22 ottobre) ha rianimato interesse attorno alla figura e alla scrittura di Giani Stuparich (Trieste 1891-Roma 1961). Ho potuto solo spedire una mia relazione, che d’altro canto avrebbe di troppo sforato i tempi di lettura concessi. Oggi i convegni preferiscono essere in tanti e parlare poco; è un errore. Si dovrebbero selezionare gli interventi e dare loro il necessario spazio argomentativo. Ma come conciliare l’argomentazione con la cultura degli incontri fra un treno e l’altro, fra uno e altro aeroporto? Il professore viaggia. Ecco dunque la mia relazione, che mi sta a cuore quanto cerca di rompere i soliti schemi. Fischi, tosse... gli schemi hanno ragione. Nella seconda parte mi richiamo a una cultura della immobilità. Uno scrittore e un musico di Montescaglioso (Matera) e l’anima misteriosa delle bande di paese, dilettissime.

 

***

 

LA GROTTA DELL’UNO

 

 

 

A Riccardo Scrivano che per primo

ci fece i nomi di Slataper di Boine

di Quarantotti Gambini

in anni difficili, per una storia diversa

(Firenze, San Marco, 1961-1963)

 

 

Ab Iove principium; Carlo Bo prefatore della preziosa antologia di Bruno Maier Scrittori triestini del Novecento (1968): “Trieste è stato uno dei luoghi santi della letteratura italiana del Novecento ma – diciamolo subito per nostra vergogna – non sempre è stato inteso e criticamente accettato come invece sarebbe stato giusto”. Un passo che i più dei triestini imbevuti di lettere sapranno a memoria, terranno ricopiato nel taschino dove altri uomini, altre volte, tennero il “dantino” cui attingere, credo aprendolo a caso come una bibbia, la loro forza di verità, nei più diversi casi dabili. Il più grande critico del Novecento italiano oppone, qui, la “novità, la forza della letteratura triestina” e “la lentezza, la pigrizia delle nostre reazioni”. Nostre; vale a dire da un doppio versante: l’Italia, non solo l’Italia letteraria; e il dialetto della critica. In sede di conclusione, Bo esprime lo stato delle cose, con un giudizio che, dopo un altro quarantennio, non appare purtroppo modificabile: “nonostante le risposte che noi non abbiamo saputo offrirle”. Offrire alla letteratura dei triestini.

 

Una prima ragione salta agli occhi come un gatto selvatico (o una faina) turbati nel loro covile: perché non è mai stata letteratura. Sono grato all’invito di amici come Cristina Benussi e Giorgio Baroni, ma l’unica risposta valevole che io possa rendere a questo onore, è confessare la mia inadeguatezza, in parte (voglio augurarmi) compensata da almeno un fatto: mi formai alla poesia con maestri del liceo che saldavano due triadi insigni (Foscolo-Leopardi-Manzoni e Carducci-Pascoli-D’Annunzio) all’alto lume di Dante. La scoperta della grande poesia ‘moderna’ la dovetti fare da solo, come sospetto gran parte dei miei coetanei se non iniziati per particolari ragioni, diciamo, socio-culturali; quella era la stagione del romanzo, anche se certe stupefacenti iuncture pedagogistiche potevano estrarre triadi anche meno ragionevoli: Manzoni-Verga-Svevo. Sulla commestibilità del piatto decidessero loro. Ma io non ebbi dubbii e non ne ho: i miei furono per sempre Baudelaire e Umberto Saba. Invitato dai medesimi amici a un recente convegno sabiano nella Università Cattolica ebbi l’impressione complessiva, spiacevole ma non spiazzante, che su quel nome grande, su quel nome caro ci fosse indifferenza, ormai, o imbarazzo. E, del resto, se manu militari mi vedessi costretto a fare intera la terna, giusta il costume, io dovrei dire che il terzo ‘mio’ venne prima e resta aldifuori (è il Cavalier Marino, l’eroe, con Góngora e Rubens, del Barocco europeo) o, se l’esser così estravagante lo esclude, lascerei ricadere la parabola su Attilio Bertolucci.

 

Che cosa hanno in comune, mi chiederete, il poeta de Les Fleurs du mal, del Canzoniere e de La camera da letto, fra di loro? Rispondo: l’essere epici, in mentita sembianza di lirici. Questo può risultare in un raccordo su Stuparich, il quale col suo racconto del 1933 (l’anno della ascesa al potere di Hitler), La grotta, vince – se Wikipedia dice il vero - il primo premio per l’epica alle (mi direte voi quanto o meno improbabili) Olimpiadi di Londra del 1948. La cosa più difficile, allo storico, ma anche al semplice lettore di libri, è il saper valutare l’accumulo di tempo ‘vero’ che si nasconde in quello cronologico. Dal 33 al 48 non sono che quindici anni. Ed il tempo perduto non è quello, lentissimo, parsifalesco (“Zum Raum wird hier die Zeit”) di Marcel Proust, ma un tempo come potrebbe risultare da un cozzo e da un paciugo di tutti tempi rammemorabili, ordinatamente, appena un momento (o quindici anni) prima, disponibili. Il Tempo non solo in desiderio ed ambascia, ma in marasma. Non oso dire che da quel premio Stuparich viene spinto a quella che – non anco riconosciuta dalla critica specialistica (il che è poi sempre contradictio in terminis, come una intelligenza a responsabilità limitata) – è la sua opera più nuova (anche in lui) e, mi lascerei scappare, più alta, dico il romanzo Simone (1953); non fosse che questa storia della altitudine (o, per converso, della profondità) fa parte di quel dialetto critico, appunto, che mette a tutto il cappuccio ma si lascia sfuggire le eccezioni. Il buon cacciatore, se mentre è circondato da uno scialo di catturabili conigli, vede scappare fra i tronchi un Omo Salvatico, lascia stare i conigli e insegue quello, casomai gli riescisse di pigliarlo. Quanto al baudlairismo stuparichiano, basterebbe leggere, nel suo secondo e ultimo romanzo: “Poetare, accovacciato sullo strame [...] Far sentire nel mio lamento il lamento di tutte le creature immerse nel pantano delle pene. Si sveglierebbero al mio lugubre canto, alzerebbero le teste tremanti su dai giacigli e si chiederebbero sorprese: ‘Chi è che ha fatto delle nostre fibre un’arpa lamentosa? Simone? Ah, possa tu essere maledetto, che anche in quest’ultime ore dell’esistenza ci ricordi la nostra origine!’ Ed anche questo sarebbe amore...” Ma che sia Verdi filtrato da Saba? Le fibre, l’arpa, la maledizione; e l’amore.

 

Stuparich riserva conferme e sorprese. Nelle 1500 pagine della Letteratura italiana del Novecento di Emilio Cecchi messe insieme dal Citati lo scrittore triestino non figura nemmeno nell’indice; rispettiamo non senza interrogarci. Cecchi aveva voluto che gli altri, a partire da lui stesso, dimenticassero e gittassero a fiume, come in un sacco chiuso, i suoi esordî piuttosto romantici, irrequieti, trambasciati: insomma ‘vociani’; gli anni della sua amicizia col musico Bastianelli (frequentato, a Firenze, anche da Slataper, dai fratelli Stuparich) che insegnò la musica ‘forte’ (e come la musica incalza) a tutti quei letterati. Anche Bastianelli arrivò a cancellare se stesso, meno prudente di Cecchi e null’affatto disposto a vendersi l’anima cancellò insieme se stesso e l’opera sua, rimasta a uno stadio larvale. I tre tomi allestiti dal Galimberti dei Ragguagli di Parnaso del Pancrazi mostrano, nel critico cortonese (quel tanto distante da Firenze per non averne il cinismo, i difetti), una più generosa apertura ai triestini (v’è un bellissimo Addio a Silvio Benco e anche, a rincalzo, una fine e complice, ma non corriva, auscultazione del romanzo di Delia, Ieri [1937], e la più volte benissimo girata registrazione di un “sentimento della città, affettuoso, accorato, e geloso insieme, come se questi scrittori e i loro giovani personaggi [...] a Trieste vivessero in vigilia, quasi assediati, e un po’ fuori del mondo”) e una costante attenzione al nostro Stuparich, con almeno tre saggi di rilievo (del 1929-32, G. S. triestino, sul novellista, sul memorialista di guerra, e sullo Stuparich ‘amoroso’ delle Donne nella vita di Stefano Premuda, uno dei testi più a lungo fortunati, si sa, di Giani scrittore; poi del 1941, pronto a interrogarsi sulla incondita forza testimoniale di Ritorneranno; e, solo un anno dopo, per accogliere la riuscita felice, quasi una purgazione ‘dal’ romanzo, de L’Isola: “In questa, come in tutte le cose riuscite di Stuparich, avverti una fragilità nervosa, come di sottile arcuata e pericolosa lama che però non si spezza. Moralità e poesia convergono qui senza sforzo, che è sempre l’indice di un’arte riuscita”). Altra eccezione, nel silenzio parlante dei maggiori ragguaglisti di quel quarantennio, il saggio di congedo di Arnaldo Bocelli, in morte dello scrittore (“Il Mondo”, 2 maggio 1961). Ora, Bocelli, era stato antologista di Bonaventura Tecchi, amico e corrispondente di una vita di Stuparich; un carteggio che dura dal 1925 (uscito appena, di Tecchi, Il nome sulla sabbia) alla morte del triestino (Con fedeltà immutata, questo il titolo dello scambio epistolare fra due autori fraterni, nella edizione fattane pochi anni sono dal napoletano Loffredo). Ma era anche antologista di Onofri e sozio di Girolamo Comi, il che offre un singolare rilievo d’eco lirico-religioso al ritratto affettuoso e quasi severo che il critico romano traccia dello scrittore appena scomparso.





Giani Stuparich (1891-1961)


Quasi morbosamente solitario, sempre in allerta verso la propria stessa sensibilità di nervi e fragilità sensuale, Stuparich aveva in fondo saputo tenere vivo, presso un pubblico di lettori fedeli, un vero e proprio ‘mito’ di sé, quello – il – slataperiano (confuso con l’amore di una vita per la moglie Elody Oblath, la terza delle donne del Mio Carso), quello, diciamo latamente, solariano (che già pare preannunciarsi, fin dal titolo, nel vigile Benco di Nell’atmosfera del sole [1921], recentemente rivivificato dal triestino adottivo, scrittore, teatrante e musicologo Gianni Gori, nel quadro della riedizione dei maggiori scritti benchiani prodotta da La Finestra editrice di Lavis), quello, finalmente, delle opere successive alla seconda guerra dei mondi, che richiede un discorso diverso. Almeno per chi, come me, non sia convertibile all’idea (anche di Bocelli) che il romanzo Simone sia un passo falso, minacciato da astrattezza allegorica e velleità utopistica, quanto l’altro romanzo, Ritorneranno, era insidiato (specie nella figura idealizzata di Carolina, la mater dolorosa) da qualche eccesso di “commozione” e di “eloquenza”. Anche nei lettori affettuosi e/o rispettosi, torna e torna la medesima riserva: troppi paesaggi (Pancrazi), troppa vaghezza d’ombre, troppo disegno, una sensibilità ai mutamenti di clima, di psicologia, innestatissima, ai limiti del femmineo, un ricamo sfibrato, pur nella altezza morale quasi inconcussa della testimonianza e della esortazione, dello spregio di quanto non sia l’esatta verità delle cose trascorse come e quali si diedero; e, per converso, l’ammirazione per i risultati artistici più torniti e compiuti, magari su quella favolosa misura delle “cento pagine” (da pagina 101 in avanti, è il romanzo) che, ai nostri occhi, ora per contrappasso, disegna la misura e il limite di una critica attenta artigianalmente alle ragioni formali ma malsicura quando si tratti un po’ di scendere sotterra. Se, per la migliore critica dell’ultimo cinquantennio, la sfida è stata piuttosto quella di una lettura stratificante, speleologica, ‘notturna’, descrittiva, e non già solare, specchiante, superficiale (lo dico appena in senso obiettivo, modale), da ultimo prescrittiva (‘qui c’è un di troppo... qui c’è un di meno...’ e io mi chiedo perché solo da parte del critico si percepisca esatta misura), e, com’è quasi in proverbio, alla estetica si è finalmente preferita l’antropologia, al giardinaggio la speleologia, va pur detto che certe letture (‘il fior fiore’, fosse magari quello di Ardengo Soffici, il cui aspro vino o vorrai beverlo intero o sarà meglio che tu rinunzii) son pari a quelle d’uno che scansasse Guernica per inchinarsi a una delle pur belle ceramiche dell’artista “final”.

 

Ora non escludo che presso il pubblico che lo amava e presso i critici che non tutti lo amavano Stuparich si fosse accontentato di veder diffusa di sé una figura pubblica e rassicurante che i testi nudi potevano confortare (il sopravvissuto, il fedele consegnatario di una storia e di una geografia orgogliosamente tenute ai proprî limiti, alla propria ‘marca’, lo scrittore affettuoso e domestico, che di figure e ambienti disegna, in una lingua italiana perfetta e distintamente colloquiale, le luci e le ombre familiari) e che si fosse rassegnato, invece, al fatto che nessuno di quelli scorgesse l’alone fantasmatico, iperrealistico mi azzardo a suggerire, e, dietro le parvenze, scombussolante. Disegno qui una distribuzione delle parti: Benco, proverbialmente il patriarca: attento, scorbutico, esposto: non solo, come sono i patriarchi, un conservatore. Niente, nel suo stile, varrebbe a raccomandarlo a un’Italia cui il bellettrismo ha inquinato le fonti del valore. Si sa leggere (si sa scrivere) ma non si sa perché leggere. V’è, in Benco giornalista, il senso d’un terapeuta missionario che scioglie il giuramento ippocratico nella terra che gli è toccata in sorte. Italo Svevo... un sudista del Nord? Come Red Skelton, lo scheletro (scheltro) rosso. Solo il nome predispone al comico. Italo Svevo no? l’ebreo tedesco, d’origine, Aaron Ettore Schmitz, ha prima tentato un meno pittoresco pseudonimo, Ettore Samigli, con Italo Svevo incipit vita nova? Ormai, è chiaro, quello pseudonimo si pronuncia solo col cappello in mano e la penna a getto già pronta nel taschino, con nel borsello un qualsiasi Che cosa ha detto veramente Freud, (a valenza retroattiva, se Freud entra nell’orbita italosveviana non prima del 1910, giuddilì, e mentre quella Musa par destinata, offesa o svogliata, a tacere per sempre) ma Una vita esce, e nessuno la vede, nell’anno dei Pagliacci di Leoncavallo, e mi chiedo se, a differenza che nel Leoncavallo, il riso col cuore infranto, qui non sia il cuore infranto ch’è medicato dal riso. Nitti... ah ah ah ah... si uccide, figuriamoci... col gaz... ah ah ah ah... Espressionismo puro, ante litteram. Ah ah ah ah. Kafka, si sa, leggeva agli amici i suoi Die Andere Seite (il romanzo del pitto-scrittore Kubin è del 1909) e rideva come un folle (ma ‘era’ folle e ‘faceva diventare’ folli quelli che lo prendevano sul serio) delle sue danze macabre, dei suoi inferni burocratici. Mi chiedo se anche i primi due romanzi, quelli ‘ottocenteschi’, pre-freudiani e pre-joyciani, dello Schmitz non guadagnino ad essere presi per copioni ridevoli. Fra Nietzsche e Bergson. Il silenzio che calò su di essi fu dunque una cortina scandalizzata e lo pseudonimo destinato a future (ultra-triestine) consacrazioni vale un po’ il Tobia Gorrio di Arrigo Boito. Io sogno un’arte splendida e intanto rimpasticcio canovacci victorughiani per l’opera post-verdiana. Nel 1892, oltre tutto, l’Italia stava comoda nella Triplice e dunque quella che nello pseudonimo sembra una distinzione potrebb’essere anche un trait d’union. E se Stuparich, figlio di un padre dàlmata, nativo di Lussino, gente di mare italica, allora, framezzo terre e mari slavi, si fosse rimbusecchiato in un nomignolo del tipo di Schiavonio Tergestino? Ah dite che fa arcadia. Una cosa, peraltro, unisce il Benco e lo Svevo comecché o in quanto che Italo: l’indifferenza allo stile tornito, alla lingua di crusca (altri episodî di crusca sarebbero stati in Italia, nel secolo, il rondo-solarismo e il neorealismo ufficiale, oggi probabilmente il tondellismo di finoccheria), al (la lingua vi batte) al belletrismo. Stuparich prende di punta, invece, proprio questa faccenda del bello scrivere: la letteratura italiana va ‘toccata’ nel suo luogo vulnerabile. La cosa non dovette sfuggire, quanto più quella lingua musicale, di Stuparich, dalle precise dizioni, dalle belle cadenze, non lascia, in superficie, spazio ad espressionismi o ad eccessi gestuali. Pancrazi, suo lettore affettuoso, vi ritrova quanto al critico è più familiare e caro: l’Ottocento, nel quale la sapienza dello sterminato conoscitore individua voci meno sospettabili, come quella del gran Tommaseo (per la via dàlmata) o quella del Nievo, dell’Abba e d’altri memorialisti garibaldini. Ma l’adesione, l’agnizione più penetrante, da parte del Pancrazi, si legge nel 1948 (Simone è ancora in mente Dei, quell’anno dello Stuparich esce un libro più ovvio, Trieste nei miei ricordi, e al patriarca Benco resta un ultimo anno di vita, e da un anno la città vive come un incubo la mostruosità giuridico-diplomatica del TLT, il “Territorio Libero di Trieste”), e non in diretta, come spesso avviene nei critici integrali, storici per istinto e ‘cattolici’ (in senso etimologico) per vocazione: ma presentando un libro di racconti di Tecchi, La presenza del male (Bompiani). 

 

“Finito il romanzo naturalistico e poi quello psicologico con le loro propaggini, la letteratura della vecchia Europa, non negativa né estranea alle forti novità che cominciavano altrove, creò però a sé, quasi a rifugio e salvezza della sua tradizione, un’altra zona: un po’ ombratile, descrittiva più dei caratteri e del costume che delle figure, sollecita oltre che delle passioni, della medicina delle passioni, e molto attenta [...] alla presenza del male [...] Narratori, moralisti, memorialisti di questa famiglia ce n’è ora in molti paesi, quanti bastano a non perdere il seme. Tra i narratori nostri, mi pare certo che Tecchi (come diversamente Stuparich, Piovene, Brancati e una sezione del polimorfo e forse talvolta mimetico Moravia) si muova in questa atmosfera di residua intelligenza, ch’è quasi un gracile postremo umanesimo.”

L’intelligenza (Pancrazi ha richiamato anche le arie del “più intelligente, investigativo o curioso Settecento”) sarebbe già un passo avanti (e anche l’individuazione d’un’area più vasta, fra scrittori italiani e europei) oltre la vibratilità spirituale, la testimonianza esemplare, il coraggio civile e solitario di un uomo (umanista) eccellente che scrive come una femmina, come la “donna gentile”, ed è, ad una, “delicato ritrattista di donne” (ancora Pancrazi). Non sarebbe che la riprova di quanto nel sangue di Giani fermentasse il ‘vero’, anche anomalo e dirompente, della realtà etica e intellettuale triestina. In nessuna altra città nell’orizzonte italico la donna (scrittrice, intellettuale, madre, sorella, moglie, vestale di voluttà) ha contato quanto a Trieste. Il bel libro Bianco, rosa e verde. Scrittrici a Trieste fra '800 e '900 di Roberto Curci e Gabriella Ziani non è solo un libro di amena lettura, è una tappa inaggirabile; allo stesso modo che nessuno potrebbe presumere di continuare questi studî senza aver fatto tesoro dell’esemplare panorama di Renate Lunzer, Triest. Eine italienisch-österreichische Dialektik, uscito nell’originale a principio di secol nuovo e tradotto due anni fa a Trieste per la casa editrice d’elezione, nel campo degli studî triestini. Esemplarmente vòlto in italiano (fuor di Trieste, oggi, la cosa non si ritiene affatto dovuta) da Federica Marzi, nel nuovo titolo perde però efficacia, sia per la sparizione della fondativa Dialektik, sia perché poco dureremo a capire, di fuori, della realtà di Trieste prima e dopo la dissoluzione dell’impero austro-ungarico, se non ci avvezzeremo, per quanto ci riesca insopportabile, a ribaltare i termini del titolo: gli Irredenti redenti, saranno invece da considerare, dopo quella terribile guerra votiva, dei redenti irredenti. Perché Italia si appagò di aver fatto un dispetto all’Austria; di Trieste, eticamente così inconciliabile col pressappochismo romano e meridionale (e con la visione romanesco-imperiale del fascismo) come con la cupa, un poco vergognosa religio sghaei dell’antico Lombardo-Veneto (vi parlo con una certa cognizione di fatto, son figlio di una madre veneto-friulana, una bellissima pordenonese), di Trieste seppe da sùbito pochissimo che cosa farsi; meno ancora lo seppe la repubblica cui Trieste tornò dopo l’oscuro settennio dello “stato cuscinetto”. Il 20 ottobre del 1954 Trieste tornava piena di vane (e forse anche, nei meglio veggenti, stanche) speranze alla nazione peninsulare. Il libro della professoressa Lunzer non solo è un contributo storico, scientifico, di ragguardevole valore, ma ha il sopravvalore di essere uno sguardo comprensivo e, sì, rigorosamente dialettico da parte dell’antico nemico.





Un'immagine del film-tv Un anno di scuola (1977), diretto da Franco Giraldi dal libro di Stuparich


Ma è luogo finalmente di dire de La grotta. Pancrazi lesse come un difetto d’arte il fatto che i tre ragazzi della novella “nell’impressione del lettore convergano, quasi diventino una figura sola”; in altra sede, aveva segnalato la stessa debolezza, probabilmente dovuta a una mancanza di distacco, a una sorta di “solidarietà naturale” con quelle giovinezze. Giani è il sopravvissuto, morto con gli altri in quelle trincee incomprensibili in una guerra voluta ma sùbito fattasi incomprensibile ella stessa, sovvertitrice di entusiasmi e aspettative nobili, dunque fermato per sempre in quella parte della vita giovane. “Nel quadro della guerra (scriveva Pancrazi, mai uguale a se stesso), le tre figure dei giovani combattenti, Marco, Sandro e Alberto, stingono un po’ l’una nell’altra, talvolta sembrano aspetti di una stessa persona; e i loro incontri e soliloqui spesso riescono evasivi, larvali. Ma la figura unica di soldato che dai tre si sprigiona è bellissima di poesia e di verità”. Certo, a prima lettura quei tre sono indubitatamente Scipio, Carlo e Giani; Scipio, cui l’alta statura intellettuale ed etica non toglie di dosso quell’odor di salvatico, quella propensione, contraddittoria e incontrollata, ma ugualmente insopprimibile e ‘vera’, all’ira, alla crudeltà (lo strazio della faina nel Mio Carso, il ‘non detto’ che soffolce il suicidio di Anna Pulitzer, “Gioietta”). Carlo è il fratello che avrebbe merirato, lui, di sopravvivere al posto di colui che ne rintraccia i detti, le lettere, i pensieri umbratili e sani. Giani è il cronista di qualcosa che presto si renderà per tutti imperscrutabile. Veramente, se questo funzionasse a puntino, saremmo sul terreno solido di Maschera e d’Allegoria. Si capisce che non è così. Intanto, una osservazione: la volontà di ‘sparire’ del superstite non fa della sua scrittura qualcosa di friabile, un’ombra passiva, una scrittura ‘debole’. La ‘debolezza’ di Giani, qualcuno avrebbe dovuto riconoscerlo da prima (ma ormai quasi tutti lavorano in compartimenti stagni, la stessa separatezza disciplinare della letteratura moderna e contemporanea dalla letteratura generale ha finito col volgersi in perdita secca, e peggio ancora la sopravvalutazione delle ricerche isolate e distinte, falsa scienza coi paraocchi, ho conosciuto e visto premiare con la cattedra genti che conoscevano ogni variante di Jahier ma non avevano né avrebbero letto né Croce né Papini, appartenenti ad altre divisioni; e qui non c’era ancora la Gelmini, ma Berlinguer), vale, quella debolezza, o sensualità lieve e nervosa (Tecchi, l’amico di sempre, scrisse un suo bel racconto, Donna nervosa), come il sentimentalismo e la ‘bontà’ di Guido Gustavo Gozzano. I critici, da me depistati... Montale, almeno, aveva imparato la lezione e fattone tesoro.

Nel rileggere Slataper (anche il ‘mito’ che l’impegno di Giani gli stringe dattorno vale insieme da liberazione) mi ero chiesto che cosa sarebbe stato di uno Slataper che fosse nato invece a San Casciano o a Rignano sull’Arno o, per andare a pisciare in tanta neve, a Viareggio o a Marradi, uno le cui litanie sono infiorate di mòccoli. Sta di fatto che fu proprio Rosai a sentirsi indotto a modificare, e preziosamente mortificare, le sue memorie di guerra un poco troppo teppistiche, per aver letto i diarii di guerra di Stuparich. Quella scrittura raffrenata e tutta di chiarìa aveva dunque forza d’incamiciare energumeni. Questo più d’ogni altra cosa dispiacque, sospetto, al fascismo, quando, nel culmine ancora indeciso della seconda guerra, uscì di Giani il romanzo Ritorneranno (quattro edizioni bruciate in pochissimo tempo). Siete davvero convinti che questo sia il romanzo della ‘prima’ guerra europea? Nei suoi interni domestici o nelle sue battaglie senza alcun battaglismo in ogni pagina parla il presente, gli uomini e le donne, i padri, le madri, i ragazzi spediti a massacrare o ad essere massacrati (un tema più volte affacciatosi nelle pagine stuparichiane) della guerra ‘presente’. Un sabotaggio in guanti di piume, una controinformazione in ogni salottino di lettura, fra gli ‘allarmi’ che si moltiplicavano. In queste sovrapposizioni, in effetti inanalizzabili, sta la forza di Giani. La incerta, sovrammessa trinità adolescenziale della Grotta va incontro alla tragedia: due sprofondano, uno solo si salva. Ma è morto in quei morti, che seguitano a vivere in lui, “ebbe come un gusto di terra umida in bocca”. “Un giorno che egli, Lucio, [la pars disiecta di Giani], perduto l’appiglio stava precipitando, Renzo s’era piantato a pochi passi dall’abisso per fermarlo, e lo aveva accolto sul proprio petto [come, non posso non richiamarvici, una madre che allatta un bambino, o un uomo fatto che sul seno di ogni donna ricerca il seno dell’unica donna, intravista venendo alla luce]. Ora quella terra che sentiva sotto di sé, pareva a Lucio il petto di Renzo [Scipio? Carlo? il Carlo-Scipio?] che lo trattenesse ancora una volta sopra la morte”. Dunque, una trinità mal distinta, mal distinguibile, e la madre-grotta, la terra-vagina. Senza dire che una terna, o sacralmente trinità, si dibatte nel cuore vivo d’amore e d’odio di Trieste in parte danubiana, in parte italica, in parte slava; e la grotta che se ne mangia due può ben essere l’Orca della Guerra. L’epica, in cui pubblicamente s’ebbe riconoscenza quasi postuma la novella di Giani, non sostiene allegoria: l’epica è indivisa. Errò dunque Pancrazi nel sospettare una carenza d’arte. Il pittore che dipinge una scena còlta nel pieno del suo movimento imprime un turbine (La città che sale) non fissa con distacco una media ideale di esso. Lo facevano i vecchi fotografi, quelli col cavalletto e la banda nera sul capo, che ci stavano mezz’ora a fotografare il gruppo degli scolari, con la maestra, il direttore e il prete di minuto in minuto più irrequieti. “Che nessuno si muova... Fatto!”

Simone è dunque intera una sorpresa, rispetto allo Stuparich diciamo ‘ufficiale’ (quello che critici e lettori ambiscono ogni volta di vedere riconfermato, magari per poi bofonchiare che è sempre uguale a se stesso, o che non è più quello di prima, come accaduto a Pascoli, a Moravia e a Giacomo Puccini). Ne distoglie il vedervi una autobiografia ideale o una sorta di romanzo di fantascienza, per le parti nostre, ante litteram. Per quanto, per quanto; il 1952 vede l’esordio, sotto insegne mondadoriane, di Urania, prima rivista e poi collana di romanzi periodici, in Italia qualcosa di mai visto, se non forse i fumetti americani di Flash Gordon, importati da Nerbini nell’anteguerra e vivamente contrastati dalla pedagogia fascista. Certo, in Simone, vi è stato un turbine universale, una Atlantide superoceanica, una catena di atomiche e il mondo umano è arretrato a una condizione preadamitica – lèmuri, bucce d’ex-uomo – e disperata, definitiva. Ma gli uomini-macchina che sono subentrati e lo sorvegliano, nati senza conoscere donna, non sono delle ‘cose’ venute dallo spazio, dei ‘marziani’ o degli ‘ultracorpi’ (che poi valevano la paventata invasione dei comunisti, con armate o quinte colonne), come nella science-fiction d’allora, sono solo uomini al massimo grado di loro degradazione. Difficile distinguere i carcerieri e i boia delle esperienze umane che si erano potute credere ormai classificate e respinte, gli austriaci dei quali Giani fu prigioniero in cinque diversi campi di concentramento, i fascisti che lo avevano sbattuto, con la moglie ebrea e con la vecchia madre, nella orrenda Risiera di San Sabba (riuscì a salvarli il vescovo di Trieste), i nuovi vincitori e padroni fra i quali riesce inutile, disperato distinguere fra i sovietici, gli jugoslavi, o gli occupanti e ‘pacificatori’ inglesi. Simone incontra la sorte, starei per dire, di certi successivi romanzi del marchigiano, urbinate Volponi (La macchina mondiale, Corporale), del borgesiano Wilcock, dello stesso Vittorini delle Città del mondo, e del D’Arrigo inaspettatissimo del supremo Cima delle nobildonne, (lo so, lo so; troppo ricchi e fini per figurare bestsellers o peggio libri da leggersi a scuola, con queste professoresse!) o magari, su piano diverso, de La battaglia soda di Bianciardi, dove il Risorgimento italiano è insieme Nautilus, Dune (il pianeta) e Casa dei morti [Dostojevskij-Janáček: Brno 1930]. Stuparich fu anche riguardato come uno scrittore ‘del sì’; è lettura parziale, forse anche colpevole ai miei occhi, ma documentariamente sostenibile. Io parlerei piuttosto di scrittori con appoggio o privi di appoggio; Trieste? L’esordio di Simone pare una conferma ed è anche una trappola per i critici, con le sue stesse pre-eco leopardiane:

“Su questa panchina, che ho avuta la forza di considerare mia, dove niente più è nostro, guardo come il sole sfrangia le chiome d’alcuni vecchi platani. È cessato il palpito del mondo, cessata è la vita [‘passata è la tempesta’], la fertile ecara menzogna. La realtà è questa: che non siamo più vivi e che, già morti prima di morire, ognuno di noi attende per sè la morte individuale.”

In questo tritume di marmi e di vite indarno vissute, ogni sostegno mancato, Simone è il grido di uno che precipita nel vuoto e nel buio, girando, girando. Le linee di sopra avrebbe potuto scriverle Dante, risbattuto dal paradiso in una terra che non riconosce più sua. Abolito il mio (Il mio Carso...) l’uomo-fiera ha perduto i suoi denti (quei denti su cui inorridito si era fissato lo sguardo del reduce dalle trincere: “sotto l’elmetto gli occhi luccicavano febbrili: di tra le labbra aperte, secche, biancheggiavano i denti, non di una luce viva, ma come quella dei teschi”; un passo che aveva già turbato il Pancrazi). Stuparich, scomparendo nel 1961, non poteva incappare in momento meno favorevole alla sua sopravvivenza letteraria; la temperie nuova, sia sperimentale sia avanguardistica, lo esclude. Un fortuito ed effimero ritorno di fortuna si dovette, nel decennio successivo, al piccolo schermo tv, con conseguenti adozioni scolastiche; valse a richiamare in campo il suo libro più affettuoso, Un anno di scuola. Il regista, Giraldi, originario del Carso, era bravo e, caratteristicamente, il meglio della sua opera nasce dalla letteratura triestina (anche Quarantotti Gambini da lui filmato, e un altro triestino, Franco Vegliani, accanto al torinese Mario Soldati) o appartiene al blank world del Western all’italiana. Epica pura e transfert, richiamati in servizio gli pseudonimi (Bob Robertson, Stan Vance; per Franco Giraldi, Frank Garfield). Di Trieste era Kezich e tutti lo sanno, non tutti sanno forse che era anche lui un appassionato del Western. Ma Un anno di scuola è anche una prova del Giani più ‘protetto’ e sentimentalmente diretto, potrebbe essere anche un Moretti, un Bassani, una Marcella Olschki (Terza liceo 1939; il professore-eroe di quella storia cortese fu anche il mio professore di greco, venti anni dopo). Stuparich ne riesce rimpicciolito. Lo si prese sul serio e si chiuse il fascicolo. Lo so, lo so; non qui a Trieste, e a Trieste le cose si fanno bene o non si fanno. Ma essa è ormai, e nel bene e nel male, come la fortezza Bastiani difronte al deserto dei Tartari. O non se ne esce o se ne esce per morire. Nessuno vide, in Simone, che – dopo la caduta, il volo nel vuoto della grotta – Stuparich vi inaugurava, inascoltato, un filone che oggi non è una fine, ma un nuovo principio: il ritorno all’Apollineo (più in alto ho suggerito per via d’iperrealismo). Come è difficile sceverare fra gli adolescenti che Stuparich ama ed ammucchia, così, nel supremo libello di Nietzsche, non è sempre facile tener doppio registro fra apollineo e dionisiaco. Questo suggello riaperto farà sembrare Stuparich uno scrittore di domani.

 

***





Lughia, Cambio di rotta (part.), 2005


II

ALLEGRIA DI NAUFRAGI

 

Montescaglioso. La Basilicata, i sassi di Matera. Di Montescaglioso è uno scrittore senza fronzoli, Peppe Lomonaco, e un dono di CD da lui fattomi mi ha fatto conoscere musiche di Damiano D’Ambrosio, nato dalle medesime parti, che insegna da venti anni al Cherubini di Firenze. Peppe Lomonaco non dico sia stato una mia scoperta, ebbi solo ventura di conoscerlo, per caso (venne a trovare a Parma, quando vi risiedevo prigioniero, un mio vicino di pianerottolo, impegnato nella edilizia, e mi porsero una sua raccolta inedita di racconti materani, per la quale sùbito delirai scompisciandomi; Peppe ha un dono naturale, infallibile, di comicità disvelante, liberatoria) e la mia parte fu di incoraggiarlo. Ci siamo rivisti un paio di volte, non è detto che ci reincontriamo (per me un viaggio fino alla Basilicata equivale a un tragitto astrale fino al pianeta di Dune) ma lo scrittore è cresciuto in franchezza senza perdere il suo dono originario, prezioso di novellatore popolare. Non intendete il bardo d’osteria, il dialettale che trova unica forza nei suoi limiti. Peppe, nel suo parlare familiare, si serve della sua lingua, esotica ai miei orecchi come le voci di un bantu o di un cinese, ma (l’una cosa è funzione dell’altra) scrive una lingua italiana immune da mimetismi, dialettismi e solecisterie. Absit iniuria nomine, potrebb’essere un deamicis. Ah, però, quella istoria, forse una leggenda ipometropolitana, del re Vittoriemmanuele il terzio che arriva in visita e unica preoccupazione dei Beatificati è preparargli un micidiale cesso comodo che alla fin delle fini sbatte la merda sull’augusta e mostacciuta faccia. La si legge come il Tamburino sardo (il re, anche quello che sabaudescamente venne prima, ma il re è sempre il re, rimedia anche lì, con gianfordesca solennità, una figura di merda). Al Cherubini (due passi dalla Accademia del Davidde di Michelagnelo, un tempo anche dalla università in San Marco affronte del convento del Beato Angelico) imperversò legioni di pizzettiani, vi fu deriso il Dallapiccola profeta del dodecafonismo, vi ascoltai Gavazzeni, per la prima volta, eccitante nel presentare il Verdi di Toscanini, vi ascoltai Ugo Duse, musicologo intelligente e noiosissimo, (quasi un obbligo, una camicia di forza, per chi faccia la doccia all’università, anche allora) oggi si risente (e, a mio parere, si gode) di quella libertà di poter scegliere fra le tante eredità musicali lasciateci in consegna dagli antichi. Non costingetemi alla vassallata di dire: Schoenberg è antico. Siamo tutti figliuoli, questo sì, di Strawinsky, e di Picasso, ’sti nepoti del Cavalier Marino. Prendere il proprio bene (e trasformarlo) dovunque lo si ritrovi. A un disco il D’Ambrosio consegnò il suo Canto delle pietre, mi correggo: dei sassi, dei Sassi di Matèra, dove un recitante (in lingua materiale e in versione italiota) anticipa le successive stazioni di una orchestra compositivamente raffinata che, dopo un poco, riesci a dimenticare come tale e a consegnare alle sue forme vere: la musica per banda. Una meraviglia, le bande, sempre; in particolare quelle del sud, che davvero si trovano ad essere, spesso, le uniche occorrenze disponibili ‘in diretta’ delle voci della musica. La banda... ha anticipato questa nostra felice condizione di ascolto ‘alla pari’. Aggiungi che i sonatori della banda non lo fanno per professione, non fanno i lavativi col sindacato. Una volta (mi pare molte vite fa) ero con mio padre e un suo amico (un poco losco, catacombale; e giallo come il rigogolo) sotto il campanile di Giotto, fra il Battistero dalle belle porte, la massonicissima Misericordia (gli incappucciati neri) e la loggia del Bigallo; e fummo raggiunti dal suono, che si avvicinava dal fondo della via che mena alla Piazza dei Signori e a Palazzo Vecchio, della banda cittadina. Riconobbi (ero fresco dell’opera al Comunale, con Del Monaco e la Tebaldi) il “Dio terror della bufera, Dio sorriso della duna” della tempesta difronte a Cipro, prima che Otello vi sbarchi e lanci il suo magnetico “Esultate!”, e l’emozione fu tanta che mi misi a ridere come uno scemo. Mio padre colse l’occasione per farmi gli occhiacci alla Nino Bixio (da leggersi come tirabusciò) e darmi uno scappellotto. Ero la sua croce: sognava di aver prodotto, suo primogenito, un asso e gli era nato invece il due di briscola. Per questo ho scritto scappellotto ma avrei potuto anche scrivere mi diede una briscola. Ora, Lomonaco è come la banda: mette una matta allegria. State sicuri: non corre rischi d’esser pubblicato dagli Adelphi, che per meno di una shoha al mese non apron bottega. Mai macello riuscì più redditizio.

Questa allegria (che può farsi allegria di naufragi, che da Calabria a Giappone non mancano mai) è tanto proprietà costitutiva dell’epica prosa di Peppe che sono occorso in un buffo incidente, alla ricezione del suo ultimo libro (È stata una lunga giornata. Storia d’amore e di fabbrica Nell’autunno caldo del 1969. Romanzo). L’editore è di Montescaglioso (L’urlo del sole) e il costo è di 10 euro. Ogni pagina scritta ne vale almeno 100. Amici, ricevo libri di continuo; proprio mentre scrivo mi son dovuto interrompere per scendere dal postino che mi ha recato la più bella sorpresa: Il poeta giudice, scritti danteschi di Nino Borsellino, uno dei patriarchi ‘buoni’ della antica università, mio maestro ed amico. Aragno editore. Lo so, lo so; il solo nome di Dante vi mette in iscompiglio; e a dirvi: scritture su Dante vi piglia lo sturbo, chissà che Borsellino, questo straordinario affabulatore che ha traversato l’università senza macchiarsi le piume, non possa farvi ricredere. (Parentesi: quanto di narratore popolare c’è in Dante, tanto che entrò in proverbio presso le femminette che se lo mostravano a dito; e quanta banda c’è in quello squillare delle terzine andanti concatenate).

Buffo, dicevo, incidente: il romanzo di Peppe lo ebbi mentre ero sotto fino ai capelli in opere in scadenza, così gli diedi una prima scorsa aerea e gli mandai due righe dicendo: sempre te, sempre lieto e ridanciano.

Non l’ho più sentito e ci sarà rimasto male. Ché questa storia di fabbrica e amore è una storia, in quanto storia, tristissima. Due ragazzi, lei è malata di epilessia e si dissangua nel parto. Il marito-padre bambino muore in una settimana, in un incidente che tutto fa credere un suicidio. L’ultima pagina ci svela che a scriverne è il figlio. “Annina non c’è più. Io non ho più Annina. Annina è in una cassa di legno, sotterrata. Dopo il parto è resistita due giorni. Annina non è più con me. Io ora sono solo...” Fenesta ca lucive e mo nun luce. Ho un disco (vinile, graffiatissimo) dove il baritono Ettore Bastianini, astro degli anni Cinquanta, ammalato di cancro, canta, sul piede di partire dal Giappone dov’era in tournée, questa magnifica, luttuosa canzone. Non è esprimibile come negro suona: “mo duorme co li muerte addormentata”.

 

 

III

 

Per una scommessa con Bárberi Squarotti, traversai un mio periodo verghiano, fu come quando la cavalleria fu appiedata e spedita nelle trincee. Ma furono le trincee a vincere la guerra. Anch’io dovetti perderla, dopo eroica resistenza. Almeno riscoprii, per me, l’ultimo, cinico Verga, puro e disposto ai tavolini catanesi e al saluto romano. Mi chiesi come dovessero sonare i Malavoglia. In essi (scrissi) anche i silenzii urlano. Avevo in mente il capolavoro maudit di Visconti, La terra trema. I comunisti glie lo avevano commissionato ma in corso d’opera, orecchi fini!, si ritirarono. Visconti è stato tanto esaltato quanto malinteso. Bisognerebbe vederlo sempre di séguito, tutto; come quando certi festival estivi fanno ascoltare tutte le sinfonie di Beethoven dall’alba al tramonto. Con Visconti sarebbe come programmare, anzi, un tutto Mahler, ci vorranno un giorno una notte e la mattina dipoi. Del resto il bravo direttore Kuhn sta preparando un Ring wagneriano da concentrare in una tazza sola. Per ascoltar la musica ci vorrà d’ora innanzi un culo che resista. Honny soit qui mal y pense! Eppure, fuochino focherello fuoco, zac!, se fossi musicista, rileggerei le storie di Padron ’Ntoni con la banda di Montescaglioso. Se il Damiano ci stesse, gli farei veder come.

 

 

 

 




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