LUOGO COMUNE
ANTOLOGIE IN VERSI
Poeti dopo
la catastrofe, attraverso
gli ‘anni Zero’


      
Un esame di due recenti pubblicazioni antologiche: la prima dell’editore milanese D’Ambrosio, curata da Alfonso Malinconico e Francesco Muzzioli, è imperniata sul concetto della ‘catamodernità’ come fine sia dell’arte borghese sia dell’antagonismo dell’avanguardia. La seconda, uscita sulla rivista “L’illuminista” a cura di Vincenzo Ostuni, si dedica a inventariare “Gli esordienti del primo decennio” del XXI secolo. Minimo comun denominatore, per entrambe le raccolte: il desiderio imprescindibile di raccontarsi, in un panorama epocale dissestato idealmente, culturalmente, socialmente e politicamente. Scrivere senza più punti di riferimento e dubitando di avere alle spalle una storia.
      



      

di Francesca Fiorletta

 

 

Nel 2011 sono state ufficialmente presentate al pubblico due esemplari raccolte antologiche, che fanno riferimento alla produzione poetica italiana dell'ultimo decennio, mettendo in evidenza la relativa diffrazione del canone stilistico e ontologico del dato letterario odierno, con particolare attenzione alla sostanziale metempsicosi del rigore critico e cognitivo ad esso correlato.

 

La catastrofe della modernità, la modernità della catastrofe. Antologia di scritture anomale della generazione saltata, a cura di Alfonso Malinconico, è stata pubblicata nel 2009 dall’editore milanese Fabio D’Ambrosio, con il commento e la scelta dei testi di Francesco Muzzioli, e la traduzione in inglese di Anthony Robbins.

Oltre ad essere fruibile in versione bilingue, per l’appunto, la raccolta in questione, risultante da un’accurata cernita poetica, operata dall’associazione culturale campana Franco Cavallo, presenta un’ampia panoramica di immagini fotografiche e di interventi pittorici, a cura, rispettivamente, di Camilla Sacerdoti e Andrea Gaffuri; 

Immediata risalta, infatti, l’iconografica parodizzazione del meccanismo consumistico patinato, messa in atto, con insolito e sapiente gusto, nei confronti dell’esasperante circo(lo) pubblicitario dei mass-media, i quali non sembrano smettere di (dis)orientarsi, ormai, ostinatamente, tra lo sperpero di uno smaccato erotismo di facciata e la più qualunquistica delle rassicurazioni merceologiche.

Il palesato progetto, dunque, che soggiace alla stesura di questo corpus polisemantico, in nuce variegato e programmaticamente disomogeneo, è il tentativo di espletamento del bisogno critico e ideologico, ormai divenuto improrogabile, di attuare una seria e autocosciente ricerca, storica e terminologica, circa il significato profondo della fenomenologia delle avanguardie contemporanee.

Costituitasi quale «risposta dell’arte alla società borghese e al predominio della mentalità utilitaria e mercantile», come spiega lo stesso Francesco Muzzioli, l’alternativa antagonistica dell’avanguardia odierna «è chiamata a svilupparsi, oltre che a livello propriamente estetico, con il rifiuto dei canoni, dei modelli e dei generi tradizionali» vigenti, a tenere ben salda la sua congeniale «opposizione al “senso comune”, al grado medio, al banale» pullulanti nella letterarietà corriva, per portare invece «alle estreme conseguenze i caratteri della modernità, lo spirito critico e l’ermeneutica del sospetto», proprie di una radicale trasformazione degli statuti gnoseologici, già troppo lungamente dibattuti, della netta giustapposizione fra significante e significato.

In una diffratta congerie politica e culturale, sconquassata, fin nel quotidiano, da numerosi antecedenti fallimentari, e perciò irrimediabilmente tendente verso un “basso” idiosincratico, economico e sostanziale, risulta dunque indispensabile, ora più che mai, ripensare un’epistemologia di contatto con almeno alcuni tra gli artisti più significativi della nostra epoca, anagraficamente berlusconiana, oltranzista ormai per professione di fede, solo evocativamente generazionale.

«L’aspetto comune ai refrattari alla omologazione è la consapevolezza che l’esperienza non può da sola farsi poesia, non può insomma sic et simpliciter trasferirsi in verso (come credono invece i bardi bradi dell’epoca postletteraria): l’esperienza già da sé non esiste senza il linguaggio e quindi è attraverso il linguaggio e le sue tecniche che deve essere ripensata e messa in comune, pena il decadere a pretesa esibizionistica ed egocentrica».





Su queste basi, posa e prospera il dirimente criterio paradigmatico adottato da Francesco Muzzioli nella scelta degli autori qui antologizzati, ciascuno sapientemente valorizzato a seconda delle proprie poetiche peculirità, espositive e contenutistiche, ma tutti sotanzialmente osservabili, e perciò analiticamente osservati, attraverso l’impietosa lente della critica testuale, allo scopo precipuo di mettere adeguatamente a fuoco gli strumenti retorici e i procedimenti allegorici che pertengono al bagaglio, conoscitivo e performativo, di ognuno di essi.

Ironici e spiazzanti, gli intermezzi poetici dello stesso curatore dell’opera, che non lesina di disseminare, fra le eccentriche pagine del volume, oltre ad un sapiente approfondimento teorico, anche sardonici divertissement linguistici e gorghi semantici dalla spiccata valenza, ancora una volta, politicamente critica e quasi socialmente motteggiante.

 

abito arcigno attira a sé l'artiglio

bramito di beone è bolsa bussola

calido clima cucurbita cuoce

destri demoni diroccano duomi

estri elusi emettono emulsioni

falle di freni in fuga – freghi franti

gorghi granitici già gambi guasti

hanno nell’hard homework più d’un huée

istrice irsuto implica ictus isterico

lancia lazo libidinosa lizza

manda malanni chi mastica merda

nodo negato si nebulizza in nembi

ottuso ostacola eppure odia orchi

prediche prone producono fiati

questione di quisquilia qua è querela

rospi risputano – restano rigidi

su staffe squilibrate sudor sordo

temporaneo tracollo in testa è ticchio

urgenza d’ululato urtica uncini

venti viola – da voraci – vaniscono

zeppi di zeri in zona: zelo ha zanne

 

 

“l’alfabeto dei disturbi”

Francesco Muzzioli

 

 

Interessante anche notare, a questo punto, come le voci qui raccolte ribadiscano una certa speculare, forse troppo spesso rara, parità di genere, tra la presenza maschile e quella femminile degli autori chiamati in causa, in un panorama artistico generalmente sbilenco e mai troppo egualitario.

Troviamo così, nel gineceo poetico sperimentale, in ordine di apparizione:

Tiziana Colusso, coi suoi versi “formato viaggio”, Sara Davidovics, che traspone sulla pagina le più arieggiate architetture del corpo, Florinda Fusco, quasi misterica nel suo sperimentalismo “automatico” ed evanescente, e Lidia Riviello, autrice di una fervida e libertaria “parodia del reale”.

 

 

Per non rimanere indietro,

per fare presto,

la donna concepiva al Mac Donalds

alzando tutti i suoi averi

al grado 0.

Dicevano i consumatori:

è tutto consentito, lecito.

Il fatto è di donnamoderna, la femmina è in piena,

morbida, contemporanea e regolare privacy.

E nella privacy si consumava tutto il fatto.

Solo, raccomandavano alcuni

abitanti del quartiere accanto al M. D.

“qui si prega... non eccedete col neon”

 

 

“Direzioni ma anche perdita di zona” 

Lidia Riviello

 

 

Mescidata, e in alternanza, ovviamente, l’autorialità machile:

Michele Fianco, nel suo dialogo inesausto con un “tu” flessibile e continuamente relativizzato, Marco Giovenale, che volatilizza il soggetto, rifrangendolo in continue immagini allegoriche, Federico Scaramuccia, in perpetua “critica tra il passato nobile della forma e il presente volgare del contenuto”, e, infine, Vincenzo Ostuni, i cui versi autoriflessivi e “a trazione sineddotica” spostano il baricentro dell’esperienza corale verso la pulsione dubitativa del soggetto stesso.

 

 

«Di noi, qua noi, allora – è un'ironia – teniamoci stretta la cornice circolare,

il grosso buco con poco o niente intorno

(laddove il poco, il niente è il vero – comunque l’unico – tutto).

Teniamoci i mezzi giudizi, le storie appese, i miei e i tuoi tarli, le istruzioni

                 mal tradotte in troppe lingue (meglio abbondare);

conserviamoci per noi il dire,

per come già è; teniamoci il fare»

 

 

“Short message service”

(a M. G.)

 

 

***

 

Proprio Vincenzo Ostuni, peraltro, è il curatore dell’antologia Poeti degli anni Zero. Gli esordienti del primo decennio, pubblicata nel dicembre del 2010, in occasione del decennale de L’illuminista, il quadrimestrale di cultura contemporanea diretto da Walter Pedullà, per le Edizioni Ponte Sisto.

La raccolta presenta una variegata schiera di tredici poeti, introdotti da una nota del selezionatore e chiosati da una breve dichiarazione, di volta in volta, firmata dagli artisti stessi, poi contestualizzati in un essenziale excursus critico-biografico, che reca, tra le altre, pur tutte di spicco nel panorama culturale contemporaneo, le firme di Andrea Cortellessa e di Cecilia Bello Minciacchi.

Nella nota introduttiva, significativamente titolata Poesia fuori del sé, poesia fuori di sé, lo stesso Vincenzo Ostuni spiega che la scelta della campionatura poetica ha volutamente privilegiato quegli «autori che si possono giudicare, fatta la debita tara della “sottoboschività” connaturata alla nostra poesia, compiutamente emersi negli anni Duemila e non prima: autori che nel decennio appena trascorso siano stati oggetto per la prima volta di un’attenzione critica relativamente diffusa e abbiano pubblicato i loro primi libri importanti».





Criteri passibili d’esclusione, invece, sono stati l'eccessivo sbandieramento dell’“epigonismo lirico” apparentemente redivivo nel panorama poetico contemporaneo, e la modaiola, ultra-moderna “sopravvalutazione della performance”, sia in campo autoriale che strettamente metodologico.

I nomi qui raccolti, quindi, spaziano dalla prosaicità multifocale di Gherardo Bortolotti alle “invarianti semantiche” di Laura Pugno, dalla “commistione fra politica e biografia” di Andrea Inglese alla potenza allegorica dei versi di Sara Ventroni, dalla coerenza classicheggiante di Maria Grazia Calandrone alla “lineare composizionalità” di Michele Zaffarano, ma fanno tutti espresso riferimento ad uno stile poetico che può dirsi “di ricerca”.

La definizione riportata è quella di Paolo Zublena, in collaborazione con Enrico Testa, compatti nell’identificare una sorta di prossimità di codici ontologici, teorici ed espressivi, nella produzione artistica di autori versatili e spesso anche ben differenziati tra loro.

«Le basi extralinguistiche di queste configurazioni testuali restano per tutti la tendenza alla disidentificazione della soggettività espressa nel testo poetico, e insieme l’opacità e quasi la resistenza del referente-mondo a costituirsi in un senso lineare: orizzonte postlirico che si contrappone a un mai domo e anzi ritornante lirismo, la cui natura difensiva prevede anche il rifugio nelle certezze della sintassi e della testualità tradizionali».

Ci troviamo, quindi, al cospetto di una cernita critica ben precisa, orientata alla valorizzazione di artisti che sappiano riversare la loro modernissima esperienza, eteroclita e socializzata, anche in campi extratestuali, a discapito di una certa oppressione claustrofobica imposta dallo stolido rigore metrico del verso scritto.

Anche tra i “poeti degli Anni Zero”, infine, assistiamo ad una quasi sostanziale compresenza di voci maschili e femminili, oltre che alla riconferma di due già conclamate luci “catamoderne”, quali Marco Giovenale e Lidia Riviello.

C’è, dunque, tra gli esordienti del primo decennio, la mediazione linguistica di Gian Maria Annovi, accanto alla sensualità “notomizzata” di Elisa Biagini; “l’esorcismo filosofico della scrittura” di Giovanna Frene, insieme all’“attitudine brachilogica e concettuale” di Giulio Marzaioli, e alla “dizione orientata al mondo” di Massimo Sannelli.

 

Minimo comun denominatore, per entrambe le antologie: il desiderio imprescindibile di raccontarsi, di comunicare esperienze gnoseologiche e agnostiche, di sopperire alla caducità soporifera di questo precario, deprivato, fatalmente defraudato nuovo millennio delle arti e dei mestieri, con la polifonia di una narrazione sincretica, criticamente disambiguata, quanto più possibilmente oggettivante e, per così dire, fisiologicamente anti-lirica.

 

 

Le vere storie non sappiamo dirle,

le storie che ci riguardano,

possiamo dirle in rari momenti,

a pochissime persone,

non è che ci manchi la forza,

è che non c’è nessuna possibilità di ascolto,

noi stessi, raccontandole, non saremmo

in grado di ascoltarci,

 

in una storia ci sono poi tutti i mali,

che non tornano mai assieme nel ricordo,

c’è sempre un male più antico,

un male che rimane arretrato, in ombra,

 

poi in una storia ci sono tutti i beni,

quelli corposi e quelli sottili,

e tutti questi beni sono osceni,

a convocarli insieme abbiamo vergogna,

quanta gioia ha attraversato la nostra vita:

questo deve rimanere segreto

 

 

nella nostra storia poi le menzogne

sono mescolate ai beni e ai mali,

le menzogne hanno già mutato

i mali in beni e i beni in mali,

a tal punto che tutto è compiutamente confuso

e forse, finalmente, raccontabile,

a quei pochissimi che, incontrati per caso,

avanzano con una loro richiesta,

vogliono davvero sapere,

se dietro a noi c’è una storia.

 

 

Un inedito

Andrea Inglese

 

 

 

 




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