LUOGO COMUNE
POLITICHE EDITORIALI
A chi giova la Legge ‘Levi’ sullo sconto dei libri?


      
Dall’1 settembre è in vigore un nuovo testo legislativo che intende disciplinare il prezzo del libro, fissando anche (al 15 per cento) il tetto massimo per scontare i volumi, pure quelli venduti per corrispondenza ovvero attraverso le librerie on-line. Su tale misura (che, però, ha molte variabili e articolazioni nelle sue pieghe) si è accesa una bagarre che ha coinvolto editori e librai, ma soprattutto molti lettori che hanno alimentato una vasta discussione e un acceso contraddittorio su blog, forum e social network. Secondo alcuni ricercatori si tratta di un provvedimento anti-liberista che danneggia sia gli imprenditori e i distributori sia gli acquirenti dei libri. Ma sarà, poi, proprio così? Intanto, la vendita degli e-book – che è in progressiva crescita – non è soggetta a tale normativa.
      



      

di Fabio Mercanti

 

Il primo settembre è entrata in vigore quella che ormai è conosciuta come legge Levi, dal nome del primo firmatario Riccardo Franco Levi, deputato del Partito Democratico. Approvata definitivamente lo scorso 20 luglio dal Senato della Repubblica, con questa legge si vuole disciplinare il prezzo del libro, il quale rimane comunque «liberamente fissato dall’editore o dall’importatore», ma al quale si può applicare uno sconto massimo del 15% (art. 2 comma 2). Ciò riguarda anche libri venduti per corrispondenza ovvero attraverso librerie on-line. È però prevista la possibilità che lo sconto arrivi fino al 25% solo nel caso rientri in una campagna promozionale dell’editore di durata massima di un mese e non contemporanea ad altre promozioni dello stesso, tenendo conto che i venditori al dettaglio hanno la facoltà di non aderire a tali promozioni. La possibilità di uno sconto maggiorato del 10% non può realizzarsi nel mese di dicembre, mese in cui si vendono più libri, e ogni editore può lanciare una sola promozione all’anno. Esenti da questa normativa sono i libri per bibliofili («tiratura limitata e alta qualità formale e tipografica»), libri d’arte («intesi come quelli stampati, anche parzialmente, con metodi artigianali per la riproduzione delle opere artistiche, quelli con illustrazioni eseguite direttamente a mano e quelli che sono rilegati in forma artigianale»), libri antichi e di edizioni esaurite, libri usati, libri posti fuori catalogo dall’editore e i libri pubblicati da almeno venti mesi e dopo che siano trascorsi almeno sei mesi da quando la libreria ne ha effettuato l’ultimo acquisto. Collane e grandi opere possono avere un prezzo diverso dalla somma dei prezzi dei singoli volumi. Lo sconto sui libri può arrivare a un massimo del 20% in occasione di manifestazioni e «in favore di organizzazioni non lucrative di utilità sociale, centri di formazione legalmente riconosciuti, istituzioni o centri con finalità scientifiche o di ricerca, biblioteche,archivi e musei pubblici, istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, educative e università».[i]

 

Una legge di questo tipo non poteva che scatenare una gran discussione con detrattori e sostenitori, e tra questi editori e librai e soprattutto lettori che ormai sempre di più si danno appuntamento su blog, forum e social network per discutere della loro passione per i libri. E proprio loro si sentono i più penalizzati dalla legge. Non più megasconti e non più eterne promozioni significa fine delle scorte di libri, senza l’alternativa di potersi rivolgere unicamente ai colossi dell’e-commerce librario, anche loro soggetti interessati dalla legge, e restare così con l’incubo di dover acquistare meno libri di quanti si riescano a leggere, per ragioni puramente di economia domestica.

Con le animate perplessità dei lettori si confrontano le voci di alcuni piccoli editori indipendenti italiani sotto il nome collettivo di Mulini a vento[ii] (Donzelli, Instar libri, Iperborea, La Nuova Frontiera, minimum fax, nottetempo, Voland) che cercano di spiegare gli aspetti positivi di una legge che hanno voluto e sostenuto, e più in generale portano avanti un discorso e delle proposte di sensibilizzazione riguardo le politiche legislative e di prezzo dei libri confrontandole con quelle adottate da altri paesi come Francia, Germania e Spagna dove il prezzo è fisso e lo sconto, dove possibile, è decisamente più contenuto che in Italia. La riforma è approvata anche da molti librai indipendenti che faticano a sopravvivere in una realtà che vede il libro venduto ovunque con sconti che loro difficilmente possono offrire. Tanto che uno dei punti con i quali viene difesa la legge è appunto la volontà di tutelare questa categoria di lavoratori.

Cerchiamo allora di capire le potenzialità della legge Levi. Per come è impostata non sembra portare a una rivoluzione in campo editoriale e distributivo poiché un editore, che continua a essere colui che decide il prezzo di copertina, può comunque organizzare campagne di sconti fino al 25% per 11 mesi l’anno e solo una volta al mese e offrire per il resto sconti fino al 15%. Una libertà di sconto non indifferente e bisogna ricordare che i titoli fuori catalogo (che sono molti in tempi di rapida obsolescenza dei titoli) non sono soggetti alle  nuove norme. Non vengono quindi negati gli sconti (o limitati a un esiguo 5% come in Francia), ma si cerca piuttosto di  riequilibrarne le ampie possibilità offerte soprattutto dalle librerie on-line e dalla grande distribuzione organizzata. Così colossi come Amazon o Ibs hanno lanciato grandi campagne di sconti fino al 31 agosto e sono diventati, agli occhi di molti lettori indignati, i paladini del “libro accessibile” tanto che la legge è stata soprannominata anti-Amazon e il popolo del web invita a comprare libri on-line, con il risultato che per andare contro una legge giudicata ingiusta si va contro gli interessi di chi questa legge vorrebbe salvaguardare: librerie e editori indipendenti. I quali, a loro volta, nutrono comunque delle perplessità sul successo della riforma in tal senso, e dal portale dei Mulini a vento si legge che «questa non è la legge che volevamo, ma volevamo una legge e questa è la migliore che potevamo ottenere». Insomma, sembra più un compromesso che una decisa presa di posizione che porti a una svolta.





Carlo Lorenzetti, dalla mostra Carte e Libri d'artista, 1976-2010 (Roma, 2011)


Una piccola contraddizione la si può trovare anche nel mondo dei lettori forti e fortissimi. Facendo appello all’incontestabile diritto alla cultura e al portafogli (diminuzione degli sconti = costi maggiori e quindi meno libri acquistati), si sottovaluta l’impegno per un nuovo equilibrio tra le parti e anche in favore della tanto agognata bibliodiversità e contro quella “fabbrica” di titoli tutti uguali tra loro, di breve vita e valore, svenduti pochi giorni dopo la loro entrata sul mercato. E quello che ne consegue: omologazione del gusto, visibilità solo per pochi megagruppi, letteratura di qualità sempre più rara, grandi librerie self-service che tagliano sul personale (che molti vorrebbero più preparato) e che vantano sconti da capogiro su prezzi spesso gonfiati. E gli sconti, come si sa, piacciono. D’altro canto, è naturale chiedersi, se questo “impegno” a favore dei più deboli non nasconda un interesse proprio dei grandi gruppi editoriali, che spesso sono anche titolari di grandi catene e società di distribuzione, a tutelarsi nella guerra contro i colossi dell’e-commerce. Ed ecco che torna il compromesso, per quanto volto a un equilibrio.

 

La legge riaccende inoltre un altro dibattito che deve tener conto di ciò che il libro è in tutte le sue possibilità. L’Istituto Bruno Leoni – centro studi e ricerche di stampo liberista – ha lanciato un appello[iii] al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affinché non firmi la legge Levi con tanto di raccolta firme su Chicago blog, il loro blog di riferimento. «La nostra Costituzione» citando direttamente dalla lettera  «riconosce il diritto alla libera iniziativa economica privata, comprimibile dal legislatore solo per fini sociali, da intendersi, secondo consolidata giurisprudenza costituzionale, come inerenti a quei settori in cui, data la particolarità o la scarsità del bene, un regime di libero mercato non riuscirebbe a garantire un’esistenza dignitosa a tutti i cittadini, a prescindere dalle loro condizioni». Pertanto, dato il  presupposto che la libera iniziativa economica privata possa essere contenuta «solo per fini sociali» e riguardo a beni di prima necessità particolari o non disponibili in grandi quantità, il “mondo del libro” non sarebbe uno di questi settori, data la grandissima quantità di titoli pubblicati ogni mese, poiché il libro-oggetto  è un prodotto industriale (e quello elettronico è ancora più facilmente “riproducibile”) e non è tanto vitale quanto cibo e medicine. Ma bisognerebbe soffermarsi di più sulla particolarità del bene: oggetto e contenuto intellettuale, quindi con un valore e un ruolo sociale. Senza cercare di dire con quale editoria la vita dei cittadini sarebbe più dignitosa, indubbiamente con molte editorie si dimostra varietà e vitalità culturale, creativa e civile.  Ovvio presupposto delle nostre società.

Secondo l’IBL inoltre la legge non sarebbe giustificabile nemmeno con ragioni culturali: perché mai limitare gli sconti e scoraggiare l’acquisto di libri se si vuole che la gente legga? Nessun sostanziale vantaggio, per piccoli librai ed editori che, anzi, si trovano incatenati in un sistema di limitazioni quando invece dovrebbero essere liberi di adottare diverse soluzioni di vendita e promozione.

 

Mentre in Italia entrava in vigore la legge Levi, sul quotidiano francese Le Monde, usciva un articolo di Olivier Bétourné[iv] – presidente della casa editrice Seuil – facente riferimento a uno studio francese commissionato dal Syndicat de la librairie française e dal ministero della cultura, che richiama l’attenzione sulla difficile situazione delle librerie indipendenti in Francia[v]. Proprio quella Francia che dal 1981 con la legge Lang ha deciso che i libri potevano essere scontati per un massimo del 5% del prezzo di copertina deciso dall’editore, vive un calo progressivo delle vendite in libreria negli ultimi anni (in particolare -2,5% nel 2009 e -3% nel 2010) che ha le sue cause sia nella grande distribuzione che nell’e-commerce. Libreria o PC? L’importante, come sempre, è che il dibattito non si esaurisca tra la sfrontatezza del “compro tutto on-line” perché si vuole fare un grande balzo da ciò che si giudica come vecchio, e la nostalgia di chi vorrebbe solo piccole librerie con personale decisamente competente.

A questo punto ci si chiede se realmente la legge Levi porterà a un calo delle vendite e della lettura  e nello stesso tempo come possa salvare le sorti delle librerie indipendenti e magari anche dei piccoli editori, per quanto abbia alla base l’intento di mantenere un equilibrio. Intanto, mentre i lettori la criticano perché indebolisce il portafogli e alcuni editori e librai perché permette ancora sconti troppo alti, l’e-book – pur vendendo ancora relativamente poco e avendo l’Iva al 20% (contro il 4% del libro cartaceo) – non è soggetto a questa legge. Nel nostro paese, dove si legge tradizionalmente poco, probabilmente continueranno a farlo sempre gli stessi con valori costanti e come sempre si dovranno trovare soluzioni più o meno efficaci per promuovere la lettura. Aspettiamo qualche numero concreto  per capire se e come ha inciso questa legge e quali scenari si potranno aprire. [vi]

 

 

 

 

 

 

 



[vi] Qualche link per approfondire: http://www.kindleitalia.com/la-legge-levi-e-liva-sugli-ebook-intervista-al-deputato-levi-2379/ (intervista al deputato Levi); http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10531 (confronto tra Levi e il direttore dell’IBL Alberto Mingardi);

http://www.giornaledellalibreria.it/LinkClick.aspx?fileticket=DiZeUFTYhX8%3D&tabid=2519 (studio sul mercato del libro di Nielsen Bookscan Italia – 13 maggio 2011).




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