Il Premio
letterario Energheia (giunto
alla XVII edizione), promosso
dall’omonima Associazione Culturale di Matera, ha tra i suoi comparti la
sezione narrativa telematica “I brevissimi di Energheia – Domenico Bia”,
che quest’anno aveva come tema “L’avarizia” e che era gemellata con
la web-review retididedalus.it, la rivista on line del Sindacato
Nazionale Scrittori.
www.energheia.org - energheia@energheia.org
I
brevissimi è un premio a tema, molto breve ‒ max 4000 battute
‒, che si svolge interamente on line, dalla scrittura alla lettura, sino
alla indicazione dei dieci racconti più votati, pubblicati sul sito dell’Associazione
Energheia e sulle Reti di Dedalus.
I temi oggetto
della competizione, negli anni passati, hanno riguardato i cinque sensi. Nell’ordine
(il viola, gli odori, il gusto, sfiorare, suoni, e il sesto senso).
Esauriti i cinque sensi, gli scrittori si sono cimentati sulle virtù cardinali:
(la temperanza, la forza, la
prudenza e la giustizia). Dallo scorso anno sui sette peccati
capitali, con la lussuria e quest’anno
sull’avarizia.
Elenco
finalisti “I brevissimi di Energheia – Domenico Bia” 2011, sul tema
dell’Avarizia:
1. Luigi d’oro - Davide Risso – Alba (CN)
2. Le linee nere – Claudia Bertolè – Torino
3. Una notte – Silvia Mencarelli – Pistoia
Premio D. Bia (assegnato
dall’associazione Energheia)
Testa piena, animo vuoto – Alessandro
Padovani – Pedavena (BL)
Gli altri finalisti: (In
ordine alfabetico)
La mia avarizia – Bruno Bianco
– Montegrosso d’Asti (AT)
Il Juke box di Tirana – Corrado Dal
Maso – Roma
Corindone – Nicolò Petrelli
– Montelupone (MC)
Un amore di badante – Silvia
Stucchi – Antegnate (BG)
Petunia – Marianna Tumeo
– Civita Castellana (VT)
L’avarizia – Marina Turano –
Roma
******
Testa piena, animo vuoto
di Alessandro Padovani – Pedavena (BL)
Ho passato la
mia vita a studiare. Non me ne pento, lo dico con serenità.
Oggi sono
vecchio, stanco, artritico, deluso e cinico, ma pensate: tra tutte, la mia più
grande sofferenza è quella di leggere con fatica.
Ho letto
biblioteche, librerie intere. Filosofia, storia, economia, politica, narrativa,
gialli, romanzi. Leggevo tutto quello che mi passava sotto mano, senza
pregiudizi. Non giudicavo un libro dal titolo o dalla copertina, io leggevo
tutto, ogni cosa. Io avevo fame di libri.
Certo, alcuni
possono essere più gustosi, ma io avevo fame, non mi importava quale fosse il
piatto. La mia era ingordigia, una passione ai confini del maniacale. Il mio
era un bisogno di colmare un vuoto che sentivo dentro, e che solo la
letteratura poteva riempire. Chiamatela come volete: pazzia, malattia,
fissazione, ma io avevo fame di libri, una di quelle che non vengono mai
soddisfatte, ma chiedono ancora, e ancora.
Ho passato la
mia vita a studiare. Non me ne pento, lo dico con serenità.
Avrei voluto
vivere di più per conoscere più cose. Avere più tempo, leggere di più,
esplorare di più. Come Odisseo, superare i limiti dell’umano.
Se l’intelletto
ha dei limiti, io penso di averli raggiunti. Non dico affatto di sapere ogni
cosa, sarebbe oltre che superbo, pure impossibile. La mia conoscenza è una
briciola nell’universo in confronto alla mia ignoranza, lo diceva anche
Socrate. Però mi sembra così inutile sapere tutte queste cose per perderle
così, in un attimo. Perché l’uomo ha potenzialità illimitate e limiti così
rigorosi? Mi piacerebbe saperlo, ma non ho abbastanza tempo per scoprirlo.
Il tempo ha fregato
tutti i pensatori; quando stavano per arrivare ad una conclusione sensata, è
arrivata invece la conclusione della loro vita. Se potessi esprimere un
desiderio, chiederei di avere più tempo.
Ho passato la
mia vita a studiare. Non me ne pento, lo dico con serenità.
Io non ho mai
insegnato. Non ho mai pubblicato un libro. Non ho nemmeno mai fatto ripetizioni
o scritto un articolo.
Il problema è
che sono possessivo, avido, avaro dei miei pensieri e delle mie conoscenze. So
cosa state pensando: “questo è proprio un cinico bastardo pieno di sé”. Il
problema è che avete ragione. Lo ammetto, sono consapevole di questo. Ma dirlo
non cambierà la mia natura, io semplicemente la accetto. Ho passato tutta la
vita a conoscere nuove teorie, a comprendere nuove visioni, a rielaborare nuovi
punti di vista; ma io lo ho fatto per me, non per l’umanità.
A me,
dell’umanità, non ne è mai fregato un accidente. Sono un cinico bastardo con un
ego spropositato, lo so, ma non riesco a trovarci qualcosa di malvagio. Forse
c’è, ma io non riesco a vederlo.
Vorrei dirvi che
mi dispiace, ma non ci riesco proprio. Perché l’uomo deve pensare agli altri?
Ognuno per sé, Dio per tutti. Ognuno è padrone della propria vita e dei propri
pensieri. Io la mia conoscenza me la sono costruita con fatica, mattone su
mattone, ed è troppo preziosa per regalarla all’umanità. Cosa ha fatto lei per
me?
Ho passato la
mia vita a studiare. Non me ne pento, lo dico con serenità.
Il problema è
che ha un certo punto ti senti come se ciò che avessi guadagnato, conquistato
con fatica, non servisse più a nulla. Io ho letto, ho studiato, ma non ho
nulla. Seduto sulla scrivania, mentre scrivo questa lettera, mi sento povero,
derubato di me stesso. Tutto quello che mi sembrava così prezioso, oggi non ha
alcun valore. Insegnerei, scriverei, urlerei ciò che ho nella testa. Ma ormai è
troppo tardi, sono vecchio. Ho accumulato provviste per un viaggio che sta per
terminare.
Ho passato la
mia vita a studiare.
Testa piena,
animo vuoto; questo è quel che mi rimane.
***
Luigi d’oro
di
Davide Risso – Alba (CN)
Il cielo era di un blu così profondo e intenso che
quelle piccole strisce bianche davano l’impressione
d’essere schiuma di onde sospinte dal vento. La testa
di Edmond era però così colma che, se avesse
prestato attenzione a quei piccoli particolari,
sarebbero senza dubbio straripati. Passeggiò su e giù per il Pont Nèuf più
volte, senza nemmeno curarsi della Garonna che, parecchi metri sotto di lui,
continuava ad accatastare legna lungo i piloni. Le mani agitate smisero di
tremare, quando finalmente trovarono l’oggetto tanto ricercato: il portamonete
di pelle. “Maledetta Sophie”, pensò “ripagare con così pochi spiccioli il mio duro
lavoro”. Se Dàvid, Richard o qualche altro amico si fosse trovato nei dintorni,
sicuramente egli avrebbe iniziato con la solita spiegazione di quanto duro
fosse fare il pane. A cominciare dall’impasto, le proporzioni giuste fino al
milligrammo, il tempo di riposo, la grande manualità e la pazienza nel
rispettare i tempi. Tutto ciò, per pochi spiccioli. Il borsellino, riempito
fino all’orlo, faticò ad aprirsi. La luce del sole fece scintillare così
vistosamente le monetine che per poco Edmond non ne venne abbagliato. “Al
panificio ho vitto gratuito, una stanza tutta mia e il forno mi risparmia il riscaldamento”,
diceva con il petto gonfio a tutti.
Con questo, e mille altri sotterfugi, Edmond riuscì
ad accumulare un’ampia somma, che mai si sarebbe azzardato a spendere. Quando
spinse, non senza sforzi, gli ultimi guadagni nel borsellino, una monetina ne balzò
fuori. Vedendo che si trattava di un piccolo e misero liard di rame, sorrise e
lo scagliò con tutte le forze nel fiume che bagna Tolosa.
Nicolino conosceva il mare meglio di dieci comandanti
della marina messi insieme. Sarebbe stato in grado di riconoscere una tempesta
da una piccola, impercettibile, sfumatura del cielo, e di trovare il nord a
occhi chiusi. Anche il miglior marinaio nulla può fare contro le onde furibonde
e travolgenti, che si infrangono lungo la sua esistenza. Dopo esser stato sbattuto
qua e là, eccolo ora sotto una magnolia, in mezzo alla strada o ai piedi del
chauteau d’eau, tentando di restare a galla. Chi nulla possiede, nulla può
perdere e può solo guadagnare. Per questo, la semplice compagnia degli uccelli
lo rende felice, e con loro condivide le briciole che alcuni passanti gli hanno
lasciato, purché quelle bestie stiano ancora un poco con lui, restituendogli
un’ombra della luce che un tempo emanava. Dopo aver incontrato una bufera, una mareggiata
sembrerà una boccata d’aria.
La piccola gazza non aveva mai visto prima d’ora uno
scintillio così chiaro e lucente, tale da ipnotizzarla completamente. La sua
prontezza di riflessi, unita a una smodata bramosia, furono un’accoppiata così
forte da liberarla dall’incanto, proprio mentre quel piccolo oggetto era in
caduta libera. Lo acchiappò al volo, come fosse un’aquila, e si diresse verso
il suo nido per nascondere dai curiosi il suo prezioso tesoro. Non prestò
alcuna attenzione né all’uomo accovacciato né alla massa di uccelli attorno al
suo albero. L’appetito vien volando, e subito si mise a beccare facendosi largo
tra i piccioni che, spaventati, scapparono via.
Quando Nicolino riaprì gli occhi, dovette fregarseli
non poco per rendersi conto di essere già sveglio. Proprio di fronte a lui,
dove prima c’erano le briciole che aveva gettato, ora c’era un luigi d’oro
zecchino che scintillava al sole. Rise, mostrando le gengive incavate, antica
dimora di denti che oramai l’avevano abbandonata, e subito pensò a comprarsi
una focaccia ben cotta, con un filo d’olio e ricoperta di sale, come non
mangiava da molto. Si mise in piedi e volgendo lo sguardo al cielo, urlò e
ringraziò chiunque incontrasse, sperando di conoscere il suo misterioso
salvatore. Nessuno attirò la sua attenzione, nemmeno quando nelle vicinanze del
Pont Nèuf sbatté contro quel giovanotto che pur di aumentare il proprio gruzzolo,
aveva risparmiato su un paio d’occhiali, scambiando rame per oro.
***
Le linee nere
di Claudia Bertolè – Torino
Bambine morbide
carine salgono sull’autobus.
Giocano con i
cellulari, parlano delle scarpe che hanno appena comprato. Braccialettini
tintinnano, fruscio di sacchetti di plastica, occhi truccati da linee nere.
Chiamano i
fidanzati. Raccontano dei soldi spesi, quelli che non hanno guadagnato loro.
Sale
sull’autobus un uomo con le stampelle. È sporco, maleodorante. Si mette in un
angolo e conta le monete che ha raccolto. I pezzi di metallo rimbalzano nelle
sue mani dalle unghie che sono piccoli archetti neri.
Le bambine
storcono i nasini. Ridono. Ri-chiamano i fidanzatini con i cellulari (che
pagano i padri) e descrivono la scena del barbone sporco. Ridono ancora.
Sale
sull’autobus una donna anziana, carica di borse, ma non ci sono scarpe o
vestiti nuovi dentro. Solo verdura e frutta del mercato. Una linea nera la sua
bocca sottile.
Guarda l’uomo
rintanato nell’angolo, la barba incolta, il maglione bucato, i brillanti occhi
azzurri nei quali si inseguono ombre del passato. E passandogli davanti lascia
cadere una moneta nell’incavo delle mani nodose.
Scendono a
grappolo le bambine dall’autobus, profumate. Senza ritegno, senza vergogna,
senza legge. Che non sia quella della (inconsapevole?) mercificazione di ogni
cosa.
E della assoluta
assordante avarizia di mani, cuori e menti.
Non vedono le
linee nere, le ferite che tutti ci segnano e uniscono, poveri, ricchi, avari e
generosi.
Nella danza
della vita.
***
Una notte
di Silvia Mencarelli – Pistoia
Si trovò a correre nel bel mezzo della notte, con il cuore in gola e la
mente offuscata nell’oblio che segue al contatto violento con l’irreparabile.
Ad ogni singolo ansimare nella sua fuga irrazionale dall’orrore diminuiva
l’altrettanto insensato barlume di speranza che si trattasse soltanto di un
terribile incubo, non poteva essere successo veramente. Il suo arrancare nel
buio nella campagna umida e fredda era reso instabile e scomposto dal tremore
che scuoteva ogni suo arto, la sconcertante consapevolezza che niente sarebbe
stato più lo stesso tuonava nell’aria e permeava il suo intero corpo schiacciato
con forza dal cielo nero che lo osservava inorridito. Il fischio in lontananza
gli dette in un attimo un insperato sollievo e la forza di accelerare la folle
corsa fino a quando, nonostante l’oscurità, il paesaggio gli fu familiare: rallentò
a poco a poco e cominciò ad avanzare convulsamente, era arrivato. Non più erba
sotto i suoi piedi ma sassi, fece ancora qualche passo contratto mentre il
cuore continuava a battere impazzito e il respiro era affannato al punto che
ogni singola boccata di aria densa e gelida gli procurava una fitta dolorosa.
La suola delle sue scarpe, strusciando tra i sassi, finalmente riconobbe la
consistenza del ferro: chiuse gli occhi e sforzò l’udito. Era quasi il momento.
Non gli aprì nemmeno quando il fischio si fece assordante e un fascio di luce
squarciò il buio e il blando isolamento dal mondo esterno delle sue palpebre
chiuse.
In un ultimo slancio avanzò ancora un poco, fece un altro disperato
scatto, ebbe un sussulto, poi più
nulla. Stringeva tra le mani la busta con le banconote che gli
spettavano, avrebbe voluto portarle con sé ma aveva il sospetto che non fosse
possibile. Quando aprì gli occhi nuovamente era faccia a faccia con lui, l’uomo
che gli doveva quei soldi, che aveva rincorso per tanto tempo, che non poteva
pagarlo, che lo implorava di aspettare ancora, che aveva incontrato quella
notte, che poco prima aveva ucciso.
******
La mia avarizia
di Bruno Bianco ‒ Montegrosso
d’Asti (AT)
Caro figliolo,
come sai bene non sono mai stata avara nella mia vita.
Quando eri bambino ti ho sempre comprato giocattoli moderni e costosi
come nessuno dei tuoi amichetti poteva mai permettersi. Quando hai iniziato ad
andare a scuola, ogni anno avevi sempre lo zainetto alla moda, il diario con i
tuoi eroi preferiti e grandi scatole sempre nuove di pennarelli e matite
colorate. Ti ho mandato ai corsi di musica, alla scuola calcio, in piscina e ho
speso soldi per ogni iniziativa che ti desse quello che ogni madre vorrebbe
dare al proprio figlio.
Non sono mai stata avara davanti ai tuoi problemi scolastici del liceo;
ho pagato per te ore e ore di lezioni private dai migliori professori perché tu
potessi avere un pezzo di carta da giocarti nella vita lavorativa che avresti
dovuto affrontare da grande.
Non sono stata avara quando ho dato denaro alle persone giuste perché tu
non dovessi fare il servizio militare; l’ho fatto con convinzione perché tu non
dovessi perdere un anno della tua vita e avessi la possibilità di realizzare da
subito i tuoi progetti.
Come non sono stata avara nel cercare altre persone collaborative che
hanno accettato i miei soldi per farti avere quel posto sicuro che doveva
mantenerti per tutta la vita; volevo essere certa che tu potessi andare a
dormire ogni sera con la certezza che il giorno dopo avresti avuto quanto ti
serviva per condurre una vita appagante e serena.
E non sono stata avara quando ho sistemato quella brutta situazione che
ti stava travolgendo, chiudendo i tuoi debiti e restituendo quei soldi che non
ti appartenevano; l’ho fatto per evitare che tu finissi davanti a un giudice o
peggio ancora direttamente in galera.
Da questo momento però ho deciso di diventare avara e di non darti né i
soldi che mi hai chiesto oggi né quelli che dovessi ancora chiedermi da qui in
avanti. Non è per la cifra, perché sai bene che quanto ho speso per te in tutti
questi anni è stato ben superiore a queste due lire che ti servono adesso per
una razione quotidiana o poco più di cocaina; però scoprire che hai bisogno di
riempirti di schifezza per passare meglio le tue giornate mi ha fatto di colpo
diventare la donna più tirchia, spilorcia e taccagna che esista a questo mondo.
L’ultimo mio sforzo economico nei tuoi confronti è darti questo biglietto con
l’indirizzo di una comunità che è perfetta per quelli come te; è una struttura
che cura tutti coloro che non sono ancora irrimediabilmente perduti alla vita,
ma che hanno bisogno di imparare a essere adulti perché non sono mai usciti dal
mondo dell’infanzia di quando c’è sempre qualcuno che pensa per te. Gli ultimi
miei soldi li avrai per pagare il taxi che ti porterà alla comunità e poi mi
metterò in attesa; aspetterò uno, due, cinque, dieci anni, tutto il tempo
necessario a trasformare il bambino che sei in un adulto responsabile. Quando
questo sarà avvenuto, siccome sono diventata avara, dovrai restituirmi tutto il
denaro che ho speso per te in questi anni a causa dell’immaturità delle tue
scelte; cercherai un lavoro e quello che guadagnerai ti servirà per pagarti l’affitto
e le bollette, per mangiare, vestirti e scaldarti e per restituire un tanto al
mese il debito che hai accumulato con me in questi anni.
Nella mia vita ho sempre sentito la responsabilità dei miei comportamenti
verso le persone che dipendono da me, perché non dovessi mai pentirmi di colpe
e mancanze nei loro riguardi; così ho finito per non essere mai avara verso le
persone a cui volevo bene.
Ed è questa l’enorme colpa che non mi perdonerò mai.
Con affetto
Tua madre.
***
Il Juke box di Tirana
di Corrado Dal Maso ‒
Roma
Adrenalina.
3000 cc.
250 cavalli.
Acciaio e
alluminio. Neri. Lucidi.
Il mondo si
guarda da su,
Verso giù.
Ma il semaforo è
rosso.
Oro adesso è
fermo, e tormenta la pelle del volante. Adrenalina, ancora. Dal suo mondo alieno, foderato di pelle,
vetri spessi e Radio OBA OBA, non sente il mendicante con il violino, ma lo
vede. E fa i conti col tempo che passa, con ansia: solo un momento fa il
presente era il suono di un violino, anche questo nero e lucido, una volta.
Adesso, il presente è che l’uomo ha finito, e sta cominciando la questua.
Si affianca alla
prima auto. Come un artista sul palco ha lo strumento ancora infilato tra collo
e spalla; però, invece che in un fazzoletto bianco di lavanda, gli affonda tra
la barba incolta, ispida piramide all’ingiù, lunga brizza e appuntita, che gli
sfiora la casacca; marrone, o sporca, chissà, comunque lisa. Allunga la mano e
sorride con il sorriso che può, perché ha i denti radi e gli occhi
completamente divaricati. Ma sorride comunque, e così il suo sguardo è orrido e
incantevole insieme, e il suo sorriso ha la beatitudine di quello di un
bambino.
Oro a tutto
questo non pensa. Pensa al semaforo piuttosto, di un rosso ostinato,
interminabile, infinito. E pensa alla prima macchina, che neppure ha aperto il
vetro, e alla seconda, che forse non gli darà retta, e l’uomo presto arriverà
alla sua.
E gli sorriderà,
beato.
Oro tormenta la
pelle, e neppure si chiede del perché della sua inquietudine.
Sa solo che lui
i suoi soldi non glieli vuole dare.
Non è per la
puzza, dal finestrino abbassato. O per il rischio di sfiorargli la mano.
È che i suoi
soldi, semplicemente, sono suoi. E allora, perché darli ad un altro? Perché
rinunciare ad un pezzetto di quello che serve e di quello che non serve; di quello
che ha guadagnato e di quello che ha rubato; perché rinunciare ad un po’ di ciò
che tintinna o che fruscia nelle tasche, con un suono molto più bello, limpido,
esaltante, a volte commovente, o grandioso, o tragico, comunque accordato con
il suo cuore più di qualunque violino?
Perché? I soldi,
suono, corpo, odore… tutto è solo suo.
Ma l’altro è già
alla terza auto, e finora ha avuto solo qualche monetina. Arriverà da lui
bramoso della sua roba. Insaziabile, ticchetterà sul vetro le nocche, sporche,
sbucciate, sfrontate, e lo guarderà.
Oro sa che lo
guarderà diritto negli occhi.
Due occhi
sghembi, viscidi e ficcanti come una
serpe, riusciranno ad incontrare i suoi, anche se fossero volti da un’altra
parte, e senza nessuna pietà o via di scampo faranno la loro domanda.
Gli chiederanno: ‘Oro, perché sei così? Perché?’
Ecco che l’uomo
avanza: per quanto lungo possa essere un SUV, e lente le domande, il SUV è
materia, dimensioni solide, ma finite, e le domande invece sono pensieri,
sottili, inesorabili…
Ecco, ecco…
Ecco! È verde!
Le auto davanti partono, una dopo l’altra, veloci, e la domanda invece si
ritrae, si scioglie nella sua stessa materia impalpabile al solo rombo del
motore.
Oro scatta, ma
adesso ha il finestrino aperto e prima del balzo, a quello che oramai gli è di
fianco, grida: ‘A guercio, a’ jubox de Tirana, tie’!’ ed è già lontano,
lasciando solo una nuvola di gasolio bruciato, e neppure una risposta…
Adrenalina -1a- 3000 cc. -2a- 250 cv. -3a-
acciaio, alluminio, neri, lucidi, e Oro che sogguarda la Nomentana
dall’alto in basso, con le sue ville, le ambasciate, i semafori… I semafori…
arancione, rosso, rosso, è ROSSO,
accidenti…
Vasile, più
indietro, sorride. Ha imbracciato di nuovo il violino e suona la sua musica.
Sempre la stessa, a memoria. Ma non la sente.
Le prigioni di
Ceausescu, le guardie, le botte, gli hanno tolto l’udito.
Per anni, giorno
dopo giorno.
Poi è finita.
Niente più prigione, niente guardie, botte, o Ceausescu, niente più udito.
Certo, la musica gli manca, il mondo no.
Così, con una
nuova saggezza, non per qualcosa che ha, ma per qualcosa che ha perso, ora
Vasile sorride.
Beato come un
bambino.
Beato come un
musicista che non sente.
Né musica.
Né domande.
***
Corindone
di
Nicolò Petrelli ‒ Montelupone
(MC)
Sono
un uccellino blu in gabbia, un esotico souvenir, da un cofanetto di madreperla
lo osservo immobile e come uno psicologo lo studio: è magro, sottile, affilato,
la pelle quasi trasparente è tesa, una tela pronta per essere dipinta, come un’opera
di Fontana è squarciato da ulcere, ecchimosi lo ricoprono creando dei contrasti
chiaroscurali, è un lenzuolo steso al vento ed ondeggia mosso da tempeste
invisibili.
Lo
vedo tremare, il respiro è pesante e la fronte imperlata di sudore, il cuore
batte ancora, ma il suono è leggero, quasi impercettibile, sta svanendo. Occhi
grandi e secchi mi scrutano, mi denudano, denti mordono l’aria, come se
cercasse di divorare lo spazio stesso, le gengive sanguinano macchiando i denti
avorio: è affamato; ma ci sono solo io in questa stanza e lui è nudo davanti a
me.
Mi
accarezza, mi bacia, parole dolci come il miele escono dalle labbra aride,
tagliate dalla sete e sottili come fili: mi ama, mi protegge, sono il figlio
della profezia, ottenuto con infinite difficoltà, sono Isacco, ma lui non mi
sacrificherà, non mi venderà, renderà l’anima a Dio da peccatore, ma non mi
venderà. Grida la sua sfida al cielo, deride l’Angelo della Morte, incapace di
spaventarlo: cosa può saperne lui lassù in Paradiso, dove la grazia abbonda per
tutti, della bellezza infinita del possedere, della meravigliosa sensazione di
piacere che si ha nel pronunciare o anche solo nel pensare l’aggettivo “mio”.
Il
silenzio avvolge la stanza, la fame lo sta consumando e accovacciato sul
pavimento mi stringe tra le dita nodose, non mi abbandonerà neanche da morto,
non può, ma soprattutto non vuole.
Che
valore ha la vita di fronte a me?
Il
mio nome è zaffiro e sono una pietra lucente, il suo nome non lo ricordo, ma è
per avermi troppo amato che ora non vive più, è per avermi troppo amato che non
ha mai vissuto.
***
Un amore di badante
di Silvia Stucchi ‒ Antegnate (BG)
“Allora, Irena,
noi ci vediamo domenica prossima, no? E mi raccomando, se papà ha qualche
problema, ci chiami, eh, ci chiami subito” “Certo, signora Silvana” “E tu papà,
cerca di non fare impazzire Irena, hai capito? Cerca di stare buono, eh, se
puoi. Non fare capricci, ricordati che non sei più in cattedra… Oh, caspita,
che tardi! Andiamo, dài, , che ci aspettano. Ciao, eh, papi, ciao Irena”
(Bacio veloce, un po’ distratto, seguito da
bacio, altrettanto frettoloso, dei nipoti, e porta che si chiude alle spalle
del genero. In sottofondo, una rampa di scale più in basso, si sentono vociare
Marco e Leonardo, che con alte strida reclamano un gelato prima della cena in
pizzeria)
Ma certo! Ti lavi in fretta la coscienza,
tu, tanto te ne vai, e magari domenica prossima scopri all’ultimo minuto di
avere un impegno, urgentissimo, o forse no, e comunque mica ti fai viva. Bel
sollievo, avere una figlia. Tu e quel cretino di tuo marito! E intanto mi lasci
con questa qui.
“Irena! Irena!
Dove sei? Vieni subito!” “Eccomi!” “Fammi un caffè” “Va bene!” “Anzi un thè” “Va bene” “No, ci ho ripensato!
Meglio il caffè!” “Va bene!” “Svelta, però! Cos’è, aspetti che arrivino i
chicchi dal Brasile?” “Sì, subito, faccio subito!” “Anzi, no, ho cambiato idea,
niente caffè e niente thè! Dammi il telecomando, piuttosto!” “Va bene, signor
Mario!”
Eccolo ancora. E quanto insiste! Ma quanto
rompe! E lui non lo sa quanto lo detesto! O forse sì? Ma sì, ma sì che lo sa,
lo sa benissimo. Per questo se ne approfitta! Certo che se potessi tornare al
mio Paese, anche solo con la metà dei suoi soldi, sarei davvero a posto! Eh,
già. Mi conviene sempre farmi vedere gentile e paziente, se no come glieli
spillo un po’ di quattrini?! Intanto, ci siamo quasi, ormai io lo so che l’idea
del matrimonio gli sta frullando in quel cervello in acqua. Importante è che
creda di averla avuta lui, l’idea. Certo che finché la figlia si comporta così,
è quasi troppo facile. Lui tutto solo, cattivo come la fame, ma solo, e la
figlia sempre via. Mi sembra quasi troppo facile.
Eccola che arriva Certo, crede di essere la
più furba di tutti. La signora. La signora Copparo. Ah, ah, ah! Me la ricordo,
io, quando l’ho scelta come badante. Allora camminavo ancora, almeno un po’,
con il bastone, e non ero ancora ridotto sulla carrozzina. E poi, ci vedevo
quasi bene. Com’era timida, spaurita, Irena, in mezzo ad altre, poi. Ed erano
tutte belle figliole, eh! sa dove. Ma tu pensa, la crisi cosa spinge a fare.
Eh, l’avevo capito, subito, che quelle, dietro la timidezza, miravano al soldo.
Anche Irena, naturalmente. Eh, già. Ma mica mi fanno fesso, a me. Il Parkinson
sì, ma l’Alzehimer non ce l’ho, almeno, non ancora. Ah, e che belli quei
capelli biondi. E quelle gambe lunghe e snelle. Quel collo delicato, e gli occhi
grigi. Era la più bella. E ho voluto lei. A mia figlia, a quella cretina di
Silvana, ho fatto credere che fosse perché Irena, di quelle dieci, era l’unica
che era davvero infermiera. E poi, piano piano, ho capito che per non farmela
scappare, e per fare dispetto a quella cretina di mia figlia e al quel
cerebroleso di suo marito col suo tennis e la BMW rigorosamente in leasing,
dovevo sposarmela. La cretina! Irena crede di avermi fatto fesso, lo so, pensa
che l’idea l’abbia avuta lei e pensa pure di avermela fatta filtrare nella
testa poco per volta. Illusa! Deve ancora nascere chi mi persuade! A me! E
quanto è premurosa! Io gliel’ho anche presentata bene la questione: cara Irena,
così e così, io sono vedovo, sono vecchio, lo vedo come sono conciato, lo so
benissimo che è una proposta un po’ strana, ma mia figlia, l’hai vista! Io
vorrei ringraziarti per tutto quello che fai, che dici? Se ti lasciassi
qualcosa nel testamento (e come scuoteva la testa lei! Come se non volesse
nemmeno sentirne parlare! Certo, per fingere, finge proprio bene!) mia figlia
riuscirebbe a togliertelo. Meglio se ci sposiamo, eh? Che dici? Facciamo tutto
in segreto, fra noi, così ti posso lasciare questa casa, quando io non ci sarò
più, e metà del mio conto in banca.
Vecchio stupido. Tu credi che io ti ho
sposato per amore? Anzi no, per affetto? Per riconoscenza?! Stupido! Io voglio
vederti, io! E non mi dire che sono cattiva! Hai idea di che cosa ho passato,
io? Venire così da lontano, sola, sempre sola, e aver lasciato a casa mia madre
e mia figlia, e adesso anche la mia nipotina, che è nata da sei mesi e ancora
devo vederla… e qui, dover lavorare con anziani che nessuno vuole tenersi
vicini. Per forza! Certi vecchi, come il Professore, sono così cattivi, acidi,
egoisti, credono di poter comandare a tutti; sono brutte persone, brutte, per
forza che i figli e i nipoti non li vogliono vedere, o vengono a trovarli meno
che possono. Io voglio essere contenta, voglio che mia figlia sta bene, voglio
che la mia nipotina, che non ho mai visto, ma si chiama come me, studia,
diventa medico, o pianista: che fa quello che vuole senza Più preoccuparsi dei
soldi. Per questo l’ho sposato, e tutto il resto. Lui, il Professore, fingeva
una generosità che non ha mai avuto, mai, scommetto: io ti voglio bene come a
un nonno, diceva. Eh, sì! Come no! Ma che me ne importa a me? Però, adesso, che
ci siamo sposati, un giorno di mercoledì, senza che la signora Silvana lo viene
a sapere, con la portinaia e un’amica mia come testimoni; adesso, la casa è mia
e i soldi miei, e signora Silvana, quando lo scopre, quando Professore è morto,
chi sa come resta! Chi sa come grida! Signor Mario è stupido, stupido e porco,
come tutti i vecchi! Ma intanto, siamo sposati, e quando vendo questa casa qui,
e incasso soldi sul conto, smetto davvero di faticare per niente. E finalmente,
torno da mia figlia, da mia mamma e da Irena piccola.
Ah, l’avidità, che male che fa. Eh, già.
Perché io, dopo quarant’anni a insegnare al liceo, lo so meglio di tutti. E lo
capisco subito quando mi si vuole fregare. Non si sta tanto in cattedra senza
conoscerere la gente. L’avarizia, direbbe Dante, l’avarizia non è il peccato di
chi vuole mantenere il suo, ma di chi vuole di più: è questa l’avidità che vedo
brillare negli occhi grigi della mia giovane mogliettina. Ah! Da quando è
diventata la signora Copparo, ormai, non vuole più nemmeno lo stipendio, sicura
com’è di ereditare. Chi sa mia figlia
come strillerebbe, se lo sapesse! Povera Silvana mia! Credeva, da giovane, di
fregarmi, per questo si è sposata con quel cretino di Giacomo. Credeva che
l’avrei aiutata, perché Giacomo era ancora studente, e ancora oggi, mah, che di
laurearsi per fortuna non parla più, chi sa, penso io, chi sarà quel cretino di
direttore di banca che l’ha assunto? Ma io a quei due due non ho mai voluto
dare niente: han voluto sposarsi nonostante io glielo dicessi a Silvana, di
lasciarlo perdere? E allora, arrangiatevi. Tanto, la madre di Silvana era già
morta, non c’era più nessuno che poteva convincermi. E ora tutti e quattro,
Silviana e Giacomo, e quei due mostriciattoli ignoranti, aspettano solo i miei
soldi! A Silvana verrà un infarto, quando saprà che non è la sola erede, che
Irena è la sua matrigna! E magari, se sono fortunato, verrà un infarto anche a
quel cretino di Giacomo. O forse, per la disperazione, lei si butta giù dalla
finestra. Magari Giacomo, è lui quello più emotivo dei due, e forse ci resta
anche secco: il notaio Genuardi ha lo studio al quarto piano. O al quinto? Ah,
la testa, maledetta testa che perde i colpi! Peccato non esserci quando
apriranno il testamento, dal notaio. Peccato davvero!
– Irena! – Sì? –
Preparami qualcosa di dolce! Svelta! La torta di mele, dài. – Subito! – Anzi,
no, togliti subito quel grembiule, scendi alla gelateria qui sotto – Subito! – Prendimi…
annota, che poi ti dimentichi! Scrivi, scrivi: un chilo di gelato, fragola e
stracciatella. Scritto? – Sì – Ecco, adesso riscrivi, ho cambiato idea. Mezzo
chilo. Ci sei? Cioccolato e limone. Va bene?
– Sì – Scritto? –
Sì – Ecco, ho cambiato idea, adesso, da brava, correggi: stracciatella e
amarena. Capito? – Sì, capito – Non mi fido. Fa’ vedere il bigliettino.
IGNORANTE! “Stracciatella” con 2 C e 2 L! Vergogna!
– Scusi
professore! – E smettila di piangere! Va’ va’ a prendere questo benedetto
gelato. Svelta! – Corro, signor Mario!
Vecchio cattivo! Maligno e cattivo! Lo so
che lo fai apposta! Che avrai anche un principio di Parkinson (e anche un po’
più di un principio!), ma la testa, quella, ti funziona ancora benissimo! Che
ti diverti, a tormentarmi, a umiliarmi! Divertiti, divertiti, tanto io lo so
che, poi, mi ripaghi di tutto. Lo so. Devo resistere, e poi: quanto può campare
ancora? Un anno? Due, forse, ma anche molto meno… mesi, forse. In fondo è
vecchio, anche senza Parkinson può morire da un momento all’altro. Posso
resistere. Posso. Devo. Ma quanto è cattivo, il Professore!
Ma guardala, ma sentila, come trotta veloce
giù per le scale, la mia Irena. Quando sarò morto, cosa scoprirà la mia
badante, anzi, la mia bella mogliettina, davanti al notaio, aprendo il
testamento? Lei sopporta, mi serve e riverisce, ma quel giorno, quando sarò
sottoterra, Silvana sverrà quando saprà che metà dell’eredità spetta alla sua
matrigna, che nemmeno sapeva di avere! E Irena, invece, scoprirà che… nessuno può
intascar niente! da anni, ormai, sono rovinato: a furia di giocare in borsa ho
perso tutto. Tutto, anche questa casa. E
non c’è più nulla da ereditare. Questo è l’ultimo mio regalo, anzi,
l’ultimo insegnamento del professor Copparo. Ah, ah ah.
***
Petunia
di Marianna Tumeo ‒ Civita
Castellana (VT)
Anche adesso,
quando ci ripenso dopo tanti anni, mi sembra impossibile che la Petunia potesse
salire tutte quelle scale, andare a trovare la signora Bianca, sedersi accanto alla grande stufa a legna e godersi
il calduccio di quella stanza al penultimo piano dell’allora più alto edificio
di tutto il paese.
Le scale erano
veramente tante per le gambe dell’ottuagenaria signorina. A guardarla bene, però, si intuiva quale
grande caparbietà la spingesse a sopportarne la fatica, ed io bimbetta del
piano di sotto ero affascinata da quella personcina sottile, dall’antico
candido chignon, che incorniciava un viso quasi trasparente, percorso da
infinite piccole rughe, convergenti tutte, a incastonare due occhietti neri,
vivaci dall’insondabile profondità.
Così, nei lunghi
pomeriggi d’inverno, sgattaiolavo su, e assistevo incuriosita all’incontro
delle due amiche, prese dal racconto delle loro vite e della trascorsa gioventù;
dei tanti figli ormai grandi e ancora tutti in casa, l’una, della solitudine e
degli assenti nipoti, l’altra.
Eravamo agli
inizi degli anni Sessanta, dal loro narrare,
prendeva vita un ritratto del secolo andato, che ai miei occhi si
tingeva di favola, tanto era ricco di particolari sconosciuti e fantastici.
La signora
Bianca aveva lasciato, sposa, il suo paese nel Veneto, per seguire il marito
nella conduzione di un piccolo emporio. Una vita difficile, con otto
figli, lontana dalla sua realtà; il marito, signor Settimio, che di certo non
era né una compagnia, né una consolazione, alla nascita dell’ottavo figlio,
pensò bene di ritirarsi in un’altra stanza e tramutarsi da uomo di casa a
pensionante.
La Petunia,
invece, allorché i nipoti si sistemarono con le rispettive famiglie, era
rimasta sola, nella seppur dignitosa indigenza. I suoi abiti lisi, lo scialle
sbiadito, tradivano la sua condizione miserevole, anche ai miei occhi
innocenti, senza però sminuirne il fascino.
Con molto
decoro, per non dispiacere la sua ospite, accettava la merenda che Bianca le
offriva: una fetta di polenta abbrustolita, pane ed olio ed un bicchier di
vino, erano, più tardi lo capii, la sua frugale cena, che lei a volte
ricambiava con un barattolo di mostarda, chiedendone sempre indietro il vuoto.
Poi la sera ritornava alla sua camera e cucina, ai margini della pineta.
Altri inverni
passarono e conobbi, attraverso le parole di Petunia, la Grande Guerra, Arturo,
il fratello che vi morì e i nipoti venuti nel piccolo centro dell’Agro Pontino
come coloni. Lei li aveva seguiti per poterli accudire, ma loro la videro
sempre e solo come un fastidio, cosa che le procurò un dolore sempre più cupo e
rancoroso.
Finché un
mattino, all’inizio dell’estate una notizia fece il giro del paese: la vecchia signorina
della casa accanto alla pineta era morta; niente di straordinario, aveva quasi
novant’anni ed era spirata nella tranquillità della sua dimora, portata via dal
vento del mare in una bella notte di giugno. Nessuno che ne piangesse la
scomparsa, nessuno che ne rimpiangesse la presenza.
Intorno alla
piccola abitazione si fece subito una gran folla; era quella un’epoca in cui ci
si stupiva ancora facilmente e la notizia di una morte solitaria poteva
suscitare una partecipata più che morbosa condivisione. L’anziana donna era
molto conosciuta, chiunque sapeva dei suoi rapporti con i parenti e tutti
aspettavano di vedere come questi avrebbero onorato la vecchia zia.
La sera prima
Petunia era rincasata un po’ affaticata, ma stranamente più allegra del solito.
Pervasa da un’euforia fanciullesca, si era accomodata davanti alla finestra
aperta a godersi la brezza serale, e, senza rendersene conto si era ritrovata
bambina sulle sue montagne, mentre la voce familiare di suo padre la chiamava,
senza autorevolezza questa volta, ma con dolce insistenza le diceva: ‒
Petunia ti stiamo aspettando! – Allora sentì il suo corpo farsi leggero,
alzarsi libero, divenire immenso, tanto grande da sovrastare tutta la sua lunga
vita, i luoghi che aveva conosciuto, il gelo e il calore della gente, i sogni e
le disillusioni, l’amore vagheggiato e mai trovato nel suo lungo cammino. Ora
tutto questo non le apparteneva più. La solitudine aveva lasciato il posto ad
una nuova condizione, e niente le avrebbe ormai tolto quel nuovo senso di pace.
Così la
trovarono la mattina dopo, seduta davanti alla finestra aperta, sorridente a
guardare il cielo, le mani in grembo a custodire chissà quale segreto.
Intorno povere
cose raccontavano della sua vita: alcune vecchie foto che la ritraevano
giovinetta, una coperta ingrigita dal tempo,
che ricopriva il letto addossato ad una parete spoglia ed una finestra, la quale ingombra di tanti
barattoli arrugginiti costituiva il suo “giardino”: piante grasse di ogni
dimensione e varietà rallegravano, a dispetto dei loro contenitori, il piccolo
davanzale. All’orizzonte la montagna di Circe guardava indifferente.
Di lì a poco una
squadra di vicini pietosi si adoperò per sgomberare la piccola dimora e, nel
trambusto, uno dei “vasi” cadde, rovesciando a terra, insieme alla zolla e alle
radici di un’Euphorbia, un piccolo involto cerato, portando allo scoperto
l’incredibile contenuto: tante banconote dai tagli assortiti. Allora mani avide
e curiose rovesciarono tutti i barattoli rinvenendo un’insperata fortuna. Nello
stesso istante però la finestra si aprì e una folata di quel vento di mare
avvolse come un turbine le banconote che volarono via, lontane tra i pini e un
vociare di bimbi, felici ed affannati a rincorrere stupiti quell’inaspettato
tesoro.
***
L’avarizia
di Martina Turano ‒ Roma
Secondo quanto
narra un’antica leggenda, molte epoche fa la terra era abitata da piccoli
esseri molto simili a folletti, evoluti ed intelligenti tanto quanto l’uomo
moderno; sembra vivessero in villaggi tutti uguali fra loro, a tal punto da non
poterli distinguere l’uno dall’altro; a quei tempi non esistevano stati o
regioni, né leggi particolari che interessassero zone più di altre, poiché
dappertutto regnava il buon senso: tutti i rapporti, gli scambi, le tradizioni
riguardavano tutto il mondo, che ne era volentieri partecipe. Una generazione
poteva vivere anche per molti e molti anni, tanto che intere famiglie
centenarie vivevano insieme senza ricchezze, lussi e senza brama di essi;
vivevano nella natura, secondo natura. Era un popolo estremamente generoso che
si arricchiva del proprio stesso valore ogni volta che un abitante dimostrava
bontà ed altruismo nei confronti di un suo simile. Ogni singola buona azione si
moltiplicava in benessere comune: l’intera
vita si basava esclusivamente sul vivere in maniera semplice e senza
troppe pretese, nel sentirsi tutti fratelli, tutti in dovere di aiutare la
propria grande famiglia comunemente condivisa. In questo modo prosperavano per
millenni, ricchi in terre, numero di abitanti, ricchezze naturali, bestiame,
risorse, senza che però nessuno in particolare
fosse più abbiente degli altri. Un giorno, un abitante tra loro, a causa
di strane ragioni, iniziò a guardare tutto il bene della sua popolazione con
occhio avido e, divenendo invidioso della prosperità del suo stesso paese,
stufo di dover condividere tutto con molti, voleva che ogni cosa che vedesse e
a cui avesse sempre contribuito con gli altri, fosse unicamente sua. Incominciò
allora a non prestare più generosamente aiuto a chi ne avesse bisogno, come tutti
facevano, contribuendo a diminuire tutta l’immensità di altruismo che aleggiava
nell’aria e che pervadeva ognuno. Era diventato avaro. Celava tutto il bene di cui era fino a quel giorno
stato capace, decidendo di conservarlo per il giorno in cui se stesso ne avrebbe avuto bisogno. Smise di distribuire
alle famiglie vicine tutti i frutti che potesse ricavare dalla coltivazione del
suo campo e li iniziò a mettere da parte, volendo godere da solo di tutte le
ricchezze possibili. Tutto ciò che al contrario gli veniva donato, ugualmente
non lo sfruttava, iniziando così a
consumare lo stretto necessario, sfruttando tutto al massimo e non
buttando via nulla; era tenuto in vita non più dal cibo né dal bene ricevuto ed
in passato donato, ma dalla vista delle provviste accatastate che sembravano
promettergli una ricchezza senza eguali, tramite il quale primato, credeva di
poter diventare un re. Molti abitanti,
respirando l’aria divenuta priva di generosità, seguirono il suo esempio,
perseguendo il mito della ricchezza, auspicando la prosperità materiale, aridi dentro. Da quel
momento, a causa della progressiva diminuzione di bene che manteneva in vita
tutto il mondo, il mondo stesso iniziò a spegnersi; gli animali non riuscivano
più a trovare cibo: i boschi erano razziati. La gente moriva: ognuno pensava
alla propria salute. Non c’erano più scambi: ognuno pensava alla propria
economia. Si prosciugarono addirittura i fiumi a forza di sottrarne l’acqua.
Alla fine tutto degenerò, tutto il male dell’avidità salì al cielo fino a contagiare il sole, che smise
di splendere, stufo di dover bruciare per gli altri. Avrebbe conservato le
energie per altri tempi. Tutti assistevano al mutamento da soli, fino a quando
da soli si distrussero. Il mondo privo della fonte di vita, iniziò la sua
involuzione, accartocciandosi come una foglia priva di linfa vitale con tutto
ciò che c’era dentro, come foglio di carta nel pugno dell’universo. L’avarizia
non aveva portato a nulla, anzi a forza di egoismi il mondo aveva finito per andare
a morire. Un giorno lontano si creò nuovamente tutto, grazie ad una nuvola
generosa che donò la pioggia che dissetò la foglia del mondo, imbevendola,
aprendola, rivitalizzandola. Insieme al mondo l’acqua ridiede vita anche alle
antiche creature che la abitavano: le anime dei folletti egoisti, si piantarono
secolari nei corpi di alcuni uomini e furono causa dell’egoismo, mentre le
anime dei pochi buoni rimasti, dei generosi, si donarono, si frammentarono,
andandosi a depositare indistintamente nella maggior parte degli uomini,
piantando in loro il germe della generosità. Da quel giorno, il mondo non
rischierà di implodere finché l’avarizia verrà contrastata dalla generosità. Se
le anime dei folletti egoisti vinceranno la lotta, il mondo imploderà, al contrario, se vincerà l’altruismo, il
mondo acquisterà l’eternità grazie alla bontà di ognuno. Sta a noi dunque,
stabilire la direzione in cui indirizzare il destino proprio e quello
ugualmente nostro di tutta la specie.
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Notizie sugli autori:
Alessandro Padovani, giovanissimo autore diciottenne di Pedavena (BL),
frequenta la IIIa Liceo
Classico della scuola Dal Piaz a Feltre. Finalista del premio di critica
cinematografica Alberto Farassino “Scrivere di Cinema” 2009; al premio nazionale
“Campiello Giovani 2010”; al premio “Subway Letteratura 2011” e tra i 10 finalisti
del premio “Coopforwords” 2011. È appassionato di scrittura, letteratura,
teatro civile e cinema; ama molto i libri noir di Simenon e Lucarelli, anche se
il suo libro preferito è Memorie dal
sottosuolo di Dostoevskij, i racconti incalzanti, il teatro di Paolini e
Celestini; i film sul grande schermo (anche se nella sua città non c’è nemmeno
un cinema), la giocoleria, la fotografia, leggere della Juventus sulla
Gazzetta. Infine si diletta a scrivere anche per il giornale locale “Corriere
delle Alpi” del gruppo editoriale L’Espresso, e per il giornale del proprio
liceo, il “Metis”; nel futuro vorrebbe trovare un lavoro che gli permetta di
continuare a scrivere e stare a stretto contatto con le sue passioni.
Davide Risso, giovane autore ventunenne di Alba (CN). Studente a
Pisa, da ottobre, appena laureato, si è trasferito a Bologna per studiare
antropologia. Tra i suoi hobbies: la lettura/scrittura, l’arrampicata in
montagna e la corsa. Ama Stephen King e
Georges Simenon. Libri preferiti: Il
miglio verde (Stephen King); Lo Zen e l’arte della manutenzione della
motocicletta (Robert
Pirsig).
Claudia Bertolè, torinese, laureata in Giurisprudenza
e in Lettere Moderne, ha partecipato a diversi premi letterari con racconti e
collabora con il sito: http://sonatine2010blogspot.com (recensioni
cinema giapponese contemporaneo). Le piace leggere, scrivere, andare al cinema.
Tra i suoi autori preferiti Yukio Mishima, Raymond Carver, Chuck Palahniuk,
Amélie Nothomb. “Libro del cuore”: Una banda di idioti di John Kennedy Toole. Quando riesce,
le piace frequentare i festival cinematografici, italiani ed europei. Negli
ultimi anni si è appassionata al cinema giapponese contemporaneo, in
particolare all’opera del regista Koreeda Hirokazu (autore, tra gli altri, di: Maborosi, Nobody knows, Still
walking, Air doll).
Silvia
Mencarelli
nasce il 30 Giugno 1987 a
Pistoia, impara a leggere e a scrivere all’età di soli 4 anni per emulare la
sorella maggiore e si diletta a passare l’infanzia disegnando su ogni
superficie, mura domestiche comprese. Nonostante la spiccata e precoce
predilezione per l’area umanistica, intraprende studi scientifici al liceo e
consegue a 23 anni la laurea magistrale in Economia, affiancando così le
letture predilette di autori esistenzialisti con saggi ben più pragmatici, ma
altrettanto ispiratori come quelli di Arden e Kim. OggiAggiungi un appuntamento per oggi cerca di
conciliare, a fatica, una realtà quotidiana in linea con i suoi fin troppo
razionali studi e la tensione, a lungo sacrificata, alla realizzazione
artistica.
Bruno Bianco, ingegnere di 45 anni, vive nel
sud della provincia di Asti, nella zona conosciuta per i suoi vini sia rossi
sia bianchi (per fare qualche nome, barbera, grignolino, cortese, moscato...).
Per soddisfare il piacere che gli dà la scrittura, partecipa ai vari concorsi
letterari di cui viene a conoscenza sia per avere lo stimolo per scrivere le
sue storie sia per vedere se vengono apprezzate.
Corrado Dal Maso, nato a Foggia, vive e lavora a Roma. È padre da
undici anni di Giulia, sicuramente il massimo della sua creatività. Ascolta
tanta musica e possiede da sempre una chitarra, che non suona.
Silvia Stucchi, autrice di Treviglio (BG), latinista, laureata in
lettere classiche e dottore di ricerca in Filologia Classica, insegna Lingua
Latina presso l’Università Cattolica di Milano. È studiosa del Satyricon di Petronio, del romanzo greco
e latino e delle forme di narrativa di consumo nel mondo classico; autrice di
vari saggi critici (sul genere letterario delle “consolazioni” nel mondo
antico, Medusa 2007, sulla tradizione testuale e ricezione di Satyricon, sul
cannibalismo nel mondo classico, sulla tematica incestuosa nella poesia
tardoantica, sull’ironia nella prosa di Cesare, sulla tragedia romana, sulle Metamorfosi di Ovidio, pubblicati su riviste specializzate
nel settore, al di là degli studi di taglio strettamente filologico, ha
lavorato come insegnante di italiano e latino nei licei e come traduttrice del
francese); collabora, inoltre, con testate non strettamente antichistiche
(“Studi Cattolici”, “Libero”). Appassionata lettrice di Dante, di Simenon, di
Salgari e dell’Orlando Furioso, ama la mescolanza dei generi, la letteratura
gialla, i thriller, i fumetti (Disney e Bonelli), e il cinema, in particolare
le commedie brillanti italiane e americane degli anni Trenta-Cinquanta, e il
cinema di Jane Campion, Mario Monicelli e Paolo Virzì.
Marianna Tumeo, autrice di Civita Castellana (VT), è occupata da
venti anni presso la biblioteca comunale del suo paese di residenza, ama da
sempre la lettura, lavorare nel tempio del libro ha
fatto nascere in lei il desiderio di misurarsi anche con la scrittura.
Questo è il suo primo racconto, nato sul filo di un ricordo in seguito ad
una notizia di cronaca, permettendole di toglierlo dal “cassetto”.
Martina Turano, autrice romana, secondo cui “Il presente ha il
pregio e il vizio di durare solo un attimo, ma la scrittura materializza
emozioni di un secondo, in interminabili file leggere di parole”. Le è naturale
scrivere come lo è per chiunque ami volare, crede: per liberare l’anima dei
legami con la materialità che corrompe; per liberarsi dalle catene e al
contempo liberare chi legge. Per alleggerire l’anima delle zavorre. In attesa
del grande volo.