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di Francesca Fiorletta
“Scusate
se tengo il
collo al sole
sboccio
risate
o dormo
sul bracciolo
di domani
senza le mani
a reggermi
serena.
Scusate per
la cena
sfuggo al
rituale
salgo le
scale
quando è
tempo di mangiare.
Sono quadrate
le mie ore
gli spigoli
fanno resistenza
senza la
ruota
che non sa
girare
e mi
rannicchio al sonno
sulla
sporgenza lisa
tutta leggera
e buona.
Amatemi per
quello
che mi
spetta:
la luna sulla
porta
e la lancetta
storta
nella carta.”
È un immaginario familiare e raccolto, quello minuziosamente
fotografato dai versi morbidi di Rosalba de Filippis,
che riecheggia un bozzetto tardo crepuscolare solo parossisticamente
idilliaco, tutto in verità proteso al ricongiungimento di un Es, in nuce disintegrato e
curiosamente vagabondo, con la più pacata stanzialità,
emozionale e rammemorativa, di un vagheggiato
giaciglio domestico.
Sono spasimi di rose e radici d’ulivo, dunque, i richiami
anaforici disseminati fra le pagine di questa raccolta poetica, pensierosa e
introspettiva, mai esacerbata dall’ostinazione della pura malinconia, piuttosto
pungente e assertiva nella ricostruzione metaletteraria
di un vivo e vivido bisogno di concretezza, che sappia sopravvivere
all’estenuante caducità delle formulazioni metriche, pur già insita
nell’impiego artistico, per controbattere, così, alla precarietà indigente dei
rapporti umani.
Suoni e colori si stagliano, perciò, impressionisticamente,
lungo un panorama psicologico variegato e decostruito, non certamente
disumanizzato, bensì ingentilito da una prosodia pacificante e quasi
trasognata, vischiosamente rimaneggiata e plasticamente definita.
Ben consapevole del portato esperienziale e diafasico di cui si carica, via via,
la stessa parola lirica, Rosalba de Filippis, conduce
l’opalescente musicalità dei suoi versi fino alla soglia di uno straniante
punto di rottura, che libera, molto spesso, un protratto sentimento di
abbandono sconsolato, come la sofferenza per un amaro distacco inconcludente, o
un brusco svelamento della vacuità misera di certe determinazioni dell’esistere.
Determinazioni che pertengono,
altresì, alla stessa dirimente attività scrittoria: travalicando, perciò,
finalmente, i soffici e consolidati confini del quotidiano, l’elucubrazione
poetica della de Filippis sembra sostanzialmente
rimarcare i confini dell’impossibilità espressiva, perimetrando
le zone d’ombra del silenzio forzato cui è indotto, in ultima analisi, il
genuino monologo interiore, suo e del mondo naturalmente inteso,
nell’inevitabile scontro con la ruvida, ancorché spietata, spigolosità della
vita universale.
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