LETTURE
ROSALBA DE FILIPPIS
      

La luce sugli spigoli. Canti di Monteloro 

 

Stampa Alternativa,  Viterbo 2011, pp. 93,
10,00

Con la prefazione di Stefano Lanuzza.

    

      


di Francesca Fiorletta

 

  

“Scusate

se tengo il collo al sole

sboccio risate

o dormo

sul bracciolo di domani

senza le mani

a reggermi serena.

Scusate per la cena

sfuggo al rituale

salgo le scale

quando è tempo di mangiare.

Sono quadrate le mie ore

gli spigoli fanno resistenza

senza la ruota

che non sa girare

e mi rannicchio al sonno

sulla sporgenza lisa

tutta leggera e buona.

Amatemi per quello

che mi spetta:

la luna sulla porta

e la lancetta storta

nella carta.”

 

 

È un immaginario familiare e raccolto, quello minuziosamente fotografato dai versi morbidi di Rosalba de Filippis, che riecheggia un bozzetto tardo crepuscolare solo parossisticamente idilliaco, tutto in verità proteso al ricongiungimento di un Es, in nuce disintegrato e curiosamente vagabondo, con la più pacata stanzialità, emozionale e rammemorativa, di un vagheggiato giaciglio domestico.

 

Sono spasimi di rose e radici d’ulivo, dunque, i richiami anaforici disseminati fra le pagine di questa raccolta poetica, pensierosa e introspettiva, mai esacerbata dall’ostinazione della pura malinconia, piuttosto pungente e assertiva nella ricostruzione metaletteraria di un vivo e vivido bisogno di concretezza, che sappia sopravvivere all’estenuante caducità delle formulazioni metriche, pur già insita nell’impiego artistico, per controbattere, così, alla precarietà indigente dei rapporti umani.

Suoni e colori si stagliano, perciò, impressionisticamente, lungo un panorama psicologico variegato e decostruito, non certamente disumanizzato, bensì ingentilito da una prosodia pacificante e quasi trasognata, vischiosamente rimaneggiata e plasticamente definita.

 

Ben consapevole del portato esperienziale e diafasico di cui si carica, via via, la stessa parola lirica, Rosalba de Filippis, conduce l’opalescente musicalità dei suoi versi fino alla soglia di uno straniante punto di rottura, che libera, molto spesso, un protratto sentimento di abbandono sconsolato, come la sofferenza per un amaro distacco inconcludente, o un brusco svelamento della vacuità misera di certe determinazioni dell’esistere.

 

Determinazioni che pertengono, altresì, alla stessa dirimente attività scrittoria: travalicando, perciò, finalmente, i soffici e consolidati confini del quotidiano, l’elucubrazione poetica della de Filippis sembra sostanzialmente rimarcare i confini dell’impossibilità espressiva, perimetrando le zone d’ombra del silenzio forzato cui è indotto, in ultima analisi, il genuino monologo interiore, suo e del mondo naturalmente inteso, nell’inevitabile scontro con la ruvida, ancorché spietata, spigolosità della vita universale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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