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di Ilenia Appicciafuoco
Due esistenze
che si scontrano, che si amano e che forse si perderanno per sempre nello
spazio di un mattino. Due differenti tipi di desolazione e degrado, affrontati
con la violenza e la negazione della propria natura da una parte e con
distrazioni futili, sogni ed illusioni dall’altra. Due individui esclusi o che
scelgono di autoescludersi dalla società che corre e che non ha tempo per accorgersi
della luce che, seppur fioca, illumina anche le loro vite. Un incontro, forse
una fatalità come tante, che tuttavia potrà svelare la parte migliore di due
anime …
Prima di
affrontare Denti guasti, seconda
fatica letteraria del giovane scrittore e musicista Matteo De Simone, è
opportuno per noi lettori cancellare dalle nostre menti prima un’immagine e
dopo una falsa convinzione. L’immagine è quella dell’odierna Torino, città
della Fiera del Libro, del vivace fermento culturale e musicale, del Museo
Egizio e di Corso Francia, della Basilica di Superga e della Mole etc., la
fotografia di un’isola accogliente che sembra non voler avere niente a che fare
con il resto di un paese ‘costretto’ ad ammirarla dal basso: non caotica e
schiacciante come Roma, non algida ed isterica come Milano, neanche
lontanamente paragonabile alla magica, ma pericolosa Napoli.
La metropoli a
misura d’uomo, talmente ben organizzata e strutturata da assomigliare ad una
‘capitale europea’, nel romanzo di De Simone non esiste. La Torino di Denti guasti è una discarica affollata
da mostri, una Valle Giulia notturna e odierna in scala aumentata, in cui
ragazzi moldavi ‘fanno cassa’ prostituendosi, e perdono la verginità durante
stupri di gruppo, e ragazze italiane sognano i ‘talent show’, mentre le loro
mamme soffocano in soggiorno in cocktail di abulia, whisky e psicofarmaci.
La falsa
convinzione è quella che da secoli abita inconsciamente l’intelletto di ogni
lettore che conosca il genere della tragedia: che questa forma possa accogliere
solo personaggi che si identifichino con il proprio dramma, che si rendano
indistinguibili da quest’ultimo. La mente dell’eroe o antieroe tragico, per
millenni, sembra essere stata occupata esclusivamente dall’oggetto o dal
percorso che lo avrebbero condotto alla caduta finale, oppure dalle conseguenze
di questa caduta. E se nella modernità questo ‘pensiero fisso’ è andato via via
amalgamandosi con altre riflessioni, apparentemente – e sottolineiamo apparentemente – disgiunte dal nocciolo
del dramma, nell’età contemporanea esse procedono di pari passo con
quest’ultimo, snaturandolo spesso di significato, depauperando ogni evento
della sua unicità e della sua stessa essenza.
Niente può più
permettersi di essere considerato tragico nel mondo in cui viviamo, e nel
romanzo di De Simone l’omicidio, lo stupro di gruppo, la prostituzione e la
morte di un padre o di una madre, si fondono ad ossessioni per programmi
televisivi o per ragazzini stupidi ed immaginarî, a complessi derivanti dai
chili di troppo, al desiderio di diventare famosi, al netsurfing su Facebook.
I protagonisti
della tragedia post-contemporanea, Giulia e Roman, pagano un debito a William
Shakespeare solo per i nomi con cui De Simone sceglie di identificarli ed il
loro incontro non occuperà che una delle pagine del testo. Dopo aver amato
Giulia, Roman continuerà a sedurre altre donne italiane solo per prendere di
nascosto le copie delle chiavi dei loro appartamenti, mentre la ragazza tornerà
ad una vita in cui sembra esserci spazio solo per l’insofferenza nei confronti
di una madre alcolista, l’amore puro per il fratellino ed il sogno di diventare
la protagonista di un ‘talent show’.
Non ci sono
capitoli ma solo ore e giorni in Denti
guasti ed ogni episodio diviene parte di un puzzle o di un orologio rotto.
La progressione della storia dell’autore torinese, come un film di Terrence
Malick, strizza l’occhio al frammento, a flashback e flashforward che si
confondono e che comunque non incidono sulla ricezione e sull’andamento degli
eventi perché questi, così come i personaggi, appaiono sempre scollegati l’uno
dall’altro. Giulia e Roman si incontreranno in un supermercato ed anche se
faranno l’amore poche ore più tardi, il pensiero per l’altro che costantemente
accompagnerà entrambi sarà soffocato in egual misura da catastrofi e pensieri
futili. Silvana, la madre di Giulia, uno dei tanti denti guasti della storia, è un’impiegata postale dipendente
dall’alcol, l’antidoto capace di farle dimenticare non tanto la prematura
scomparsa del marito, quanto il suo stesso ruolo di madre, un fardello pesante
che non ha più voglia di portare. Ogni volta che lo sguardo di disapprovazione
di sua figlia la tocca, Silvana sente di odiarla ed allo stesso tempo è
perfettamente conscia di quanto sia flebile il suo desiderio di smettere di
bere.
Gli unici
momenti in cui la donna è ancora capace di commuoversi e di emozionarsi sono
quelli in cui ascolta di nascosto la figlia cantare sotto la doccia.
Incoraggiata dalla sua miglior amica e dall’amato padre scomparso – anch’egli
alcolista – Giulia coltiva da sempre la passione per il canto e mentre la
voglia di vivere di sua madre sfuma di giorno in giorno, la ragazza non può far
altro che cercare rifugio nelle ‘prodezze’ e nelle ‘sfide’ di Caterina Samperi
e degli altri protagonisti del talent show “Un tram chiamato successo”. La
trasmissione, che De Simone descrive tramite le riflessioni di Giulia, non è
altro che la riproduzione fin troppo fedele dei programmi trita-mente dei quali
tutti conosciamo i meccanism, ma che comunque continuano ad essere ottimi
surrogati e vie di fuga dalla routine quotidiana e forse ancor più da una vita
senza troppe rosee aspettative, come quella dei protagonisti di Denti guasti.
Sarà tuttavia
proprio una piccola estrema attenzione di Silvana nei confronti della figlia a
far compiere a Giulia un’azione impulsiva, inopportuna e assurda, forse la più
folle di questa storia, dimostrazione di quanto sia disposto a fare un antieroe
della tragedia contemporanea per fuggire dal proprio dramma personale.
Dal canto suo
Roman, di indole mite e contraddistinta da un innato senso della giustizia e da
un intelletto che saprebbe chiaramente distinguere il bene dal male, è
stravolto dal mondo in cui il si ritrova catapultato. Fra sensi di colpa per
gli atti di delinquenza compiuti e da compiere, la consapevolezza che non
esistano vie d’uscita e sfocati ricordi di un’infanzia traumatica, Roman non è
che uno dei tanti uomini deformati dal loro stesso destino.
Denti guasti si fregia della prefazione
di Pierpaolo Capovilla, frontman del gruppo noise-rock italiano “Il Teatro
degli Orrori”. Il cantautore e performer riesce ad individuare uno dei tratti
fondamentali della scrittura di De Simone. Il testo si legge d’un fiato, nello
spazio di un’ora o due, ed è capace di mantenere desta l’attenzione del lettore
non solo per l’agilità e la destrezza con le quali l’autore si serve del mezzo
letterario, ma anche per la velocità con cui si susseguono gli avvenimenti ed
infine per il realismo che contraddistingue i pensieri dei personaggi che se da
una parte li allontana dagli eroi tragici tout-court, dall’altra li rende
estremamente simili e più vicini ad ognuno di noi.
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