LETTURE
MATTEO DE SIMONE
      

Denti guasti

 

Hacca edizioni, Matelica (Mc) 2011, pp. 320,
€ 14,00

    

      


di Ilenia Appicciafuoco

 

 

Due esistenze che si scontrano, che si amano e che forse si perderanno per sempre nello spazio di un mattino. Due differenti tipi di desolazione e degrado, affrontati con la violenza e la negazione della propria natura da una parte e con distrazioni futili, sogni ed illusioni dall’altra. Due individui esclusi o che scelgono di autoescludersi dalla società che corre e che non ha tempo per accorgersi della luce che, seppur fioca, illumina anche le loro vite. Un incontro, forse una fatalità come tante, che tuttavia potrà svelare la parte migliore di due anime …

Prima di affrontare Denti guasti, seconda fatica letteraria del giovane scrittore e musicista Matteo De Simone, è opportuno per noi lettori cancellare dalle nostre menti prima un’immagine e dopo una falsa convinzione. L’immagine è quella dell’odierna Torino, città della Fiera del Libro, del vivace fermento culturale e musicale, del Museo Egizio e di Corso Francia, della Basilica di Superga e della Mole etc., la fotografia di un’isola accogliente che sembra non voler avere niente a che fare con il resto di un paese ‘costretto’ ad ammirarla dal basso: non caotica e schiacciante come Roma, non algida ed isterica come Milano, neanche lontanamente paragonabile alla magica, ma pericolosa Napoli.

La metropoli a misura d’uomo, talmente ben organizzata e strutturata da assomigliare ad una ‘capitale europea’, nel romanzo di De Simone non esiste. La Torino di Denti guasti è una discarica affollata da mostri, una Valle Giulia notturna e odierna in scala aumentata, in cui ragazzi moldavi ‘fanno cassa’ prostituendosi, e perdono la verginità durante stupri di gruppo, e ragazze italiane sognano i ‘talent show’, mentre le loro mamme soffocano in soggiorno in cocktail di abulia, whisky e psicofarmaci.

La falsa convinzione è quella che da secoli abita inconsciamente l’intelletto di ogni lettore che conosca il genere della tragedia: che questa forma possa accogliere solo personaggi che si identifichino con il proprio dramma, che si rendano indistinguibili da quest’ultimo. La mente dell’eroe o antieroe tragico, per millenni, sembra essere stata occupata esclusivamente dall’oggetto o dal percorso che lo avrebbero condotto alla caduta finale, oppure dalle conseguenze di questa caduta. E se nella modernità questo ‘pensiero fisso’ è andato via via amalgamandosi con altre riflessioni, apparentemente – e sottolineiamo apparentemente – disgiunte dal nocciolo del dramma, nell’età contemporanea esse procedono di pari passo con quest’ultimo, snaturandolo spesso di significato, depauperando ogni evento della sua unicità e della sua stessa essenza.

 

Niente può più permettersi di essere considerato tragico nel mondo in cui viviamo, e nel romanzo di De Simone l’omicidio, lo stupro di gruppo, la prostituzione e la morte di un padre o di una madre, si fondono ad ossessioni per programmi televisivi o per ragazzini stupidi ed immaginarî, a complessi derivanti dai chili di troppo, al desiderio di diventare famosi, al netsurfing su Facebook.

I protagonisti della tragedia post-contemporanea, Giulia e Roman, pagano un debito a William Shakespeare solo per i nomi con cui De Simone sceglie di identificarli ed il loro incontro non occuperà che una delle pagine del testo. Dopo aver amato Giulia, Roman continuerà a sedurre altre donne italiane solo per prendere di nascosto le copie delle chiavi dei loro appartamenti, mentre la ragazza tornerà ad una vita in cui sembra esserci spazio solo per l’insofferenza nei confronti di una madre alcolista, l’amore puro per il fratellino ed il sogno di diventare la protagonista di un ‘talent show’.

Non ci sono capitoli ma solo ore e giorni in Denti guasti ed ogni episodio diviene parte di un puzzle o di un orologio rotto. La progressione della storia dell’autore torinese, come un film di Terrence Malick, strizza l’occhio al frammento, a flashback e flashforward che si confondono e che comunque non incidono sulla ricezione e sull’andamento degli eventi perché questi, così come i personaggi, appaiono sempre scollegati l’uno dall’altro. Giulia e Roman si incontreranno in un supermercato ed anche se faranno l’amore poche ore più tardi, il pensiero per l’altro che costantemente accompagnerà entrambi sarà soffocato in egual misura da catastrofi e pensieri futili. Silvana, la madre di Giulia, uno dei tanti denti guasti della storia, è un’impiegata postale dipendente dall’alcol, l’antidoto capace di farle dimenticare non tanto la prematura scomparsa del marito, quanto il suo stesso ruolo di madre, un fardello pesante che non ha più voglia di portare. Ogni volta che lo sguardo di disapprovazione di sua figlia la tocca, Silvana sente di odiarla ed allo stesso tempo è perfettamente conscia di quanto sia flebile il suo desiderio di smettere di bere.

Gli unici momenti in cui la donna è ancora capace di commuoversi e di emozionarsi sono quelli in cui ascolta di nascosto la figlia cantare sotto la doccia. Incoraggiata dalla sua miglior amica e dall’amato padre scomparso – anch’egli alcolista – Giulia coltiva da sempre la passione per il canto e mentre la voglia di vivere di sua madre sfuma di giorno in giorno, la ragazza non può far altro che cercare rifugio nelle ‘prodezze’ e nelle ‘sfide’ di Caterina Samperi e degli altri protagonisti del talent show “Un tram chiamato successo”. La trasmissione, che De Simone descrive tramite le riflessioni di Giulia, non è altro che la riproduzione fin troppo fedele dei programmi trita-mente dei quali tutti conosciamo i meccanism, ma che comunque continuano ad essere ottimi surrogati e vie di fuga dalla routine quotidiana e forse ancor più da una vita senza troppe rosee aspettative, come quella dei protagonisti di Denti guasti.

 

Sarà tuttavia proprio una piccola estrema attenzione di Silvana nei confronti della figlia a far compiere a Giulia un’azione impulsiva, inopportuna e assurda, forse la più folle di questa storia, dimostrazione di quanto sia disposto a fare un antieroe della tragedia contemporanea per fuggire dal proprio dramma personale.

Dal canto suo Roman, di indole mite e contraddistinta da un innato senso della giustizia e da un intelletto che saprebbe chiaramente distinguere il bene dal male, è stravolto dal mondo in cui il si ritrova catapultato. Fra sensi di colpa per gli atti di delinquenza compiuti e da compiere, la consapevolezza che non esistano vie d’uscita e sfocati ricordi di un’infanzia traumatica, Roman non è che uno dei tanti uomini deformati dal loro stesso destino.

Denti guasti si fregia della prefazione di Pierpaolo Capovilla, frontman del gruppo noise-rock italiano “Il Teatro degli Orrori”. Il cantautore e performer riesce ad individuare uno dei tratti fondamentali della scrittura di De Simone. Il testo si legge d’un fiato, nello spazio di un’ora o due, ed è capace di mantenere desta l’attenzione del lettore non solo per l’agilità e la destrezza con le quali l’autore si serve del mezzo letterario, ma anche per la velocità con cui si susseguono gli avvenimenti ed infine per il realismo che contraddistingue i pensieri dei personaggi che se da una parte li allontana dagli eroi tragici tout-court, dall’altra li rende estremamente simili e più vicini ad ognuno di noi.      




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