LETTERATURE MONDO
SENI SENEVIRATNE
Una impegnata poeta inglese con le “radici di cannella”

      
Rievocando gli incontri con la scrittrice britannica tra El Gouna e Roma. Vincitrice di diversi premi e psicologa di professione, è autrice di un’intensa poesia civile che ha scavato sulla propria origine srilankese (il padre era un giovane emigrante approdato in Inghilterra dalla ex colonia), così come non esita a richiamare le lepidezze e le tenere e meravigliose scoperte dell’infanzia. Qui presentiamo la traduzione di due suoi testi e un audiofile con la sua voce.
      




   

di Tiziana Colusso

 

 

Ho conosciuto Seni Seneviratne nel maggio 2010 a El Gouna, spettacolare cittadina sul bordo del Mar Rosso, lontana dalle rotte tradizionali del turismo stile Sharm el Sheik. Eravamo invitate entrambe in un programma internazionale di Writers’ Residency, una residenza per scrittori selezionati da una commissione internazionale tra i molti che hanno risposto ad un bando lanciato su Internet, con  una trasparenza che non ci si aspetterebbe forse da una mentalità levantina. Sono diventata con gli anni esperta di queste possibilità di Writers’ Residencies, è una modalità di viaggio e di conoscenza, soprattutto per me è stata per vari anni un modo per sfuggire alle patrie paludi. Di alcuni di questi viaggi ho narrato in reportage per i web magazines LE RETI DI DEDALUS e FORMALFUENS.NET, altri sono ancora inediti e aspettano di decantare in volume.

 

In quel maggio lì, eravamo quattro o cinque scrittori di varia provenienza, dagli Stati Uniti al Botswana, dall’Italia al Regno Unito, quest’ultimo rappresentato appunto da Seni Seneviratne, poeta di rango, vincitrice di vari award e psicologa di professione, specializzata in violenza familiare e in traumi.  Qualche anno fa ha vinto una borsa di ricerca per andare in Sudafrica per un anno a studiare con i poeti locali le modalità della rielaborazione nella poesia sudafricana del lungo trauma dell’Apartheid.

 

Seni Seneviratne è poeta impegnata, femminista tosta come solo quelle inglesi sanno essere, autrice di una poesia civile in essenza, pur senza definirsi tale, e anche osservatrice del fenomeno storico del colonialismo, che in lei diventa un tema intimamente esistenziale, dal momento che suo padre era un giovane emigrante Sri Lankese approdato a costruirsi una vita nell’ex Impero britannico.

 

Durante il soggiorno a El Gouna, oltre a scrivere i rispettivi libri, abbiamo anche tentato una sorta di collaborazione poetica di mutua traduzione – una sorta di mutuo soccorso poetico in vista del Reading finale nella Biblioteca di El Gouna: lei ha revisionato una traduzione approssimativa di un mio testo in inglese, e io ho tradotto uno dei suoi testi in Italiano, Cinnamon Roots, tratto dalla raccolta  Wild Cinnamon and Winter Skin, (Peepal Tree Press, 2007).

 

Dopo più di un anno quella traduzione mi è tornata utile per introdurre Seni Seneviratne al pubblico italiano, in occasione della sua venuta a Roma per partecipare come ospite straniera all’evento romano connesso all’evento simultaneo globale in 55 paesi, tenutosi il 24 settembre e denominato 100POETS FOR CHANGE.





Seni Seneviratne sul Ponte della Musica a Roma, il 24 settembre 2011


Riporto qui sotto il testo originale e la sua traduzione, insieme ad un altro testo tradotto da Anna Maria Robustelli. Premetto che Anna Maria è , oltre che poeta, una traduttrice riconosciuta di poesia inglese ed anglofona, curatrice insieme ad altre del volume Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Le voci della luna, 2009). La mia traduzione invece è soltanto il distillato di qualche meraviglioso pomeriggio passato sul terrazzino tra le camere confinanti che occupavamo io e Seni, di fronte ad una Laguna quieta che racchiude le acque del Mar Rosso in un’ansa di palme e di uccelli acquatici, con il sottofondo degli impianti di irrigazione che vanamente cercavano di strappare giardini al deserto e alle frequenti tempeste di sabbia. Più che del corpo nella poesia femminile si trattava in quel caso proprio dei corpi di due poete distese tra acqua e sabbia ad assorbire la parola poetica l’una dell’altra….

 

***

 

Seni Seneviratne (da Wild Cinnamon & Winter Skin, Peepal Tree Press, UK 2010)

 

Cinnamon Roots

 

( ascolta il file mp3  >  dal cd Wild Cinnamon & Winter Skin )

 

Cinnamon, sweet wood spice, once traded like gold,

when I look for my roots I find you, yellowish brown

like my winter skin, native of Sri Lanka, growing wild

in the jungles of the Kandy Highlands.

 

Fourteen ninety-two, Columbus never finds you, sailing

westwards to the lands of the Arawak Indians, he promises

spices and gold, trophies for a Spanish Queen. Brings her

Taino slaves as gifts.

 

But Portugal, travels East to an island that falls, like a

teardrop, from the tip of India. Finds your soft sweetness,

wraps it in hard cash, grows rich on your rarity, founding a

spice trade, that deals in blood.

 

The Dutch make plantations, to tame your wild fragrance, that can

never sweeten their breath. Demand quotas of your bark, enforced

by death and torture. Burn down your August harvest, fabled fuel

of the phoenix fire, to keep up the prices.

 

Dutch East India becomes British East India. Your

acres grow in the rain and heat of Sri Lanka,

filling the coffers of the British Empire.

 

Nineteen ninety-two I buy your ground aroma in pre-packed jars,

fry you with aubergines and coriander, look for my roots, find

you yellowish brown, like my winter skin, native of Sri Lanka

growing wild in the jungles of the Kandy Highlands.

 

 

Radici di cannella

(traduzione di Tiziana Colusso, El Gouna, maggio 2010)

 

Cannella, dolce spezia legnosa, prezioso oro antico,

cercando le mie radici trovo te, ocra pallido

come la mia pelle invernale, nata selvaggia a Sri Lanka

nelle giungle delle alture di Kandy.

 

Nel quattrocento novantadue Colombo non ti trova,

veleggiando a ovest verso le terre degli Indiani Arawak –

promette spezie ed ori alla regina degli spagnoli.

Le porta in dono solo schiavi Taino.

 

Ma il Portogallo raggiunge verso est un’ isola caduta

come una lacrima dall’India. Trova la tua soave dolcezza,

la chiude in duri forzieri, si arricchisce con la tua rarità,

fondando un commercio delle spezie sanguinoso.

 

Gli olandesi domesticano in colture la tua fiera fragranza

che non addolcisce il loro fiato. Pretendono pedaggi

dai raccolti, con mortale forza. Bruciano i tuoi raccolti estivi

come la Fenice leggendaria per lievitare i prezzi.

 

L’India Orientale olandese divenne britannica.

Acri di spezie crebbero nella pioggia calda di Sri Lanka,

colmando  i forzieri dell’Impero Britannico.

 

Nel novecento novantadue acquisto in buste il tuo terrestre aroma,

sistemato tra melanzane e coriandolo per ritrovare le radici

nel tuo colore ocra pallido come la mia pelle invernale, nativa di Sri Lanka,

nata nelle giungle delle alture intorno a Kandy.

 

***

 

Nota su  Seni Seneviratne

 

di Anna Maria Robustelli

 

In Yorkshire Childhood troviamo parole che incidono quadretti di una vita antica, vissuta nell’infanzia, accanto a spazi e oggetti che forse non esistono più e che solo le parole riescono a riesumare. Di questo amore per gli oggetti perduti è intrisa la poesia delle donne, basti ricordare la poesia An Elegy For My Mother In Which She Scarcely Appears (Domestic Violence, W. W. Norton, 2007) della famosa poetessa irlandese Eavan Boland e la raccolta Toccare quello che resta – Tangible Remains di Barbara Carle, a cura di M. C. Di Biasio (Bilingual edition, Ghenomena Editions, 2009), ma certo come non ricordare le patate e il secchio colmo d’acqua collegati con il ricordo della madre che caratterizzano uno dei sonetti più belli della serie Clearances, tratta da The Haw Lantern del celebre poeta irlandese Seamus Heaney?

Balzano in primo piano strade non asfaltate, retrocucina con secchi e caminetti pericolosamente intriganti, ai quali non ci si dovrebbe accostare troppo, se non fosse che l’allettamento del burro che si scioglierà  tra le labbra da gustarsi in una logora poltrona fa sì che ci si avvicini. Al nonno sono permesse cose vietate ai bambini, ma è una nonna che prende tutta l’attenzione – cosa non così frequente nelle genealogie femminili, ma le nonne si sa sono meno tranchant delle madri. Tiene in alta considerazione la nipote e pensa che ha dita da pasticciere ed ecco la plasticità delle dita delle due donne che si rivoltano nella farina per fare, per creare impegnando tutti i propri sforzi al fine di ricavare qualcosa dall’impasto grasso. Una nonna grossa che porta calzoni sformati e che fa rannicchiare la nipote sul suo sedere a letto: una corrente di affetto passa da un corpo femminile all’altro, dando calore e protezione come se quella collinetta della pancia della nonna fosse un baluardo sicuro contro la pericolosità del mondo.

Così dalla strada menzionata nel primo verso entriamo in un retrocucina, ci accostiamo a un caminetto e siamo proiettati in un interno di molto tempo fa con un tavolo e una poltrona. Dalla cucina regno del fare e del nutrire al letto della nonna dove i due corpi delle donne della poesia  quasi si fondono per darsi fiducia e importanza contro tutto il mondo. È come se assistessimo a uno zoom che si sposta dall’esterno all’interno fino a concentrarsi sulla meraviglia di un affetto saldo che ha costruito bene, accompagnati lungo tutto il percorso dall’impiego dell’enjambement che scandisce emotivamente la narrazione. Ci sono molti my e I in questa poesia: ci parlano di un possesso che ha generato autostima rinforzando appunto un io.  Questo è il piccolo miracolo della poesia di Seni Seneviratne, tratta dalla bella raccolta Wild Cinnamon & Winter Skin (Peepal Tree, Leeds, 2007, 2010).

 

 

Yorkshire Childhood  (Wild Cinnamon & Winter Skin, Peepal Tree, Leeds 2007, 2010)

 

Swings and roundabouts  across the road,

at the end of a cobbled street, down steep

steps from a scullery, with a sink too high

and a bucket underneath. Out of a back room

with a shiny black fireplace filled with red hot –

Don’t touch! Don’t stand too near!

as I held the toasting fork to brown the pikelets.

 

My brown hands were stinging with the heat,

red face beaming as I waited for melting

butter over licking lips. I disappeared then

into a worn armchair, but never my Grandad’s.

That waited empty, like his slippers, till he arrived

to eat his dinner, always ready on the table, and drink

his gravy from the plate – though we were never allowed.

 

My grandma taught me to make egg custard

tarts, very carefully. Said I had pastry fingers.

My brown hands dipped in and out of fatty flour

moulding, rolling – like her fingers that she

worked to the bone, so she wore a gap in the

gold of her ring (when I always thought

gold was too hard to wear out).

 

My grandma wore pink corsets, laughed at

her own long baggy knickers, let me snuggle up

to her bum in bed, told me I was important

and special, that no matter what anyone said

or teased, I had  a right to be who I was, and

that I would be great, I would be wonderful,

I would show them all in the end just how good I was,

my brown hands reaching across the mound of her belly.

 

 

Infanzia nello Yorkshire

(traduzione di Anna Maria Robustelli)

 

Altalene e giostre dall’altra parte della strada,

alla fine di una via di ciottoli, per ripidi

gradini di un retrocucina, con un acquaio troppo alto

e un secchio sotto. Fuori da una  stanza sul retro

con un caminetto nero lucente riempito di rosso bollente 

Non toccare! Non stare troppo vicino!

mentre tenevo il forchettone per abbrustolire le focaccine.

 

Le mie mani scure bruciavano per il calore,

la faccia rossa dardeggiante mentre aspettavo che si sciogliesse

il burro sulle labbra che lo leccavano.  Scomparivo allora

in una poltrona logora, ma mai in quella di mio nonno.

Quella aspettava vuota, come le sue pantofole, che lui arrivasse

per mangiare la cena, sempre pronta sulla tavola, e che bevesse

il sugo della carne dal piatto – sebbene a noi non  fosse mai permesso 

 

Mia nonna mi insegnò a fare tortine di crema

pasticciera, con molta attenzione. Diceva che avevo dita da pasticciere.

Le mie mani scure si immergevano dentro e fuori la farina grassa

modellando, arrotolando – come le dita di lei che faceva lavorare

fino all’osso, tanto da scavare un buco nell’

oro del suo anello (mentre io ho sempre pensato  che

l’oro fosse troppo duro per consumarsi).

 

Mia nonna indossava bustini rosa, rideva dei

dei suoi lunghi pantaloni sformati, mi lasciava rannicchiare

sul suo sedere a letto, mi diceva che ero importante

e speciale; che non importava  quel che dicevano

o se mi  prendevano  in giro, avevo il diritto di essere chi ero, e

che sarei stata in gamba, sarei stata meravigliosa,

avrei mostrato a tutti  alla fine quanto ero brava,

mentre le mie mani scure si allungavano sulla collina della sua pancia.

 

 

 

 




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