di Tiziana Colusso
Ho
conosciuto Seni Seneviratne nel maggio 2010 a El Gouna, spettacolare cittadina
sul bordo del Mar Rosso, lontana dalle rotte tradizionali del turismo stile
Sharm el Sheik. Eravamo invitate entrambe in un programma internazionale di Writers’ Residency, una residenza per
scrittori selezionati da una commissione internazionale tra i molti che hanno
risposto ad un bando lanciato su Internet, con una trasparenza che non ci si aspetterebbe
forse da una mentalità levantina. Sono diventata con gli anni esperta di queste
possibilità di Writers’ Residencies,
è una modalità di viaggio e di conoscenza, soprattutto per me è stata per vari
anni un modo per sfuggire alle patrie paludi. Di alcuni di questi viaggi ho
narrato in reportage per i web magazines LE RETI DI DEDALUS e FORMALFUENS.NET,
altri sono ancora inediti e aspettano di decantare in volume.
In
quel maggio lì, eravamo quattro o cinque scrittori di varia provenienza, dagli
Stati Uniti al Botswana, dall’Italia al Regno Unito, quest’ultimo rappresentato
appunto da Seni Seneviratne, poeta di rango, vincitrice di vari award e
psicologa di professione, specializzata in violenza familiare e in traumi. Qualche anno fa ha vinto una borsa di ricerca
per andare in Sudafrica per un anno a studiare con i poeti locali le modalità
della rielaborazione nella poesia sudafricana del lungo trauma dell’Apartheid.
Seni
Seneviratne è poeta impegnata, femminista tosta come solo quelle inglesi sanno
essere, autrice di una poesia civile in essenza, pur senza definirsi tale, e
anche osservatrice del fenomeno storico del colonialismo, che in lei diventa un
tema intimamente esistenziale, dal momento che suo padre era un giovane
emigrante Sri Lankese approdato a costruirsi una vita nell’ex Impero
britannico.
Durante il soggiorno a El Gouna,
oltre a scrivere i rispettivi libri, abbiamo anche tentato una sorta di
collaborazione poetica di mutua traduzione – una sorta di mutuo soccorso
poetico in vista del Reading finale nella Biblioteca di El Gouna: lei ha
revisionato una traduzione approssimativa di un mio testo in inglese, e io ho
tradotto uno dei suoi testi in Italiano, Cinnamon Roots, tratto dalla raccolta Wild
Cinnamon and Winter Skin,
(Peepal Tree Press, 2007).
Dopo più di un anno quella traduzione mi è tornata
utile per introdurre Seni Seneviratne al pubblico italiano, in occasione della
sua venuta a Roma per partecipare come ospite straniera all’evento romano
connesso all’evento simultaneo globale in 55 paesi, tenutosi il 24 settembre e denominato
100POETS FOR CHANGE.
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Seni Seneviratne sul Ponte della Musica a Roma, il 24 settembre 2011
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Riporto
qui sotto il testo originale e la sua traduzione, insieme ad un altro testo
tradotto da Anna Maria Robustelli. Premetto che Anna Maria è , oltre che poeta,
una traduttrice riconosciuta di poesia inglese ed anglofona, curatrice insieme
ad altre del volume Corporea. Il corpo
nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Le voci della luna,
2009). La mia traduzione invece è soltanto il distillato di qualche
meraviglioso pomeriggio passato sul terrazzino tra le camere confinanti che
occupavamo io e Seni, di fronte ad una Laguna quieta che racchiude le acque del
Mar Rosso in un’ansa di palme e di uccelli acquatici, con il sottofondo degli
impianti di irrigazione che vanamente cercavano di strappare giardini al
deserto e alle frequenti tempeste di sabbia. Più che del corpo nella poesia
femminile si trattava in quel caso proprio dei corpi di due poete distese tra
acqua e sabbia ad assorbire la parola poetica l’una dell’altra….
***
Seni Seneviratne (da Wild
Cinnamon & Winter Skin, Peepal Tree Press, UK 2010)
Cinnamon Roots
( ascolta il file mp3 > dal
cd Wild Cinnamon & Winter Skin )
Cinnamon, sweet wood spice, once traded like gold,
when I look for my roots I find you, yellowish brown
like my winter skin, native of Sri Lanka, growing wild
in the jungles of the Kandy Highlands.
Fourteen ninety-two, Columbus never finds you, sailing
westwards to the lands of the Arawak Indians, he promises
spices and gold, trophies for a Spanish Queen. Brings her
Taino slaves as gifts.
But Portugal, travels East to an island that falls, like a
teardrop, from the tip of India. Finds your soft sweetness,
wraps it in hard cash, grows rich on your rarity, founding a
spice trade, that deals in blood.
The Dutch make plantations, to tame your wild fragrance, that can
never sweeten their breath. Demand quotas of your bark, enforced
by death and torture. Burn down your August harvest, fabled fuel
of the phoenix fire, to keep up the prices.
Dutch East India becomes British East India. Your
acres grow in the rain and heat of Sri Lanka,
filling the coffers of the British Empire.
Nineteen ninety-two I buy your ground aroma in pre-packed jars,
fry you with aubergines and coriander, look for my roots, find
you yellowish brown, like my winter skin, native of Sri Lanka
growing wild in the jungles of the Kandy Highlands.
Radici
di cannella
(traduzione
di Tiziana Colusso, El Gouna, maggio 2010)
Cannella,
dolce spezia legnosa, prezioso oro antico,
cercando
le mie radici trovo te, ocra pallido
come
la mia pelle invernale, nata selvaggia a Sri Lanka
nelle
giungle delle alture di Kandy.
Nel
quattrocento novantadue Colombo non ti trova,
veleggiando
a ovest verso le terre degli Indiani Arawak –
promette
spezie ed ori alla regina degli spagnoli.
Le
porta in dono solo schiavi Taino.
Ma
il Portogallo raggiunge verso est un’ isola caduta
come
una lacrima dall’India. Trova la tua soave dolcezza,
la
chiude in duri forzieri, si arricchisce con la tua rarità,
fondando
un commercio delle spezie sanguinoso.
Gli
olandesi domesticano in colture la tua fiera fragranza
che
non addolcisce il loro fiato. Pretendono pedaggi
dai
raccolti, con mortale forza. Bruciano i tuoi raccolti estivi
come
la Fenice leggendaria per lievitare i prezzi.
L’India
Orientale olandese divenne britannica.
Acri
di spezie crebbero nella pioggia calda di Sri Lanka,
colmando i forzieri dell’Impero Britannico.
Nel
novecento novantadue acquisto in buste il tuo terrestre aroma,
sistemato
tra melanzane e coriandolo per ritrovare le radici
nel
tuo colore ocra pallido come la mia pelle invernale, nativa di Sri Lanka,
nata
nelle giungle delle alture intorno a Kandy.
***
Nota su Seni Seneviratne
di Anna Maria
Robustelli
In
Yorkshire Childhood troviamo parole
che incidono quadretti di una vita antica, vissuta nell’infanzia, accanto a
spazi e oggetti che forse non esistono più e che solo le parole riescono a
riesumare. Di questo amore per gli oggetti perduti è intrisa la poesia delle
donne, basti ricordare la poesia An Elegy
For My Mother In Which She Scarcely Appears (Domestic Violence, W. W. Norton, 2007) della famosa poetessa
irlandese Eavan Boland e la raccolta Toccare
quello che resta – Tangible Remains di Barbara Carle, a cura di M. C. Di Biasio (Bilingual edition, Ghenomena Editions,
2009), ma certo come non ricordare le patate e il secchio colmo d’acqua
collegati con il ricordo della madre che caratterizzano uno dei sonetti più
belli della serie Clearances, tratta da The Haw Lantern del celebre poeta irlandese Seamus Heaney?
Balzano
in primo piano strade non asfaltate, retrocucina con secchi e caminetti
pericolosamente intriganti, ai quali non ci si dovrebbe accostare troppo, se
non fosse che l’allettamento del burro che si scioglierà tra le labbra da gustarsi in una logora
poltrona fa sì che ci si avvicini. Al nonno sono permesse cose vietate ai
bambini, ma è una nonna che prende tutta l’attenzione – cosa non così frequente
nelle genealogie femminili, ma le nonne si sa sono meno tranchant delle madri. Tiene in alta considerazione la nipote e
pensa che ha dita da pasticciere ed ecco la plasticità delle dita delle due
donne che si rivoltano nella farina per fare, per creare impegnando tutti i
propri sforzi al fine di ricavare qualcosa dall’impasto grasso. Una nonna
grossa che porta calzoni sformati e che fa rannicchiare la nipote sul suo
sedere a letto: una corrente di affetto passa da un corpo femminile all’altro,
dando calore e protezione come se quella collinetta della pancia della nonna
fosse un baluardo sicuro contro la pericolosità del mondo.
Così
dalla strada menzionata nel primo verso entriamo in un retrocucina, ci
accostiamo a un caminetto e siamo proiettati in un interno di molto tempo fa
con un tavolo e una poltrona. Dalla cucina regno del fare e del nutrire al
letto della nonna dove i due corpi delle donne della poesia quasi si fondono per darsi fiducia e
importanza contro tutto il mondo. È come se assistessimo a uno zoom che si
sposta dall’esterno all’interno fino a concentrarsi sulla meraviglia di un
affetto saldo che ha costruito bene, accompagnati lungo tutto il percorso
dall’impiego dell’enjambement che
scandisce emotivamente la narrazione. Ci sono molti my e I in questa poesia:
ci parlano di un possesso che ha generato autostima rinforzando appunto un
io. Questo è il piccolo miracolo della
poesia di Seni Seneviratne, tratta dalla bella raccolta Wild Cinnamon & Winter Skin (Peepal Tree, Leeds, 2007, 2010).
Yorkshire Childhood
(Wild Cinnamon
& Winter Skin, Peepal Tree, Leeds 2007, 2010)
Swings and roundabouts across the road,
at the end of a cobbled
street, down steep
steps from a scullery, with
a sink too high
and a bucket underneath. Out
of a back room
with a shiny black fireplace
filled with red hot –
Don’t touch! Don’t stand too near!
as I held the toasting fork
to brown the pikelets.
My brown hands were stinging
with the heat,
red face beaming as I waited
for melting
butter over licking lips. I disappeared
then
into a worn armchair, but
never my Grandad’s.
That waited empty, like his
slippers, till he arrived
to eat his dinner, always
ready on the table, and drink
his gravy from the plate –
though we were never allowed.
My grandma taught me to make
egg custard
tarts, very carefully. Said
I had pastry fingers.
My brown hands dipped in and
out of fatty flour
moulding, rolling – like her
fingers that she
worked to the bone, so she
wore a gap in the
gold of her ring (when I
always thought
gold was too hard to wear
out).
My grandma wore pink
corsets, laughed at
her own long baggy knickers,
let me snuggle up
to her bum in bed, told me I
was important
and special, that no matter
what anyone said
or teased, I had a right to be who I was, and
that I would be great, I
would be wonderful,
I would show them all in the
end just how good I was,
my brown hands reaching
across the mound of her belly.
Infanzia
nello Yorkshire
(traduzione
di Anna Maria Robustelli)
Altalene
e giostre dall’altra parte della strada,
alla
fine di una via di ciottoli, per ripidi
gradini
di un retrocucina, con un acquaio troppo alto
e
un secchio sotto. Fuori da una stanza
sul retro
con
un caminetto nero lucente riempito di rosso bollente –
Non toccare! Non stare
troppo vicino!
mentre
tenevo il forchettone per abbrustolire le focaccine.
Le
mie mani scure bruciavano per il calore,
la
faccia rossa dardeggiante mentre aspettavo che si sciogliesse
il
burro sulle labbra che lo leccavano.
Scomparivo allora
in
una poltrona logora, ma mai in quella di mio nonno.
Quella
aspettava vuota, come le sue pantofole, che lui arrivasse
per
mangiare la cena, sempre pronta sulla tavola, e che bevesse
il
sugo della carne dal piatto – sebbene a noi non
fosse mai permesso –
Mia
nonna mi insegnò a fare tortine di crema
pasticciera,
con molta attenzione. Diceva che avevo dita da pasticciere.
Le
mie mani scure si immergevano dentro e fuori la farina grassa
modellando,
arrotolando – come le dita di lei che faceva lavorare
fino
all’osso, tanto da scavare un buco nell’
oro
del suo anello (mentre io ho sempre pensato
che
l’oro
fosse troppo duro per consumarsi).
Mia
nonna indossava bustini rosa, rideva dei
dei
suoi lunghi pantaloni sformati, mi lasciava rannicchiare
sul
suo sedere a letto, mi diceva che ero importante
e
speciale; che non importava quel che
dicevano
o
se mi prendevano in giro, avevo il diritto di essere chi ero,
e
che
sarei stata in gamba, sarei stata meravigliosa,
avrei
mostrato a tutti alla fine quanto ero
brava,
mentre
le mie mani scure si allungavano sulla collina della sua pancia.