LETTERATURE MONDO
VIAGGIO IN VIETNAM
Nel caos festoso e inquinato di Hồ Chí Minh City

      
Una vivace cronaca di uno stranito approdo nella capitale del paese del sud-est asiatico. Nelle cui strade auto e motorini in perenne moto intasano il traffico, incuranti di tutto. L’aria umida e calda è irrespirabile, si mangia attorno alle bancarelle che cucinano ‘noodles’ e piatti di pesce, mentre i locali giocano a carte sui marciapiedi. Poi una coppia di ragazze sulle due ruote tenta un aggancio sessuale, ma prevale la stanchezza ed è meglio ritirarsi nella pensioncina “Orient House” a leggere un libro, prima di dormire.
      




   

di Stefano Calzati

 

Dall’aereo, tutto appare avvolto in un lenzuolo di nuvole grigie e tossiche. Un lenzuolo che occlude lo sguardo ed eccita l’immaginazione. L’aereo inizia ad abbassarsi, ma rimane difficile scorgere anche solo i contorni architettonici della città ormai a poche centinaia di metri sotto di noi, e ancor più difficile è rintracciarne il formicaio di persone che la abitano. Pare di essere sospesi in un limbo di possibilità esistenziali: It could be, it should be. Probably. Nobody knows. Posso solo immaginare, da lassù, quel che mi attende; ripassare le suggestioni di cui mi sono infarcito la testa; sbrigliare i miei pensieri lungo i sentieri del possibile. Ma tutto è nulla più di dubbiose impressioni oniriche.

Poi l’aereo atterra tra campi rinsecchiti, una pista asfaltata e torrette impagliate, e lo fa con quell’incertezza calcolata che solo i veivoli sovietici out-of-date riescono a trasudare ad ogni viaggio ben concluso. Infilo A Quiet American nello zaino, bevo l’ultimo sorso d’acqua e mi accodo verso l’uscita, salutando le graziose hostess rigorosamente ingessate nei loro minuscoli talari multicolor. Appena fuori, la stagnazione climatica, tipica delle zone tropicali, mi soffoca il battito in gola. Inizio a respirare affannosamente l’aria fuligginosa che tutto avvinghia. Il mio sguardo si muove rapidamente da un punto all’altro, vicino, lontano, poi ancora lontano e infine di nuovo vicino. Impressions. Mentre scendo le scalette, cerco di abituarmi all’uggiosità abbacinante della luce, i cui toni – lo scoprirò presto – sono perennemente crepuscolari. Chiudo gli occhi e prendo due lunghi respiri; quando li riapro mi ritrovo a pochi passi da un’altra hostess che mi sorride in modo convinto e convincente, indicandomi il percorso da seguire. Sorrido a mia volta, a lei, al mondo, e realizzo che sono davvero giunto a Saigon, oggi Hồ Chí Minh City.

Attendo oltre un’ora all’ufficio Visti. Il tempo scorre lentamente, scandito dalle pale del ventilatore e dal quieto temporeggiare di alcune guardie che entrano ed escono da una porta secondaria con apparente illogicità. Il loro incedere è senza meta e il loro affaccendarsi senza voglia: ragazzini di appena diciott’anni, forse venti, con indosso divise marroncine di una taglia più grande, rinforzate con enormi spalline per rendere vagamente più statuari i loro corpi. Inizio ad avvertire la stanchezza del viaggio, Del fuso orario. Delle ore insonni passate all’aeroporto di Kuala Lumpur dove ho fatto scalo la notte precedente. L’atmosfera è silenziosa, indolente, un po’ impigrita. Quasi mi appisolo attendendo il mio turno, su una delle sedie appena fuori l’ufficio. Poi, qualcuno oltre il desk, fa il mio nome, mi avvicino e mi viene restituito il passaporto con all’interno diversi timbri della Repubblica Socialista del Vietnam. La mia mente subito si riaccende di fantasie esotiche, di libri, film, documentari, immagini di ogni sorta a cui mi sono abbeverato prima di partire. Avant le depart, c’était un rêve. But now, it’s all real. Riprendo i miei bagagli e finalmente me ne vado, passata la dogana, verso la sortie, dentro un Nuovomondo che mi attende.

Il benvenuto è un forum anarchico di clacson e motorini che intasano la strada a moto continuo, noncuranti di semafori, precedenze, segnaletica, pedoni. Eccola qui, la giungla del nuovo millennio; eccolo qui il libero arbitrio capitalista nella sua più lucida espressione postmoderna. Eppure vige un tale trascendente sincronismo nel deflusso del traffico, che ne rimango folgorato. Zaini in spalla e sacco a pelo a mano, scruto per diversi minuti lo scorrere perfetto degli ingranaggi esistenziali che si dispiegano sulla grande rotonda antistante l’aeroporto. Non c’è alcuna sequenza preordinata da rispettare per immergersi nella processione carrozzata di auto e moto di cui l’intero scenario si satura. Basta lanciarsi. Lasciarsi andare. Tutti insieme, tutti contemporaneamente. Sarà il sincronismo della sopravvivenza a gerarchizzare la vita on the road. Stringo le cinghie dello zaino e mi butto.





Un'eloquente immagine del traffico quotidiano a Hồ Chí Minh City


Condivido un taxi con una improvvisata coppia anglo-vietnamita: lui 65, lei 25 (forse). Sono in viaggio di nozze, mi dicono. Non stento a crederlo, ma non posso trattenermi dal  lanciare un’occhiata impietosita verso la ragazza. Carina quanto timida, subito volge lo sguardo altrove. Chiedo all’autista di portarmi ad una pensione economica nel quartiere di Pham Ngu Lao, zona popolare del centro di Hồ Chí Minh City. Poi mi chiudo in un silenzio curioso e compiaciuto. Intorno a me, un mondo allegramente caotico, without any rule, si dipana festoso, scintillando di colori accesi che contrastano con il grise-fumée del cielo. L’aria dentro l’abitacolo ha un retrogusto rancido di sudore reso ancor più fastidioso dai metri cubi di monossido che entrano in abbondanza dal finestrino abbassato. E capisco perché tutti, qui, indossano mascherine sul viso. Accanto a me sfila una Vespa truccata, a bordo un adulto, due bambini e un albero di mandarini. Il casco, un’illusione. Mi volto verso l’autista. Non pare minimamente sorpreso, continua ad armeggiare noncurante con il tassametro che non ne vuole sapere di funzionare. Rido con l’anima e penso che anche questa è Hồ Chí Minh City.

L’auto si ferma nel mezzo di una strada piena di vita e negozi. “Over there” mi dice il tassista indicando un’insegna illuminata dall’altro lato della strada. “Ok”, gli faccio, mentre leggo l’insegna “Orient House” oltre il parabrezza e gli allungo 60.000 dong, circa tre dollari americani. Poi saluto con falso zelo la coppia anglo-vietnamita, scendo, prendo i mie due zaini e il sacco a pelo dal bagagliaio e mi avvio cercando di non prestare troppa preoccupazione ai motorini che mi sfilano accanto da tutte le direzioni.

Alla pensione, mi accolgono due sorridenti ragazze dal fisico asciutto. Qui sorridono tutti, penso. Non so perché, ma è contagioso, e questo mi basta. At least for now. Ricambio il sorriso e chiedo una stanza, the cheapest one, purché con il bagno. “Sual, sual” mi dice quella più piccolina delle due, ostentando un typical asian accent su base anglofona. Lascio il mio passaporto e la seguo per le scale. La stanza è al secondo piano. Fa un caldo infernale, ma dopo qualche minuto di air conditioning riesco ad acclimatarmi. Nella penombra della stanza, sento la stanchezza salirmi dai piedi fino alla testa, impadronirsi di ogni muscolo del mio corpo, ammantare le palpebre di una sonnolenza pesante e irresistibile. I am exhausted. Lascio cadere gli zaini e il sacco a pelo ai piedi del letto e poi lascio che sia il mio corpo a cadere diagonalmente sul materasso, con un tonfo sordo e già onirico.

Mi sveglio che è totalmente buio. Solo qualche luce dall’esterno a rischiarare la stanza. Non so che ore siano. Il cellulare segna le 20, ma pare sia mezzanotte almeno. Nonostante il condizionatore, ho i vestiti incollati addosso per l’umidità e il sudore. Ho un gran mal di testa e un terribile bisogno di una doccia che lavi via il viaggio e il fuso orario. Vado in bagno e mi getto sotto l’acqua fredda. Venti minuti più tardi, ne esco di nuovo in forze. Apro il piccolo frigo vicino alla porta del bagno e tra cola, acqua, e birra tiger, propendo per una birra. Poi prendo dallo zaino la guida del Vietnam e stravaccandomi sul letto cerco di definire una excursion per la serata. Mi accendo una sigaretta e sfoglio le pagine dedicate a Hồ Chí Minh City ricche di mappe, immagini, itinerari consigliati and wathever. La mia attenzione, però, è attirata più dai rumori di vita che provengono da oltre la finestra e decido che non è il caso di temporeggiare in maniacali dettagli da turista, quando tutto, là fuori, è ancora da esplorare. Sarà l’improvvisazione a guidarmi. It’s time to leave, anche perché i crampi della fame iniziano a tambureggiarmi nello stomaco con crescente intensità. Mi vesto rapidamente – t-shirt e pantaloncini – scendo alla reception, pago la mia prima notte alla ragazza più alta, ora rimasta sola, e sono in strada. L’atmosfera è estiva, frizzante, festosa. Calda. Nulla sembra essere cambiato dal pomeriggio, l’unica differenza è che ora le insegne, alimentate da pericolanti centraline appena sopra le teste dei passanti, sono tutte illuminate, i motorini hanno i fanali accesi e le donne vietnamiti vestono abiti grossolanamente eleganti. Imbocco D Le Lai e poi lascio che sia il fato a condurmi, perdendomi ben presto tra i cunicoli di Pham Ngu Lao, alveolo di una città senza polmoni. Il quartiere è popolanamente chiassoso ed eterogeneo: ogni portone, ogni veranda, dischiudono davanti a me micro-realtà totalmente autosufficienti nella loro teatrale disposizione: cucina, salone unico, tappeto templare e poi bambini, adulti, anziani, tutti insieme in un ritratto che ha tanto il sapore di socialità ritrovata. Le vie sono strette, intasate di bancarelle di frutta e verdura e impregnate di odori aciduli. La fame è ormai insostenibile e decido di appartarmi in una bancarella tra le tante che cucinano noodles e piatti di pesce per 30.000 dong. Ordino una birra, noodles with fish e mi accendo una sigaretta. Davanti a me, persone sorridenti, appollaiate su microsedie da kindergarten, intorno a microtavoli da kindergarden, giocano a carte sul marciapiede. Sembrano essere lì da sempre, come in una scultura d’insieme che ne abbia fossilizzato i profili. Just timeless. Hanno un’età indefinita e indefinibile. Mi sforzo di datare le rughe di un’anziana scheletrica seduta a pochi metri di distanza, ma la sua pelle cotta dal sole e i suoi occhi infossati nel volto non mi permettono di fare ipotesi verosimili, se non con margini di errore intorno alla decade. E in fondo, who cares about ages? Alzo la testa al cielo: non una stella, non una nuvola, solo fuliggine atmosferica e umidità tropicale. Sono dall’altra parte del mondo. Una birra sul tavolo, una sigaretta in mano, qualche dong in tasca. E per un istante neanch’io ho più un’età.





Il film del regista vietnamita Tran Anh Hung vinse nel 1995 il massimo alloro alla Mostra di Venezia


Dopo essermi accertato che il pesce sia ben cotto, inizio a divorare le mie noodles fumanti. Quando non sono ancora a metà della cena mi vedo costretto a chiedere al garçon in pantaloncini e maglietta verde monocolor un’altra tiger per stemperare i vapori del piatto e gli effetti del peperoncino. Sorseggio, osservo e mi servo al tavolo della vita che mi circonda. I giocatori di carte, i giocatori di dama, un anziano che fuma il sigaro leggendosi il giornale ormai vecchio di un giorno, due bambini che si rincorrono a piedi nudi tra le foglie di lattuga e di coriandolo che si trovano sul selciato. Pian piano, poi, la via si svuota e si fa più quieta. Il mio cellulare segna le 22. Termino il mio piatto e rimango seduto – un souris di sur ma bouche – ad osservare la perizia con la quale un giovane, certamente minorenne, impila ai lati della strada numerose casse di frutta e verdura, pronto a chiudere la propria bancarella. I suoi movimenti sono rapidi, ma chirurgici. Potrebbe farlo bendato, ne sono sicuro. Ostenta una sicurezza disinteressata che mi affascina, una devozione che lo nobilita, pur nei sui abiti marcescenti e sbiancati dal sole. Quando mi alzo per andarmene, le casse sono ormai coperte da un grande telone bianco, il ragazzo è sparito somewhere e le tre birre che ho bevuto si fanno decisamente sentire.

Vago con la testa un po’ pesante e i pensieri leggeri per le vie di un quartiere che non conosco, che so di non conoscere e che, tuttavia, mi appare già estremamente familiare. Incontro volti e sguardi di ogni genere, pelli livide e occhi verdi, pelli olivastre e occhi neri, ogni sguardo e ogni volto con la loro storia segreta da tramandare o da custodire. E vorrei conoscerle tutte queste storie. Scriverne. Anche stasera che la birra e il fuso orario hanno alterato la mia percezione. Ma forse è chiedere troppo. E allora continuo a vagare senza pretese limitandomi a fotografare, ad ogni angolo, gli afflati di un mondo giullaresco pronto ormai ad assopirsi. Sono solo. I’m alone, that’s sure. Ma quanta placida accoglienza trasuda l’atmosfera tout autour de moi.

A un certo punto, sbuco su un’arteria trafficata. La riconosco, è D Le Lai, la via della mia pensione. Una coppia di ragazze in motorino mi affianca e mi strizza l’occhio. Sorrido, ma faccio cenno di no con la mano. Poi, dopo pochi metri, giungo all’Orient House e salgo in stanza. L’aria è pregna d’umidità: spalanco la finestra e accendo il condizionatore. Poi mi levo maglietta e pantaloncini. La lampadina che penzola incerta dal soffitto attira un’infinità di insetti, ma ho voglia di leggere e decido di servirmi della luce del cellulare per non essere divorato da chissà quale specie di zanzara. Fowler deve dire a Phuong che Pyle è morto, ma non trova né il tempo, né le parole giuste. Bad timing. Poi qualcuno bussa alla porta. Sono in mutande, ma vado ad aprire lo stesso. È la receptionist più piccolina che, con un sorriso visibilmente imbarazzato, mi restituisce il passaporto. Si scusa. La ringrazio e le dico di non preoccuparsi. Poi torno alla mia lettura al lume di mobile e alle vicende di Phuong e a Fowler. Leggo ancora qualche pagina, ma quando un sonno profondo mi prende all’improvviso, Phuong ancora non lo sa, che Pyle è morto.




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