LETTERATURE MONDO
LONG ISLAND UNIVERSITY
Made in Usa: quando scioperano gli accademici

      
Uno scrittore, docente nell’ateneo privato con sede a Brookville, a trenta chilometri da New York City, ci restituisce con misura narrativa e ironia la cronaca di una lotta sindacale dei professori svoltasi lo scorso settembre in occasione del rinnovo contrattuale. Alla fine gli aumenti economici ‘strappati’ dalla Union vengono vanificati dall’aumento delle trattenute per l’assistenza sanitaria. È una ‘onorevole sconfitta’ nell’America obamiana in crisi, dove la disoccupazione dichiarata è oltre il 9% e ci sono in giro 42 milioni di poveri.
      




   

di Marco Codebò

 

 

6 settembre

 

Domani inizia l’anno accademico, ma all’una è in programma un’assemblea sindacale. Il nostro contratto è spirato il 31 agosto e il sindacato ci ha convocati per informarci sulle trattative per il rinnovo. A Long Island University, un ateneo privato con un campus a Brooklyn e l’altro qui a Brookville, una trentina di chilometri ad ovest di New York City, i professori sono sindacalizzati e la contrattazione collettiva. È un fatto comune nell’area newyorkese, che nella mia università si è tradotto in una dura conflittualità, con otto scioperi negli ultimi trent’anni, in pratica uno ad ogni rinnovo contrattuale. Non sto parlando di scioperi simbolici, una giornata con manifestazione nella piazza tal dei tali, ma di interruzioni totali del lavoro, e dello stipendio, fino ad arrivare a tre settimane cinque anni fa, in occasione di una vertenza particolarmente aspra.

La sala è piena, l’atmosfera tesa, si sa che il negoziato non sta andando bene. Parla il segretario del sindacato. In una ventina di minuti spiega l’offerta ricevuta e le nostre richieste, la distanza è incolmabile. Dobbiamo stare uniti dice, solo così ne usciremo fuori perché noi siamo una Union. Le proposte dell’università sono respinte centoventisette a tre, il negoziato riprende fra poche ore, ma noi ci diamo appuntamento per l’indomani alle otto del mattino, se la situazione non si sblocca è sciopero.

 

7 settembre

 

Nonostante l’ora siamo di nuovo in tanti. Dal website della Union  sappiamo già che la sera prima l’amministrazione ha rotto le trattative. Il presidente racconta cos’è successo, volevano legare gli aumenti salariali ad una crescita delle immatricolazioni degli studenti, davanti al nostro rifiuto hanno chiuso il discorso e abbandonato la sala. Lo sciopero è inevitabile e immediato, prima che l’università metta in atto una serrata e ci chiuda fuori senza più armi di pressione. C’è un veloce dibattito, molti sono preoccupati, ma tutti quelli che intervengono sono per lo sciopero. Votiamo sì a grande maggioranza e scendiamo ai cancelli.

Quelli della Union hanno portato i cartelli, pochi e scassati, sono quelli di cinque anni fa, ma bastano per rendere visibile il picchetto.  Per legge non possiamo star fermi né tantomeno bloccare l’accesso; così andiamo avanti e indietro come carcerati durante l’ora d’aria. Ci si è messa anche la pioggia, ma la picket line l’abbiamo formata. Sto lì fino all’una. Conosco più gente in quelle quattro ore che in tutti i tre anni che finora ho passato qui. Siamo un gruppo totalmente disomogeneo, è questo che m’incuriosisce. Carol è una femminista che negli anni ’70 bruciava reggiseni, Jeff è un mormone  che ha fatto il missionario a diciannove anni, Brian, figlio di un pastore, ha già quattro figli a trentacinque anni e Hoyt è un anziano filosofo dalle maniere di un dandy, vive a Manhattan e non se la deve passare affatto male. Frank invece è diventato attivista sindacale dopo che la Union lo ha salvato dal licenziamento, mentre Erika è una donna di destra, una volta mi ha detto che bisognerebbe proibire a tutti gli arabi di entrare negli  Stati Uniti, eppure è al suo ottavo sciopero e nelle assemblee appoggia sempre le proposte più radicali. Non abbiamo niente in comune, ma siamo tutti lì lo stesso e non sembriamo intenzionati ad andarcene.





8 settembre

 

Appena sveglio apro il website della Union, ci sono i turni di picchetto, il mio è l’ultimo, dalle quattro alle otto al cancello est. Mi arriva anche un email da Ethel, la mia picket captain, che mi raccomanda di essere puntuale. Siamo appena una decina, piove di nuovo, accuso un calo del morale. Fin dal mattino si sa che l’amministrazione ha tagliato l’assistenza sanitaria a chi fa sciopero, mi viene da pensare che forse abbiamo sottovalutato l’avversario e tutti quei discorsi sulla Union non bastano mica se uno rischia di pagarsi medicine e dottori da solo.  Ethel rafforza la mia poca fede, l’ultimo turno è sempre il più sguarnito, mi dice, gli altri sono in ritardo per il traffico e la faccenda della mutua è una minaccia ci vorrà più di un mese a metterla in pratica. Insomma per lei l’amministrazione è una tigre di carta, invece a me sembra che facciano sul serio e che ci abbiano sfidati a scioperare per romperci la schiena a noi e alla nostra Union.

Pian piano cresciamo di numero, poi arriva la merenda, la malinconia svanisce, mi ingozzo di bagels, tiro giù un bicchierone di caffè, mi metto un cartello al collo e attacco il solito avanti e indietro. Siamo ai bordi di una strada di grande traffico, d’ogni tanto qualche automobilista suona il clacson in segno di solidarietà. I più entusiasti sono gli autisti di Verizon, una compagnia telefonica, che ci fanno grandi gesti di incoraggiamento mentre si attaccano alle trombe. Hanno appena vinto una lunga vertenza con l’azienda e si riconoscono nel nostro sciopero. Fra discorsi, bagels e caffè le ore passano finché verso le sette comincia a far buio e si avvicina l’ora di smontare. Ma prima di consegnare i cartelli a Ethel ci stringiamo intorno al presidente della Union, arrivato ad aggiornarci sulle ultime novità.

Dice che lo sciopero è riuscito e il 75% delle lezioni sono saltate. Niente male visto che la metà del corpo docente è composto da adjuncts, precari, che non fanno parte della nostra Union, hanno un diverso contratto e non possono scioperare con noi. Aggiunge che il successo è tutto merito dell’impegno che abbiamo messo ai picchetti e della nostra fiducia nella Union. È sicuro che l’amministrazione non se l’aspettasse, ora capiranno che è nel loro interesse tornare a trattare. Finisce con la solita perorazione, siamo forti se siamo uniti, e mentre guardo le facce assorte dei miei colleghi mi sembra proprio che sia vero.

 

9 settembre

 

Giornata senza picchetto perché il venerdì non ci sono corsi serali. Prima di andare a dormire do un’ultima occhiata al sito web. C’è una novità: domani alle due riprendono le trattative fra la nostra delegazione e l’amministrazione.

 

10 settembre

 

In un sussulto di militanza mi faccio due ore di picchetto volontario dalle otto alle dieci del mattino. C’è abbastanza fiducia, tutti pensano che l’amministrazione dovrà mollarci perché se sono tornati a trattare è segno che non si sentono tanto forti. Non succede niente di particolare, tranne che il caffè e i bagels non arrivano, così improvvisiamo una vertenza, telefoniamo al quartiere generale dello sciopero e ce li facciamo mandare. Vincent, un musicista di settantasette anni mi regala un detto di suo padre, vecchio militante sindacale: “L’unico delitto peggiore dell’omicidio è il crumiraggio”. Suona meglio in inglese: the only crime worse than murder is crossing a picket line.

Verso sera arriva la svolta: domani alle tre c’è assemblea generale, dice il sito web, i nostri delegati vogliono discutere una bozza di accordo raggiunta  con l’amministrazione.





Una manifestazione del movimento di protesta "Occupy Wall Street"


11 settembre

 

I delegati perdono un po’ di tempo a sistemare fogli e documenti sul tavolo, come per ritardare la comunicazione di una notizia spiacevole. Parla il segretario per chiederci di approvare l’accordo, il migliore che si poteva ottenere viste le circostanze. Poi passa al contenuto: zero aumenti il primo anno, 1.5% gli altri quattro. Se aumentano le iscrizioni, c’è la possibilità di ricevere dei bonus fuori dalla paga base. Serpeggia un mormorio di insoddisfazione, in questo modo passa il principio di un legame fra i nostri salari e un assurdo modo di misurare la produttività dell’università. Ma il veleno è nella coda, ci aumentano le trattenute per l’assistenza sanitaria e questo basta e avanza per vanificare gli incrementi salariali. Girano le schede per il voto segreto sull’accordo. Lo scrutinio dice che sono 85 a favore, 15 contro e un astenuto.  Io ho votato sì perché in queste situazioni non c’è altro da fare che finirla in qualche modo. Respingere l’accordo e sconfessare la nostra rappresentanza sindacale ci metterebbe in guai senza fine.

Il segretario riprende la parola, dice che l’amministrazione ormai pensa solo in termini di business, ma la Union continuerà a difenderci e per niente al mondo dobbiamo considerarci sconfitti. Nessuno ci crede e così si accende un  dibattito inconcludente, utile però a farmi capire due fatti: lo sciopero è andato bene, ma non benissimo e il taglio dell’assistenza sanitaria ha funzionato, tanto che in molti non ce l’avrebbero fatta a continuare un’altra settimana. Alla fine andiamo a stringere la mano ai nostri delegati e ce ne torniamo tutti a casa. È stata un’onorevole sconfitta, credevamo di ripetere la vertenza di cinque anni fa ma alla prima salita ci sono mancate le gambe. E nessuno sciopero degli occupati ha vita facile quando la disoccupazione dichiarata è oltre il 9% e ci sono in giro 42 milioni di  poveri. Il nuovo contratto ci penalizza, ma abbiamo salvato la Union, eliminarla e tornare alla contrattazione individuale era il vero obiettivo dell’amministrazione; almeno questo non gliel’abbiamo lasciato fare.  Ma la prossima volta ci vorranno altri strumenti e magari un po’ più di inventiva.

 

 

 




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