di
Stefano Docimo
Quanti amici ho perduto che
vivono ancora!
Non fu colpa
di nessuno: erano loro, ero io;
l’evento ci
aveva fatti e avvicinati, ci ha
separati. E Merleau-Ponty, lo so, non diceva
nient’altro
quando gli capitava di pensare alle
persone che
frequentarono e lasciarono la sua
vita. Eppure
non mi ha mai perduto, e perché
io lo
perdessi è dovuto morire.
J.P. Sartre
Come nota Caterina Di Rienzo nel
suo ampio excursus merleau-pontiano: “Il nodo da comprendere è come in questo tutto non si appiattiscano le
differenze. La questione è importante. Se salta il confine tra chi guarda e ciò o chi è guardato,
definiti i ‘duplicati’ del vedente, come e dove trovare la possibilità di
distinguerli, dal momento che la loro adesione non è fusione, bensì
ricoprimento o empiétement?”[i]
Si tratta, come opportunamente viene evidenziato, di un nodo dirimente, in primis per lo stesso Merleau-Ponty, che ne avverte il pericolo. Il punto è,
continua Di Rienzo, che “la differenza si dà nel tessuto connettivo della carne, articolata internamente secondo
il ritmo della piega e dello scarto”.[ii]
È la tesi estesiologica,
secondo cui “Il sistema sensibile corporeo è legato, piuttosto, a una vita
animale che nell’uomo diventa struttura percettiva rovesciabile.”[iii]
Ecco, dunque, quel ripiegamento dell’architettura
corporea nel suo doppio, dove la psiche
viene data per sottrazione [iv]
e dove viene così esplicitata l’intenzione d’una natura doppia del corpo umano: “che rifiuti la concezione d’una
causa occasionale del sentire, base del fronteggiamento
tra il corpo-oggetto e il reale in sé .”[v]
Rifiutando, dunque, l’ontologia diretta
di Heiddeger, a vantaggio d’un empiètement generalizzato, Merleau-Ponty corre il rischio, sottolineato da Caterina Di
Rienzo in quel testo minore che
attraversa come un fiume carsico, denso di annotazioni il testo sovrastante, di
promuovere un concetto “di carne del mondo caratterizzato in modo materno, che
equivale a un legame che impedisce la cesura della nascita e, dunque, la
realizzazione dell’identità.”[vi]
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Tamara de Lempicka, Il telefono II, 1930
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Inscrivendo la sua ontologia indiretta nella Natura,
nel Corpo e nella Pittura[vii]
“Siamo, allora, in presenza di una differenza su sfondo di somiglianza, che consente di distinguere gli esseri l’uno
dall’altro, sulla base di una coesione che non sopprime l’alterità. La
carnalità originaria avvicina, ma senza confondere, perché tiene unite le
nostre diversità.”[viii]
È una risposta implicita a quanto veniva segnalato dalla stessa Di Rienzo, a
proposito del “carattere inquietante”, disoccultato
da Sartre nel suo scritto su Merleau-Ponty[ix]:
“Certo, non bisogna nascondersi che la penna del secondo [M.-P.]
ha talvolta tracciato parole inquietanti. Queste, per esempio: ‘L’irrelativo, ormai, non è la natura in sé, né il sistema
delle intuizioni della coscienza assoluta, e neppure l’uomo, ma questa teleologia che si scrive e si pensa tra
virgolette giuntura e ossatura dell’essere che si compie attraverso l’uomo’
(...) Il suo irrelativo è infatti una relazione di
reciprocità chiusa in se stessa: l’uomo è designato dalla sua vocazione
fondamentale che è istituire l’essere, ma l’essere, allo stesso modo dal suo
destino che è quello di compiersi attraverso l'uomo”.[x]
[i] Caterina Di Rienzo, L’esito della pittura nell’ultimo Merleau-Ponty, 2010, Mimesis
Ed., p.184
[iii] op.cit.
Il corpo “estesiologico”,
p.116, c.vo nostro.
[iv] Vedi anche l’interessante
sezione del libro dedicata alla pittura, dove viene sottolineato come il quid psichico, per Merleau-Ponty,
si ha per scavo, per reversibilità. CATERINA DI
RIENZO, op.cit. Corpo e visione, p.153-158
[v] op.cit.
Il corpo “estesiologico” p.115
[vi] op.cit.
Pittura e visione, p.184 (n.17)
[vii]Vedi le tre sezioni in cui
Caterina Di Rienzo ha inteso plasmare L'esito...cit
[ix] op.cit.Il problema della passività, p.84 (n.56)
[x] Jean-Paul
Sartre, Merleau-Ponty vivo, in Merleau-Ponty, 1999 Raffaello
Cortina Editore, pp. 91-92