FILOSOFIE DEL PRESENTE
MERLEAU-PONTY - 1
La percezione attraverso il corpo:
un insieme
di tenebre ‘dense
di organi’


      
Un attraversamento per nodi concettuali e tematici del pensiero del filosofo d’oltralpe a cinquant’anni dalla sua morte. Dentro le trame della carne egli vedeva svilupparsi la complessa dialettica negativa dell’essere percettivo lungo i bordi dell’interfaccia tra il dentro e l’esterno del mondo. La sua ricerca di tipo fondamentalmente fenomenologico si è appuntata sul linguaggio e sull’arte dove l’invisibilità del ‘senso’ appare come la ‘contropartita segreta del visibile’.
      



      


di Stefano Docimo





Maurice Merleau-Ponty (1908-1961)


La filosofia sotterranea di Merleau-Ponty, la cui durata a distanza di tempo travalica di gran lunga quella delle celebrità dell’hic et nunc di un’epoca di gran risveglio intellettuale, e non solo, fra due guerre mondiali e la ricostruzione, è dovuta a una scelta precisa: quella di sottrarsi alla manipolazione del potere imperante, sia esso rappresentato dal dominio della scienza o della religione, o meglio delle religioni e dei culti ad esse inerenti. La sua dimensione è la verticalità, contrapposta alle mappe orizzontali della colonizzazione, al suo stesso sorvolo, nel tentativo spesso riuscito, altre volte solo abbozzato per mancanza di altro tempo a disposizione, di addivenire ad una visione del mondo che non scardinasse del tutto la percezione del suo divenire antropico, in un iperdialettico avvolgimento della pars construens et destruens, al fine di scongiurare quella duplice alienazione tra due forme contigue di invisibilità, quella della realtà esterna e quella d’un soggetto desublimato e distratto: da un lato la manipolazione delle merci e dall’altro la frammentazione d’un io reso succube dalle logiche del mercato. Senza rinunciare alla multivocità d’un essere costantemente deprivato e annullato, nella sua ansia di dominio spazio-temporale, mosso in un divenire storico che al tempo stesso lo divora, il lavoro di scavo ha come scopo il disseppellimento di quell'essere originario, di cui manca ogni traccia visibile. Muoversi come fa Merleau-Ponty tra le faglie grumose di quell’essere grezzo, non è per nulla agevole e lo sa bene chi ha provato a ripercorrere i suoi stessi sentieri impervi e accidentati, rischiando ad ogni passo l’échec, la caduta. Il chiasma sottocutaneo, oltre che percettivo, ad ogni passo della sua scrittura si addensa in modo trasparente, in un perturbante ossimoro mai perverso, sempre transegnato e imprescindibile, sulle tracce d’un essere a due facce, labirintico e deiscente, sorpreso in viaggio e al tempo stesso immobile, opaco e indicibile; dacché “la vita non ispira nulla all’uomo che non è scrittore”[i].

In parole altrettanto povere l’opacità del mondo resta tale, per un soggetto che non la iscriva nella percezione, dal momento che il suo essere stesso, proprio in quanto afasico, non si sa dire. Un doppio legame, tra una parola che entra come silenzio, come cosa semplicemente percepita, come assenza di parola dovuta e la materialità del segno: “è questo negativo fecondo che è istituito dalla carne, dalla sua deiscenza – il negativo, il nulla è lo sdoppiato, i 2 fogli del corpo, l’interno e l’esterno articolati l’uno sull’altro – Il nulla è piuttosto la differenza degli identici [...] il chiasma è questo: la reversibilità”[ii], si legge nelle Note di lavoro. È l’idea stessa che ogni percezione è sottesa da una contro-percezione, è atto a due facce, non si sa più chi parla e chi ascolta: “Circolarità parlare-ascoltare, vedere-essere visto, percepire-essere percepito (grazie a essa ci sembra che la percezione si faccia nelle cose stesse)”.[iii] Ma parlare di fogli o di strati, di carne o di chiasma ha per Merleau-Ponty una pregnanza metaforica, se non addirittura allegorica: si può parlare allora di corpo, come un insieme di “tenebre dense di organi”[iv], facendo attenzione a non cadere nelle trappole del realismo ingenuo che pone il corpo nel mondo e il vedente nel corpo, come si trattasse d’una scatola; o, viceversa l’intero mondo e il corpo percepito, all’interno del vedente, secondo le deformazioni della sintesi idealistica, dal momento che non sappiamo dove porre il limite del corpo e del mondo, dal momento che per percepire le cose dobbiamo viverle e dal momento che il mondo è esso stesso carne: “La pellicola superficiale del visibile non è se non per la mia visione e per il mio corpo. Ma la profondità, sotto questa superficie, contiene il mio corpo e contiene quindi la mia visione. Il mio corpo come cosa visibile è contenuto nel grande spettacolo, ma il mio corpo vedente sottende questo corpo visibile, e tutti i visibili con esso. C’è inserimento reciproco e intreccio dell’uno nell’altro"[v]. La dialettica negativa, secondo Merleau-Ponty si manifesta nell’unico luogo possibile in cui può trovarsi il negativo: la piega, l’applicazione reciproca dell’interno e dell’esterno, il punto di rivoltamento, che si realizza in un duplice sdoppiamento del corpo e delle cose, tra i 2 fogli che compongono l’uno e le altre, il loro essere reciprocamente un interno-esterno che ruotano l’uno attorno all’altro nel loro nulla centrale, come l’atto di sfilarsi un guanto: non c’è bisogno di uno spettatore che sia dalle due parti. Basta che io veda il rovescio del guanto che si applica sul diritto, che io tocchi l’uno mediante l’altro. L’estremità del dito del guanto è un nulla, ma un nulla che si può rovesciare. [vi]





Claudia Casarino, Senza titolo, 2011


La fede percettiva

 

Le sei facce del cubo esistono solo per uno sguardo non situato: anzi, il cubo stesso è una determinazione negativa, in opposizione alle prospettive, e “tutto ciò che si può dire delle prospettive sul cubo non lo concerne”[vii]. Il cubo in sé è ciò che non può essere percepito, se non distanziandosene, se non uscendo dal proprio mondo, per entrare in quello del cubo: l’io-vedente e il cubo sono presi allora dallo stesso mondo carnale, dove “la mia visione e il mio corpo emergono anch’essi dallo stesso essere che è, fra l’altro, cubo[viii]. L’esempio delle mani che si toccano, essendo al tempo stesso toccate, fa parte di quella stessa riflessione densa, senza la quale lo stesso Escher non avrebbe mai potuto concepire quella straordinaria opera che va sotto il titolo significativo di Le mani che disegnano (1948): due mani che si disegnano l’un l’altra. In definitiva, rientrando nel cubo, resta da scoprire quale sia la determinazione che lo rende tale ai nostri occhi. Si tratti di “pregnanza empirica”, la quale determina, mediante una struttura o un sistema di equivalenze, la possibilità di ricostruire l’oggetto-cubo, o di essere carnale e scarto percettivo, il problema di fondo resta sempre quello di una realtà esterna, di fronte alla quale la percezione è in continuo stato di default.

 

Dalla carne al logos

 

C’è dunque uno scarto nei confronti della scienza, come coscienza infelice: un linguaggio impossibilitato a co-determinarne il senso ultimo, dacché si tratta d’un orizzonte infinito oggettivato, privo di aperture sull’essere. Allora viene presupposto un cogito tacito, un essere presso di sé, che necessita di segni, di differenze tra le significazioni, pur continuando a sussistere “il mondo del silenzio”, in cui persistono significazioni non langagières. Nel suo Le langage indirect et les voix du silence, dedicato a Jean-Paul Sartre, così scrive Merleau-Ponty: “Ce que nous avons appris dans Saussure, c’est que les signes un à un ne signifient rien, que chacun d’eux expime moins un sens qu’il ne marque un écart de sens entre lui-même et les autres.”[ix] Più esattamente, il meccanismo linguistico, come afferma Saussure, ruota tutto intero su identità e differenze, “queste non essendo altro che la controparte di quelle.”[x] Ma, osserva acutamente Merleau-Ponty, se ci si pone dalla parte del senso comune, tale prodigio andrebbe spiegato, dal momento che, sul piano della comunicazione, assistiamo al paradosso di una lacerazione interna al linguaggio, come una cerniera che finisce per reclamare un senso, “au bord des signes”[xi]. È dunque questa lateralità del rapporto tra i segni d’una lingua, che rende ognuno di loro un significante. Merleau-Ponty cerca, nell’invisibilità del senso, una conferma a quella che in seguito chiamerà ontologia indiretta. In una nota di lavoro del 1° novembre 1959 scriverà: “Il senso è invisibile, ma l’invisibile non è il contrario del visibile: il visibile ha esso stesso una membratura di invisibile, e l’in-visibile è la contropartita segreta del visibile”.[xii] L’avvolgimento avviene, come già aveva notato nella sua più famosa delle opere, nell’istante medesimo in cui “il senso è preso nella parola e la parola è l’esistenza esteriore del senso.”[xiii] In questo duplice chiasma, interno ed esterno vengono racchiusi in un vortice: il soggetto parlante trasferisce, nell’atto di parola, un’intera struttura di senso al destinatario, attraverso uno spazio spaccato, di deiscenza verso l’altro; uno scarto che “è una negatività naturale, un’istituzione prima, sempre già data”[xiv].





Valeria Floris, Orologio in piscina da Mario, 2005


Il pensiero muto della pittura

 

L’eccedenza, all’interno stesso d’un linguaggio assediato da se stesso, ci apre, dunque, alla significazione, o, come scrive Merleau-Ponty in La prose du monde: “Le mystère est que, dans le moment même où le langage est ainsi obsédé de lui- même, il lui est donné, comme par surcroît, de nous ouvrir à une signification”.[xv] Così la pittura, attingendo alle “cifre segrete” del movimento, “è sempre nel carnale”[xvi]. Uno squilibrio viene introdotto “nell'indifferenza della carta bianca”[xvii], un’apertura in un vuoto “costituente” che sorregge la pretesa positività delle cose: “La linea non è più, come nella geometria classica, l’apparizione di un essere sul vuoto dello sfondo: è, come nelle geometrie moderne, restrizione, segregazione, modulazione di una spazialità preliminare”.[xviii]

La linea viene così liberata, divenendo lo schizzo tridimensionale di una genesi delle cose, in pittori, ad esempio, come Klee e Matisse. Un movimento senza spostamento, per vibrazione o irraggiamento: “Quando vedo attraverso lo spessore dell’acqua le piastrelle sul fondo della piscina, non le vedo malgrado l’acqua e i riflessi, le vedo proprio attraverso essi, mediante essi” scrive Merleau-Ponty in un brano conclusivo che merita d’essere riportato nella sua interezza d’immagine allegorica: “Se non ci fossero queste distorsioni, queste zebrature di sole, se vedessi senza questa carne la geometria del fondo piastrellato, proprio allora cesserei di vederla quale è, dove è, vale a dire più lontano di ogni luogo identico. L’acqua stessa, la potenza della massa acquosa, l’elemento sciropposo e luccicante, non posso dire che sia nello spazio; non è altrove, ma non è nella piscina.”[xix] La pittura moderna si presenta con una moltiplicazione dei sistemi di equivalenze, nel tentativo di rompere la loro aderenza all’involucro delle cose, in una raffigurazione aconcettuale del Logos: “L’acqua abita la piscina, vi si materializza, ma non vi è contenuta, e se alzo gli occhi verso lo schermo dei cipressi dove gioca il reticolo dei riflessi, non posso negare che l’acqua visiti anch’esso, o almeno vi riverberi la propria essenza attiva e vivente. È questa animazione interna, questo irraggiarsi del visibile, che il pittore cerca sotto i nomi di profondità, spazio, colore.”

La pittura mostra, dunque, “la passività come cavità dell’attività” e la reversibilità come verità ultima delle cose: il loro essere sempre di nuovo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[i] Cfr. La filosofia del sensibile come letteratura, in Note di lavoro, maggio 1960. Annesso a Maurice Merleau-Ponty, Il visibile e l'invisibile, trad.it. di Andrea Bonomi, VI ed. Studi Bompiani, a cura di M.Carbone, 2009, su testo stabilito da Claude Lefort, p.264

[ii] op.cit. p.274

[iii] op.cit. pp.275-276

[iv] Cfr. Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, a cura di Pier Aldo Rovatti, trad.it. di Andrea Bonomi, IV ed. Studi Bompiani, 2009, p.424

[v] Cfr. Il visibile e l'invisibile, cit., p. 155

[vi] Cfr. Il visibile e l'invisibile, cit., p. 275

[vii] Cfr. Il visibile e l'invisibile, cit., p. 217

[viii] Cfr. Il visibile e l'invisibile, cit., p. 218

[ix] Cfr. Maurice Merleau-Ponty, Signes, Éditions Gallimard, 1960, p.63

[x] Cfr. Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, trad.it. e commento di Tullio De Mauro, UL 1972, p.132

[xi] Cfr. Signes, cit., p. 66

[xii] Cfr. Il visibile e l'invisibile cit., p.230

[xiii] Cfr. Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, trad.it. di Andrea Bonomi, 2003 RCS, p.252

[xiv] Cfr. Il visibile e l'invisibile, cit., p.231

[xv] Cfr. Maurice Merleau-Ponty, La prose du monde, Éditions Gallimard, 1969, p.162

[xvi] Cfr. Maurice Merleau-Ponty, L'occhio e lo spirito, trad.it. di Anna Sordini, postfazione di Claude Lefort, 1989 SE Srl., p.56 .Titolo originale: LŒil et l'Esprit, Édition Gallimard, 1964

[xvii] Cit., L'occhio e lo spirito, p.53

[xviii] Cit., L'occhio e lo spirito, p.54

[xix] Cit., L'occhio e lo spirito, p.50




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