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“Io sono Tony Scott” o il lato oscuro del jazz


      
Separatosi dal suo storico compagno Ciprì, il regista siciliano Franco Maresco ha inaugurato la sua nuova carriera individuale con un lungometraggio che ricostruisce la figura dell’importante clarinettista italo-americano, nato nel New Jersey, che dopo essere stato a contatto con delle ‘star’ come Charlie Parker, Billie Holiday, Bill Evans ed aver girato il mondo, approdò in Italia alla fine degli anni ’50 e vi rimase fino alla morte, avvenuta a Roma nel 2007. Eppure pochi nel nostro paese si sono accorti che avevamo ospite un grande interprete della musica più rappresentativa del Novecento.
      



      

di Walter Paradiso

 

 

Difficilmente rimane impressa un’immagine che nel film Io sono Tony Scott di Franco Maresco (primo lungometraggio dopo il divorzio professionale con Daniele Ciprì) ritrae un uomo dalla corporatura imponente e una lunghissima barba bianca che si allontana in un’assolata piazza romana mentre un bambino, attratto da questa bizzarra figura, gli grida dietro: “Tony!, Hey Tony!”. È un’immagine molto breve, messa lì nei primi minuti del film assieme a tante altre per introdurci in quello che sarà il tono dell’opera e dell’argomento; è un’immagine che non significa nulla, quindi possiamo dargli qualsiasi significato.

Tony Scott è  un uomo che dopo essere stato a stretto contatto con persone come Charlie Parker, Billie Holiday e Bill Evans, sul finire degli anni Cinquanta abbandona il suo modo di fare musica, lascia la cinquantaduesima strada, e si avventura nella parte restante di mondo per fondere realtà lontanissime, dove sentiva di poter trovare le risposte che la sua musica non è più in grado di dare.

Anthony Joseph Sciacca, nato nel New Jersey nel 1921 e morto a Roma nel 2007, clarinettista, jazzista italo-americano meglio conosciuto come Tony Scott, innovatore musicale, uno dei veri pionieri della World Music, figura nota agli esperti e ignorata dai molti, è il protagonista di questo film, il quale può essere affiancato ad altre opere uscite in questi ultimi anni su musicisti che si mossero su territori paralleli a quello di Tony – segnaliamo qui il film Howl dei registi Jeffrey Friedman e Rob Epstein, sulla figura di Allen Ginsberg, film anch’esso ricco per l’uso di diverse soluzioni narrative, dalla ricostruzione delle interviste, materiali di repertorio, a una parte di animazione.

 

Il film di Franco Maresco ripercorre la vicenda di un uomo che ha vissuto buona parte del Novecento cercando di inseguire i climi dei vari decenni. Il jazz è il genere più rappresentativo del secolo passato e, anche attraverso le sue evoluzioni, quello che in parte ha saputo essere il riflesso e la risposta (anche se col passare degli anni sempre meno incisiva) di ciò che accadeva intorno. Jazzista, clarinettista di indubbio valore, Tony Scott fa scoprire una nuova agilità allo strumento. Le immagini del film lo ritraggono in interpretazioni caratterizzate da passaggi rapidissimi, dalle zone acute a quelle basse e viceversa, alternanze di colore che sembravano prima di lui appartenere a strumenti più forti. Il film ci guida progressivamente a familiarizzare con lo stile esecutivo assieme al racconto della sua vita.

Tony aumenta l’estensione, lavora sulla dinamica e sull’intensità come aveva fatto Parker con il suo sax, che però è uno strumento di ottone, con una voce di per sé più penetrante. Del suono scuro caratteristico del clarinetto elimina il carattere vellutato, creando invece sonorità tenute e distorte soffiando energicamente sull’ancia, per arrivare da queste precipitosamente alle ottave alte, percorse da fraseggi più delicati e sciolti.

Tony Scott manterrà la sua fiducia esclusivamente ai neri che iniziarono a suonare jazz a New York, alla musica classica africana, alle culture asiatiche arcaiche, nel loro diverso modo di pensare il mondo e testimoniare qualcosa che ancora oggi resta in parte irriducibile; era convinto che solamente da questi territori fosse lecito partire per rimediare ai mali del mondo. Alla fine il musicista trascende il suo strumento, e il clarinetto diventa qualcosa di autentico. Nel film Maresco ci mette a contatto con questa dimensione di Tony Scott, e quando Buddy De Franco in occasione di un duetto con Tony a pochi anni dalla sua morte, in un locale della cinquantaduesima, si troverà di fronte ad una potenza musicale che non sembra conservare più niente dell’esperienza newyorkese con la quale l’aveva lasciato, nel descrivere il suo modo di suonare si esprimerà così: “Il suo modo di suonare era un incubo, era forte e strano”.




Io sono Tony Scott (2010), regia di Franco Maresco


Il film compone differenti fonti, materiali di repertorio e testimonianze raccolte direttamente per il film. La ricostruzione della vita del musicista avviene su più livelli: abbiamo le interviste ai familiari – le tre mogli, tra cui un ruolo guida nella ricostruzione della figura di Tony è ricoperto dalla prima, Fran Attaway, pittrice, che ne condivise il periodo artistico più intenso e i primi viaggi in Oriente; le due figlie avute dal secondo matrimonio; i critici musicali, come Adriano Mazzoletti, Stefano Zenni, Luigi Onori; i musicisti che ne hanno condiviso la carriera, da cui emergono i ricordi più affettuosi, divisi fra il riconoscimento della grandezza umana e musicale di Tony e insieme il ricordo della sua personalità nel corso degli anni sempre più disturbata e pericolosa. I ricordi più affettuosi sono quelli di Tony Arco e Gabriele Mirabassi, che lo affiancarono durante il periodo italiano.

Le immagini di repertorio, tantissime, che descrivono universi ed epoche molto distanti tra loro: da quelle dei cinegiornali e le foto che ritraggono un’America che si stava riprendendo dalla crisi del ’29 fino ad arrivare al secondo dopoguerra e tutti gli anni ’50, percorsi da un’umanità gioiosa e frenetica, che nascondeva però le contraddizioni e le discriminazioni che favorirono lo sviluppo del jazz come forma culturale dei neri. Il periodo trascorso in Oriente, dove emerge la figura di un uomo curioso, venuto da lontano non per portare la propria musica, ma per apprendere le forme espressive di quei paesi; fino ad arrivare in Italia.

La messa in scena qui non ha nulla della visceralità, delle ossessioni triviali, del cinismo caratteristiche di Ciprì e Maresco. Laddove il teatro nei quali si muovevano i loro personaggi era dettato dalla distruzione di una società, della speranza, di un patrimonio culturale già remoto, qui invece c’è l’intento di recuperare una memoria e di riprendere il discorso su qualcosa di fecondo. Maresco evita il ritratto di una società aliena e scende direttamente in campo per riprendere quella reale. L’immagine elettronica è quella della diretta, declinata al suo utilizzo consueto, e se vogliamo banale, dell’intervista, della ripresa televisiva, e anche del filmato amatoriale, abbandonando la visionarietà, le facce, i personaggi delle opere precedenti. Non c’è più il bianco e nero arcaico che contraddistinguevano le rovine così come gli ambienti domestici, oppure il cielo che chiudeva claustrofobicamente la prospettiva aerea facendosi nero, o il paesaggio sottostante che cadeva direttamente sui confini del mondo e del futuro. Rimane però la spietatezza di una società –indifferente, meschina, priva totalmente di curiosità – ora rappresentata da queste immagini a colori, posta direttamente di fronte a se stessa. Non più il mondo ridotto ai minimi termini, ma un territorio già saturo degli stessi mali che ancora attanagliano la nostra società. L’immagine stavolta fa fatica ad andare al di là di essa: il rivivere i decenni passati fa crescere rabbia e delusione, mancando oltretutto quegli atti liberatori e definitivi che avvenivano in Cinico TV – un suicidio in diretta, uno sputo sull’obiettivo della videocamera.

 

Il racconto di vita del musicista è diviso in tre parti. La prima inizia con gli anni della sua formazione musicale alla Juilliard School, i primi concerti da giovanissimo già con i grandi del jazz, il ritratto dell’America di quei tempi fino alla morte di Charlie Parker e di molti altri suoi colleghi. Si passa poi alla seconda, che è quella dei viaggi in Asia, descritti con piglio ironico, focalizzando l’attenzione sul carisma del musicista, la sua indole a mettersi in gioco, al travestimento, ma riconoscendone insieme anche l’infinita curiosità e la forte necessità di creare una musica che parlasse alle minoranze. Segue il ritorno negli Stati Uniti, dove fa fatica a entrare nei nuovi sentimenti e logiche delle comunità nere, che non cercano più l’appoggio e le mediazione dei pochi bianchi che si univano a loro nella lotta contro le discriminazioni razziali, ma di agire da soli, dando vita agli occhi di Tony a ulteriore disordine e al perpetuarsi delle incomprensioni.




Un'altra immagine di Io sono Tony Scott (2010)


La terza parte è quella dedicata all’Italia, dove Tony si recherà alla fine degli anni ’50 per rimanervi fino alla morte, giungendo a Salemi, e da qui attraversando ininterrottamente la penisola da sud a nord alla ricerca di lavoro, scontrandosi con un paese che, seppur gli abbia saputo dare ottimi musicisti con cui suonare, non lo riconosce per quello che è stato e avrebbe dovuto continuare a rappresentare, relegandolo invece a manifestazioni che non solo non avevano neanche lontanamente il peso dell’esperienza passata, ma che rappresentano situazioni in cui Tony arriva ad essere trattato come un fenomeno da baraccone. L’Italia è il luogo dove emerge la parte oscura di Tony, la sua vena autodistruttiva, le nevrosi paranoiche, e la depressione latente fino ad allora, lontane da quella che prima sembrava essere la sua persona. Il nostro paese viene raccontato dal regista come un labirinto percorso in maniera ossessiva. È questa la parte dove la voce ironica di Franco Maresco, a cui eravamo abituati dagli episodi di Cinico TV,  diventa più rilevante, anche se non c’è nulla dell’inquisitorietà che caratterizzava le interviste interrogatorio ai vari Pietro Giordano e Giuseppe Paviglianiti. Il tono retorico è quello di sempre, e aiuta a riportarci in quella particolare dimensione dell’Italia e della sua società raccontata nell’opera firmata assieme a Daniele Ciprì. Sotto la tragicità della situazione presente che il loro cinema denunciava, anche qui si avvertono gli echi di quel clima teso, post-apocalittico, sempre presente nelle loro opere, ma qui stemperato da una comicità che non mitiga, ma anzi sottolinea l’angoscia e l’afflizione che nascono dal riconoscimento che l’Italia dei tre decenni passati già non ha più nulla di fecondo, non appartiene ad un passato remoto, ed è osservata da un punto di vista neanche troppo lontano. A volte i toni sono quelli della commedia, retta da un personaggio sì carismatico quanto bizzarro, ma che si muove in uno sfondo che è questo paese, ancora una volta, eternamente diviso in pro e contro, in chi considera Tony un genio e chi invece un millantatore o peggio un giullare, disordinatamente, confusamente, rumorosamente, del resto come ancora oggi accade da noi, per ragioni politiche, religiose, morali e sociali, lasciando alla fine le cose come stanno. Emerge un senso di addio, la vaga sensazione che certe esperienze siano diventate irripetibili perché nessuno è più disposto a mettersi in gioco nella misura in cui lo ha fatto Tony e molti altri come lui. In una conversazione con Fulvio Baglivi, Franco Maresco suggerisce una matrice comune con cui ripensare la sua opera: “In passato ho parlato spesso di ‘cinema del commiato’. Volendo fare riferimenti più colti possiamo dire che questo commiato è iniziato agli inizi del secolo scorso, quello in cui siamo nati e abbiamo iniziato a lavorare. Sicuramente anche Tony ha sentito la fine di un mondo, ha capito che per l’artista di genio solitario ci sarebbe stato sempre meno spazio in una società che si avviava a quella che oggi tutti chiamiamo globalizzazione”. [Franco Maresco. L’anomalia. Conversazione con Franco Maresco a cura di Fulvio Baglivi, pp. 480-1]

 

Del cinema di Ciprì e Maresco si ricordano molte cose: le rovine (qui presenti quelle di Salemi) e i corpi immobili, gli spazi metafisici e il buio che ne inghiotte alcune parti, le vicende grottesche al limite del delirio, più vicine alla dimensione animale che umana; ma questo film mantiene pochi echi di quel mondo ancora irrisolto. Io sono Tony Scott racconta qualcos’altro, e ciò è avvertibile sia per quanto riguarda lo stile – la forma tende ad essere quella del documentario d’inchiesta, con le ricostruzioni delle vicende attraverso le interviste e il montaggio di materiale di repertorio; ma l’argomento non si riduce al tratteggio delle vicende di un musicista immeritatamente misconosciuto, si cerca anche di mettere in luce i tratti di una società troppo pigra e in buona parte anche timorosa nell’accogliere chi aveva in quel momento qualcosa di valido da proporre, realizzando troppo tardi di aver perso l’ennesima occasione. In un momento del film, i critici musicali intervistati si assumono tutte le responsabilità di quanto era accaduto con Tony, prendendosi carico di un paese, allora come oggi, in preda ad un disordine passivo, e se vogliamo anche ad un’inadeguatezza interiore; per dirla con Luigi Onori: “avevamo un grande artista e come dei cojoni ce lo siamo fatti sfuggire”.

Nel film i ritratti in primo piano delle mummie che compaiono a ogni inizio capitolo, oltre a richiamare certe presenze di casa nel cinema di Ciprì e Maresco, sembrano stare lì per esprimere una curiosa solidarietà con il personaggio Tony Scott, testimoni mute anch’esse non per l’estraneità del loro racconto, ma per nostra incapacità, o inadeguatezza. 

 




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